Archive for gennaio 2007

Diagnosis: fallen in love – Prognosis: not severe, barring complications

gennaio 30, 2007

Oggi io vorrei affrontare – seppur con la dovuta leggerezza – un tema abbastanza serio (ancora, Flounder, ancora? Sì, ancora!)
Ma non si tratta dell’amore, lo dico subito.
L’amore costituisce l’oggetto della seconda e terza annualità del nostro corso di terapie naturali e medicina alternativa.
L’amore è un argomento difficile che subito ci fa impelagare in quelle disquisizioni se debba essere incondizionato, pronto a tutto, costruito giorno dopo giorno, educato e bla bla.
L’amore segue un altro protocollo di indagine.
Si parla oggi invece dell’innamoramento, oggetto della prima annualità del corso e propedeutico a tutto il resto. Qui si approccia la fase diagnostica. A seguire, pratica in laboratorio ed esercitazioni extramoenia.
E qui il mondo – ad eccezione di una minuscola fetta di individui – si divide in grandi categorie, grosso modo quattro:
a) quelli che si innamorano con assoluta certezza ogni cinque minuti e di soggetti diversi, in genere per dettagli di superficie. Un mio amico per esempio una sera si era innamorato perdutamente di una tizia che aveva un bel cappello. Non appena se lo è tolto, nella stessa serata, gli è passata la fregola.
Allora io gli dicevo: ma tu forse ti eri innamorato del cappello?
E lui: no, è diverso. Mi ero innamorato di lei CON IL cappello.
(che nonostante la bizzarria dell’assunto, nella sua logica filava).
Sono quelli che si innamorano di voci, labbra, scritti, mani, scarpe, cravatte e via discorrendo.
b) poi ci sono quelli che si innamorano ma lo negano a se stessi e agli altri fino alle stremo delle forze.
Ma tu sei innamorata?
Ma chi, io? Noo-oo. Ma che dici?  Io per innamorarmi ho bisogno di conoscerlo a fondo, di riuscire a immedesimarmi in un futuro con lui, di aver contato tutti i nei della sua pelle, di averci speso ore e ore a passeggiare mano nella mano sotto tutti i tramonti di tutte le latitudini, averci cenato insieme almeno seimilatrecentoventuno volte e  aver conosciuto la sua famiglia fino ai cugini di terzo grado. Io innamorata? Ma come ti salta in mente?
Scusa, sono mesi che mi parli solo del tizio!
Ma che c’entra, te ne parlo così, a titolo di cronaca. Potrei innamorarmene, certo, ma non lo sono ancora. Non ne sono certa. Non sono in grado di dirtelo. Sì, mi piace, ma da qui a dirmi innamorata…
Sono quelli che quando sarebbero pronti ad ammetterlo, l’altro si è sposato da dodici anni.
c) agli antipodi di questa categoria – per quanto con alcuni punti di rassomiglianza nel numero dei cavilli impiegati  a suffragio delle proprie tesi e nella conduzione del ragionamento – abbiamo invece quelli che non si innamorano mai, ma pretendono di esserlo.
Tu ti innamori mai?
Io? Spesso. Più di quanto credi. Certo, non con leggerezza, ma mi innamoro. Ci vogliono determinati requisiti, è chiaro, ma mi innamoro. Perbacco, se mi innamoro.
Per esempio? Che requisiti?
Per esempio mi posso innamorare solo nell’ultimo giovedì del mese di un febbraio di anno bisestile, ovviamente soltanto se la temperatura non è al di sopra o al di sotto delle medie stagionali di oltre 4 C°, se la sera precedente l’indice Nikkei non ha perso più di due punti e in ogni caso a condizione che non abbia lentiggini e le piaccia l’aringa affumicata. Vedi? Anche io mi innamoro, che ti credevi? Basta poco.
Sono quelli che quando finalmente si innamorano vanno dal medico di base per via di uno strano malessere e si fanno prescrivere ogni sorta di analisi.
d) per esemplificare la trattazione concluderemo con quelli che non si innamorano mai e nemmeno pretendono di esserlo. Ne conosco pochissimi. Uno si chiama Michele, è mio amico da oltre vent’anni e ancora non abbiamo capito i suoi meccanismi di funzionamento. E’ probabile che tutto sia da far risalire a qualche proteina mancante o a un generico errore di settaggio iniziale. Fatto sta che gli studi in corso a tutt’oggi non forniscono elementi significativi per l’interpretazione.
