Paranoiciregressivescissi, la vendetta.

Pensavo in macchina a una storiella scema. Tipo tre indigeni che si incontrano e si presentano.

Tu da dove vieni? Dalla terra australe.

E tu? Da quella boreale.

E tu? Io da quella virtuale.

E com’è fatta? Quanto durano il giorno e la notte e le stagioni?

L’indigeno del mondo virtuale si siede e inizia a raccontare del suo paese, dove non è mai troppo notte né troppo giorno, dove la gente non si saluta strofinando i nasi, ma lasciando buffi segni di interpunzione che chiamano faccine, simili a maschere tribali. E cose così, insomma. Un giorno magari la scrivo tutta.

Perché io poi talvolta sembro scema, distratta e sospesa, ma non è sempre vero. Mi leggo anche le diatribe e i dibattiti su questa blogosfera che parla di sé, che si parla addosso. E poi ci penso un po’. Poco, però; che io sono più portata per i fatti pratici e se devo pensare troppo, dopo un po’ mi stufo.

Il diagramma rappresentativo della blogosfera si sviluppa – come abbiamo già detto – su due assi cartesiani: quello degli “scissi” e quello degli “ordinati”; il posizionamento con maggiore vicinanza a uno dei due assi indica il livello di adesione alla realtà o la sua errata percezione. Questo già lo sappiamo e non è il caso di spenderci altre parole.

Poi però ho visto quella foto che gira, quella della blogosfera rappresentata come una galassia, e mi sono trovata a pensare alle modalità di interazione e alla trasposizione delle stesse dal virtuale al reale, traendone conclusioni che non so se siano esatte, giacché si basano su pochi, pochissimi dati a disposizione.

Per esempio: i blogger, nella vita reale, si frequentano prevalentemente per aggregazione e nonostante l’ampiezza e la continuità dei contatti virtuali, mostrano poi un certo pudore nel contatto one to one.

In passato mi è capitato di assistere a vicende che personalmente ritengo assurde, di gente che si è incontrata dopo un rapido scambio avvenuto in una chat, che si è avventurata in una di quelle cose che oltre a trovare rischiose, definisco proprio insensate.

Ho partecipato anni fa a una festa di Capodanno in cui c’era una tizia che si era portata un tipo conosciuto in chat appena due ore prima. Poi hanno passato la notte insieme. Io mi chiedevo: ma che senso ha?

Che senso ha andare così al buio? A questo punto, se bisogna muoversi per le spicce, tanto vale andare in discoteca o in strada e fermare il primo che ti attizza.

Eh no, rispondeva lei il giorno dopo, quando mi è capitato di incontrarla nuovamente, c’è il fatto del pudore. Dal vivo non riuscirei mai.

Il pudore?

E che razza di pudore è se riesce a dissolversi nello spazio di poche ore?

E comunque sì, la questione che mi ponevo è proprio questa (ferma restando – come ho già detto – la scarsa disponibilità di dati): come è possibile che la gente che frequenta una chat sia così disponibile a incontri fugaci e a un tempo pericolosi e invece la gente che si frequenta nei blog ha maggiore difficoltà ad approcciarsi fisicamente?

Attenzione, non sto parlando  di tentativi di acchiappanza e mordi-e-fuggi.

Parlo anche di amicizie, pure tra gente dello stesso sesso.

Come è possibile che in una chat in due minuti scambi foto, numero di cellulare e misure di tette e in un blog a volte ti trovi a condividere un progetto con delle persone, o anni di conversazione epistolare, senza mai aver scambiato un numero di telefono o uno sguardo?

A me avere un blog è piaciuto molto perché mi ha offerto la possibilità di fare cose che volevo fare da sempre, ma per le quali non avevo mai incontrato compagni di strada. E mi pesa – Dio se mi pesa – non poter trascorrere del tempo con queste persone, intorno a un tavolo, con una bottiglia di vino.

Mi pesa anche – con quelli conosciuti – avere solo momenti di interazione di gruppo.

Ho bisogno che ci siamo tu e io – da soli – tu e io senza i riflettori, senza il palco. Che la smettiamo di commentarci e sottolinearci davanti a tutti, ma ci diciamo. E dopo esserci detti, stiamo.

