Archive for dicembre 2006

Slanci e bilanci (per tacere dei rilanci)

dicembre 30, 2006

Dice che si deve fare il bilancio. Vabbuo’, facimmo ‘stu bilancio.
Due colonne: attivi e passivi, crediti e debiti, detti e fatti, compiuti e sospesi, desideri e rinunce.
Il totale di una colonna deve coincidere con quello dell’altra. Ma io non lo so se mi trovo, le matematiche esistenziali mi danno grattacapi.
Ho delle voci spurie che non riesco a infilare da nessuna parte, e allora magari le metto nelle note al bilancio.
Di una cosa sono certa: è stato un anno superimpegnativo. Se solo penso a tutte le prove sostenute e spesso superate, mi chiedo come sia stato possibile. Ci sono stati momenti talmente difficili che a volte ho creduto che non sarei mai più riuscita a togliermi quella cappa di pesantezza che mi trascinavo da anni.
Ho avuto paure, tante.
Sfide, tantissime.
Traguardi raggiunti, assai.
Dubbi, a iosa.
Sospesi, non ne parliamo proprio (ce li vediamo tutti a gennaio).
Di un’altra cosa sono pure certa: che non mi sento in credito. Forse addirittura credo di aver ricevuto più di quanto abbia dato, o forse sono stata più disposta a riceverlo.
Vorrei attraversare il cielo del nuovo anno con gli occhi bene aperti, su un tappeto volante, guardare in giù senza vertigine e piano planare e atterrare lì. In quel punto esatto, sì. Quello che voi da qui non potete vedere. Quello.
Provate a stringere gli occhietti, a guardare con precisione.
Non vedete nulla?
Non ha importanza, basta che lo veda io.  E’ proprio lì che voglio andare.

Slanci e bilanci (per tacere dei rilanci)

dicembre 30, 2006

Dice che si deve fare il bilancio. Vabbuo’, facimmo ‘stu bilancio.
Due colonne: attivi e passivi, crediti e debiti, detti e fatti, compiuti e sospesi, desideri e rinunce.
Il totale di una colonna deve coincidere con quello dell’altra. Ma io non lo so se mi trovo, le matematiche esistenziali mi danno grattacapi.
Ho delle voci spurie che non riesco a infilare da nessuna parte, e allora magari le metto nelle note al bilancio.
Di una cosa sono certa: è stato un anno superimpegnativo. Se solo penso a tutte le prove sostenute e spesso superate, mi chiedo come sia stato possibile. Ci sono stati momenti talmente difficili che a volte ho creduto che non sarei mai più riuscita a togliermi quella cappa di pesantezza che mi trascinavo da anni.
Ho avuto paure, tante.
Sfide, tantissime.
Traguardi raggiunti, assai.
Dubbi, a iosa.
Sospesi, non ne parliamo proprio (ce li vediamo tutti a gennaio).
Di un’altra cosa sono pure certa: che non mi sento in credito. Forse addirittura credo di aver ricevuto più di quanto abbia dato, o forse sono stata più disposta a riceverlo.
Vorrei attraversare il cielo del nuovo anno con gli occhi bene aperti, su un tappeto volante, guardare in giù senza vertigine e piano planare e atterrare lì. In quel punto esatto, sì. Quello che voi da qui non potete vedere. Quello.
Provate a stringere gli occhietti, a guardare con precisione.
Non vedete nulla?
Non ha importanza, basta che lo veda io.  E’ proprio lì che voglio andare.

Anatomia della rabbia

dicembre 29, 2006

Stamattina  io  mi  sono svegliata  un  poco  storta.  Quello poi – quando  uno dorme poco – succede.

Quando si accumula il sonno si entra in quello stato un poco alterato di coscienza in cui all’inizio tutta l’adrenalina che ti gira in corpo ti tiene su e ti fa sentire forte e onnipotente, splendida e bellissima, poi a un certo punto le ghiandole surrenali non ce la fanno più e arriva il crollo: da che eri una specie di padreterna, all’improvviso scendi a un livello di fetenzìa esistenziale che non te ne fai capace, non te ne dai ragione.

