Archive for dicembre 2006

Slanci e bilanci (per tacere dei rilanci)

dicembre 30, 2006

Dice che si deve fare il bilancio. Vabbuo’, facimmo ‘stu bilancio.
Due colonne: attivi e passivi, crediti e debiti, detti e fatti, compiuti e sospesi, desideri e rinunce.
Il totale di una colonna deve coincidere con quello dell’altra. Ma io non lo so se mi trovo, le matematiche esistenziali mi danno grattacapi.
Ho delle voci spurie che non riesco a infilare da nessuna parte, e allora magari le metto nelle note al bilancio.
Di una cosa sono certa: è stato un anno superimpegnativo. Se solo penso a tutte le prove sostenute e spesso superate, mi chiedo come sia stato possibile. Ci sono stati momenti talmente difficili che a volte ho creduto che non sarei mai più riuscita a togliermi quella cappa di pesantezza che mi trascinavo da anni.
Ho avuto paure, tante.
Sfide, tantissime.
Traguardi raggiunti, assai.
Dubbi, a iosa.
Sospesi, non ne parliamo proprio (ce li vediamo tutti a gennaio).
Di un’altra cosa sono pure certa: che non mi sento in credito. Forse addirittura credo di aver ricevuto più di quanto abbia dato, o forse sono stata più disposta a riceverlo.
Vorrei attraversare il cielo del nuovo anno con gli occhi bene aperti, su un tappeto volante, guardare in giù senza vertigine e piano planare e atterrare lì. In quel punto esatto, sì. Quello che voi da qui non potete vedere. Quello.
Provate a stringere gli occhietti, a guardare con precisione.
Non vedete nulla?
Non ha importanza, basta che lo veda io.  E’ proprio lì che voglio andare.

Annunci

Anatomia della rabbia

dicembre 29, 2006

Stamattina  io  mi  sono svegliata  un  poco  storta.  Quello poi – quando  uno dorme poco – succede.

Quando si accumula il sonno si entra in quello stato un poco alterato di coscienza in cui all’inizio tutta l’adrenalina che ti gira in corpo ti tiene su e ti fa sentire forte e onnipotente, splendida e bellissima, poi a un certo punto le ghiandole surrenali non ce la fanno più e arriva il crollo: da che eri una specie di padreterna, all’improvviso scendi a un livello di fetenzìa esistenziale che non te ne fai capace, non te ne dai ragione.

Io però lo so, lo so già da prima e allora quando arriva la fase del crollo non mi preoccupo molto e nemmeno mi faccio prendere da questo senso di appartenenza alla schifezza cosmica: aspetto che passi e che torni il sorriso. A me poi non tarda molto, so anche questo.

Mi sono svegliata un poco storta, sì. Appena appena.

Che ieri notte, quando mi sono messa a letto, già non mi ero abbastanza simpatica, nonostante avessi trascorso una buona, anzi che dico, un’ottima serata. Bella, simpatica e stimolante.

Ieri notte, quando mi sono infilata sotto il piumone, anzi, subito prima di infilarmi, pensavo che nonostante l’ottima serata si erano sovrapposte successivamente, in solitario,  una serie di riflessioni che – per amor di precisione e bontà dei presenti, lo dico subito, nulla avevano a che fare con la serata stessa e forse nemmeno con il resto, ma quando uno non dorme, sempre per il fatto dell’adrenalina, le sinapsi vanno per conto loro e allora o produci genialità o stronzate, ai due estremi della stessa scala creativa –  che insomma avevano dato la stura a quell’umore che ti permette di litigare facile facile, per sfogarti di qualcosa che nemmeno tu capisci bene, ma che basta che ti diano un la, un minimo pretesto e tu fai uscire questo e quell’altro e pure le cose che in vita tua non ti eri mai sognata di dire perché erano troppo intime e pure quelle che magari avevi già pensato en passant e senza troppa convinzione e che ti pareva brutto stesso a te pensare di averle in qualche momento pensate, ma che quando stai di quell’umore così, ti escono tutte in una volta, succeda quel che succeda, poi forse dopo mi pentirò e mi dispiacerò, però quanno ce vo’ ce vo’, eccheccazzo mo’, assèttate, statte zitto e famme parla’!

Poi però – sempre per il fatto che pure quando sto nervosa io tengo sempre a mente che è un fatto transitorio e in alcun modo ti deve collocare e posizionare a titolo definitivo in quell’area che delimita l’appartenenza all’umanità selvaggia, selvatica, iraconda e un poco cazzimmosa – mi sono ripetuta quali sono le regolette che uno deve applicare per incazzarsi politicamente corretto.

Allora, tanto per cominciare, in nome della preservazione dell’energia universale e per non aumentare il disordine del cosmo, la prima regola è che nun s’anna piglia’ questioni di principio. Mai. Mai mai mai.

Ti devi incazzare solo se è strettamente necessario.

