Archive for febbraio 2007

Varia et alia

febbraio 27, 2007

Eccoci qua. Qui torno. Qui esco e entro.

Qui, senza saperlo, senza volerlo davvero trascorro.

Patrizia Cavalli

 

Qui dentro.

Ho riletto dei blog, in questi giorni. Per intero.

Blog che amo molto e che mi è piaciuto ripercorrere a fondo senza l’ansia di aggiungerci del mio.

Belle cose, bei pensieri.

Una donna che mi pare non avere troppi strati, che in alcuni punti sento assomigliarmi in modo quasi inquietante. Muro di mattoni e sotto mollusco nudo.

Un uomo che non si teme e  scrive cose sagge e intense.

Poesie, un sacco di poesie.

Ma in fondo un blog è l’epidermide. Sotto ci siamo noi, l’ipoderma. In mezzo il derma.

E’ quella parte lì che mi interessa. Per alcuni ampia, quando è ampio lo scarto tra chi siamo e ciò che rappresentiamo all’esterno.  Per altri sottilissima.

Tanto all’ipoderma non ci arriveremo mai, non sarà mai possibile toccarci fino a quel punto segreto. Al massimo brevi e fugaci intuizioni.

E’ nel derma che ci incontreremo e ci ritroveremo, nello strato intermedio tra ciò che siamo e ciò che vogliamo o riusciamo a mostrare. In quel sottobosco simile a un labirinto.

Simile al reticolato di un buon tamburato, cellette a nido d’ape in cui acquattarci e dalle quali essere stanati, spesso strato di gelato a vaniglia da raccogliere ad ampie cucchiaiate e gustarci golosamente. Groviglio o ricamo.

Sono stata tutta nel derma, in questi giorni. Mi mancava la volontà di emergerne in superficie.

Mi mancava pure la capacità di sprofondarne al di sotto.

 

Fuori di qui.

Tu mi metti in ginocchio, tu. Poi mi rialzi. Senza sforzo, senza imposizione.

E’ per questo che mi fido ciecamente di te. E’ per questo che puoi dirmi di tutto, mostrarmi anche i preconcetti che ho su me stessa.

Hai la chiave.

Come dire: amo pensarmi rigorosa, normativa. Fedele agli altri ma innanzitutto a me stessa.

Sei capace di fornirmi una possibilità di scelta: se lo sei, allora è questa la strada da seguire.

Oppure accetta di non esserlo e fai altro.

Fare appello alla coerenza, senza deridermi e senza condannarmi, è l’unico modo per avermi. Mostrarmi le mie alternative interiori e sfidarmi a scegliere.

Evviva il metodo.

E’ così che ho bisogno di essere amata, io, ricondotta ogni volta per mano fino al centro – bisogna vederlo il centro, o ci si girerà inutilmente intorno, si sfiorerà solo in modo casuale.

O che mi si mostri la discrepanza tra il dentro e il fuori, passando attraverso lo strato di mezzo. Senza aggressività.

E’ difficile, lo so, ma è l’unica strada possibile.

E’ che per amarmi occorre tenermi testa, frenarmi, impedirmi di mortificarmi da sola. Occorre raccogliermi e sollevarmi. Proteggermi da me, innanzitutto. Offrirmi un nido in cui raggomitolarmi o poter distendere braccia e gambe all’infinito. Considerare che non so dosarmi. Tirarmi fuori solo quel tanto di sentimento che si è in grado di sopportare e ricambiare con pienezza.

Ogni altra forma mi depaupera, mi sottrae qualcosa.

Si ama così solo se non si ha paura.

Se invece si ha paura, si scatena l’aggressività nell’altro. La paura è contagiosa. Si sparge come un odore che pervade tutto, fa da calamita e attrae ogni possibile insicurezza.

Tu mi plachi, mi fornisci punti di vista e strade. Tu mi riformuli e non mi lasci scampo.