Io però lo so, lo so già da prima e allora quando arriva la fase del crollo non mi preoccupo molto e nemmeno mi faccio prendere da questo senso di appartenenza alla schifezza cosmica: aspetto che passi e che torni il sorriso. A me poi non tarda molto, so anche questo.

Mi sono svegliata un poco storta, sì. Appena appena.

Che ieri notte, quando mi sono messa a letto, già non mi ero abbastanza simpatica, nonostante avessi trascorso una buona, anzi che dico, un’ottima serata. Bella, simpatica e stimolante.

Ieri notte, quando mi sono infilata sotto il piumone, anzi, subito prima di infilarmi, pensavo che nonostante l’ottima serata si erano sovrapposte successivamente, in solitario,  una serie di riflessioni che – per amor di precisione e bontà dei presenti, lo dico subito, nulla avevano a che fare con la serata stessa e forse nemmeno con il resto, ma quando uno non dorme, sempre per il fatto dell’adrenalina, le sinapsi vanno per conto loro e allora o produci genialità o stronzate, ai due estremi della stessa scala creativa –  che insomma avevano dato la stura a quell’umore che ti permette di litigare facile facile, per sfogarti di qualcosa che nemmeno tu capisci bene, ma che basta che ti diano un la, un minimo pretesto e tu fai uscire questo e quell’altro e pure le cose che in vita tua non ti eri mai sognata di dire perché erano troppo intime e pure quelle che magari avevi già pensato en passant e senza troppa convinzione e che ti pareva brutto stesso a te pensare di averle in qualche momento pensate, ma che quando stai di quell’umore così, ti escono tutte in una volta, succeda quel che succeda, poi forse dopo mi pentirò e mi dispiacerò, però quanno ce vo’ ce vo’, eccheccazzo mo’, assèttate, statte zitto e famme parla’!

Poi però – sempre per il fatto che pure quando sto nervosa io tengo sempre a mente che è un fatto transitorio e in alcun modo ti deve collocare e posizionare a titolo definitivo in quell’area che delimita l’appartenenza all’umanità selvaggia, selvatica, iraconda e un poco cazzimmosa – mi sono ripetuta quali sono le regolette che uno deve applicare per incazzarsi politicamente corretto.

Allora, tanto per cominciare, in nome della preservazione dell’energia universale e per non aumentare il disordine del cosmo, la prima regola è che nun s’anna piglia’ questioni di principio. Mai. Mai mai mai.

Ti devi incazzare solo se è strettamente necessario.

Aspe’, tu ti puoi arrabbiare sempre e comunque, quello è un fatto tuo privato e non devi dare conto a nessuno. Io sto parlando di quando e se palesarlo, se tirarlo fuori, se esprimerlo, si te chiava’ ‘na cosa ‘n’faccia o no.

Secondo me esistono solo due o tre casi che danno diritto all’esternazione:

uno – la lesione, o il tentativo di lesione ripetutamente esperito, di un tuo diritto fondamentale e dunque la richiesta che venga ripristinata la situazione quo ante o fornito un risarcimento, anche in termini meramente morali.

due – la mancanza di riguardo e rispetto, nel caso in cui ti provochi un disagio pubblico o, in caso di disagio privato, quando ti sia assolutamente impossibile poter estraniare quella persona dalla tua esistenza e dunque la richiesta, a questa persona,  di impararsi a stare al posto suo;

tre – quando la repressione del sentimento rabbioso diventa essa stessa ostacolo e nel tempo causa di rottura definitiva con la persona con cui sei arrabbiata e allora ci si deve domandare se valga più la pena perdere il rapporto o cercare di conservarlo, anche con una solenne sfuriata, e decidere di conseguenza.

A parte queste, mi pare che non sussistano altre fattispecie.

Il caso tre ovviamente è il più difficile, perché implica una scelta coraggiosa, in quanto afferisce più al modo di essere delle persone, che non al modo di fare. Si tratta di capire se io sto arrabbiata con te per un fatto episodico, che si può sistemare, o se per un fatto cronico, perché io e te siamo proprio incompatibili, abbiamo valori, linguaggi e codici diversi, e allora non ci sta niente da fare: tu accà e io allà. Buongiorno e buonasera.

