Il sabato dei lunghi coltelli

Qui non si posta da troppo tempo. In realtà non si ha tempo. Allora si ricicla.
Questo è un racconto un po’ lunghetto che NON ha vinto un concorso. Si badi bene, è uno scarto.
Ma io mi sono divertita troppo a scriverlo, che ci posso fare?.

Il sabato ha la quintessenza della liquidità, del giorno preposto allo scorrere della sabbia tra le dita o nella strettoia di una clessidra.
Il sabato ci riposiamo.
Dopo che per tutta la settimana abbiamo reciso, troncato, seghettato, inferto piccoli colpi che hanno sanguinato a lungo.
D’altronde è questa la nostra missione: ci preparano affilandoci la lama e rendendola resistente a qualunque consistenza. Ci controllano con cura per non farci arrugginire, per farci restare attaccati al manico il più a lungo possibile.
Alcuni di noi sono qui da oltre dieci anni, sempre tra le stesse mani.
Ma questo sabato si muove con un ritmo diverso, c’è un’agitazione inconsueta.
La signora è tornata a casa in tutta fretta, è nervosa e piange.
Risponde in maniera confusa agli uomini che le pongono domande, racconta che ogni venerdì sera, da molti anni a questa parte, lei e il marito partono per fare rientro alla domenica.
E’ vero, possiamo testimoniarlo. E’ la ragione esatta per la quale il sabato è il nostro giorno libero.
Ma gli uomini che fanno domande ricominciano daccapo ogni volta: vogliono conoscere particolari, orari esatti, spostamenti. Sostengono che uno di noi forse manchi all’appello, chiedono dove sia.
La signora piange e scuote la testa. Non sa, non sa nulla.
Ci prendono e ci osservano, qualcuno viene infilato in un sacchetto di plastica trasparente da una mano guantata.
Le nostre amiche forbici si tengono come sempre in disparte, col contegno sdegnoso per l’essere state coinvolte anche loro in questa storia.
Da quel che ci sembra di capire, deve essere accaduto qualcosa di molto, molto brutto. Non qui, e nemmeno nella casa di campagna. Si tratta di un luogo imprecisato che non conosciamo, dove uno di noi ha colpito ripetutamente le carni di una ragazza, poco meno che ventenne.
A volte tra noi, nelle lunghe notti tra il sabato e la domenica, quando la luna si insinua tra le feritoie delle gelosie e ci fa splendere, ci raccontiamo di queste storie.
E tuttavia abbiamo sempre ripetuto che a noi non sarebbe mai potuto accadere nulla di simile: la nostra vita si svolge protetta tra queste quattro mura. Moriamo di vecchiaia e di consunzione, a volte di noncuranza, quando veniamo gettati nell’immondizia insieme ai rimasugli di cibo.
Uno di noi, un piccolino, una volta scomparve per mesi.
Al ritorno ci raccontò di aver visto il mare, di essersi infilato con la punta tra le valve di meravigliose creature, di cieli e flutti color acciaio con i quali aveva giocato a specchiarsi. Era invecchiato in fretta e il manico di legno testimoniava di lunghe giornate di sale e umidità.
Un altro trascorse un lungo periodo di cattività, dimenticato in una scatola piena di carte da regalo e nastri di nylon. Ricomparve a Natale, prezioso come un dono e annoiato da tanta solitudine e inerzia.
Ma nessuno, nessuno di noi potrebbe essere coinvolto in una storia del genere, di questo possiamo essere certi.
Se potessimo parlare lo racconteremmo agli uomini che fanno le domande.
La signora dice di sì, che conosceva la ragazza. Per un po’ di tempo aveva lavorato con loro, nel laboratorio ceramico. All’epoca aveva diciotto anni e una testa di riccioli neri.
Il signore le voleva bene come un padre, a volte la sera la riaccompagnava con l’automobile fino alla stazione.
Poi doveva essere accaduto qualcosa in famiglia, il fidanzato l’aveva lasciata.
Qualcuno mormorava che fosse incinta, ma non si avevano prove. Del resto da un giorno all’altro la ragazza era scomparsa, un vero peccato, era una delle migliori decoratrici, aveva fantasia e passione.
E cosa mi dice delle voci che circolano in paese? Della responsabilità di suo marito relativamente alla gravidanza?
L’uomo è brutale e diretto, la nostra signora si porta le mani al viso e singhiozza.
Non è vero, sono solo le chiacchiere della gente invidiosa. Noi lavoriamo dodici ore al giorno e nel fine settimana andiamo a riposarci nella nostra casa di campagna. Ma la gente è invidiosa, quando vede il bene altrui vuole sporcarlo, la gente non si accontenta delle sue povere vite e ha bisogno di ricamare su quelle degli altri.
E’ vero che negli ultimi tempi suo marito la raggiungeva soltanto nella tarda serata del sabato?
Qualche volta sì, è vero. Capitava che ci fossero fornitori o clienti da visitare. La campagna ultimamente lo stancava, si sentiva impigrito. Diceva che aveva bisogno di muoversi, di sentirsi utile. Ma questo non vuol dire nulla, non vuol dire andarsene in giro ad accoltellare bambine.
Ci ha detto che suo marito le voleva bene come un padre. E lei? Lei che rapporto aveva con la vittima?
Era molto brava, precisa e accurata.
Le ho chiesto del vostro rapporto. Anche per lei era una figlia?