Peccato – o fortuna? – che tu non sia un uomo. Avresti tutta intera la mia vita.

 

Intermezzo sonoro.

Una mattina il giudice mi chiede: questo cos’è?, indicando tutte le mie mercanzie.

Questi sono gli originali, rispondo indicando le cassette.

Questi invece, e mostro i cd, contengono la semplice digitalizzazione del suono.

Parli più chiaramente, che non capisco.

E’ semplicissimo. Infila un cavo qui e uno nel pc e capta il suono, poi lo trasforma in un formato capace di essere letto da altro dispositivo, come un computer o uno stereo. Il contenuto è lo stesso, variano solo il supporto, il modo di decodificare e leggere.

Non ho capito tutto, ma va bene.

Avrei un altro esempio, Vostro Onore, ma non è questa la sede.

Mi penso di nuovo sdraiata su di te – ho memoria di tutti i dettagli, pur sapendo che la mappa non è il territorio –  mentre cerco di captare i tuoi suoni interni e cerco di rapportarmeli in un formato che sia leggibile da me. Importo la diteggiatura sulla mia pelle e ne faccio ascolto privato e amplificato, sperando di non modificarne il contenuto, di lasciarlo il più integro possibile.

La tua mano sulla mia coscia. Niente formati compressi, purezza del movimento, suono limpido.

Qui non è cosa di ormoni impazziti.

I miei ho imparato a tenerli a bada, meglio di un ammaestratore di pulci.

Seduti.

Impiedi.

Un salto.

Fermi.

Vi muoverete solo al mio comando.

L’ultima volta che ho lasciato fare a loro sono precipitata in un inferno.

Adesso obbediscono. Se voglio, mi assistono con uno zelo indescrivibile. Si fanno complici.

Portatori sani di magia.

Puoi sentirli chiacchierare sotto la pelle, brulicare. Puoi vederli in ogni gesto che compio.

Sono ciechi, ma si servono del mio cuore come di un cane da accompagnamento.

Insieme conoscono la strada per raggiungere il centro, anche loro.

(Gli amanti rumorosi dovrebbero servirsi della funzione denoiser. Sprecano la possibilità di sentire il suono lievissimo degli organi che combaciano, della perfetta aderenza dei pieni e vuoti reciproci)

 

Ancora tu.

Una busta di regali preziosi.

Poesie che mi faranno da collana. Collane che tintinneranno festose.

Sete e fiori. Scarpine minute per entrare in punta di piedi in una femminilità che si preannuncia e mi riempie di tenerezza e piccole ansie.

 

E poi.

Hai ironia, tu, anche quando mi chiami alma y corazòn.

Di te dal derma amplissimo, l’ipoderma nascosto e l’epidermide letteraria PH6 apprezzo lo sforzo di raggiungermi, con parole lievi e distinte.

Il tuo affetto composto e ogni parola così somigliante a un baciamano.

Tu hai imparato a sublimare la paura. A girarci intorno evitandola.

E’ così che ti descriverei: antico.

 

Dopotutto.

Dietro tante parole siamo acqua e sale. Il senso della voce, il senso della vista. Il suono.

A me piace assaggiare le cose. Porto tutto alla bocca, come i bambini.

Ho un sistema di rappresentazione del mondo di tipo cenestesico: non ricordo nulla, se non odori, consistenze, sapori. Sensazioni di oppressione fisica o libertà, l’impronta dei tessuti sotto le dita.

Il solletico dell’erba sul collo, la sgradevolezza della polvere di gesso sulle mani, un solco sulla pelle. L’umidità e il calore.

 

Volevate che tornassi? Sono tornata.

Vi ho sfinito a sufficienza? Bene.

Sono tornata.

Cazzi vostri.