Siccome non mi piace litigare, normalmente faccio tutta una serie di operazioni interne, a basso costo sociale e impatto ambientale, che mi portano a differenziare la monnezza emotiva che di tanto in tanto mi si accumula dentro e che pure è necessaria ad altre attività, come  la fertilizzazione sentimentale, il compimento dei cicli e altre cosarelle.

Per arrabbiarmi, mi arrabbio. Ma siccome so quando tengo o non tengo il diritto di esternarlo, siccome so quanta responsabilità tengo o non tengo nell’aver permesso che certe situazioni portassero a un punto esplosivo, siccome tengo in dotazione quella bella cosa che si chiama self-control, difficilmente farò una scenata quando non ci azzecca.

E mentre mi faccio tutte queste riflessioni e questi paraustielli, un poco alla volta la rabbia sfuma, tu ti avvicini, mi vedi bella sorridente e non hai mai saputo e mai saprai niente: perché mai dovrei io tediarti con una serie di argomenti che originano esclusivamente dalla mia coscienza, dai miei limiti personali, dalle mie paure e le mie angosce, dai miei bisogni di accudimento e conferma, dalle mie pretese irrazionali e illegittime, dalle mie fantasie arcadiche e ancestrali? Perché dovrei? Fino a che non hai contribuito, io non ti attribuisco niente. Non voglio nemmeno condividere.

Io mi mantengo la rabbia addosso e me la sbrigo da sola, tu devi solo ogni tanto passarti una mano per la coscienza e vedere se in qualche modo hai sfruculiato la mazzarella a San Giuseppe.

La condivisione sì, la faccio con gli intimi. Perché è giusto che conoscano di me anche le zone oscure. Allora vado lì e racconto: sono arrabbiata per queste e quelle ragioni. E  non ho pretese di risarcimento, voglio solo che tu mi stia di fronte mentre ti racconto una cosa che mi fa vergognare un poco e per il fatto che tu l’ascolti senza dire niente, comprendendo che sono onesta e non ti addebito nulla, questa mia vergogna ci lega un poco in più. Come tutte le umane debolezze, che una volta scoperte o ci avvicinano o ci allontanano, se incapaci di sopportarne la vista.

La rabbia ingiustificata, come gli altri sentimenti, è un fatto di fiducia: te la offro solo se e quando so che puoi contenerla e sostenerla. E sostenermi.

O se no mi faccio una camomilla, e chi s’è visto s’è visto. E stasera vado a letto presto.

Anatomia della rabbia

dicembre 29, 2006

Stamattina  io  mi  sono svegliata  un  poco  storta.  Quello poi – quando  uno dorme poco – succede.

Quando si accumula il sonno si entra in quello stato un poco alterato di coscienza in cui all’inizio tutta l’adrenalina che ti gira in corpo ti tiene su e ti fa sentire forte e onnipotente, splendida e bellissima, poi a un certo punto le ghiandole surrenali non ce la fanno più e arriva il crollo: da che eri una specie di padreterna, all’improvviso scendi a un livello di fetenzìa esistenziale che non te ne fai capace, non te ne dai ragione.

Io però lo so, lo so già da prima e allora quando arriva la fase del crollo non mi preoccupo molto e nemmeno mi faccio prendere da questo senso di appartenenza alla schifezza cosmica: aspetto che passi e che torni il sorriso. A me poi non tarda molto, so anche questo.

Mi sono svegliata un poco storta, sì. Appena appena.

Che ieri notte, quando mi sono messa a letto, già non mi ero abbastanza simpatica, nonostante avessi trascorso una buona, anzi che dico, un’ottima serata. Bella, simpatica e stimolante.

Ieri notte, quando mi sono infilata sotto il piumone, anzi, subito prima di infilarmi, pensavo che nonostante l’ottima serata si erano sovrapposte successivamente, in solitario,  una serie di riflessioni che – per amor di precisione e bontà dei presenti, lo dico subito, nulla avevano a che fare con la serata stessa e forse nemmeno con il resto, ma quando uno non dorme, sempre per il fatto dell’adrenalina, le sinapsi vanno per conto loro e allora o produci genialità o stronzate, ai due estremi della stessa scala creativa –  che insomma avevano dato la stura a quell’umore che ti permette di litigare facile facile, per sfogarti di qualcosa che nemmeno tu capisci bene, ma che basta che ti diano un la, un minimo pretesto e tu fai uscire questo e quell’altro e pure le cose che in vita tua non ti eri mai sognata di dire perché erano troppo intime e pure quelle che magari avevi già pensato en passant e senza troppa convinzione e che ti pareva brutto stesso a te pensare di averle in qualche momento pensate, ma che quando stai di quell’umore così, ti escono tutte in una volta, succeda quel che succeda, poi forse dopo mi pentirò e mi dispiacerò, però quanno ce vo’ ce vo’, eccheccazzo mo’, assèttate, statte zitto e famme parla’!