Aspe’, tu ti puoi arrabbiare sempre e comunque, quello è un fatto tuo privato e non devi dare conto a nessuno. Io sto parlando di quando e se palesarlo, se tirarlo fuori, se esprimerlo, si te chiava’ ‘na cosa ‘n’faccia o no.

Secondo me esistono solo due o tre casi che danno diritto all’esternazione:

uno – la lesione, o il tentativo di lesione ripetutamente esperito, di un tuo diritto fondamentale e dunque la richiesta che venga ripristinata la situazione quo ante o fornito un risarcimento, anche in termini meramente morali.

due – la mancanza di riguardo e rispetto, nel caso in cui ti provochi un disagio pubblico o, in caso di disagio privato, quando ti sia assolutamente impossibile poter estraniare quella persona dalla tua esistenza e dunque la richiesta, a questa persona,  di impararsi a stare al posto suo;

tre – quando la repressione del sentimento rabbioso diventa essa stessa ostacolo e nel tempo causa di rottura definitiva con la persona con cui sei arrabbiata e allora ci si deve domandare se valga più la pena perdere il rapporto o cercare di conservarlo, anche con una solenne sfuriata, e decidere di conseguenza.

A parte queste, mi pare che non sussistano altre fattispecie.

Il caso tre ovviamente è il più difficile, perché implica una scelta coraggiosa, in quanto afferisce più al modo di essere delle persone, che non al modo di fare. Si tratta di capire se io sto arrabbiata con te per un fatto episodico, che si può sistemare, o se per un fatto cronico, perché io e te siamo proprio incompatibili, abbiamo valori, linguaggi e codici diversi, e allora non ci sta niente da fare: tu accà e io allà. Buongiorno e buonasera.

Siccome non mi piace litigare, normalmente faccio tutta una serie di operazioni interne, a basso costo sociale e impatto ambientale, che mi portano a differenziare la monnezza emotiva che di tanto in tanto mi si accumula dentro e che pure è necessaria ad altre attività, come  la fertilizzazione sentimentale, il compimento dei cicli e altre cosarelle.

Per arrabbiarmi, mi arrabbio. Ma siccome so quando tengo o non tengo il diritto di esternarlo, siccome so quanta responsabilità tengo o non tengo nell’aver permesso che certe situazioni portassero a un punto esplosivo, siccome tengo in dotazione quella bella cosa che si chiama self-control, difficilmente farò una scenata quando non ci azzecca.

E mentre mi faccio tutte queste riflessioni e questi paraustielli, un poco alla volta la rabbia sfuma, tu ti avvicini, mi vedi bella sorridente e non hai mai saputo e mai saprai niente: perché mai dovrei io tediarti con una serie di argomenti che originano esclusivamente dalla mia coscienza, dai miei limiti personali, dalle mie paure e le mie angosce, dai miei bisogni di accudimento e conferma, dalle mie pretese irrazionali e illegittime, dalle mie fantasie arcadiche e ancestrali? Perché dovrei? Fino a che non hai contribuito, io non ti attribuisco niente. Non voglio nemmeno condividere.

Io mi mantengo la rabbia addosso e me la sbrigo da sola, tu devi solo ogni tanto passarti una mano per la coscienza e vedere se in qualche modo hai sfruculiato la mazzarella a San Giuseppe.

La condivisione sì, la faccio con gli intimi. Perché è giusto che conoscano di me anche le zone oscure. Allora vado lì e racconto: sono arrabbiata per queste e quelle ragioni. E  non ho pretese di risarcimento, voglio solo che tu mi stia di fronte mentre ti racconto una cosa che mi fa vergognare un poco e per il fatto che tu l’ascolti senza dire niente, comprendendo che sono onesta e non ti addebito nulla, questa mia vergogna ci lega un poco in più. Come tutte le umane debolezze, che una volta scoperte o ci avvicinano o ci allontanano, se incapaci di sopportarne la vista.

La rabbia ingiustificata, come gli altri sentimenti, è un fatto di fiducia: te la offro solo se e quando so che puoi contenerla e sostenerla. E sostenermi.

O se no mi faccio una camomilla, e chi s’è visto s’è visto. E stasera vado a letto presto.