Annunci

Certe piccole magie

febbraio 18, 2007

Stasera niente domande, piccola mia. Stasera non è sera.
Vedo il mondo agitarsi dietro le tue pupille, le tue domande messe in fila come proiettili in attesa di colpirmi.
Stasera ti direi che la vita è una grande scatola Ravensburg da Apprendista stregone, che crescendo varia solo il livello e la complessità dell’artificio. Che ogni cosa ha un perché, anche quando è nascosto. Che se cerchi il miracoloso e il magico, devi dapprima disporti ad accettare che lo siano. Volerlo, insomma, e poi impegnarti per crederci.
Ho poche regole certe: una di queste è che siamo fatti di acqua e sale e che dietro una lacrima di tristezza o di gioia la composizione è la stessa.
La chimica della sostanza, l’energia di scambio e dissoluzione, il modo di essere a se stessi o al mondo. Sono cose che imparerai, nel tempo.
Siamo acqua e sale, proprio come il mare. E il mare ha molecole coese, che portano inscritte un codice di appartenenza.
Si muovono insieme, a onde, e anche quando apparentemente restano ferme in superficie piatta. Fanno confine tra cielo e abisso. Non si disperdono mai, ma si distendono ampie a lambire coste e a circondare isole.
Un giorno ti parlerò della memoria dell’acqua e del pianto e delle informazioni che trasmette. Della termoluminescenza che ci permette di individuare il nostro spettro di esistenza. Dell’arcobaleno che talvolta puoi vedere in una lacrima.
Stasera ti direi ciò che imparo ogni giorno e di nuovo ho riascoltato ieri, del patto implicito che lega mago e spettatore; che è solo il ruolo certo – in uno spazio definito – a permettere di offrire la fiducia in cambio della promessa di stupore.
Ti spiegherei che forse il segreto del funzionamento del mondo è quello che trovi nel libretto di istruzioni, alla voce “sei regole dell’arte magica”. Dovrai impararlo senza di me, ci sono cose sulle quali sono debole e nemmeno capace di insegnare:
Non rivelare mai il meccanismo di un trucco
Non presentare mai un gioco se non ne sei assolutamente padrone
Individua la giusta distanza e posizione
Non eseguire mai lo stesso trucco una seconda volta
Mantieni la calma e muoviti con tranquillità ed eleganza
Tieni sempre nascosti agli altri gli strumenti del mestiere.

Io no, non sono un mago, posso solo permettermi di scrivere, di combinare lettere e frasi e stupirmi al ritrovare la mia anima impressa su un foglio, che mi riflette come specchio e serve a ricordarmi ciò che sono.
Niente domande, piccola mia, stasera non ho risposte da fornire. Non conosco giochi a successo garantito. Al massimo posso far saltare un coniglietto.
Potrei solo parlarti dell’amore necessario, ma non è il tempo.
Dovrai prima conoscere l’amore sognato, quello tradito, quello trasgredito. Passare attraverso gli anni dell’amore improvvisato, di quello sperato, di quello mai vissuto. Incontrare l’amore masticato, rubato, dilaniato. Affamato. Fare un apprendistato, insomma. Come tutti.
Vorrei insegnarti la forma delle cose, bambina mia, di tutto ciò che vedi e tocchi.
Per poi ricordarti che in fondo siamo acqua e sale, senza trucco né inganno.

Changez la femme

febbraio 16, 2007

Oggi vi  devo raccontare la  storia di un blogghèr che si era innamorato di una commentatrice.

Sono cose che ogni tanto capitano e dunque mi tocca riferirvi.

La cosa cominciò nella finestrella commenti, nella migliore tradizione di tutte le storie d’amore ai tempi della blogosfera. E commenta oggi, commenta domani, prima o poi i due presero contatti in separata sede.

Epistolari, perché erano tipi antichi e all’antica.

In realtà le cose non erano semplici come appare al primo sguardo, giacché nonostante i toni briosi usati pubblicamente, in privato il blogghèr cominciò a raccontare alla commentatrice della sua infelicità coniugale.

Copione banale, direte voi.

E qui mi tocca smentirvi, giacché la commentatrice in questione era nientepopodimeno che la sua signora, sotto mentite spoglie. Che stava lì con il preciso intento di vedere il fedifrago dove volesse andare a parare.

Per assecondarlo cominciò anche lei a raccontargli del suo ménage, che faceva acqua da tutte le parti.

Insomma, sfogati oggi e sfogati domani, i due giunsero alla conclusione che le reciproche infelicità si erano fatte insopportabili ed era dunque maturato il tempo di incontrarsi per valutare se due infelicità si annullino, come le negazioni,  o diano vita a una terza infelicità, eventualmente condita da rapidi ed effimeri bagliori che almeno per poco la trasfigurino.

E dove ci vediamo? E dove ci incontriamo?

La scelta del luogo fu situata a duecento chilometri da casa, in terra neutra.

Lui giustificò con la moglie la sua partenza improvvisa attribuendola a una riunione di lavoro.

Lei lo anticipò informandolo che per due giorni avrebbe tenuto un corso di aggiornamento fuori sede.

Facciamo un passo indietro: il blogghèr in questione non era un fedifrago.

Voglio dire: non lo era mai stato e forse non lo sarebbe mai diventato.

Gli mancava la struttura di base, la capacità organizzativa e quel pizzico di malizia necessario.

Si racconta infatti che dopo questa decisione fu costretto per due giorni a sorbire pasticche di Imodium e diverse gocce di calmanti.

Ma c’è un momento nella vita di ognuno di noi in cui la percezione della propria infelicità è talmente intensa – e forse distorta – da renderci capaci di grandi gesti, di azioni che fino a un momento prima non avremmo creduto possibili neanche nel nostro profondo immaginario.

E’ un momento fulgido in cui si crede di poter brillare come un astro, salvo poi rendersi conto che il sistema planetario se ne fotte di noi.

Giovedì mattina di un rigido giorno di febbraio, alla stazione della città di S.

Il blogghèr ha giacca, cravatta e impermeabile. Un ombrello. Controlla nervosamente il portafogli, il cellulare, la punta delle scarpe. Per ragioni dettate dall’ansia è partito con cinque ore di anticipo. Il risultato è che muore di sonno.

Quand’ecco che in lontananza vede una sagoma nota: gesù, e quella è mia moglie. E mo’ che dico? Che racconto? Che mi invento?

E tu qua che ci fai?, chiede la moglie falsamente sorpresa.

Il blogghèr crolla drammaticamente: si butta ai piedi di lei e piange, implora il suo perdono.

Dice cose come: credimi, credimi, non è mai accaduto nulla, io amo solo te. Come ho potuto credere che non fosse così? Cosa mi ha portato qui?

Le dice sinceramente, il poverino. Non è un fedifrago, l’ho detto subito. E’ il momento della rivoluzione copernicana esistenziale: la Terra non è un cazzo, è uno sputo nell’universo, un accidente cosmico. Fermi tutti, l’Etat c’est elle, pas moi.

E intanto si guarda intorno per vedere se questa  commentatrice arrivi o no e spera che non arrivi, che sia stata inghiottita da un destino avverso, che lui no, non ce la fa ad affrontare anche questa prova.

Fiat voluntas tua, sussurra sottovoce, e inghiotte un altro Imodium.

La moglie sembra comprensiva. Anche se non capisce tutto lui ha come l’impressione che intuisca e non voglia fare domande.

Andiamo a casa, su – gli dice – sospingendolo verso la stazione.

Due giorni dopo.

Il blogghèr e la commentatrice riprendono contatti.

Ma tu dov’eri?

E tu?

Io ho avuto un contrattempo e non ho potuto avvisarti.

Meno male, anche io. Pensavo mi avessi aspettato per ore.

Tua moglie ha sospettato qualcosa?

No. E lui?

No, no, è un coglione, non si accorgerebbe di nulla. Quando pensi che  potremo ricombinare?

Lui tituba. Vorrebbe dire domani, dopodomani, tutti i giorni. Ma non è un fedifrago, no, lo abbiamo già detto. E poi pensa al marito coglione e un po’ gli dispiace. Lui non vorrebbe mai che sua moglie parlasse di lui così. Non adesso, in ogni modo.

Più in là, risponde con elegante e vile vaghezza.

Sei come tutti gli altri, gli scrive lei stizzita. Dall’altro capo del monitor lui può intuire il picchiettare arrabbiato e deluso sui tasti.

E’ l’ultimo contatto che hanno. Poi il buio rassegnato

Due mesi dopo lo sorprende una raccomandata. Studio legale Antonucci: richiesta di separazione consensuale.

Perché?, chiede incredulo alla moglie. Perché proprio adesso?

Lei gli vorrebbe dire: perché non hai i coglioni, ma non sarebbe proprio esatto, no. Conterrebbe una notevole quota di imperfezione.

Opta per: perché sei un coglione.

Contestualmente ricompare la commentatrice, per una comunicazione rapida e concisa:  con suo marito adesso le cose vanno bene. Sono felici come mai prima.

Beata te, pensa lui. Con un sottile, struggente, coglionissimo rimpianto.

San Faustino, perdonali tutti. Se puoi, salvali. Se non puoi, prenditeli.

febbraio 15, 2007

Che  se uno  mi avesse  detto che in  una serata come quella di ieri io mi sarei divertita assai, io non ci avrei creduto, e invece sì.

Innanzitutto i nick, perché la gente aveva per lo più un nick.  Che un conto è avere un nick in un blog, un conto dal vivo. Fa una certa impressione uno che si chiama Peluris o una che si presenta come Indianella Jones. Per non parlare di Malaussène e Casta Diva.

E vabbè.

Così come in natura, le donne erano in numero superiore agli uomini, per cui sono stati previsti tavoli con abbinamenti 2+2 e tavoli con 3×1.

Grazie al corretto abbinamento, dovuto probabilmente a venticinquennale amicizia con i membri del comitato frizzi e lazzi, non ho avuto necessità di utilizzare i baffi.

Katiuuuscia non ha indossato la parrucca bionda, ma aveva dei capelli bellissimi.

Età varia dai ventidue ai sessanta, nessun look strafigo, nessun eccesso in generale. Personalmente conoscevo almeno il quaranta per cento dei presenti, il che rendeva tutto più divertente.

Una coppia di freschi innamorati è stata separata all’istante. Dopo continue incursioni di lei al tavolo di lui e viceversa, il comitato ha stabilito che siffatto comportamento non era regolamentare e lo ha pubblicamente sanzionato.

Prima tornata: Flounder, Indianella e due – dico due – Peter Pan. A dimostrazione che più che una sindrome, si tratta di una piaga endemica. Il male del secolo.

Seconda tornata: Flounder e Indianella (che dopo aperitivo e antipasto ormai erano siamesizzate),  Ragazzo del Bronx e Marco (che lui non aveva fantasia per il nick).

Ci sarebbe stata una terza tornata, ma arrivati al dolce è subentrata l’anarchia, con tanto di declamazione di cartine di Baci Perugina e commenti a caldo sui partecipanti e le dinamiche di gruppo.

Il primo tavolo di conversazione ci ha visto impegnati in: scavi risalenti al periodo del bronzo nell’area nolana (Indianella l’archeologa), esercizi sulla pratica dell’Inquisizione (Flounder), architettura e viaggi (Peter Pan l’ingegnere), varie ed eventuali (Peter Pan l’avvocato).

L’antipasto era buonissimo, il vino pure.

Con enorme rammarico abbiamo dovuto salutare i nostri piacevoli commensali prima di conoscere dettagliatamente la politica economica di Chavez su Cuba e gli elementi procedurali nei ricorsi amministrativi.

Il secondo tavolo di conversazione è stato immediatamente monopolizzato dalla depressione sentimentale di Marco e dall’analisi minuziosa dei suoi paradigmi (pre)concettuali. Il Ragazzo del Bronx gli ha proposto varie forme di cura su basi fisiologiche, dopo rapida indagine eziologica che attribuiva il tutto a una probabile occlusione intestinale (del resto era chirurgo internista, chi più di lui poteva aiutarlo?), Indianella gli ha velatamente suggerito di darsi allo scavo (per poi seppellircisi), io ho proposto, visto che aveva ammesso di detestare il fumo, di andare in cortile a fumare una sigaretta. Indianella ha precisato che non fumava, ma in quell’esatto momento sentiva il bisogno di cominciare.

Dopo i paccheri con asparagi – nutrizionista docet la situazione Marco ci è apparsa davvero irrecuperabile, né è migliorata al cospetto del vitello con salsa di peperoni e citronella.

Da rapido riscontro con le precedenti commensali abbiamo raccolto insofferenza e sdegno. Il commento è stato: uno non può venire qui e approfittare così della pazienza del prossimo. Eccheccazzo.

Ci ha parlato di libertà, indipendenza, amore, paternità, giustizia e crescita personale, dall’alto dei suoi quasi trentotto anni (e come ci teneva a quel quasi!) vissuti con mamma e papà. Sostanzialmente, la sua ex gli metteva le corna.

Il Ragazzo del Bronx mi ha fatto credere per venti minuti di essere stato compagno di liceo di mia cugina e che ci fossimo già incontrati alla sua festa di diciotto anni. Dopo aver scoperto l’inganno non ho potuto fare a meno di raccontargli che per lavoro facevo la sarta al Teatro S. Carlo, cosa che lo ha impressionato moltissimo e mi ha esposto a una fila di domande sul riciclo degli abiti di scena, il noleggio e quant’altro, fino a che ho dovuto confessare la verità e deluderlo irrimediabilmente.

In un moto di esasperazione complessiva tutti e tre abbiamo guardato Marco e all’unisono, senza preventivo accordo, abbiamo scandito ad altra voce un pratico e scurrile suggerimento per la cura del suo male. Non ha gradito, si è infilato il cappotto ed è andato a soffrire altrove.

Seduta sui gradini del cortile con il proprietario della baracca, ci siamo scambiati inciuci e dettagli sfuggiti.

Che bello, che bello, che bello. Lo rifacciamo l’anno prossimo?, ha chiesto una biondina su di giri.

Lo rifacciamo, sì. Ho risposto. Ma in topless per le donne e sospensorio per gli uomini.

Ma quanto sai essere stronza, tu?, ha riso il padrone di casa.

Quanto serve, ho risposto io.

Il mio amico dal nick Metro, che condivideva il tavolo con il mio amico di infanzia dal nick UomoMisterioso, e due deliziose fanciulle, mi lanciava sguardi divertitissimi.

UomoMisterioso mi aveva chiesto di reggergli il gioco: fingendo di non conoscermi  mi ha estorto pubblicamente il numero di telefono che conosce da vent’anni e una volta ottenutolo continuava a cercare di persuadere le fanciulle che non c’era nulla di male, e che si era lì per quello e che io avevo lo spirito giusto e loro no. Cosa non si fa per amicizia.

Stasera lo chiamerò per conoscere gli sviluppi.

In auto la mia amica mi raccontava che una delle loro compagne di tavolo è andata via offesa  perché non le consentivano di parlare solo ed esclusivamente del suo recente viaggio in Africa.

Anche voi zitelle?, ho chiesto ironicamente sul finire a un paio di donne che non conoscevo.

No, siamo single, hanno risposto stizzite.

E tu?

Lei è innamorata, ha risposto Metro con una strizzatina d’occhi e una risata compressa. Non si vede?

E tu pensi davvero che ci si possa innamorare così, dopo una confusa e rapida cena? (stizza in crescendo)

Ma no, lei è uscita già innamorata da casa, tipo quando uno si porta la sua colazione al sacco.

E allora che ci fai qua? (cuspidi di stizza oltre i limiti fisiologici del tracciato)

Sono qui per monitorare e rendere onore alla sociologia. Vengo in segno di pace, non mi approprio di nessuno e mo’ me ne vado pure a dormire.

Nessuno degli intervistati aveva un blog. Se ce l’avevano, hanno avuto pudore a confessarlo.

Sottotitolo: che s'ha da fa' pe' campa'

febbraio 12, 2007

Si diceva la settimana scorsa con gli amici del cineforum, con i quali in questo momento gestiamo ben due salette, di cui una presso una famosa libreria ubicata in un palazzo nobiliare, bellissimo, con annesso caffè ristorante e sala ballo, insomma si diceva di organizzare qualcosa per san Valentino.

Che io lo odio, lo odio troppo san Valentino. E’ una festività che mi irrita, non tiene né capo né coda.

Però se il tuo anfitrione ti chiede una collaborazione e il coinvolgimento dei tuoi associati in cambio della saletta gratuita e di tutte le attrezzature che ti mette a disposizione, puoi mai dirgli di no?

No. Appunto.

Allora il comitato frizzi e lazzi ha stabilito di organizzare una cena dal titolo Booklovers, coinvolgendo anche l’associazione del tango argentino e qualche altra falange di smandrappati.

C’è una scheda da compilare con i dati anagrafici, il libro preferito, il film preferito e cose così.

Il proprietario della libreria, che è un pazzo scatenato, organizzerà gli abbinamenti.

Tavoli da quattro, ma i commensali varieranno ad ogni portata, a suo insindacabile giudizio.

A fine serata però ognuno potrà prendere il caffè con chi più gli aggrada.

Grazie assai, capo.

E qui le prime obiezioni e vibrate proteste della comunità gay iscrittasi, che rivendica appositi tavoli e par condicio nelle sistemazioni a tavola.

Ieri sera allora facevamo il conto della serva: se ogni tavolo ospita quattro persone e ognuna di esse ad ogni pietanza dovrà incontrarne altre tre, per far fronte alle esigenze suesposte occorrerà un numero esponenziale di gay, tale da esaurire tutti i coperti disponibili.

Le zitelle tutte si sono opposte, gli etero maschi manco a dirlo.

Proponevano che gli abbinamenti omo fossero dati una volta per tutte, ma il comitato organizzatore si opponeva, diceva che era contro lo spirito della serata. Che occorre flessibilità e capacità di adattamento.

Come si dice quel fatto là? Melting pot, ecco.

E ci faceva troppo ridere vedere come la gente prendesse tanto sul serio questa cosa e ne facesse questione fondamentale.

A che cosa non si attacca la speranza, al giorno d’oggi! Ah, mammamia!

Quest’anno dunque mi tocca festeggiare san Valentino. Fuori dalla norma.

L’unico problema è che ancora non ho capito che ruolo mi tocca. Temo una crisi di identità.

In borsetta mi porterò un paio di baffoni finti, che mi appiccicherò sul volto secondo le circostanze.

Dovessi scoprirne un’insospettata utilità, li terrò su fino al fine settimana.