Magari bene, magari no, ma almeno ci abbiamo provato.

E vorrei davvero che queste impressioni fossero solo mie e che qualcuno mi dicesse: non è vero, ti sbagli, sei tu ad essere timida, introversa o troppo complicata. E pure che qualcuno mi spiegasse perché, alla fine si è così pudichi e timorosi nella relazione individuale.

Che io la risposta ce l’ho, ma non piace.

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47 Risposte to “Paranoiciregressivescissi, la vendetta.”

  1. MariaStrofa Says:

    “come è possibile che la gente che frequenta una chat sia così disponibile a incontri fugaci e a un tempo pericolosi e invece la gente che si frequenta nei blog ha maggiore difficoltà ad approcciarsi fisicamente?”

    E’ un po’ come chiedersi come mai chi va in salumeria cerchi del salame.

    In chat ci si va per quel motivo: un blog non lo si apre – necessariamente – per cuccare.

    Lo si apre per leggere o per scrivere cose interessanti/divertenti.

    Che poi accada anche il resto è altro discorso. Ma è la disposizione d’animo che è diversa. Si fa troppa fatica a tenere un blog se l’intento è quello di cuccare.

    In chat basta esistere, diciamo.

    E poi sarebbe un discorso troppo complicato: ma senza andare a scomodare kafka (altro genere ovviamente) la scrittura ha tanto più valore quanto meno lo scrittore/scrittrice è conosciuto.

    Dovrei dilungarmi e non mi dilungo: ma i rapporti di amicizia o sentimentali o altro travolgono la scrittura.

    Insomma: blogghi o cucchi?

  2. Flounder Says:

    uh, approfondirei volentieri il punto della scritture che ha tanto più valore quanto più lo scrittore è sconosciuto.
    credo che non valga per il blog.
    anzi, credo addirittura che nel blog valga l’esatto contrario.

  3. Flounder Says:

    ma io non parlavo di cuccare.
    la domanda è: come mai l’approccio tra blogger si svolge – prevalentemente e inizialmente, nel reale – come momento principalmente di tipo aggregativo?
    è la natura stessa del blog a provocarlo?
    è il mezzo che condiziona e limita?

  4. contrabasso Says:

    Io provo questo:
    scrivere é rivelare;
    in un blog si sceglie quindi di rivelarsi, anche quando ci si maschera;
    così, in qualche modo, accetti di metterti – spiritualmente, intellettivamente – nelle “mani” di un altro.
    L’assenza di contatto fisico e di relazione uno a uno, pone almeno un limite al timore di essere totalmente nudi e quindi alla mercé di un altro.
    Conoscere i pensieri e la pelle di un essere umano, contemporaneamente, dà un senso di rischio eccessivo, di brivido.

  5. MariaStrofa Says:

    Lo so che non parlavi di cuccare, ma hai fatto un paragone con la chat (ora…). Chi tiene un blog scrive e fa l’editore di sé stesso. Non tutti: altri magari lo aprono per raccontare le proprie sfighe (ne ho visti blog che voi umani…) – Il mezzo è diverso sì.

    Per quanto riguarda la scrittura (se a un portatore di blog interessa davvero la scrittura) è tanto più efficace quanto meno si conosce l’autore(autrice) di persona.

    kafka diceva addirittura che i suoi romanzi sarebbero stati letti come si deve dopo la sua morte.

    Se a qualcuno/a interessa scrivere non interesserà tanto stabilire rapporti sentimentali, fisici (non neccesariamente copulatorii) con i lettori: perché questo pregiudica la lettura, in un senso o nell’altro.

    Se tiene un blog per raccontare le sue sfighe o per cuccare (ce ne sono, ce ne sono) allora l’approccio è simil-chat.

  6. brezzamarina Says:

    a me le espressioni tipo “momento aggregativo” fanno venire l’orticaria, sono tendezialmente asociale disadattata e iperselettiva in qualunque tipo di realtá..

  7. Flounder Says:

    contrabbasso, era questa la risposta che temevo.
    si finisce dunque per essere solo a metà?
    riuscire ad aprire e rivelare un “dentro” rinunciando a un fuori?
    o vivere una vita in mezzo a gente che non conoscerà mai esattamente il tuo “dentro” e che un giorno, magari per caso, troverà qualcosa che hai scritto – non necessariamente un blog – e si stupirà di ciò che mai aveva visto.

    maria strofa, eppure io penso che se a qualcuno interessa scrivere solo, farà uin blog chiuso ai commenti. apreire e mettersi in interazione conduce per forza di cose allo svelamento, oppure a una forma di adorazione unilaterale

    (mi potete pure dire: Flounder, ma tu che vvuo’ stammatina?
    non lo so nemmeno io.
    è che leggo tutte queste cose sullo status quo della blogosfera ed è come se tra le parole serie e le considerazioni si celassero dei non detti che non riesco ad afferrare)

  8. contrabasso Says:

    Non direi che si “é” solo a metà (mi sembri abbastanza intera eh ;)), ma ci vuole davvero un cuore grande per contenere l’interezza di un altro essere umano…casi rari e da tenere assai cari.

  9. Flounder Says:

    io per educazione tendo a non invadere, ma per natura riempirei ogni fessura, ogni interstizio dell’altro.
    in nome della stessa educazione metto distanze, ma amerei essere colmata e inglobata.
    questa è già una forma di scissione, accettabile perché riporta comunque a una visione chiara (errata o giusta poco importa) di ciò che dovrebbe essere l’individuo socialmente acclimatato.

    però, nel momento in cui in un blog – o in una qualsiasi forma di rapporto epistolare – si decide di aprirsi e mettere i propri sentimenti in mano a un’altra persona (che siano commenti, e-mail e robe simili), credo che occorrerebbe una piccola riflessione personale.
    perché spesso questa cosa viene confusa con il senso che sia avvenuto qualcosa di intimo, quando invece non è così: è solo l’idea che qualcosa di intimo sia intercorso tra i due, ma è mancato il coraggio della nudità in carne e ossa, completamento essenziale di qualsiasi forma di nudità verbale.

    questo completamento non può avvenire in una forma di aggregazione collettiva, che sia raduno di bloggher, fiera del caciocavallo o simili.
    per dire: le confidenze che vengono scambiate tra sconosciuti, anche tra donne, ma solo in via virtuale, lasciano il tempo che trovano, anche quando apparentemente sembrano intense.

  10. Flounder Says:

    (prometto che ritorno ai post natalizi, prima che arriviate a questo stato)

  11. glider Says:

    il mezzo è espressione dei fini, ne è corpo e sostanza.
    la virtualità del blog è la carne e le gambe e le braccia della relazione che si persegue. quando si persegue altro (in aggiunta, preferendo o a discapito) il tramite prende altro corpo, altra sostanza.

    dovevo fare l’alchimista io, altro che il metalmeccanico. guarda qua che metamorfosi, ma che dico, che transustanziazioni!
    come dite? oggi quella professione si chiama “cazzaro”? fa niente, d’ora in poi chiamatemi myrdin!

  12. glider Says:

    vedi, lo dice la parola stessa: il tramite è lo schermo

    schermo

    un rapporto che si sostanzia in uno schermo nasce intenzionalmente con una barriera, una clausola di salvaguardia.

    ci si può persino confidare con chi, da dietro uno schermo non può farti del male.

    credo che questo spieghi anche certi malsani scoppi d’ira funesta, ricorsi a legulei et similia quando, comunque, da dietro lo schermo qualcosa passa e ferisce.

    diciamo che non tutti han sempre presente che qualsiasi schermo ha le feritoie

    vabbè dai, vado a riportare zuccheri, lipidi e sali minerali ad un livello accettabile.

  13. Flounder Says:

    questo blog è offerto dalla Coppertone

  14. pispa Says:

    hai ragione flò, il desiderio impossibile sarebbe quello di vederla questa gente, conoscerla e anche capire se è davvero come ti sembra, bella bella, oppure se è molto diversa, non brutta ma che offre altro di sé dal vivo.
    un’altra testa, un altro modo di essere.
    piacerebbe molto anche a me.
    a perscindere dal fatto che un blog per cuccare o per raccontare le sfighe mi pare riduttivo; penso che uno inizi poi quello che arriva arriva, è sempre farina del suo sacco.
    il suo modo di essere insomma.

  15. Flounder Says:

    il mio pensiero poi è condizionato da un’altra riflessione: come ho avuto già modo di scrivere, faccio parte di Servas, questa associazione internazionale per lo scambio tra i popoli, in cui si ospita e si viene ospitati, si condividono momenti insieme etc etc.
    gli iscritti a Servas per lo più si assomigliano: è gente abbastanza aperta mentalmente, ha viaggiato, gente curiosa. gente che di un popolo o un paese vuole vedere anche il dentro.
    all’improvviso uno ti telefona o ti scrive e ti dice: arrivo il tale giorno, mi ospiti e mi porti a vedere la tua città e mi fai mangiare le cose buone buone delle parti tue?
    e tu dici sì o no, secondo quel che hai da fare.
    e la cosa funziona, tra gente che non si conosce, che non ha mai intrattenuto, prima di quel momento, alcuna forma di contatto.
    Servas non è un albergo, quindi si deve passare del tempo insieme, lo si sa a monte. È lo spirito per cui questa cosa esiste.
    E non è solo un fatto esterofilo, lo si fa anche tra italiani.

    Poi viene Pispa e parla di desiderio impossibile e io ci resto male 😦

  16. brezzamarina Says:

    riflettevo su questo post e sui tuoi commenti.. mi é capitato a volte di intuire una specie di scintilla di affinitá con le persone e di trovare naturale parlare con queste persone di cose anche molto personali perché era come trovarsi molto velocemente ad un livello di comprensione profonda, talvolta anche piú di quella che si raggiunge con le persone che si hanno accanto ogni giorno. Questo, per me, stabilisce un legame ma non necessariamente implica o impone una strada prestabilita per coltivarlo, si puó trattare di un modo di essere vicini che poi diventa una ‘frequentazione’ in senso convenzionale oppure no. Per fortuna ci sono infiniti modi di interagire tra le persone, non riesco sinceramente ad attribuire nettamente modi diversi a contesti specifici.

  17. Flounder Says:

    brezza, io poi sintetizzo, ma mentre scrivo ho in mente casistiche molto diverse.
    perché è vero che certi modi di avvicinarsi non impongono né implicano altre strade, ma succede anche che poi, a un bel momento, uno finisce per credere di essere amico o amica del tale o della talaltra, innescando dinamiche che confliggono con quel legame lieve che si era supposto in partenza.
    a me, per esempio, mi piacerebbe ospitare nei fine settimane le bloggheresse che stanno qua dentro e portarle a spasso.

  18. Effe Says:

    nessuno di noi è una persona.
    Riscrivo.
    Nessuno di noi è una persona.
    La cosa è nota e non mi dilungo.
    E allora, ciò che siamo qui non lo siamo (del tutto) al tavolo di un caffé all’aperto, al lavoro, in casa davanti alla televisione accesa emntra pensiamo ad altro.
    Perché, allora, far incontrare su di un piano diverso persone che, in realtà, non si conoscono, non si sono mai incontrate – che quelle incontrate e conosciute sono altre?

  19. Flounder Says:

    effe, lei non offre un minimo di speranza.
    voglio dire: per lei la scissione è un dato di fatto incontrovertibile e insanabile, laddove io cerco sempre, invece, di individuare quella sottile linea di contorno che dà forma al contenitore, più o meno ampio che sia.
    perché è quella, che ci permette di amare le persone anche quando ci fanno arrabbiare, ed è la stessa che ci permette di continuare a disprezzare chi un giorno – per il suo proprio vantaggio – deciderà di farci gli occhi dolci.

  20. broono Says:

    Dall’alto del mio fastidio verso questa ossessione (non tua eh, lo sai cosa intendo) sempre più diffusa di dover a tutti i costi dipingere la blogosfera per qualcosa che non è ma che vorrebbe tanto vantarsi di essere e cioè qualcosa di superiore e non di semplicemente nuovo rispetto alle forme di relazione umana fin’ora offerte dal mondo “reale”, mi viene da dire che la differenza è puramente e banalmente caratteriale tanto nel reale quanto nel virtuale.
    E questa differenza fa si che il primo difetto della teoria portata avanti da chi si danna per attribuire alla virtualità una dimensione superiore rispetto alle relazioni cosìddette “reali”, stia proprio nei termini con i quali si “intitolano” le due sfere.
    Voglio dire, già il solo fatto che per quella fisica si usi il termine “reale” e per quella via cavo si usi il termine “virtuale” fa partire qualsiasi successiva analisi da basi non valide.

    Non è quella la differenza.
    La differenza è banalmente chilometrica.
    Chi anche nel suo quartiere non perde occasione per condividere ciò che ha con persone con le quali ha molto in comune così come con quelle conosciute la sera prima, lo stesso si ritroverà a fare in rete e per questo si ritroverà senza averlo forzato circondata sia nel quartiere che nel web da persone che non pongono limiti né alla confidenza, né al proprio mostrarsi.
    Chi al contrario anche nella sua quotidianità vive la propria vita basandola su una serie interminabile di autolimitazioni e maschere, non potrà far altro che trasferire questo modo di vivere anche in rete.

    I primi preferiranno i blog, perché più capienti come piatti da portata.
    Sono quelli che quando ti invitano a cena perché tuoi amici, ti dicono “Vieni con chi vuoi anche se non lo conosco” sapendo che chiunque mi porterai non potrà che, essendo scelto da te, essere un’estensione dei tuoi lati più belli che a me piacciono e per questo non potrà che farmi essere contento di aggiungere un piatto più grande e un etto in più di pasta.

    I secondi prediligeranno le chat perché saranno finalmente liberi di non sentire come anomalia il loro indossare un costume pure fuori carnevale (ché anche chi lo fa abitualmente lo sa benissimo che la cosa non è normale), perché le chat sono nella loro stessa natura, dei balli in maschera.

    Poi c’è il discorso del cuccare, ma lì si apre un capitolo enorme che non ci sta in un solo commento.
    Diciamo che se hai voglia di “cuccare” la differenza tra strada della tua città, blog e chat è solo il numero di occasioni che ti vengono offerte.
    Per il resto se sei capace di portarti a casa qualcuno conosciuto in un locale la sera, lo sarai anche nel web, se non sai mettere insieme più di un “ciao” in ascensore, nel web potrai solo darla senza ritegno e a quante persone tu voglia al pari delle possibilità che avresti se entrassi in una discoteca con un badge con su scritto “Non mi interessa chi sei ma solo dartela”, ma non è che la sostanza della cosa subisca impennate qualitative.

  21. glider Says:

    effe, allora io non ho sposato mia moglie, ma solo quei pezzetti, quei paini, quegli attimi che intersec{an[avan(herann)]}o le mie oblique traiettorie?
    cribbio, che mondo complicato.

  22. glider Says:

    quei piani, che i paini son altra cosa

  23. Flounder Says:

    glid, ma lei lo sa? 😀

  24. Flounder Says:

    broono, stai andando un poco fuori tema.
    io non parlo di chilometri e distanze, per quello è ovvio che certi incontri possano essere più diradati o non avvenire mai.
    osservo il territorio e noto come – in un gruppo di blogger che si frequentano – prevalga comunque la dimensione corale rispetto a quella individuale.
    come quando uno aveva la comitiva.
    così ci sono quelli della pazziata, quelli delle scritture di strada, quelli d blogrodeo e così via.
    come nel tentativo di avere un gruppo che ti protegga in ogni caso e che è l’esatto contrario della voglia di svelarsi cui invece – a parole – sembra si ambisca

  25. Flounder Says:

    “Non mi interessa chi sei ma solo dartela” è bella.
    la userei come test in luoghi affollati.
    secondo me inibisce l’approccio, altro che.

  26. broono Says:

    “fuori tema”???
    Ohibò.
    E da quando questo, nel caso fosse avvenuto (nel senso che secondo me è solo un’opinione, non un fuori tema), è un limite?

    Ma quindi le opinioni sono valide quando centrate intorno a un “tema” condiviso come quando cerchi un gruppo che abbia una dimensione corale a proteggerti e sono “fuori tema” se assomigliano a quelli che non si mostrano solo quando palesemente parte di quella dimensione corale della cui protezione non senti di aver bisogno?

    Fuori tema in quel senso, dici?
    Allora si, è vero, sono andato fuori tema.
    Non volevo, mi scusi Flounderessa.
    E’ che mi capita pure al bar, di parlare un po’ così come mi viene, di svelarmi per quel che sono.
    Quando il tema, la dimensione corale, saranno una mia priorità, ne terrò conto.

    Nel frattempo, cara la mia tematica Flounderessa, si rilegga il mio commento almeno per rilevare che non stavo contestando una sua teoria ma solo esponendone una mia.

  27. Flounder Says:

    (mammamia, e che brutto carattere)

  28. broono Says:

    (happparlato)

  29. Flounder Says:

    l’ho riletto. confermo che non mi si stava contestando (ma questo lo sapevo già prima).
    signor Baritono, suvvia, non mi tenga il broncio 🙂

  30. e.l.e.n.a. Says:

    sono andata a rileggermi un post (l’unico, credo) in cui abbia parlato di blog. era tantissimo tempo fa, al millesimo passaggio. sostanzialmente non cambio idea. non vedo delle evidenti differenze. anzi. io non ho questa dimensione della coralità. tendo ad escludermi. però, a volte, quel “non incontrarsi” di cui tu parli nasce da alcune “respingenze”. che per me valgono qui come altrove.
    io ti scrissi un po’ di tempo fa chiedendoti una spiegazione ad una mia sensazione. lo avrei fatto con un’amica di cui conosco i nei, il colore degli occhi e le eventuali allergie.
    poi, sinceramente credo che tutto questo parlarne sia un po’ un giro attorno al proprio ombelico e che, se davvero lo si vuole, le cose si fanno. qui come altrove

  31. Zu Says:

    Passare del tempo (nel senso di stare, non in quello paravento di fare) a tu per tu con una persona con cui non si abbia consuetudine può essere più rischioso rispetto a una compagnia assortita, perché se ti rompi le palle apparentemente non hai via d’uscita. D’altronde il “rischio” potrebbe rovesciarsi nel suo contrario, anche perché vi sono persone che solo in una dimensione ristretta sapranno rivelarsi piacevoli e interessanti.

    Com’è facile notare, però, questo discorso, come altri che sento e leggo, si attaglia a tanti diversi ambiti: non vedo una specificità nei rapporti tra blogger rispetto al resto del mondo, se non nella facilitazione fornita dalla frequentazione verbale non invasiva, che mi permetterà di sapere qualcosa di te anche prima di averti mai scritto direttamente.

  32. broono Says:

    Signora Vocalista, il broncio non riuscirei a tenerglielo nemmanco impegnandomici.
    Lei mi genera sorrisi incondizionati, non ho potere su quelle centinaia di muscoli facciali che si occupano del sorriso (che sono poi anche gli unici che ho) quando al suo cospetto (anche virtuale).

  33. pispa Says:

    ma no flo, non è impossibile per te o per tutti.
    lo è per me nella maggior parte dei casi, diciamo, se no devo spiegare e uf! :))

  34. glider Says:

    flo, lei è donna
    ergo
    tutto sa, tutto conosce, tutto dirige.

    ho una moglie sessista sai?

  35. fuoridaidenti Says:

    ‘scolta sogliole’, tu sai quanto ti voglio bene e ti stimo ma mi pare che quelle che hai innervato costì altro non sono che esercizi d’ebanisteria mentale (io al convegno non ci sono stato, ma da qualche parte ho letto di psico-socio-politico derive e parallelismi blog e chat). In ogni caso faccio come quello della barzelletta del tabaccaio scassacazzi, che si presenta con un cesso sulle spalle e gli dice
    ‘o cul’ l’hai visto ajer’
    ‘o cess’ sta acca’
    mo’ m’a vuo da’ sta carta igienica o no?

    (sostituisci email numeri di telefono indirizzi e quant’altro agli ingredienti della storiella e statt’ buono smack!)