Non è colpa mia, veramente.

dicembre 27, 2006

Il fatto è che questi blogger tengono la capa fresca. Io dico: voi mo’ proprio –  ieri – avete finito di mangiare casatielli e ogni ben di dio. E statevi cinque minuti quieti e fateci stare quieti pure a noi.
Che so, fatevi un pisolino, una passeggiata, partorite un figlio.
Invece no.
Che si inventano?
Piglia il libro più vicino, vai a pagina 123, conta cinque frasi e riporta qui le successive tre.
Io il libro più vicino che tenevo era quello del filosofo giapponese, ma era di settantasette pagine: così mi sono dovuta alzare, pigliarne due o tre, ma erano tutti più corti, poi quando finalmente ho trovato quello giusto, ho fatto cadere e scassare l’ocarina a forma di pellicano di terracotta che ci tenevo assai, non tanto perché era la bomboniera del mio matrimonio, ma perché lo avevo scelto io medesima, al negozio equo e solidale, scontentando tutti gli invitati, soprattutto le zie anziane, che volevano una cosarella in argento o cristallo come si fa a tutti i matrimoni per bene.
E così mi è salita alla memoria tutta la questione, che uno fa tanto per scordarsela, e mo’ devo pure raccogliere i cocci e sto aspettando quattordici persone quattordici che mi invaderanno a momenti la cucina.
Jamm’ bello. Apriamo questo libro:

I Kurnai fanno la distinzione tra gli uomini medicina (mulla-mullung) e i birraark, i quali “univano in sé le funzioni di veggente, di medium e di bardo”. L’uomo medicina viene iniziato da mrarts, ovvero spiriti, nella savana e deve portare nel naso un osso che gli spiriti afferrano per condurlo nelle nubi. Si dice che l’uomo medicina, preceduto dagli spiriti, si arrampichi fino ai territori celesti e, al suo ritorno, insegna questi balli e canti ai Kurnai.
Mircea Eliade, La creatività dello spirito.

Mo’ me ne posso andare?
Ah, no, devo coinvolgere altri tre poveri disgraziati: Calma, Elena e Riccionascosto.
(non ve la pigliate con me, sono quegli altri là che tengono la capa fresca)

Mangiate tutto, che nel mondo ci stanno i bambini che muoiono di fame

dicembre 27, 2006

Ne  vuoi un poco?  E prendine ancora.  E su, e dài, e assaggia questo, mangia quello.

Dici no? E mi fai pigliare collera. Ma allora non ti piace?

Ma come? Dopo che ho passato la giornata in cucina!

Cozze, vongole, baccalà fritto, lesso, in torta e pure come maschera di bellezza,  porcini, fagioli, ananas, pizza rustica con i moscardini, cassatine, agnello con i piselli e alla cacciatora, tagliatelle alla bolognese, roccocò, un altro poco di funghetti a me, cosciotto di tacchino, salsicce arrosto per merenda, quiche lorraine, bavarese all’arancia – e i carciofi ripieni li saltiamo? Dopo tutto il tempo che ci è voluto per prepararli? – parmigiana, mostaccioli, frutta secca. Gesù, e il polpettone di soia vegetariano non lo vogliamo assaggiare? Foss’anche solo per vedere di che sa. E non c’è male ‘sto polpettone, dammene un altro poco che assaggio meglio. Sì, sì, prima del pandoro. Ma un poco di nutella da spalmarci sopra ci sta o no? Non ci sta? Ma che cazzo, e allora ditelo che in questa casa non ci sta niente.

Vabbè, ja, pigliamoci ‘ste due castagne vicino al camino con un poco di vin brulé e non ci pensiamo più.

Piedirosso, chianti, lacrima christi, grappa, falanghina, limoncello e nocino, morellino, taurasi 2000, 2002 e 2003, aggiudicato alla signora là in fondo.

Però stasera ci facciamo una spaghettata, da te.

O volete pasta e fagioli?

Uh, che bell’idea.

Tenete un poco di appetito?

No, no, giusto un’ombra.

Ma non fate complimenti, non vi preoccupate.

Vabbè, allora visto che ti trovi, taglia pure due fette di salame. Ma due due.

Ma come…è già finito?

Facciamo così, domani ne compro un altro e ce lo mangiamo a cena. Una cena sciuè sciuè, giusto il tempo di stare un’oretta insieme per decidere che cosa cuciniamo il 31 sera. Abbondiamo, così stiamo a posto pure per il primo dell’anno.

(Stanotte ho sognato di stare su una spiaggia, mangiata dal sole e dal vento, con i crampi allo stomaco per il digiuno e una sete di pazzi. Secca secca, ma felice)

Non c'ero. E se c'ero, dormivo.