La nostra signora tace e si ravvia i capelli.
Negli ultimi tempi tra lei e il signore le cose non andavano tanto bene. Hanno discusso a lungo proprio qui, intorno al tavolo di questa cucina. Lui era stanco e taciturno, lei continuava a chiedergli cose. Più di una volta ha nominato la ragazza e la necessità di allontanarla dal laboratorio, le gonnelline a fiori e i capelli troppo ricci.
Allora il signore perdeva la pazienza e usciva sbattendo la porta. La signora piagnucolava per un po’ e borbottava qualcosa rabbiosamente. Ci stringeva con forza, mentre tagliava le verdure o affettava il salame, con un’energia che ci rendeva vitali e attivi.
Poi all’improvviso le acque si sono calmate, per qualche mese le cose sono andate meglio.
La ragazza ha lasciato il laboratorio e di lei non si è parlato più.
La signora era tornata sorridente, il signore un po’ meno, ma con il tempo le cose avrebbero ripreso il loro posto. Esattamente come noi.
Quelli da cucina nel primo cassetto, quelli dalle lame affilatissime infilati nell’apposito ceppo, quelli da viaggio nello sgabuzzino, insieme alle borse termiche e alle borracce. Alcuni chiusi in una valigia di pelle e tirati fuori solo nelle grandi occasioni, con l’arroganza di volersi definire coltelli ma non avendo toccato mai null’altro che tenere carni di pesce.
Anche tra noi esistono gli arroganti e i mitomani, su questo non c’è dubbio.
Ma nessuno, posso giurarlo, nessuno di noi si è mosso da qui. Che ci controllino pure uno per uno, che alitino sulla superficie di acciaio per studiarne le impronte. Non troveranno nulla.
Le ho chiesto del vostro rapporto. Andava d’accordo con la ragazza? Si era instaurata confidenza?
Era sprezzante e altera, quasi come se ci facesse un piacere a lavorare per noi.
Le era antipatica?
Sì, abbastanza. Ma questo non mi ha impedito di riconoscerne il talento.
Era gelosa di suo marito?
Mio marito è un uomo serio, tra noi non ci sono mai stati screzi o incomprensioni del genere.
Eppure qualcuno al laboratorio racconta di avervi sentito litigare a riguardo.
Le ho detto: la gente è invidiosa. Se può seminare zizzania lo farà.

Abbiamo un sussulto.
La signora mente, con la stessa facilità con cui pela carote e patate.
Ci guardiamo smarriti e tentiamo un’improbabile conta, un appello dei possibili assenti.
Poi come per telepatia ci ricordiamo di quello lì, quell’orribile coltellaccio che per alcuni mesi era rimasto con noi. Nemmeno il tempo di prendere confidenza.
Diceva di essere giapponese, e tanto bastava per credersi chissà chi.
Poi così come era venuto, portato qui dal signore dopo una sagra paesana, era sparito, senza nemmeno un saluto, un cenno del capo, un inchino.
Siamo tutti concordi: se proprio è uscito da questa cucina, allora il colpevole è lui. Non ci sono dubbi. Diceva che era nato per il sushi, non per il roast-beef, che si muoveva solo sotto le mani del maestro. O piuttosto andava in pensione, che non si sprecano i talenti così.
Ebbene sì, è stato lui.
Mai fidarsi degli stranieri, di questi avventurieri che vengono da noi a tentare fortuna. Coltelli senza arte né parte che vengono a rubarci il lavoro.
Dovunque sia, merita la fine che ha fatto.
La signora adesso è stanca, le parole le si sono fermate nella gola.
Uno di noi potrebbe andarle in soccorso. Basterebbe un lieve accompagnamento e potremmo liberarla. Esattamente lì, in quel punto esatto vicino alla fossetta del collo.
Lo abbiamo fatto tante volte con polli e conigli, sapremmo farlo anche per lei.
Ci guardiamo rammaricati, siamo inermi e indifesi. Incapaci di iniziativa.
La verità è che senza di loro non siamo nulla, per quanto ci costi ammetterlo, in questo sabato che puzza di sangue e irrequietezza.
Gli uomini se ne vanno. Dicono alla signora che la incontreranno ancora, domani. Che se ha notizie di suo marito non tardi a segnalarle, che resti tranquilla, che cerchi di ricordare tutti i dettagli, anche i più insulsi.
La signora li accompagna alla porta e torna in cucina a preparare la cena, come ogni sera.
Esattamente come se nulla fosse accaduto.
Adesso sembra più tranquilla.
Afferra una pesca e la mangia a grossi morsi, senza sbucciarla.
A voce bassa sussurra come una nenia: l’ama, non l’ama, l’ama, non l’ama.
Ma non sta parlando di noi, sappiamo anche questo.