Sono quelli che quando vedono un film d’amore alla fine ti chiedono se l’assassino è il maggiordomo.
Pausa. Respiro. Via.
Io penso che tutti dovrebbero avere un figlio.
No, non come conseguenza dell’innamoramento.
Rettifico: tutti dovrebbero avere un bambino con il quale confrontarsi su questi temi profondi dell’esistenza.
Io ce l’ho: mia figlia è innamorata.
Lei appartiene alla schiera di quelli che si innamorano e perseverano, fedeli alla causa e all’idea, che di fronte agli insuccessi non si scoraggiano ma persistono.
Mia figlia è assai innamorata.
Lui si chiama G. ed è un cosetto come lei, con due enormi orecchie a sventola, la carnagione scura e occhi vispissimi.
Quest’innamoramento occupa ampi spazi di discussione quotidiana, addirittura abbiamo dovuto coinvolgere la nostra amica Hanging, esperta internazionale di innamoramenti infantili (i bambini si ricevono il martedì, gli adulti al giovedì), per richiedere la sua consulenza.
Dopo il colloquio motivazionale è stata prodotta una lettera di intenti, al momento non ancora inviata.
Una lettera che – dio mio – io pagherei per saperla scrivere. Diretta, intensa, commovente.
Una roba che ti tocca il cuore e tutti gli organi interni.
La spedisco? Non la spedisco? Gliela do? Gliela metto nel diario? Nello zaino? Sotto il banco?
Al momento la teniamo congelata.
Quest’innamoramento è struggente, ci divora, sicché la scorsa settimana ho deciso di approfondirne i termini.
Mamma, ti giuro, sono TROPPO innamorata.
Cicci, com’è essere TROPPO innamorati? Che ti senti? Spiegami.
Innanzitutto vorrei stare tutti i giorni nel banco con lui, poi mi piace guardarlo colorare – mamma, sapessi quant’è bello mentre colora – e passargli i pastelli, poi se lui non sa fare le addizioni con la prova e mi chiede quanto fa, io glielo dico.
Poi?
Poi mi piace troppo giocare con lui a fare Harry Potter ed Hermione, che parliamo in serpentese e ci capiamo solo noi, poi se Maria Paola fa la smorfiosetta, io divento gelosa e poi mi voglio fare delle pettinature bellissime così lui mi trova sempre carina e si deve innamorare per forza.
Porca miseria, una perfetta enucleazione dei criteri dell’innamoramento.
Lo stesso banco – desiderio di contiguità fisica
Guardarlo colorare e passargli i pastelli – ammirazione e sostegno incondizionato
Aiutarlo nelle addizioni (on demand) – cura e attenzione, ma nel rispetto di ciò che l’altro chiede
Harry Potter, Hermione e il serpentese – ricerca di complicità ed esclusività
La variabile “Maria Paola” – gelosia e possesso, difesa del territorio
Codini e treccine – desiderio di piacere, bisogno di conferme, fiducia nella volontà.
Tuttavia non ero ancora soddisfatta. Ho voluto seminare il dubbio, l’incertezza: di mestiere faccio la mamma socratica.
Ciccipuffi, ma queste sono cose che appartengono anche all’amicizia. Non vuol dire per forza essere innamorati.
Mi ha guardato con sufficienza e dispiacere: mamma, ma allora non hai capito niente!? Oltre a tutte queste cose, io ho voglia di dargli dei baci e di abbracciarlo!
Ecco l’ultimo criterio, ci sono tutti.
Signori studenti, non perdete altro tempo a interrogarvi sui vostri sentimenti, a scandagliare inutili profondità, a controllare il battito cardiaco e la presenza di eventuali pustole sulla pancia.
Controllate i criteri diagnostici, usateli come cartina di tornasole e arrendetevi all’evidenza: o siete innamorati o no.
Non è più difficile di così, credetemi.
La formula è questa.
E adesso scusatemi, devo lasciarvi: ho la seconda lezione di serpentese.
Asshhh, ma-shakashh, chasha mussshhh.

Diagnosis: fallen in love – Prognosis: not severe, barring complications

gennaio 30, 2007

Oggi io vorrei affrontare – seppur con la dovuta leggerezza – un tema abbastanza serio (ancora, Flounder, ancora? Sì, ancora!)
Ma non si tratta dell’amore, lo dico subito.
L’amore costituisce l’oggetto della seconda e terza annualità del nostro corso di terapie naturali e medicina alternativa.
L’amore è un argomento difficile che subito ci fa impelagare in quelle disquisizioni se debba essere incondizionato, pronto a tutto, costruito giorno dopo giorno, educato e bla bla.
L’amore segue un altro protocollo di indagine.
Si parla oggi invece dell’innamoramento, oggetto della prima annualità del corso e propedeutico a tutto il resto. Qui si approccia la fase diagnostica. A seguire, pratica in laboratorio ed esercitazioni extramoenia.
E qui il mondo – ad eccezione di una minuscola fetta di individui – si divide in grandi categorie, grosso modo quattro:
a) quelli che si innamorano con assoluta certezza ogni cinque minuti e di soggetti diversi, in genere per dettagli di superficie. Un mio amico per esempio una sera si era innamorato perdutamente di una tizia che aveva un bel cappello. Non appena se lo è tolto, nella stessa serata, gli è passata la fregola.
Allora io gli dicevo: ma tu forse ti eri innamorato del cappello?
E lui: no, è diverso. Mi ero innamorato di lei CON IL cappello.
(che nonostante la bizzarria dell’assunto, nella sua logica filava).
Sono quelli che si innamorano di voci, labbra, scritti, mani, scarpe, cravatte e via discorrendo.
b) poi ci sono quelli che si innamorano ma lo negano a se stessi e agli altri fino alle stremo delle forze.
Ma tu sei innamorata?
Ma chi, io? Noo-oo. Ma che dici?  Io per innamorarmi ho bisogno di conoscerlo a fondo, di riuscire a immedesimarmi in un futuro con lui, di aver contato tutti i nei della sua pelle, di averci speso ore e ore a passeggiare mano nella mano sotto tutti i tramonti di tutte le latitudini, averci cenato insieme almeno seimilatrecentoventuno volte e  aver conosciuto la sua famiglia fino ai cugini di terzo grado. Io innamorata? Ma come ti salta in mente?
Scusa, sono mesi che mi parli solo del tizio!
Ma che c’entra, te ne parlo così, a titolo di cronaca. Potrei innamorarmene, certo, ma non lo sono ancora. Non ne sono certa. Non sono in grado di dirtelo. Sì, mi piace, ma da qui a dirmi innamorata…
Sono quelli che quando sarebbero pronti ad ammetterlo, l’altro si è sposato da dodici anni.
c) agli antipodi di questa categoria – per quanto con alcuni punti di rassomiglianza nel numero dei cavilli impiegati  a suffragio delle proprie tesi e nella conduzione del ragionamento – abbiamo invece quelli che non si innamorano mai, ma pretendono di esserlo.
Tu ti innamori mai?
Io? Spesso. Più di quanto credi. Certo, non con leggerezza, ma mi innamoro. Ci vogliono determinati requisiti, è chiaro, ma mi innamoro. Perbacco, se mi innamoro.
Per esempio? Che requisiti?
Per esempio mi posso innamorare solo nell’ultimo giovedì del mese di un febbraio di anno bisestile, ovviamente soltanto se la temperatura non è al di sopra o al di sotto delle medie stagionali di oltre 4 C°, se la sera precedente l’indice Nikkei non ha perso più di due punti e in ogni caso a condizione che non abbia lentiggini e le piaccia l’aringa affumicata. Vedi? Anche io mi innamoro, che ti credevi? Basta poco.
Sono quelli che quando finalmente si innamorano vanno dal medico di base per via di uno strano malessere e si fanno prescrivere ogni sorta di analisi.
d) per esemplificare la trattazione concluderemo con quelli che non si innamorano mai e nemmeno pretendono di esserlo. Ne conosco pochissimi. Uno si chiama Michele, è mio amico da oltre vent’anni e ancora non abbiamo capito i suoi meccanismi di funzionamento. E’ probabile che tutto sia da far risalire a qualche proteina mancante o a un generico errore di settaggio iniziale. Fatto sta che gli studi in corso a tutt’oggi non forniscono elementi significativi per l’interpretazione.
Sono quelli che quando vedono un film d’amore alla fine ti chiedono se l’assassino è il maggiordomo.
Pausa. Respiro. Via.
Io penso che tutti dovrebbero avere un figlio.
No, non come conseguenza dell’innamoramento.
Rettifico: tutti dovrebbero avere un bambino con il quale confrontarsi su questi temi profondi dell’esistenza.
Io ce l’ho: mia figlia è innamorata.
Lei appartiene alla schiera di quelli che si innamorano e perseverano, fedeli alla causa e all’idea, che di fronte agli insuccessi non si scoraggiano ma persistono.
Mia figlia è assai innamorata.
Lui si chiama G. ed è un cosetto come lei, con due enormi orecchie a sventola, la carnagione scura e occhi vispissimi.
Quest’innamoramento occupa ampi spazi di discussione quotidiana, addirittura abbiamo dovuto coinvolgere la nostra amica Hanging, esperta internazionale di innamoramenti infantili (i bambini si ricevono il martedì, gli adulti al giovedì), per richiedere la sua consulenza.
Dopo il colloquio motivazionale è stata prodotta una lettera di intenti, al momento non ancora inviata.
Una lettera che – dio mio – io pagherei per saperla scrivere. Diretta, intensa, commovente.
Una roba che ti tocca il cuore e tutti gli organi interni.
La spedisco? Non la spedisco? Gliela do? Gliela metto nel diario? Nello zaino? Sotto il banco?
Al momento la teniamo congelata.
Quest’innamoramento è struggente, ci divora, sicché la scorsa settimana ho deciso di approfondirne i termini.
Mamma, ti giuro, sono TROPPO innamorata.
Cicci, com’è essere TROPPO innamorati? Che ti senti? Spiegami.
Innanzitutto vorrei stare tutti i giorni nel banco con lui, poi mi piace guardarlo colorare – mamma, sapessi quant’è bello mentre colora – e passargli i pastelli, poi se lui non sa fare le addizioni con la prova e mi chiede quanto fa, io glielo dico.
Poi?
Poi mi piace troppo giocare con lui a fare Harry Potter ed Hermione, che parliamo in serpentese e ci capiamo solo noi, poi se Maria Paola fa la smorfiosetta, io divento gelosa e poi mi voglio fare delle pettinature bellissime così lui mi trova sempre carina e si deve innamorare per forza.
Porca miseria, una perfetta enucleazione dei criteri dell’innamoramento.
Lo stesso banco – desiderio di contiguità fisica
Guardarlo colorare e passargli i pastelli – ammirazione e sostegno incondizionato
Aiutarlo nelle addizioni (on demand) – cura e attenzione, ma nel rispetto di ciò che l’altro chiede
Harry Potter, Hermione e il serpentese – ricerca di complicità ed esclusività
La variabile “Maria Paola” – gelosia e possesso, difesa del territorio
Codini e treccine – desiderio di piacere, bisogno di conferme, fiducia nella volontà.
Tuttavia non ero ancora soddisfatta. Ho voluto seminare il dubbio, l’incertezza: di mestiere faccio la mamma socratica.
Ciccipuffi, ma queste sono cose che appartengono anche all’amicizia. Non vuol dire per forza essere innamorati.
Mi ha guardato con sufficienza e dispiacere: mamma, ma allora non hai capito niente!? Oltre a tutte queste cose, io ho voglia di dargli dei baci e di abbracciarlo!
Ecco l’ultimo criterio, ci sono tutti.
Signori studenti, non perdete altro tempo a interrogarvi sui vostri sentimenti, a scandagliare inutili profondità, a controllare il battito cardiaco e la presenza di eventuali pustole sulla pancia.
Controllate i criteri diagnostici, usateli come cartina di tornasole e arrendetevi all’evidenza: o siete innamorati o no.
Non è più difficile di così, credetemi.
La formula è questa.
E adesso scusatemi, devo lasciarvi: ho la seconda lezione di serpentese.
Asshhh, ma-shakashh, chasha mussshhh.

Corpo narrativo e corpo procreativo – piccola appendice circense

gennaio 29, 2007

Io poi – mio malgrado – penso.

Che non è l’attività in cui riesco meglio, mi viene più facile registrare, raccontare, descrivere. In genere penso a posteriori, ma solo se mi vengono forniti buoni spunti.

Per esempio ieri sera mi è stato detto che in questa storia sono presenti i dieci comandamenti, forse non proprio tutti e dieci, ma una buona parte.

Il che è vero, non per scelta aprioristica, ma perché così è.

E allora ho pensato che ciò che mi attrae in  un’opera (letteraria, teatrale o cinematografica) e me la rende degna di interesse è la compresenza di tre poli fondamentali e il modo in cui la narrazione riesce a giostrarsi tra loro, senza ricorrere a effetti speciali. Il modo in cui illumina questo difficile ménage à trois.

Nello specifico i tre poli sono: l’etica collettiva, il tentativo di darsi un’identità personale e il sacro.

Questi tre elementi devono esserci sempre, foss’anche per negazione.

La tragicità di una narrazione o di un personaggio dipende  dall’assenza conclamata di uno dei tre o dal fatto che due degli elementi possano allearsi contro l’altro. Quando dico assenza, voglio intendere che comunque il divino (o un altro degli elementi fondamentali)  viene contemplato, seppur negato o distrutto. L’importante è che non sia ignorato.

La catarsi dipende invece dal ripristinato equilibrio tra i tre elementi, da un tentativo di risoluzione. Non necessariamente da un lieto fine, può trattarsi anche del riconoscimento dell’impossibilità di riuscire a far conciliare i tre elementi e da una svolta suicida.

Quando parlo di sacro non penso a narrazioni bigotte che contengano un messaggio divino.

Il sacro si dà anche nella sua assenza dal mondo.

Penso per esempio a certo teatro o cinema nordico, il cui dramma si configura tutto nello sforzo di contrapporre la libertà individuale al dato sociale senza impazzire, in totale assenza di ausilio religioso, di cui comunque si ha ricordo od esperienza.

Penso a certa letteratura dell’est.

Il sacro c’è e si pesa, se ne pesa la mancanza.

Oppure per esempio in un film come Dogville, che è un altro di quei film che – se sapessi fare un film – avrei voluto fosse mio.

Lì è il caso in cui si verifica appunto l’alleanza tra sacro e massa. La sovrapposizione. Non che il Dio si schieri, attenzione, ma viene usato come alibi.

Il rapporto tra i tre poli non si dà una volta per tutte.

Cambia in continuazione: cambia storicamente, geograficamente, cambia individualmente. Cambia secondo le scoperte scientifiche e le esigenze del mercato.

La questione non è meramente narrativa o estetica.

Un mondo o una vita in cui sia possibile trovare un senso si deve dibattere tra questi elementi: l’Io, la Società e il Trascendente. Equilibrarsi tra le infinite combinazioni possibili fino a trovare la propria, la più vicina possibile.

Io a volte cerco di spiegare questa cosa quando parlo della sacralità del corpo procreativo. Che non vuol dire che io voglia avere diciotto figli o dichiararmi contraria alla contraccezione, ma semplicemente richiamare l’attenzione sul fatto che qualunque scelta funzionale si compia sul proprio corpo corrisponde a un’alleanza o a un’estromissione del sacro.

Non è affatto una questione di peccato e punizioni, non voglio che la si legga in questi termini.

Per me il sacro è semplicemente quella cosa che innesca processi vitali, che fa sbocciare i fiori, che a volte ci fa commuovere di fronte a certi tramonti, per un sentimento di completezza o – al contrario – per la presa d’atto di una finitezza.

Secondo me il corpo è proprio il luogo di elezione del sacro.

Il corpo è il luogo che – più di ogni altro – racconta del nostro rapporto col sacro.

Corpo narrativo e corpo procreativo – piccola appendice circense

gennaio 29, 2007

Io poi – mio malgrado – penso.

Che non è l’attività in cui riesco meglio, mi viene più facile registrare, raccontare, descrivere. In genere penso a posteriori, ma solo se mi vengono forniti buoni spunti.

Per esempio ieri sera mi è stato detto che in questa storia sono presenti i dieci comandamenti, forse non proprio tutti e dieci, ma una buona parte.

Il che è vero, non per scelta aprioristica, ma perché così è.

E allora ho pensato che ciò che mi attrae in  un’opera (letteraria, teatrale o cinematografica) e me la rende degna di interesse è la compresenza di tre poli fondamentali e il modo in cui la narrazione riesce a giostrarsi tra loro, senza ricorrere a effetti speciali. Il modo in cui illumina questo difficile ménage à trois.

Nello specifico i tre poli sono: l’etica collettiva, il tentativo di darsi un’identità personale e il sacro.

Questi tre elementi devono esserci sempre, foss’anche per negazione.

La tragicità di una narrazione o di un personaggio dipende  dall’assenza conclamata di uno dei tre o dal fatto che due degli elementi possano allearsi contro l’altro. Quando dico assenza, voglio intendere che comunque il divino (o un altro degli elementi fondamentali)  viene contemplato, seppur negato o distrutto. L’importante è che non sia ignorato.

La catarsi dipende invece dal ripristinato equilibrio tra i tre elementi, da un tentativo di risoluzione. Non necessariamente da un lieto fine, può trattarsi anche del riconoscimento dell’impossibilità di riuscire a far conciliare i tre elementi e da una svolta suicida.

Quando parlo di sacro non penso a narrazioni bigotte che contengano un messaggio divino.

Il sacro si dà anche nella sua assenza dal mondo.

Penso per esempio a certo teatro o cinema nordico, il cui dramma si configura tutto nello sforzo di contrapporre la libertà individuale al dato sociale senza impazzire, in totale assenza di ausilio religioso, di cui comunque si ha ricordo od esperienza.

Penso a certa letteratura dell’est.

Il sacro c’è e si pesa, se ne pesa la mancanza.

Oppure per esempio in un film come Dogville, che è un altro di quei film che – se sapessi fare un film – avrei voluto fosse mio.

Lì è il caso in cui si verifica appunto l’alleanza tra sacro e massa. La sovrapposizione. Non che il Dio si schieri, attenzione, ma viene usato come alibi.

Il rapporto tra i tre poli non si dà una volta per tutte.

Cambia in continuazione: cambia storicamente, geograficamente, cambia individualmente. Cambia secondo le scoperte scientifiche e le esigenze del mercato.

La questione non è meramente narrativa o estetica.

Un mondo o una vita in cui sia possibile trovare un senso si deve dibattere tra questi elementi: l’Io, la Società e il Trascendente. Equilibrarsi tra le infinite combinazioni possibili fino a trovare la propria, la più vicina possibile.

Io a volte cerco di spiegare questa cosa quando parlo della sacralità del corpo procreativo. Che non vuol dire che io voglia avere diciotto figli o dichiararmi contraria alla contraccezione, ma semplicemente richiamare l’attenzione sul fatto che qualunque scelta funzionale si compia sul proprio corpo corrisponde a un’alleanza o a un’estromissione del sacro.

Non è affatto una questione di peccato e punizioni, non voglio che la si legga in questi termini.

Per me il sacro è semplicemente quella cosa che innesca processi vitali, che fa sbocciare i fiori, che a volte ci fa commuovere di fronte a certi tramonti, per un sentimento di completezza o – al contrario – per la presa d’atto di una finitezza.

Secondo me il corpo è proprio il luogo di elezione del sacro.

Il corpo è il luogo che – più di ogni altro – racconta del nostro rapporto col sacro.

(Per)versioni

gennaio 28, 2007

Fondamentalmente la colpa è sua.

Non voglio stroncature: provateci voi a fare un blues a cappella, senza averci mai provato prima, con una strumentazione del cavolo e senza saper pronunciare l’inglese!

qui

(Per)versioni

gennaio 28, 2007

Fondamentalmente la colpa è sua.

Non voglio stroncature: provateci voi a fare un blues a cappella, senza averci mai provato prima, con una strumentazione del cavolo e senza saper pronunciare l’inglese!

qui

Date le premesse, le conclusioni sono inevitabili – post progredito/10

gennaio 27, 2007

Date le premesse, le conclusioni sono inevitabili – post progredito/10

gennaio 27, 2007

Restavano i giocolieri a concludere lo spettacolo, così come lo avevano iniziato.
Bisticci di mani e risate, momento di levità e trasformazione.
Ma già la piazza era stanca e soddisfatta, la musica ancora pervadeva gli spazi.
Zaira e il suo turbante avevano promesso successi e gravidanze, raccolti e perdoni.
Arcadia sorrideva e sentiva la bellezza della terra sotto le piante scalze, sorrideva e sentiva la bellezza della stretta sulla schiena nuda.
Murzuek dormiva e sognava di Alicia che sognava Murzuek che sognava Alicia che sognava Murzuek che sognava Alicia. Infinitamente.
Kareem si flagellava inutilmente, al prezzo della sua desolata sopravvivenza.
Il violinista raccoglieva le note incompiute dei suoi compagni e le trasformava in fuga.
All’alba il circo sarebbe ripartito.
Ed ogni volta era la fatica di non chiedersi nulla, di ignorare quel pungolo, quello che invitava a restare, a fermarsi.
A dire un sì invece di un forse. A dire un sì invece di un no.
Eppure strani prodigi accaddero quella notte, del tutto inattesi.
Fuori dal cerchio dicono che forse esiste un Dio che ama poeti e giocolieri, che protegge le donne e i saltimbanchi, che sorride ai bambini e all’animale che ci portiamo dentro.
Una voce che guida le nostre scelte e ci spiana la strada o il terreno, ci fa piantare le tende o ripartire in gran carriera.
Ma di questo non mi è dato parlarvi.
(Il canto del gallo risveglia il villaggio. Ciò che dunque tra il tramonto e l’alba è accaduto, al mattino sarà chiaro agli occhi di tutti)

Nessuno sa di sé, talvolta nemmeno Dio – post in progress/9

gennaio 26, 2007

(Alla fin fine, poi,
forse si ha nostalgia del momento del lancio,
quando ancora non sai se il coltello ti colpirà o no.
Si ha nostalgia della possibilità che ci trafiggesse,

conficcandoci in quell’istante per l’eternità)

                                                                                                                                                                      Sphera


L’ultimo arrivato nel circo era Kareem, l’Intoccabile.
Così lo chiamavano nel suo villaggio, dopo che l’hagiam non era riuscito ad asportargli il prepuzio nel nome di Allah il Compassionevole, Allah il Misericordioso.
Suo padre aveva deciso di celebrare l’udhrat nella notte del destino, da bravo fedele.
Ma quella sera, benché si fosse ormai quasi alla fine del Ramadan, nessuno riuscì a toccare cibo, nemmeno dopo l’ora convenuta.
L’hagiam scosse il capo e sentenziò che una cosa simile non era mai accaduta nella storia dei tempi.
Hmoud e Nada gli offrirono del denaro e un grosso taglio di montone per essersi preso comunque il disturbo di giungere fino a casa loro, ma l’hagiam rifiutò: non poteva accettare nulla da una casa in cui l’impurità aveva rifiutato di farsi sradicare.
Tra Hmoud e Nada si insinuò il sospetto e da quel momento in poi restò ospite fisso. Della faccenda non se ne parlò mai più e nemmeno giacquero altre volte, per timore di chissà quale punizione divina.
Il bambino restò abbandonato a se stesso, privo di carezze e conforti. Trascorreva intere giornate in strada, schernito dai compagni ed evitato dagli adulti.
La sua pelle era liscia, inattaccabile. Il suo corpo non conosceva ferite, non aveva mai visto una sola goccia di sangue sgorgargli.
La sera che passò il circo, Kareem aveva già da tempo rinnegato il Compassionevole e il Misericordioso: trascorreva intere nottate a ubriacarsi e a perdersi in interminabili risse. La sera che passò il circo lo strapparono a uomini armati di pietre e colli di bottiglia che forse lo avrebbero ucciso.
Ma sul suo corpo, neppure una traccia.
Nei primi tempi Kareem l’Intoccabile si occupò dei pochi animali rimasti, ma quando dopo la grande carestia morirono uno dietro l’altro, si ritrovò a mangiare sassi e punte acuminate, sperando di infliggere al corpo un dolore così grande da trascinare con sé anche l’altro dolore che non poteva ascoltare, così grande da distrarsi dall’altro dolore che non poteva lenire.
Ma fu tutto inutile.
Tu sopravviverai, aveva giurato il Misericordioso ad Abramo, osservando compiaciuto il brandello di pelle strappato e offerto sull’altare di pietra. Anche tu sopravviverai, aveva giurato Kareem a se stesso, visto che non hai altra scelta.
A quelli del circo non importava.
Si accorsero presto che Kareem aveva due cuori, due stomaci, due fegati e che non esistevano passaggi comunicanti tra i doppi. Metà del suo essere era totalmente insensibile, l’altra metà sconosciuta e inaccessibile.
Zaira conosceva la cura, come sempre.
Ma non avrebbe potuto aiutarlo, non questa volta.
La cura ce l’aveva lì, sotto gli occhi, ogni giorno, ogni volta che Murzuek lanciava una lama su Alicia senza colpirla.
Colpisci me, pensava Kareem, colpiscimi. Fammi sanguinare, se puoi. Colpiscimi nel cuore fragile, quello che io stesso non riesco a trovare, dilaniami e prendimi.
E al suo turno si lasciava scivolare in gola le lame, si infilava frecce sottopelle, trapassandosi le cosce e le braccia da parte a parte.
Si appoggiava tizzoni incandescenti sulla lingua e così si offriva al pubblico, compiendo il giro della piazza fino a convincerli dell’assenza di inganno. Beveva petrolio, succhiava lamette e ingoiava aghi.
Sotto il costume circense un cilicio avvolgeva anche il sesso, serrato in un filo spinato nel disperato bisogno di offrirgli una tregua.
E di notte sognava, anche Kareem l’Intoccabile. Sognava del suo corpo sbocciato come un fiore rosso sangue.
Sognava la morte di Alicia, per sua stessa mano.
Io sopravviverò – si diceva. Non importa a che prezzo. Quale che sia, purché lui solo possa toccarmi.
(Il pubblico applaude smarrito, quasi che non abbia altra scelta. Qualcuno arretra di un passo, come a cercare spazio e aria nella congestione della folla. Come per timore che la massa possa coglierne i segreti pensieri)