dicembre 26, 2006

Allora, io stasera ero a una festa, a casa di amici che frequento sempre. C’era tantissima gente, ma tantissimissima, e ognuno aveva portato un dono e si faceva un gioco di sorteggi e baci e abbracci e auguri.
Vabbè. Io ho ricevuto una cintura molto sadomaso, che dopo aver spiegato al pubblico in quali e quanti modi poteva essere utilizzata, ho dato direttamente a mia cugina. Non era esattamente il mio genere, ecco.
In compenso un tizio che aveva ricevuto un dono in doppione me l’ha offerto, ed è un saggio su un filosofo giapponese, che si chiama Nishitani Keiji e scrive sul nichilismo e la vacuità del Sé.
Poiché c’era anche il curatore dell’opera, ho promesso solennemente che lo avrei letto e lui ha promesso che mi interrogherà. Mannaggia a me.
Ma non è questo di cui volevo scrivere.
E’ che stasera mi sono accorta che non uscivo di casa da un sacco di tempo.
Non che abbia fatto la reclusa, no. Ma è che in questi ultimi tempi ho frequentato solo gente conosciuta, gente tra cui mi sento a mio agio e voluta bene. Luoghi e persone note.
Il problema è che questi ultimi tempi – l’ho scoperto stasera – ammontano a circa due anni, perché stasera andavo in giro tra facce sconosciute chiedendo: scusa, ma tu chi sei?
E la gente mi rispondeva: guarda che ci conosciamo, ci siamo visti due anni fa a casa di Tizio, a teatro, a una festa, e così via.
Cavolo, ho pensato tra me e me. E cosa avrò mai fatto in tutto questo tempo?
Ma soprattutto: come avrà fatto il tempo a trascorrere così in fretta?
Però tutti dicevano – anche questi sconosciuti che invece a loro dire mi conoscevano: mammamia, ma come stai in forma, chissà che cose belle avrai fatto in tutto questo tempo che eri scomparsa.
E volevano da me dettagli e racconti, solo che io proprio non ce li avevo, nemmeno a volerli inventare.
Alla fine convenivano tutti che volevo fare la tipa misteriosa e non svelarmi, che chissà quali e quante cose bellissimissime avevo fatto durante questa lunga assenza.
Così che alla fine ho deciso che era meglio non contraddirli, e a tutti quelli che chiedevano: ma adesso ci vedremo? Ci rifrequenteremo? A Capodanno sarai con noi?, io rispondevo: spero di sì, davvero. Comunque vedremo, vi farò sapere.
Sicché ho lasciato questa casa che avevo quattro appuntamenti, una serie di numeri di telefono, inviti per le prossime settimane e un’aura di preziosità mai vista prima.
Sfoglio il libro del filosofo. A pag. 49 dice: due punti devono rimanere ben saldi. Primo, sia l’Io che il Tu sono assoluti, ciascuno nella propria soggettività; secondo, sia l’Io che il Tu, per la loro reciproca relazione, sono nel contempo assolutamente relativi.
Ecco, questa è la spiegazione.
Resta solo da scoprire cosa ho fatto in tutto questo tempo.

Tammurriata della Vigilia

dicembre 24, 2006

Tutto il fatto era iniziato nella tarda primavera, proprio al limitare dell’estate.
Mammà, e mo’ che mi posso mangiare? Tengo ancora fame.
Anna guardava il marito, con una pena nel cuore. Gioacchino si stringeva il capo tra le mani e usciva a cercare qualcosa. Ormai si erano venduti tutto e quel poco che restava lo avevano impegnato, ma la creatura teneva fame. L’adolescenza porta pensieri e appetiti.
Però la ragazza stava bene, la vedevano fiorire giorno dopo giorno: a parte la continua ricerca di cibo, sembrava che tanti stenti non la toccassero; ingrassava a vista d’occhio e solo in autunno cominciarono ad accorgersi che qualcosa era cambiato: Maria era un poco più triste, affaticata.
E sotto il grembiule da cucina cominciava a prendere forma un ventre rotondo.
Mari’, a mamma, ma che tieni? Ultimamente stai sempre triste.
Mammà, non lo so: tengo fame. E pure come se tenessi una cosa qua
– indicava la pancia e lo stomaco – qualcosa che spinge e non mi fa dormire bene.
Anna prese un rotolo di banconote e se lo infilò nel reggipetto, poi prese la figlia e la portò da Sarchiapone, che pure se non era medico faceva i salassi, e un poco ne capiva.
Il barbiere la fece sedere, la guardò, la palpò e la rigirò. Poi si prese Anna in disparte e serio serio le disse: Nannine’, ‘a criatura è incinta.
Anna si sedette senza riuscire a parlare. Si fece portare un bicchiere d’acqua e poi disse: e comme po’ essere? Chella nun è mai asciuta ‘e casa.
Ci pensava. Ci ripensava.
Alle notti in fuga, al serra serra nei cunicoli sotterranei per raggiungere i rifugi.  Ma niente: non l’aveva mai persa di vista un solo istante.
Sarchiapo’, ma voi siete sicuro?
Nannine’, la buonanima di mia madre faceva ‘a vammana: sapete quante panze ho visto in vita mia?