Poi però – sempre per il fatto che pure quando sto nervosa io tengo sempre a mente che è un fatto transitorio e in alcun modo ti deve collocare e posizionare a titolo definitivo in quell’area che delimita l’appartenenza all’umanità selvaggia, selvatica, iraconda e un poco cazzimmosa – mi sono ripetuta quali sono le regolette che uno deve applicare per incazzarsi politicamente corretto.

Allora, tanto per cominciare, in nome della preservazione dell’energia universale e per non aumentare il disordine del cosmo, la prima regola è che nun s’anna piglia’ questioni di principio. Mai. Mai mai mai.

Ti devi incazzare solo se è strettamente necessario.

Aspe’, tu ti puoi arrabbiare sempre e comunque, quello è un fatto tuo privato e non devi dare conto a nessuno. Io sto parlando di quando e se palesarlo, se tirarlo fuori, se esprimerlo, si te chiava’ ‘na cosa ‘n’faccia o no.

Secondo me esistono solo due o tre casi che danno diritto all’esternazione:

uno – la lesione, o il tentativo di lesione ripetutamente esperito, di un tuo diritto fondamentale e dunque la richiesta che venga ripristinata la situazione quo ante o fornito un risarcimento, anche in termini meramente morali.

due – la mancanza di riguardo e rispetto, nel caso in cui ti provochi un disagio pubblico o, in caso di disagio privato, quando ti sia assolutamente impossibile poter estraniare quella persona dalla tua esistenza e dunque la richiesta, a questa persona,  di impararsi a stare al posto suo;

tre – quando la repressione del sentimento rabbioso diventa essa stessa ostacolo e nel tempo causa di rottura definitiva con la persona con cui sei arrabbiata e allora ci si deve domandare se valga più la pena perdere il rapporto o cercare di conservarlo, anche con una solenne sfuriata, e decidere di conseguenza.

A parte queste, mi pare che non sussistano altre fattispecie.

Il caso tre ovviamente è il più difficile, perché implica una scelta coraggiosa, in quanto afferisce più al modo di essere delle persone, che non al modo di fare. Si tratta di capire se io sto arrabbiata con te per un fatto episodico, che si può sistemare, o se per un fatto cronico, perché io e te siamo proprio incompatibili, abbiamo valori, linguaggi e codici diversi, e allora non ci sta niente da fare: tu accà e io allà. Buongiorno e buonasera.

Siccome non mi piace litigare, normalmente faccio tutta una serie di operazioni interne, a basso costo sociale e impatto ambientale, che mi portano a differenziare la monnezza emotiva che di tanto in tanto mi si accumula dentro e che pure è necessaria ad altre attività, come  la fertilizzazione sentimentale, il compimento dei cicli e altre cosarelle.

Per arrabbiarmi, mi arrabbio. Ma siccome so quando tengo o non tengo il diritto di esternarlo, siccome so quanta responsabilità tengo o non tengo nell’aver permesso che certe situazioni portassero a un punto esplosivo, siccome tengo in dotazione quella bella cosa che si chiama self-control, difficilmente farò una scenata quando non ci azzecca.

E mentre mi faccio tutte queste riflessioni e questi paraustielli, un poco alla volta la rabbia sfuma, tu ti avvicini, mi vedi bella sorridente e non hai mai saputo e mai saprai niente: perché mai dovrei io tediarti con una serie di argomenti che originano esclusivamente dalla mia coscienza, dai miei limiti personali, dalle mie paure e le mie angosce, dai miei bisogni di accudimento e conferma, dalle mie pretese irrazionali e illegittime, dalle mie fantasie arcadiche e ancestrali? Perché dovrei? Fino a che non hai contribuito, io non ti attribuisco niente. Non voglio nemmeno condividere.

Io mi mantengo la rabbia addosso e me la sbrigo da sola, tu devi solo ogni tanto passarti una mano per la coscienza e vedere se in qualche modo hai sfruculiato la mazzarella a San Giuseppe.

La condivisione sì, la faccio con gli intimi. Perché è giusto che conoscano di me anche le zone oscure. Allora vado lì e racconto: sono arrabbiata per queste e quelle ragioni. E  non ho pretese di risarcimento, voglio solo che tu mi stia di fronte mentre ti racconto una cosa che mi fa vergognare un poco e per il fatto che tu l’ascolti senza dire niente, comprendendo che sono onesta e non ti addebito nulla, questa mia vergogna ci lega un poco in più. Come tutte le umane debolezze, che una volta scoperte o ci avvicinano o ci allontanano, se incapaci di sopportarne la vista.

La rabbia ingiustificata, come gli altri sentimenti, è un fatto di fiducia: te la offro solo se e quando so che puoi contenerla e sostenerla. E sostenermi.

O se no mi faccio una camomilla, e chi s’è visto s’è visto. E stasera vado a letto presto.

Non è colpa mia, veramente.

dicembre 27, 2006

Il fatto è che questi blogger tengono la capa fresca. Io dico: voi mo’ proprio –  ieri – avete finito di mangiare casatielli e ogni ben di dio. E statevi cinque minuti quieti e fateci stare quieti pure a noi.
Che so, fatevi un pisolino, una passeggiata, partorite un figlio.
Invece no.
Che si inventano?
Piglia il libro più vicino, vai a pagina 123, conta cinque frasi e riporta qui le successive tre.
Io il libro più vicino che tenevo era quello del filosofo giapponese, ma era di settantasette pagine: così mi sono dovuta alzare, pigliarne due o tre, ma erano tutti più corti, poi quando finalmente ho trovato quello giusto, ho fatto cadere e scassare l’ocarina a forma di pellicano di terracotta che ci tenevo assai, non tanto perché era la bomboniera del mio matrimonio, ma perché lo avevo scelto io medesima, al negozio equo e solidale, scontentando tutti gli invitati, soprattutto le zie anziane, che volevano una cosarella in argento o cristallo come si fa a tutti i matrimoni per bene.
E così mi è salita alla memoria tutta la questione, che uno fa tanto per scordarsela, e mo’ devo pure raccogliere i cocci e sto aspettando quattordici persone quattordici che mi invaderanno a momenti la cucina.
Jamm’ bello. Apriamo questo libro:

I Kurnai fanno la distinzione tra gli uomini medicina (mulla-mullung) e i birraark, i quali “univano in sé le funzioni di veggente, di medium e di bardo”. L’uomo medicina viene iniziato da mrarts, ovvero spiriti, nella savana e deve portare nel naso un osso che gli spiriti afferrano per condurlo nelle nubi. Si dice che l’uomo medicina, preceduto dagli spiriti, si arrampichi fino ai territori celesti e, al suo ritorno, insegna questi balli e canti ai Kurnai.
Mircea Eliade, La creatività dello spirito.

Mo’ me ne posso andare?
Ah, no, devo coinvolgere altri tre poveri disgraziati: Calma, Elena e Riccionascosto.
(non ve la pigliate con me, sono quegli altri là che tengono la capa fresca)

Non è colpa mia, veramente.

dicembre 27, 2006

Il fatto è che questi blogger tengono la capa fresca. Io dico: voi mo’ proprio –  ieri – avete finito di mangiare casatielli e ogni ben di dio. E statevi cinque minuti quieti e fateci stare quieti pure a noi.
Che so, fatevi un pisolino, una passeggiata, partorite un figlio.
Invece no.
Che si inventano?
Piglia il libro più vicino, vai a pagina 123, conta cinque frasi e riporta qui le successive tre.
Io il libro più vicino che tenevo era quello del filosofo giapponese, ma era di settantasette pagine: così mi sono dovuta alzare, pigliarne due o tre, ma erano tutti più corti, poi quando finalmente ho trovato quello giusto, ho fatto cadere e scassare l’ocarina a forma di pellicano di terracotta che ci tenevo assai, non tanto perché era la bomboniera del mio matrimonio, ma perché lo avevo scelto io medesima, al negozio equo e solidale, scontentando tutti gli invitati, soprattutto le zie anziane, che volevano una cosarella in argento o cristallo come si fa a tutti i matrimoni per bene.
E così mi è salita alla memoria tutta la questione, che uno fa tanto per scordarsela, e mo’ devo pure raccogliere i cocci e sto aspettando quattordici persone quattordici che mi invaderanno a momenti la cucina.
Jamm’ bello. Apriamo questo libro:

I Kurnai fanno la distinzione tra gli uomini medicina (mulla-mullung) e i birraark, i quali “univano in sé le funzioni di veggente, di medium e di bardo”. L’uomo medicina viene iniziato da mrarts, ovvero spiriti, nella savana e deve portare nel naso un osso che gli spiriti afferrano per condurlo nelle nubi. Si dice che l’uomo medicina, preceduto dagli spiriti, si arrampichi fino ai territori celesti e, al suo ritorno, insegna questi balli e canti ai Kurnai.
Mircea Eliade, La creatività dello spirito.

Mo’ me ne posso andare?
Ah, no, devo coinvolgere altri tre poveri disgraziati: Calma, Elena e Riccionascosto.
(non ve la pigliate con me, sono quegli altri là che tengono la capa fresca)

Mangiate tutto, che nel mondo ci stanno i bambini che muoiono di fame

dicembre 27, 2006

Ne  vuoi un poco?  E prendine ancora.  E su, e dài, e assaggia questo, mangia quello.

Dici no? E mi fai pigliare collera. Ma allora non ti piace?

Ma come? Dopo che ho passato la giornata in cucina!

Cozze, vongole, baccalà fritto, lesso, in torta e pure come maschera di bellezza,  porcini, fagioli, ananas, pizza rustica con i moscardini, cassatine, agnello con i piselli e alla cacciatora, tagliatelle alla bolognese, roccocò, un altro poco di funghetti a me, cosciotto di tacchino, salsicce arrosto per merenda, quiche lorraine, bavarese all’arancia – e i carciofi ripieni li saltiamo? Dopo tutto il tempo che ci è voluto per prepararli? – parmigiana, mostaccioli, frutta secca. Gesù, e il polpettone di soia vegetariano non lo vogliamo assaggiare? Foss’anche solo per vedere di che sa. E non c’è male ‘sto polpettone, dammene un altro poco che assaggio meglio. Sì, sì, prima del pandoro. Ma un poco di nutella da spalmarci sopra ci sta o no? Non ci sta? Ma che cazzo, e allora ditelo che in questa casa non ci sta niente.

Vabbè, ja, pigliamoci ‘ste due castagne vicino al camino con un poco di vin brulé e non ci pensiamo più.

Piedirosso, chianti, lacrima christi, grappa, falanghina, limoncello e nocino, morellino, taurasi 2000, 2002 e 2003, aggiudicato alla signora là in fondo.

Però stasera ci facciamo una spaghettata, da te.

O volete pasta e fagioli?

Uh, che bell’idea.

Tenete un poco di appetito?

No, no, giusto un’ombra.

Ma non fate complimenti, non vi preoccupate.

Vabbè, allora visto che ti trovi, taglia pure due fette di salame. Ma due due.

Ma come…è già finito?

Facciamo così, domani ne compro un altro e ce lo mangiamo a cena. Una cena sciuè sciuè, giusto il tempo di stare un’oretta insieme per decidere che cosa cuciniamo il 31 sera. Abbondiamo, così stiamo a posto pure per il primo dell’anno.

(Stanotte ho sognato di stare su una spiaggia, mangiata dal sole e dal vento, con i crampi allo stomaco per il digiuno e una sete di pazzi. Secca secca, ma felice)

Mangiate tutto, che nel mondo ci stanno i bambini che muoiono di fame

dicembre 27, 2006

Ne  vuoi un poco?  E prendine ancora.  E su, e dài, e assaggia questo, mangia quello.

Dici no? E mi fai pigliare collera. Ma allora non ti piace?

Ma come? Dopo che ho passato la giornata in cucina!

Cozze, vongole, baccalà fritto, lesso, in torta e pure come maschera di bellezza,  porcini, fagioli, ananas, pizza rustica con i moscardini, cassatine, agnello con i piselli e alla cacciatora, tagliatelle alla bolognese, roccocò, un altro poco di funghetti a me, cosciotto di tacchino, salsicce arrosto per merenda, quiche lorraine, bavarese all’arancia – e i carciofi ripieni li saltiamo? Dopo tutto il tempo che ci è voluto per prepararli? – parmigiana, mostaccioli, frutta secca. Gesù, e il polpettone di soia vegetariano non lo vogliamo assaggiare? Foss’anche solo per vedere di che sa. E non c’è male ‘sto polpettone, dammene un altro poco che assaggio meglio. Sì, sì, prima del pandoro. Ma un poco di nutella da spalmarci sopra ci sta o no? Non ci sta? Ma che cazzo, e allora ditelo che in questa casa non ci sta niente.

Vabbè, ja, pigliamoci ‘ste due castagne vicino al camino con un poco di vin brulé e non ci pensiamo più.

Piedirosso, chianti, lacrima christi, grappa, falanghina, limoncello e nocino, morellino, taurasi 2000, 2002 e 2003, aggiudicato alla signora là in fondo.

Però stasera ci facciamo una spaghettata, da te.

O volete pasta e fagioli?

Uh, che bell’idea.

Tenete un poco di appetito?

No, no, giusto un’ombra.

Ma non fate complimenti, non vi preoccupate.

Vabbè, allora visto che ti trovi, taglia pure due fette di salame. Ma due due.

Ma come…è già finito?

Facciamo così, domani ne compro un altro e ce lo mangiamo a cena. Una cena sciuè sciuè, giusto il tempo di stare un’oretta insieme per decidere che cosa cuciniamo il 31 sera. Abbondiamo, così stiamo a posto pure per il primo dell’anno.

(Stanotte ho sognato di stare su una spiaggia, mangiata dal sole e dal vento, con i crampi allo stomaco per il digiuno e una sete di pazzi. Secca secca, ma felice)

Non c'ero. E se c'ero, dormivo.

dicembre 26, 2006

Allora, io stasera ero a una festa, a casa di amici che frequento sempre. C’era tantissima gente, ma tantissimissima, e ognuno aveva portato un dono e si faceva un gioco di sorteggi e baci e abbracci e auguri.
Vabbè. Io ho ricevuto una cintura molto sadomaso, che dopo aver spiegato al pubblico in quali e quanti modi poteva essere utilizzata, ho dato direttamente a mia cugina. Non era esattamente il mio genere, ecco.
In compenso un tizio che aveva ricevuto un dono in doppione me l’ha offerto, ed è un saggio su un filosofo giapponese, che si chiama Nishitani Keiji e scrive sul nichilismo e la vacuità del Sé.
Poiché c’era anche il curatore dell’opera, ho promesso solennemente che lo avrei letto e lui ha promesso che mi interrogherà. Mannaggia a me.
Ma non è questo di cui volevo scrivere.
E’ che stasera mi sono accorta che non uscivo di casa da un sacco di tempo.
Non che abbia fatto la reclusa, no. Ma è che in questi ultimi tempi ho frequentato solo gente conosciuta, gente tra cui mi sento a mio agio e voluta bene. Luoghi e persone note.
Il problema è che questi ultimi tempi – l’ho scoperto stasera – ammontano a circa due anni, perché stasera andavo in giro tra facce sconosciute chiedendo: scusa, ma tu chi sei?
E la gente mi rispondeva: guarda che ci conosciamo, ci siamo visti due anni fa a casa di Tizio, a teatro, a una festa, e così via.
Cavolo, ho pensato tra me e me. E cosa avrò mai fatto in tutto questo tempo?
Ma soprattutto: come avrà fatto il tempo a trascorrere così in fretta?
Però tutti dicevano – anche questi sconosciuti che invece a loro dire mi conoscevano: mammamia, ma come stai in forma, chissà che cose belle avrai fatto in tutto questo tempo che eri scomparsa.
E volevano da me dettagli e racconti, solo che io proprio non ce li avevo, nemmeno a volerli inventare.
Alla fine convenivano tutti che volevo fare la tipa misteriosa e non svelarmi, che chissà quali e quante cose bellissimissime avevo fatto durante questa lunga assenza.
Così che alla fine ho deciso che era meglio non contraddirli, e a tutti quelli che chiedevano: ma adesso ci vedremo? Ci rifrequenteremo? A Capodanno sarai con noi?, io rispondevo: spero di sì, davvero. Comunque vedremo, vi farò sapere.
Sicché ho lasciato questa casa che avevo quattro appuntamenti, una serie di numeri di telefono, inviti per le prossime settimane e un’aura di preziosità mai vista prima.
Sfoglio il libro del filosofo. A pag. 49 dice: due punti devono rimanere ben saldi. Primo, sia l’Io che il Tu sono assoluti, ciascuno nella propria soggettività; secondo, sia l’Io che il Tu, per la loro reciproca relazione, sono nel contempo assolutamente relativi.
Ecco, questa è la spiegazione.
Resta solo da scoprire cosa ho fatto in tutto questo tempo.

Non c’ero. E se c’ero, dormivo.

dicembre 26, 2006

Allora, io stasera ero a una festa, a casa di amici che frequento sempre. C’era tantissima gente, ma tantissimissima, e ognuno aveva portato un dono e si faceva un gioco di sorteggi e baci e abbracci e auguri.
Vabbè. Io ho ricevuto una cintura molto sadomaso, che dopo aver spiegato al pubblico in quali e quanti modi poteva essere utilizzata, ho dato direttamente a mia cugina. Non era esattamente il mio genere, ecco.
In compenso un tizio che aveva ricevuto un dono in doppione me l’ha offerto, ed è un saggio su un filosofo giapponese, che si chiama Nishitani Keiji e scrive sul nichilismo e la vacuità del Sé.
Poiché c’era anche il curatore dell’opera, ho promesso solennemente che lo avrei letto e lui ha promesso che mi interrogherà. Mannaggia a me.
Ma non è questo di cui volevo scrivere.
E’ che stasera mi sono accorta che non uscivo di casa da un sacco di tempo.
Non che abbia fatto la reclusa, no. Ma è che in questi ultimi tempi ho frequentato solo gente conosciuta, gente tra cui mi sento a mio agio e voluta bene. Luoghi e persone note.
Il problema è che questi ultimi tempi – l’ho scoperto stasera – ammontano a circa due anni, perché stasera andavo in giro tra facce sconosciute chiedendo: scusa, ma tu chi sei?
E la gente mi rispondeva: guarda che ci conosciamo, ci siamo visti due anni fa a casa di Tizio, a teatro, a una festa, e così via.
Cavolo, ho pensato tra me e me. E cosa avrò mai fatto in tutto questo tempo?
Ma soprattutto: come avrà fatto il tempo a trascorrere così in fretta?
Però tutti dicevano – anche questi sconosciuti che invece a loro dire mi conoscevano: mammamia, ma come stai in forma, chissà che cose belle avrai fatto in tutto questo tempo che eri scomparsa.
E volevano da me dettagli e racconti, solo che io proprio non ce li avevo, nemmeno a volerli inventare.
Alla fine convenivano tutti che volevo fare la tipa misteriosa e non svelarmi, che chissà quali e quante cose bellissimissime avevo fatto durante questa lunga assenza.
Così che alla fine ho deciso che era meglio non contraddirli, e a tutti quelli che chiedevano: ma adesso ci vedremo? Ci rifrequenteremo? A Capodanno sarai con noi?, io rispondevo: spero di sì, davvero. Comunque vedremo, vi farò sapere.
Sicché ho lasciato questa casa che avevo quattro appuntamenti, una serie di numeri di telefono, inviti per le prossime settimane e un’aura di preziosità mai vista prima.
Sfoglio il libro del filosofo. A pag. 49 dice: due punti devono rimanere ben saldi. Primo, sia l’Io che il Tu sono assoluti, ciascuno nella propria soggettività; secondo, sia l’Io che il Tu, per la loro reciproca relazione, sono nel contempo assolutamente relativi.
Ecco, questa è la spiegazione.
Resta solo da scoprire cosa ho fatto in tutto questo tempo.