Annunci

26 Risposte to “Il sabato dei lunghi coltelli”

  1. katiuuuscia Says:

    wow chicacchio

  2. BellaLu Says:

    il riciclo va bene, qui non si butta niente.
    Conosci anche storie di piatti e tazzine da caffè?

  3. anonimo Says:

    Io so di losche storie tra pirofile e cucchiarelle di legno.
    Poi, lo spremiagrumi scoprì tutto
    e tutto finì in tragedia.
    Che notte quella notte!

    Ste

  4. ^AleA^ Says:

    Si rifugiavano nel frigo per i loro incontri clandestini, ma il microonde li tradì. Vennero scudisciati con la frusta elettrica e rimasero in cella, al fresco, per vent’anni.

  5. Flounder Says:

    la mia lavastoviglie ha avuto un figlio illegittimo dal frigorifero.
    è toccato al forno riconoscerlo e mantenerlo.

  6. Wosiris Says:

    non l’ho ancora letto (ora lo faro’) ma che tu dica si badi bene, è uno scarto è un po’ da blogstar.

    no ?

    w

  7. melpunk66 Says:

    pigadev ha un pessimo rapporto con gli elettrodomestici. e detesta i manuali d’uso

  8. Flounder Says:

    ma no, è l’esatto contrario: è proprio che non è stato preso in considerazione: non è arrivato primo, né secondo, né terzo. e neppure tra i primi dieci.
    è all’antitesi esatta della blogstarritudine.

  9. ^AleA^ Says:

    Ho sorpreso il frullatore che molestava lo scolapasta.
    Ho dovuto rinchiderli in mobili separati. Ora ho saputo dal tegamino che il frullatore minaccia di farmela pagare. Che faccio lo porto all’assistenza? Non è nemmeno più in garanzia …

    KitchenMarmot

  10. anonimo Says:

    anchio vorrei un blog come la mia mamma avete capito.
    perche non lo posso avere
    non se mai vista una bimba
    senza blog.perchè tutti ce l’anno
    e io no?sabrina.

  11. Flounder Says:

    c’è grossa crisi, stasera. mi ha detto: vai di là che devo scrivere una cosa nel tuo blog, ma che si capisce che l’ho scritta io.
    mamma, a quanti anni posso avere un blog?

  12. Wosiris Says:

    un kriss pusher di un tipo con la scimmia di toledo, torturato da un arrotino pazzo, ha spifferato di aver visto il giapponese mendicare davanti al metro di bonola a milano. io non gli credo, ma forse è meglio approfondire.

    w

    PS: comunque un po’ da blogstar e’ ! 🙂

  13. Wosiris Says:

    ‘azzo se lo so usare l’html !

    w

  14. Flounder Says:

    P.S.: vuoi un autografo? una foto con dedica? una ciocca di capelli?

  15. Wosiris Says:

    si si, grazie. ma con la faccia sotto i tuoi piedi.

    w

  16. Flounder Says:

    questo mai!
    anche le blogstar hanno una loro umanità 🙂

  17. anonimo Says:

    non è obbligatorio vincere i premi.
    il più delle volte non serve.

    matho

  18. Zu Says:

    Quella bimba mostra una certa determinazione nell’efficacia espressiva, da chi avrà preso?

  19. broono Says:

    Io c’ho una scopa elettrica che m’ha detto di dire che quando giravano donne in casa si divertiva molto di più.

    Ma io non ho mica capito cosa voleva dire.

  20. Flounder Says:

    polvere sotto i tappeti?
    scheletri negli armadi?
    gruppo elettrogeno insuffciente?
    quarta categoria?

  21. HangingRock Says:

    Questo racconto mi ha fatto rizzare i capelli in testa (e sai che dato il volume non era cosa facile). Dio mio che angoscia. Voglio vedere il racconto che ha vinto, e pure il secondo e il terzo. Voglio vedere se mi fanno lo stesso effetto.

  22. anonimo Says:

    Non so cosa non ha vinto, ma qualsiasi cosa fosse l’avrebbe meritrato. Ha un ritmo e un tono pererfetti. Una nonchalance agghiacciante. Vi scorre un sangue freddo come una lama che inquieta come la dolcezza stridente di certi carillon indifferenti nel sottofondo di un film dell’orrore. – Zaritmac

  23. Flounder Says:

    purtroppo li potremo leggere solo in primavera, quando uscirà l’antologia.

  24. Flounder Says:

    approfitto di questo spazio per ringraziare il dio delle piccole cos(c)e per avermi assistito in questa difficile e nubifragica mattinata.
    suo il regno, sua la potenza e la gloria nei secoli.

  25. Flounder Says:

    rita, si vincevano una serie di cose.
    tra cui, un coltello.
    ovviamente.

  26. ondafrangente Says:

    Un racconto davvero bello, Flounder!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: