Tammurriata della Vigilia

Tutto il fatto era iniziato nella tarda primavera, proprio al limitare dell’estate.
Mammà, e mo’ che mi posso mangiare? Tengo ancora fame.
Anna guardava il marito, con una pena nel cuore. Gioacchino si stringeva il capo tra le mani e usciva a cercare qualcosa. Ormai si erano venduti tutto e quel poco che restava lo avevano impegnato, ma la creatura teneva fame. L’adolescenza porta pensieri e appetiti.
Però la ragazza stava bene, la vedevano fiorire giorno dopo giorno: a parte la continua ricerca di cibo, sembrava che tanti stenti non la toccassero; ingrassava a vista d’occhio e solo in autunno cominciarono ad accorgersi che qualcosa era cambiato: Maria era un poco più triste, affaticata.
E sotto il grembiule da cucina cominciava a prendere forma un ventre rotondo.
Mari’, a mamma, ma che tieni? Ultimamente stai sempre triste.
Mammà, non lo so: tengo fame. E pure come se tenessi una cosa qua
– indicava la pancia e lo stomaco – qualcosa che spinge e non mi fa dormire bene.
Anna prese un rotolo di banconote e se lo infilò nel reggipetto, poi prese la figlia e la portò da Sarchiapone, che pure se non era medico faceva i salassi, e un poco ne capiva.
Il barbiere la fece sedere, la guardò, la palpò e la rigirò. Poi si prese Anna in disparte e serio serio le disse: Nannine’, ‘a criatura è incinta.
Anna si sedette senza riuscire a parlare. Si fece portare un bicchiere d’acqua e poi disse: e comme po’ essere? Chella nun è mai asciuta ‘e casa.
Ci pensava. Ci ripensava.
Alle notti in fuga, al serra serra nei cunicoli sotterranei per raggiungere i rifugi.  Ma niente: non l’aveva mai persa di vista un solo istante.
Sarchiapo’, ma voi siete sicuro?
Nannine’, la buonanima di mia madre faceva ‘a vammana: sapete quante panze ho visto in vita mia?

Maria raccolse la notizia con uno stupore tale che non fu possibile farle altre domande.
La sera Gioacchino a letto piangeva, un poco per la vergogna e un poco pure per la povertà: che gli avrebbero dato da mangiare a questo nipote?
Di tanto in tanto si procurava una scatola di latte condensato e la teneva da parte, sperando entro Natale di riuscire ad accumularne un quantitativo sufficiente per sfamare il bambino.
Cominciò ad arrangiarsi, tradendo un poco l’onestà che lo aveva sempre accompagnato: qualche informazione da far trapelare, piccoli commerci alla borsa nera e cose così.
All’alba del ventiquattro cominciarono le doglie.
Anna mandò a chiamare le vicine esperte, fece uscire tutti gli uomini e mise di guardia al portone Benino, che non facesse entrare nessuno e al momento opportuno desse la notizia al vicolo.
Benino era un lontano cugino di Maria, che da sempre era innamorato di lei.
La notizia lo aveva lasciato di stucco, incapace di reagire: si trascinava da una giornata all’altra, con stanchezza e apatia. Non gli interessava più niente, per lui il mondo si era fermato.
Sperava solo che una scheggia di granata gli si infilasse nel cuore per smetterla di soffrire.
Si sedette su una sedia, fuori al palazzo, e dopo poco si addormentò.
Sognava, Benino, e nel suo sogno una schiera di angeli rubicondi si disponevano ai suoi lati, carichi di ogni ben di Dio: salsicce, zuppa di soffritto, pizze di scarole, impepate di cozze.
Mangia, Beni’, nun te piglia’ collera. Così gli dicevano. E lui mangiava e gli pareva di sentirsi un poco meglio e che di Maria non gliene importasse poi più tanto.
Fu il trambusto a svegliarlo, intorno alla mezzanotte, le grida che provenivano dalla casa.
Si riscosse e si alzò gridando: che è, che è? Che è stato?
Altre voci gli risposero: è nato, è nato. E’ nato ‘o figlio ‘e  Maria.
Quando d’improvviso in casa si fece silenzio e per un momento tutti ebbero paura.
Accorsero tutti i vicini.
Concetta uscì dalla stanza da letto e facendosi forza disse ad Anna e Gioacchino: ’o piccirillo sta buono, e pure ‘a mamma…però…
Però?
, e sei voci in coro e una dozzina di occhi si fermarono a fissarla.
Però è niro. E’ proprio niro.
Intanto arrivavano alla spicciolata altri vicini e parenti. E pure don Peppino, ‘o mussaro, che teneva quasi un quarto di secolo più di Maria e le voleva bene come una figlia, più che a una figlia: come una specie di sogno segreto che a volte la notte lo tormentava e che lui ricacciava indietro.
Lui non l’avrebbe mai toccata, la ragazza, ma qualche volta, seppure in brevi, rapidissimi istanti di fantasia, un’ombra gli si era affacciata alla coscienza e gli aveva fatto paura.
Don Peppino si era guadagnato negli anni il rispetto del vicolo, da quando aveva fatto fare pace ai fratelli Masullo, che per poco non erano venuti ai coltelli. E poi tante piccole cose, anche in quei giorni che la fame lacerava i corpi e lui, come una specie di angelo custode, depositava pacchetti di zucchero e caffè accanto agli stipiti delle porte, e farina e di tanto in tanto qualche uovo. E i soldi, i soldi che in passato aveva prestato a tutti, senza volere una sola lira di interesse.
Varcò la soglia, fendendo l’aria di stupore e imbarazzo che riempiva la stanza, si diresse dritto verso Gioacchino e disse: me ne occuperò io.
Gioacchino alzò lo sguardo e rispose semplicemente: ‘a disgrazia è ‘a nostra, Peppi’. Ce la dobbiamo piangere noi.
Ma Peppino non si scosse: me ne occuperò io,  pure di Maria. Sono io il padre.
E lasciandoli interdetti,  andò diretto nella stanza, a guardare il bambino e la madre.
Come lo vuoi mettere nome, Maria?, le chiese con emozione, facendole una carezza sui capelli sudati.
Come volete voi, rispose la ragazza, imbarazzata.
Mio padre si chiamava Ciro. Per te va bene?
La ragazza annuì e poi si addormentò.
Per strada le famiglie più religiose e temerarie si spinsero fino alla chiesa di Santa Maria della Fede, per onorare il Bambinello.
Quella notte la contraerea non risuonò. In cielo si vedevano solo le stelle.

 

qui una versione della colonna sonora

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12 Risposte to “Tammurriata della Vigilia”

  1. ceciliaxls Says:

    :-)) e che sia un buon natale suvvia
    Cec

  2. barazzi Says:

    A pensare che è sempre tutto, incredibilmente, attuale…

    Vammana…. 🙂 non lo sentivo da anni, devo capire l’etimologia di questa parola…

  3. Flounder Says:

    ceci…il tuoi auguri sono al post di sotto…:-D

  4. Zu Says:

    sei molto natalizia, Flounder
    sei molto napoletana, Flounder
    sei molto bellissima, Flounder
    (l’istesso dicasi per Brunella, però)

  5. Flounder Says:

    i ragali sono impacchettati, la torta di mussillo è nel forno, ho pulito la cucina, il post di Natale è stato scritto, sono state fatte e ricevute telefonate e mail.
    non mi resta che aspettare Babbo Natale e sorridere.

  6. ipsediggy Says:

    sarà mica stato per merito del natale che la contraerea, quella notte, tacque…
    (ché poi mi tocca tifare per il natale)

  7. MrsD Says:

    è bellissima la tamburriata! la classica e anche la tua 🙂
    un bacio e un augurio grande di buon natale

  8. solenellanotte Says:

    Auguria te cara, che così bene scrivi.

  9. redcloud1968 Says:

    Ciao e Buon Natale
    Lo sai che scrivi bene.Ma è davvero un tuo il racconto?
    Mi è piaciuto tantissimo e mi sono commosso a leggerlo.Non c’è niente da fare “siamo diversi” ed io ne vado orgoglioso. Quando mi trovo all’estero e mi comporto come un “milanese” tutti si meravigliano. Ma come!? mi dicono; veramente vieni da là..sei nato là..non è possibile! E allora mi tocca fare un pistolotto ricordando le nostre origini un po’ greche e un po’ italiche autoctone (vedi i sanniti che tanto hanno dato filo da torcere ai romani). Siamo un “malting pot” di usanze, costumi, abitudini e perchè no! anche di lingue,dialetti diversi.Ma… siamo noi. Una fucina incredibile di talenti. Sia nell’arte del sapersi arrangiare piuttosto che nella letteratura od anche, e soprattutto, nella musica. Ormai tanti paesi del mondo hanno adottato la nostra cucina salutare e magra (quando si dice fare necessità virtù) e, pure questo, è talento. Amo disperatamente e perdutamente Napoli e quando mi dicono che è una città “pericolosa” rispondo: Provate a girare per “SOHO” un quartiere di Londra a qualsiasi ora.., da soli! roba da cardiopalma.Devi avere gli occhi anche dietro la testa. Ti lasciano tranquillo solo se capiscono che non sei un problema o troppo grosso per loro (dipigendoti in fronte la bandiera italiana(si sà; siamo tutti pericolosi mafiosi!).Oppure a girare una sera di sabato nei dintorni di qualche pub o discoteca; rischi di beccarti una coltellata o una pistolettata vagante da qualcuno/a (pure le femminucce..si!) completamente ubriaco/a se non peggio. Ce la dobbiamo e ce la possiamo fare a cambiare la nostra immaggine “basta poco che c’e vo'” isolare, togliere l’acqua a questi squali(pochi) che ci rovinano. Comportarsi,dando l’esempio anche nelle piccole cose di tutti i giorni(rispettare il rosso del semaforo, anche se è “rosso fresco” come a detto un buontempone paesano. Cercando di non essere mafiosi nella vita comunitaria di tutti i giorni.Cioè non prevaricare il prossimo arrogantemente. Dimostrando coraggio civile anche nelle situazioni più pericolose per la nostra incolumità (questo è difficile nella terra del “tira a campare” lo so ma dobbiamo provarci! non c’è scelta) Basta così!. Questo non è più un commento ma un post.Ho esagerato. Scusami ..prenditi un’aspirina se ti ho fatto venire il mal di testa. Alla prossima.
    P.S. dimenticavo..grazie di esser passata dalle mie parti sul mio blog.
    Care yourself

  10. Flounder Says:

    redcloud, non pensavo di scatenare questo popò di riflessioni. che dire?
    a me piace raccontare storie piene di personaggi che hanno accompagnato la mia infanzia e che ormai non esistono più.

    oggi per esempio pensavo che fra un po’ di tempo nessuno saprà più cucinare i piatti della tradizione o giocare a tombola “raccontando” storie a partire dalla smorfia, e mi dispiace molto.

    (anche quest’anno ho perso a tombola, come sempre. dicono che sia indice di fortuna in amore…mah)

  11. pispa Says:

    ecco, adesso mi hai fatto commuovere e .. uf!

  12. sgnapisvirgola Says:

    Un bel racconto. Dolce come il miele.

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