  36. glider Says:

    insomma, blog o non blog poco cambia. c’è giusto lo schermo che, per chi ne vuol fare tale uso, riesce ad essere una maschera più facile da indossare, un paravento più discreto e che fornisce meno indizi al lettore per potersene avvedere, nel caso.
    d’altra parte c’è anche chi è bravo a fingere e recitare di persona ed allora è forse più difficile avvedersene che leggendo post e commenti.

    però il blog è anche uno strumento diverso, una possibilità diversa di conoscere, più riflessiva, come dire… un approccio slow food.

    esempio:
    se avessi incontrato broono di persona, chessò, al bar trendy che lui frequenta per il milanesissimo rito dell’ape quasi sicuramente mi sarebbe stato sulle balle di primo acchito: troppo capellone, troppo lenny kravitz.
    anche leggendo i suoi commenti in blog terzo dove ci si conobbe diversi mesi orsono (cribbio, più di due anni!) ogni tanto mi stava sulle balle, ma ogni tanto no: commenti troppo luuuuuuuuuunghi e doppie interlinee, troppi a capo, rientro, corpo 12, helvetica.. insomma un po’ sì e un po’ no.
    poi leggendo il suo blog nel quale si faceva un po’ i fatti suoi mi son letto i fatti suoi e fattomi un’idea diversa e adesso ci potrei spartire allegramente pane e salame, ma anche la polenta.

    tanto per dire.

  37. glider Says:

    oh, a proposito de “il mondo dei blog”
    beccatevi questo

    http://www.rael-is-real.org/soda/?p=162

  38. Flounder Says:

    elena, è vero, queste riflessioni sono assolutamente ombelicali. ma forse lo è il blog tutto, del resto. il sistema in sé.
    e poi pensavo che in fondo ogni blog – anche se in modo non dichiarato – ha una missione interna e uno scopo, e che una volta esaurito, finisce lì.
    quando ho aperto il mio era perché “dovevo” scrivere delle storie e volevo che fossero lette. era un modo per liberarmene, ce le avevo dentro da sempre. era una cosa che mi divorava.
    adesso mi pare di aver finito, che tutto quello che qui potevo esprimere l’ho fatto.
    il resto è puro vaniloquio.
    forse a questo punto l’unica cosa che davvero mi interessa è coltivare i rapporti con alcuni di voi e trasformarli in qualcosa che viva anche al di fuori, con i nei e le allergie.

    zu, sono d’accordo. è per questo che mi piace passare del tempo da sola con le persone, una per volta. è l’unica possibilità che si ha di entrare in contatto più vero. con le persone mi piace sia stare , che fare. ma fare cose semplici, imparare la somma dei piccoli gesti che le compongono. cose banali, come piacciono a me.

    broono, continua a sorridermi.
    non sopporterei i tuoi bronci, finirei per doverti fare il solletico.
    a mali estremi…

    pispa, non hai bisogno di spiegare. è che a me piace da impazzire quando vi accanite nella finestrella commenti. e allora faccio anche la tonta per provocare un po’ 🙂

    glid, è buono avere una moglie sessista: sono più responsabili e più forti. sono affidabili.

    mauTo, mi hai fatto troppo ridere.
    ma io gioco, figurati che me fotte a me di tutte queste pippe da blogosfera.
    è che a volte scrivo un po’ per ribadire cose a me stessa, quando per esempio mi trovo sotto alcune reazioni che mi stupiscono, e penso che qui dentro si finisca per avere le stesse pretese e la stessa densità di un rapporto nato fuori, ma privo della bellezza e della sostanza dell’incontro fisico e della condivisione di cose da fare insieme.
    così un po’ mi dispiaccio e un po’ mi incazzo.

    glid, non me lo dire a me: uno che scrive con un carattere così minuscolo e mi affatica gli occhi, e per di più è convinto di essere l’uomo più bello del mondo, titolare di un harem conclamato, non lo avrei preso in considerazione, nemmeno per farmi portare le buste della spesa.
    meno male che però l’ho conosciuto 😀

    e non dirò mai – mai – cosa ho dovuto fare per avere tanti accessi al mio blog.
    lo saprete dai paparazzi.

  39. anonimo Says:

    ieri sera stavo affrontando la solita questione con altre persone al di fuori del mondo-blog.
    e si chiedevano, per l’appunto, ma che cosa ci sarà mai.
    si becca? si rimorchia? ci sono pervertiti a giro? ci sono cattivi mascherati da buoni? c’è gente interessata? e perché si legge?
    ma tu, conoscere gente normale, no? ma andare a conoscer gente che non conosci, ma ti pare normale?

    a me sembra che poi alla fin fine, puoi fare da bischero quanto ti pare ma è l’intenzione, la prospettiva con cui fai le cose che dà loro significato.

    (sì, il tempo serve, serve tutto)

    lisa

  40. Flounder Says:

    avevo detto che io dopo un po’ che pensavo mi stufavo?
    ebbene, mi sono stufata 😀

  41. melpunk66 Says:

    ma tu eri a roma?

  42. e.l.e.n.a. Says:

    flou, io propendo più per una teoria evolutiva del blog. nel senso che per quello che mi riguarda e per quello che un po’ vedo in giro non nasce per una missione (forse perché attribuisco a questa parola una valenza, quanto meno parareligiosa che non mi appartiene) ma per un’esigenza (o più esigenze). oppure per il classico “mi sono innamorata di te (blog) perché non avevo niente da fare”.
    e poi le esigenze possono esaurirsi, mutare, trasformarsi. o addirittura possono nascerne delle altre che nulla hanno a che fare con quella iniziale.
    io non devo dimostrare niente a nessuno. tanto meno a me stessa.
    e il conoscere/frequentare le persone prescinde dal continuare a scrivere o meno. sicuramente la distanza geografica incide, perché mi piacerebbe dirti “si va a prendere un caffé insieme così scopriamo i rispettivi nei?” ma obiettivamente risulta logisticamente difficile e questo, che lo si voglia o no non è un ostacolo mentale, una barriera, un timore di affrontare l’altro al di fuori dal gruppo-cocoon ma è terribilmente concreto e impedente.

  43. Flounder Says:

    elena, io ho un sacco di nei. ne son piena, su braccia e spalle 😀

  44. giorgi Says:

    Eh, ora che ce l’ho il tuo telefono, anche se non siamo riuscite ad incontrarci qui a Roma, una telefonatina te la faccio. Sveliamoci almeno the voices, per iniziare…

  45. broono Says:

    Colpevolmente stavo dimenticando di ringraziare Glider per il bel commento che mi ha lasciato ieri.

    Ecco, fatto.

    🙂

  46. glider Says:

    si chiama ravvedimento operoso.
    ora va figliolo e non dimenticare pioo.

    ite, missa est!

  47. ArimaneBis Says:

    oh! avevo scritto un lungo commento, ma vedo che se l’è mangiato il sig. splinder!
    allora (scusate la pigrizia), come contributo a questa bella discussione copio pezzi di quello che dice la presentazione di uno dei miei blog:
    Sui blog che parlano dell’autore:
    “ci si smarrisce, lì, con gratitudine, inquietudine, sottile piacere del caos. Si entra in un’anima, se ne percorrono le stanze, anche le cantine e le soffitte”.

    Un blog che non parla dell’autore, ma contiene scritture d’invenzione:
    “distilla ciò che ci si lascia dire di sé parlando d’altro, o facendo parlare altri; degli altri reali o immaginari, persone o cose…. Si è grati anche a questi, che sorprendono in altro modo. Guidano nelle stanze, aprono le porte. Ma anche quelle che si vorrebbero chiuse a volte hanno degli spiragli”.

    Ho aperto un blog per comunicare storie, e non faccio altro, rigorosamente.
    Poi mi sono trovato nella dimensione dell’interattività: commenti, messaggi, collaborazioni.
    Sorprendente, interessante, gratificante.
    Semplicemente: le due dimensioni coesistono, una crea le basi per l’altra. Si creano correnti di stima, frammenti d’amicizia, flussi di sintonie. Si può goderne, senza pretendere o immaginarsi altro.
    Non è poco.

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