Nessuno sa di sé, talvolta nemmeno Dio – post in progress/9

gennaio 26, 2007

(Alla fin fine, poi,
forse si ha nostalgia del momento del lancio,
quando ancora non sai se il coltello ti colpirà o no.
Si ha nostalgia della possibilità che ci trafiggesse,

conficcandoci in quell’istante per l’eternità)

                                                                                                                                                                      Sphera


L’ultimo arrivato nel circo era Kareem, l’Intoccabile.
Così lo chiamavano nel suo villaggio, dopo che l’hagiam non era riuscito ad asportargli il prepuzio nel nome di Allah il Compassionevole, Allah il Misericordioso.
Suo padre aveva deciso di celebrare l’udhrat nella notte del destino, da bravo fedele.
Ma quella sera, benché si fosse ormai quasi alla fine del Ramadan, nessuno riuscì a toccare cibo, nemmeno dopo l’ora convenuta.
L’hagiam scosse il capo e sentenziò che una cosa simile non era mai accaduta nella storia dei tempi.
Hmoud e Nada gli offrirono del denaro e un grosso taglio di montone per essersi preso comunque il disturbo di giungere fino a casa loro, ma l’hagiam rifiutò: non poteva accettare nulla da una casa in cui l’impurità aveva rifiutato di farsi sradicare.
Tra Hmoud e Nada si insinuò il sospetto e da quel momento in poi restò ospite fisso. Della faccenda non se ne parlò mai più e nemmeno giacquero altre volte, per timore di chissà quale punizione divina.
Il bambino restò abbandonato a se stesso, privo di carezze e conforti. Trascorreva intere giornate in strada, schernito dai compagni ed evitato dagli adulti.
La sua pelle era liscia, inattaccabile. Il suo corpo non conosceva ferite, non aveva mai visto una sola goccia di sangue sgorgargli.
La sera che passò il circo, Kareem aveva già da tempo rinnegato il Compassionevole e il Misericordioso: trascorreva intere nottate a ubriacarsi e a perdersi in interminabili risse. La sera che passò il circo lo strapparono a uomini armati di pietre e colli di bottiglia che forse lo avrebbero ucciso.
Ma sul suo corpo, neppure una traccia.
Nei primi tempi Kareem l’Intoccabile si occupò dei pochi animali rimasti, ma quando dopo la grande carestia morirono uno dietro l’altro, si ritrovò a mangiare sassi e punte acuminate, sperando di infliggere al corpo un dolore così grande da trascinare con sé anche l’altro dolore che non poteva ascoltare, così grande da distrarsi dall’altro dolore che non poteva lenire.
Ma fu tutto inutile.
Tu sopravviverai, aveva giurato il Misericordioso ad Abramo, osservando compiaciuto il brandello di pelle strappato e offerto sull’altare di pietra. Anche tu sopravviverai, aveva giurato Kareem a se stesso, visto che non hai altra scelta.
A quelli del circo non importava.
Si accorsero presto che Kareem aveva due cuori, due stomaci, due fegati e che non esistevano passaggi comunicanti tra i doppi. Metà del suo essere era totalmente insensibile, l’altra metà sconosciuta e inaccessibile.
Zaira conosceva la cura, come sempre.
Ma non avrebbe potuto aiutarlo, non questa volta.
La cura ce l’aveva lì, sotto gli occhi, ogni giorno, ogni volta che Murzuek lanciava una lama su Alicia senza colpirla.
Colpisci me, pensava Kareem, colpiscimi. Fammi sanguinare, se puoi. Colpiscimi nel cuore fragile, quello che io stesso non riesco a trovare, dilaniami e prendimi.
E al suo turno si lasciava scivolare in gola le lame, si infilava frecce sottopelle, trapassandosi le cosce e le braccia da parte a parte.
Si appoggiava tizzoni incandescenti sulla lingua e così si offriva al pubblico, compiendo il giro della piazza fino a convincerli dell’assenza di inganno. Beveva petrolio, succhiava lamette e ingoiava aghi.
Sotto il costume circense un cilicio avvolgeva anche il sesso, serrato in un filo spinato nel disperato bisogno di offrirgli una tregua.
E di notte sognava, anche Kareem l’Intoccabile. Sognava del suo corpo sbocciato come un fiore rosso sangue.
Sognava la morte di Alicia, per sua stessa mano.
Io sopravviverò – si diceva. Non importa a che prezzo. Quale che sia, purché lui solo possa toccarmi.
(Il pubblico applaude smarrito, quasi che non abbia altra scelta. Qualcuno arretra di un passo, come a cercare spazio e aria nella congestione della folla. Come per timore che la massa possa coglierne i segreti pensieri)