Maria raccolse la notizia con uno stupore tale che non fu possibile farle altre domande.
La sera Gioacchino a letto piangeva, un poco per la vergogna e un poco pure per la povertà: che gli avrebbero dato da mangiare a questo nipote?
Di tanto in tanto si procurava una scatola di latte condensato e la teneva da parte, sperando entro Natale di riuscire ad accumularne un quantitativo sufficiente per sfamare il bambino.
Cominciò ad arrangiarsi, tradendo un poco l’onestà che lo aveva sempre accompagnato: qualche informazione da far trapelare, piccoli commerci alla borsa nera e cose così.
All’alba del ventiquattro cominciarono le doglie.
Anna mandò a chiamare le vicine esperte, fece uscire tutti gli uomini e mise di guardia al portone Benino, che non facesse entrare nessuno e al momento opportuno desse la notizia al vicolo.
Benino era un lontano cugino di Maria, che da sempre era innamorato di lei.
La notizia lo aveva lasciato di stucco, incapace di reagire: si trascinava da una giornata all’altra, con stanchezza e apatia. Non gli interessava più niente, per lui il mondo si era fermato.
Sperava solo che una scheggia di granata gli si infilasse nel cuore per smetterla di soffrire.
Si sedette su una sedia, fuori al palazzo, e dopo poco si addormentò.
Sognava, Benino, e nel suo sogno una schiera di angeli rubicondi si disponevano ai suoi lati, carichi di ogni ben di Dio: salsicce, zuppa di soffritto, pizze di scarole, impepate di cozze.
Mangia, Beni’, nun te piglia’ collera. Così gli dicevano. E lui mangiava e gli pareva di sentirsi un poco meglio e che di Maria non gliene importasse poi più tanto.
Fu il trambusto a svegliarlo, intorno alla mezzanotte, le grida che provenivano dalla casa.
Si riscosse e si alzò gridando: che è, che è? Che è stato?
Altre voci gli risposero: è nato, è nato. E’ nato ‘o figlio ‘e  Maria.
Quando d’improvviso in casa si fece silenzio e per un momento tutti ebbero paura.
Accorsero tutti i vicini.
Concetta uscì dalla stanza da letto e facendosi forza disse ad Anna e Gioacchino: ’o piccirillo sta buono, e pure ‘a mamma…però…
Però?
, e sei voci in coro e una dozzina di occhi si fermarono a fissarla.
Però è niro. E’ proprio niro.
Intanto arrivavano alla spicciolata altri vicini e parenti. E pure don Peppino, ‘o mussaro, che teneva quasi un quarto di secolo più di Maria e le voleva bene come una figlia, più che a una figlia: come una specie di sogno segreto che a volte la notte lo tormentava e che lui ricacciava indietro.
Lui non l’avrebbe mai toccata, la ragazza, ma qualche volta, seppure in brevi, rapidissimi istanti di fantasia, un’ombra gli si era affacciata alla coscienza e gli aveva fatto paura.
Don Peppino si era guadagnato negli anni il rispetto del vicolo, da quando aveva fatto fare pace ai fratelli Masullo, che per poco non erano venuti ai coltelli. E poi tante piccole cose, anche in quei giorni che la fame lacerava i corpi e lui, come una specie di angelo custode, depositava pacchetti di zucchero e caffè accanto agli stipiti delle porte, e farina e di tanto in tanto qualche uovo. E i soldi, i soldi che in passato aveva prestato a tutti, senza volere una sola lira di interesse.
Varcò la soglia, fendendo l’aria di stupore e imbarazzo che riempiva la stanza, si diresse dritto verso Gioacchino e disse: me ne occuperò io.
Gioacchino alzò lo sguardo e rispose semplicemente: ‘a disgrazia è ‘a nostra, Peppi’. Ce la dobbiamo piangere noi.
Ma Peppino non si scosse: me ne occuperò io,  pure di Maria. Sono io il padre.
E lasciandoli interdetti,  andò diretto nella stanza, a guardare il bambino e la madre.
Come lo vuoi mettere nome, Maria?, le chiese con emozione, facendole una carezza sui capelli sudati.
Come volete voi, rispose la ragazza, imbarazzata.
Mio padre si chiamava Ciro. Per te va bene?
La ragazza annuì e poi si addormentò.
Per strada le famiglie più religiose e temerarie si spinsero fino alla chiesa di Santa Maria della Fede, per onorare il Bambinello.
Quella notte la contraerea non risuonò. In cielo si vedevano solo le stelle.

 

qui una versione della colonna sonora

Questo non è un sms

dicembre 22, 2006

E allora, tanti auguri  a:

Alberto, di un sorriso grande e serenità

Aldina, di cent’anni di buona salute e amore a bizzeffe

Alessandra, di mille e mille di queste bancarelle e un amore saggio

Alessandro, di un nuovo amore che duri almeno 26 anni

Anna, la più grande scrittrice siciliana vivente

Anna, la più grande bloggheressa toscana futura

Andrea e il suo bellissimo bambino

Antonio, che continuerà ad andare dritto senza zoppicare

Antonio, per la digestione del baccalà della zia e una scintilla che lo riempia

Antonio, primo unico grande indiscusso fedelissimo commentatore

Antonio…ma quanti siete?

Bruno, alla sua Sally e ai loro bambini: a cominciare da quelli che si portano dentro, intatti e sorridenti

Carlo, perché torni presto a dissacrarci tutti, che mi manca assai

Daniele, che prima o poi ritorni, a titolo di giustizia personale

Elena, di una carezza calda che possa incendiarla

Eleonora, per un lavoro bello e stabile e un futuro da disegnare

Emanuela, di mille e mille mostre e parole

Flaviano, insieme a tutte le meravigliose persone che lo compongono e anche a quelle due o tre insopportabili

Francesca, i suoi due tesori, un nuovo grande amore e una nuova città da scoprire

Francesca, per un lavoro a sorpresa che la appassioni come null’altro prima

Francesco e Simona, a Teresa e a chi verrà e a un altro ancora (poi basta, però)

Gaetano, con abbracci e confetti (mandorla piatta, italiana, strato di zucchero sottile)

Giorgia, per altri mille anni di blog (e non solo quello)

Giovanni, per tutte le più belle cose che possa desiderare e ottenere con dolcezza

Giulio, per un futuro tranquillo e carico di amore (ho detto amore. A-mo-re.)

Igor, per un mondo senza scorie radioattive e totalmente laico

Ivano, recapitati dovunque sia: nella botola, nella mezzina o in bottiglia

Laura, per vini, sapori, odori e mani in pasta

Lella, per un lavoro degno della sua passione

Lidia ed Emanuele, per una libertà che sovrasti tutto il resto

Lisa, perché resti sempre così carina e pura

Luca e Lulù (che qua nessuno tiene paura, nemmeno io)

Marco e tutte le polente e i vini rossi a venire, e sua moglie e la figliolanza

Mariangela, alla quale non saprei davvero cosa augurare, se non "tutto". Indivisibilmente.

Marika e allo stuolo di polacche, ucraine e slave che le fanno compagnia

Marina, al suo innamorato e sua figlia

Mario, ai suoi colori e alle sue storie orientali

Marisa, alla nonnitudine (e un po’ anche al suo parrucchiere)

Matteo, in modo essenziale

Mauro, per mille libri da leggere e altrettante  “bevute”

Michele e alla sua cucina marocchina

Milena e alla sua nonna

PierMaria, le cui parole e oggetti mi riempiono da sempre la testa e il cuore

Renato e alle tre femminone sue

Rita, e anche un po’ in più, che me li tolgo dai miei personali per darli a lei

Roberto, per i suoi occhi e i fotogrammi che ci racconta

Rossana, per un sogno da realizzare

Sabrina e Bruno, di giri in moto e corse e passione

Simone, in modo – solo apparentemente – preterintenzionale

Ste, di una casa tutta per sé e anche altre cose belle, a piacere

Stefano e alla sua bella morosa, sperando di rivederli presto

Susanna, per momenti di assoluta leggerezza da compartire con chi li sappia apprezzare

 

e ad Andreina, Ghita, Laura, Solenellanotte, Francesco, Verdemare, Doug, MimmoMarzullo, Paolo, Matisse, Dario, Oltranzista, ArimaneBis, Stefano, Silvia, l’altra Silvia, Miles gloriosus (dal quale ho ricevuto gli auguri più divertenti e originali che mi sia mai capitato), Minoio, Valeria, NormaDesmond, Michele, Pasquale, Giardy, Antonella, G., Carlo, Sgnapisvirgola, Kaplan, Gnamina, Mariastrofa, Due novembre, Sebastiano, FiocoTram, Gaia, Siciliava, Isabella e l’altra Isabella e ancora l’altra Isabella (pure voi, ma quante siete?), Giovanna, Rael, Cyrana, BellaLu, BennyBip, Marco, Diotima, Chartos, Davide, MrsD, Novocaine, Ice Kent, Rosadstrada, Brunella, Fata Titania, Sottopressione, Guia,  Pachuka,  Massimo, Maiko, Mariastio, Farolit, Vitaliano, Stratagemma, Flashmeifyoucan e tutti quelli che in questo momento non mi vengono in mente.

E per finire, a Cristiana da Monaco di Baviera, che non ha un blog ma ci legge, e sappiamo anche come e quando.

Non è poesia: prendo parole e mischio

dicembre 21, 2006

Se un bacio mi vuoi dare sotto il vischio

Mi vesto, mi preparo e spruzzo il muschio

Ti lascio fare, a tuo giudizio e rischio

E al massimo un poco ti cincischio

Se poi una mano tocca l’ilio e l’ischio

Si tratterà di un bacio con invischio

Delle buone maniere me ne infischio:

Spera che sia un applauso e non un fischio

Paranoiciregressivescissi, la vendetta.

dicembre 20, 2006

Pensavo in macchina a una storiella scema. Tipo tre indigeni che si incontrano e si presentano.

Tu da dove vieni? Dalla terra australe.

E tu? Da quella boreale.

E tu? Io da quella virtuale.

E com’è fatta? Quanto durano il giorno e la notte e le stagioni?

L’indigeno del mondo virtuale si siede e inizia a raccontare del suo paese, dove non è mai troppo notte né troppo giorno, dove la gente non si saluta strofinando i nasi, ma lasciando buffi segni di interpunzione che chiamano faccine, simili a maschere tribali. E cose così, insomma. Un giorno magari la scrivo tutta.

Perché io poi talvolta sembro scema, distratta e sospesa, ma non è sempre vero. Mi leggo anche le diatribe e i dibattiti su questa blogosfera che parla di sé, che si parla addosso. E poi ci penso un po’. Poco, però; che io sono più portata per i fatti pratici e se devo pensare troppo, dopo un po’ mi stufo.

Il diagramma rappresentativo della blogosfera si sviluppa – come abbiamo già detto – su due assi cartesiani: quello degli “scissi” e quello degli “ordinati”; il posizionamento con maggiore vicinanza a uno dei due assi indica il livello di adesione alla realtà o la sua errata percezione. Questo già lo sappiamo e non è il caso di spenderci altre parole.

Poi però ho visto quella foto che gira, quella della blogosfera rappresentata come una galassia, e mi sono trovata a pensare alle modalità di interazione e alla trasposizione delle stesse dal virtuale al reale, traendone conclusioni che non so se siano esatte, giacché si basano su pochi, pochissimi dati a disposizione.

Per esempio: i blogger, nella vita reale, si frequentano prevalentemente per aggregazione e nonostante l’ampiezza e la continuità dei contatti virtuali, mostrano poi un certo pudore nel contatto one to one.

In passato mi è capitato di assistere a vicende che personalmente ritengo assurde, di gente che si è incontrata dopo un rapido scambio avvenuto in una chat, che si è avventurata in una di quelle cose che oltre a trovare rischiose, definisco proprio insensate.

Ho partecipato anni fa a una festa di Capodanno in cui c’era una tizia che si era portata un tipo conosciuto in chat appena due ore prima. Poi hanno passato la notte insieme. Io mi chiedevo: ma che senso ha?

Che senso ha andare così al buio? A questo punto, se bisogna muoversi per le spicce, tanto vale andare in discoteca o in strada e fermare il primo che ti attizza.

Eh no, rispondeva lei il giorno dopo, quando mi è capitato di incontrarla nuovamente, c’è il fatto del pudore. Dal vivo non riuscirei mai.

Il pudore?

E che razza di pudore è se riesce a dissolversi nello spazio di poche ore?

E comunque sì, la questione che mi ponevo è proprio questa (ferma restando – come ho già detto – la scarsa disponibilità di dati): come è possibile che la gente che frequenta una chat sia così disponibile a incontri fugaci e a un tempo pericolosi e invece la gente che si frequenta nei blog ha maggiore difficoltà ad approcciarsi fisicamente?

Attenzione, non sto parlando  di tentativi di acchiappanza e mordi-e-fuggi.

Parlo anche di amicizie, pure tra gente dello stesso sesso.

Come è possibile che in una chat in due minuti scambi foto, numero di cellulare e misure di tette e in un blog a volte ti trovi a condividere un progetto con delle persone, o anni di conversazione epistolare, senza mai aver scambiato un numero di telefono o uno sguardo?

A me avere un blog è piaciuto molto perché mi ha offerto la possibilità di fare cose che volevo fare da sempre, ma per le quali non avevo mai incontrato compagni di strada. E mi pesa – Dio se mi pesa – non poter trascorrere del tempo con queste persone, intorno a un tavolo, con una bottiglia di vino.

Mi pesa anche – con quelli conosciuti – avere solo momenti di interazione di gruppo.

Ho bisogno che ci siamo tu e io – da soli – tu e io senza i riflettori, senza il palco. Che la smettiamo di commentarci e sottolinearci davanti a tutti, ma ci diciamo. E dopo esserci detti, stiamo.

Magari bene, magari no, ma almeno ci abbiamo provato.

E vorrei davvero che queste impressioni fossero solo mie e che qualcuno mi dicesse: non è vero, ti sbagli, sei tu ad essere timida, introversa o troppo complicata. E pure che qualcuno mi spiegasse perché, alla fine si è così pudichi e timorosi nella relazione individuale.

Che io la risposta ce l’ho, ma non piace.

Natale con i lacci scorsoi, Pasqua con chi vuoi

dicembre 18, 2006

Ormai abbiamo capito che va così: bisogna fare post natalizi. Nuotare nella corrente.
Io non riesco a pensare alla vigilia di Natale senza provare un poco d’ansia. Da sempre.
E’ per questo che acquisita l’età adulta e fino a diventare mamma, io il ventitré dicembre partivo e tornavo dopo l’Epifania, perché non ne volevo sapere niente.
Sceglievo località distanti, dove o era estate o erano di un’altra religione e il Natale nemmeno lo potevi nominare.
Ho fatto almeno due o tre Natali con il Ramadan in corso, senza tante preoccupazioni di anguille, baccalà e pizzelle.
E’ che noi siamo una famiglia molto ampia: ancora oggi, tra morti e dispersi per la strada, raggiungiamo la ragguardevole cifra di ventotto, più quattro o cinque avventizi che si alternano ogni anno, tra nuovi fidanzati, vecchie fidanzate, amici provenienti da lontano, gente raccattata alla Caritas e via discorrendo.
Fino a pochi anni fa a tavola si sedevano quattro generazioni, siamo una famiglia oltremodo longeva in cui muoiono prima gli uomini.
Puntualmente ogni anno scoppiava una piccola tragedia, altro che De Filippo.
Un anno scappò il capitone dall’acquaio e per riprenderlo la zia finì all’ospedale per non so più quanti punti in testa.
Un anno un’altra zia, portando un’enorme scafarèa di spaghetti con le vongole, inciampò e cadde, facendo male a un tot di presenti e rovinando irrimediabilmente la cena.
Un altro anno l’olio bollente ustionò gli addetti alle fritture.
Un’altra volta lo zio nordico portò la sua futura sposa, che era tutta in punta di coltello e forchetta e parlava piemontese e per tutta la sera dovemmo fingere di essere meno napoletani di quanto fossimo, e giocare a tombola senza gridare la smorfia e tutte quelle cose là che si dicono a Natale.
Sessantatré, ‘a sposa.
E quant’anne teneva?
Cinquantadue
Ahhh, steve bella cumbinata….
Sei
Chella ca guarda n’terra
Che significa, mamma?
Niente, niente, gioca, ‘a mamma, metti i fagioli.
Ambo, sei e cinquantadue
Pur’io, pur’io.
No, prima io.
No, io.
No, io.
Ottantacinque, l’aneme ‘o Priatorio…

Poi i bambini.
Perché i bambini di una volta non erano come quelli di oggi, che sono buoni, educati, collaborativi e politically correct.
No, quelli di una volta facevano a mazzate, litigavano e pigliavano i picci per tutta la sera.
E nemmeno i genitori di una volta erano come quelli di oggi. Quelli moderni si sono letti tutti i libri di psicopedagogia e di fronte al capriccio dicono serenamente: forza, Silvia, esprimi compiutamente la tua rabbia, decomprimiti e poi ripristina adeguatamente l’integrità della tua sfera emotiva.
Quelli di una volta non perdevano tanto tempo: ti azzeccavano un paio di buffettoni e se piangevi prendevi pure il resto.
Comunque a me questa cosa dell’ansia natalizia mi è rimasta, non ci posso fare niente.
Perché poi negli anni le cose cambiano, ma le difficoltà di fondo restano.
In primis, questo fatto della tradizione gastronomica, che ci tiene prigionieri, in scacco totale. Ci costringe a mangiare cose che a nessuno piacciono, ma che si devono fare per forza.
Per esempio le pizzelle fritte con il baccalà, il cavolfiore e le alghe. Che guai a te se ti permetti di assaggiarne una mentre le friggono, che poi non bastano.
Invece avanzano sempre, che quando arrivano a tavola sono talmente fredde e piene d’olio che nessuno le vuole più e tutti dicono: che peccato, a saperlo.
Sono quarant’anni che dicono “a saperlo…” e ancora non si sono imparati.
Poi, siccome siamo anche una famiglia evoluta e moderna, abbiamo pure la curva vegetariana, con una punta di diamante vegana, che tiene il coraggio di mangiarsi soja e kamut pure alla sera della Vigilia e che ogni anno provoca una discussione serratissima sul tema, che in genere finisce per degenerare in insulti di vario tipo, momenti di blasfemia e anticlericalismo, nonché rigurgiti di complesso di Edipo.
E per finire il fatto dei regali. Che erano diventati proprio troppi, complessi da gestire, ci voleva un  file di Access. Così l’altro zio nordico un anno stabilì con piglio marziale che non si dovevano fare più, che bisognava devolvere tutto in beneficenza.
La famiglia si spaccò in due fazioni: i pro e i contro. Si tennero riunioni ristrette e allargate, conciliaboli e votazioni a maggioranza qualificata e all’unanimità.
Però poi ce li facemmo lo stesso e ce li scambiammo di nascosto, come i carbonari, e l’unico senza regali rimase lui. E noi fummo anche contenti che si astenesse, in nome dell’infanzia che ci ha negato, con i suoi preziosi doni: bottiglie di champagne pregiato ai seienni, paté di tartufi d’Alba agli ottenni o apribottiglie firmati o cose così, che in genere le pigliavamo e le buttavamo direttamente.
E poi tante altre cose, che le scrivo nel post dell’anno prossimo, sennò viene troppo lungo.
Io arrivata al ventidue inizio con un poco di Lexotan, poi entro il ventisei smetto, in modo graduale.
Quel tanto che basta per dire che mi piace pure ‘o Presebbio e non scontentare nessuno.