Di alberi, parole e paguri

febbraio 10, 2007

Non è facile sbarazzarsi di una dipendenza.
La verità è che non ce ne si può liberare facilmente, quello della dipendenza è un modus, è una costituzione: si può solo ragionevolmente impegnarsi per sostituire a una sostanza dannosa qualcosa di più positivo. Come succede nei gruppi di autoaiuto che creano relazioni forti tra persone e si danno alla preghiera o ad attività di tipo benefico. Ma spesso permane la stessa forma di compulsione.
Riempirci allora di cose che ci fanno bene, sapendo che comunque si tratterà di un’altra forma di droga. Che la  privazione ci manderà comunque giù di umore, in ansia.
A volte penso al meccanismo pazzesco, all’energia che occorre per mantenere in piedi una dipendenza e a quanto meno occorrerebbe per liberarsene. Ma i costi dell’ansia sono talmente elevati e l’abitudine così radicata che non ci si rende conto e si prosegue.
Io se non avessi una forza di volontà spaventosa – e tuttavia insufficiente – avrei potuto tranquillamente infilarmi in un tunnel senza uscita. Ci sono portata, lo sento. Non mi vergogno ad ammetterlo, non mi va di barare.
La dipendenza è come l’idea di acqua in un deserto: una tale prospettiva di benessere che sei disposta a sopportare tutto il male del mondo pur di raggiungerla.
Quando mi siedo alla tastiera io so perfettamente di star assecondando un bisogno insopprimibile. Io scrivo, scrivo sempre, a prescindere dal blog. Scrivo ad ogni minima contrarietà, ad ogni emozione forte.
Ho scelto una delle vie meno dannose. Ne pago un prezzo che tutto sommato mi sembra sopportabile.
Perché il costo c’è comunque, attenzione. E’ solo uno sviluppo differente di quella forma di fuga e controllo sulla realtà comune a tutte le dipendenze.
E’ questo scrivere che assolve a una doppia funzione: tirare fuori l’insopportabile e riempire lo spazio vuoto che si viene a creare con una sua diversa formulazione, che renda anche l’insopportabile – che non sempre è negativo, anzi, tutt’altro, a volte si tratta di cose talmente belle da togliere il fiato – tollerabile e digeribile. E’ un lavoro continuo sul senso e il doppio, sulla catalogazione, sull’affinamento della percezione e della memoria.
Me la sono studiata a tavolino la mia dipendenza, un giorno l’ho scelta tra altre che mi parevano più dannose.
La mia forza di volontà arriva fin qui, alla possibilità di indirizzo. Che comunque non mi pare poco.
Non è la dipendenza da un pubblico, da una claque, dalla conferma esterna. No, no, quello non c’entra niente.
E’ qualcosa di molto più intimo, quasi una pratica meditativa.
Non ha importanza la forma o il contenuto dello scritto, diventa importante il tempo e la concentrazione, quella forma di autoipnosi simile a una seduta di zen o allo yoga.
Yografia, ho trovato scritto l’altro giorno su un blog che mi piace assai.
E’ questo, più o meno. Tutte le forme di meditazione rimandano all’idea di astrazione, di distacco e si rendono tanto più necessarie quanto più forti sono le nostre debolezze o dipendenze. E’ solo l’altra faccia della medaglia.
C’è qui, a pochi passi da casa mia, un giardino all’inglese che ospita alberi rari, una serra e palazzine borboniche.
Dentro uno di questi edifici vive un albero enorme, proprio al centro. Era preesistente alla casa ed è stato inglobato alla costruzione.
Pensavo che così succede a una dipendenza. Viene seminata in un dato momento, prima ancora che intorno esista la struttura e che quest’ultima si formi man mano, per stratificazioni successive.
E quando finalmente ti dai conto che quell’elemento diventa non più sradicabile, devi accuratamente incorniciarlo e cercare di renderlo punto di forza.
Un albero al centro di un edificio è un rischio, ha radici forti.
Avevamo un grande pino, una volta, che in un giorno d’estate si svegliò e con un colpo di radice fece saltare tutte le piastrelle di casa e richiese grossi lavori. Lo tagliammo, ma la casa non fu mai più la stessa. La vendemmo, anche e forse soprattutto a causa del fatto di aver tagliato l’albero: era diventata caldissima, non c’era un filo d’ombra, era spoglia.
Questa cosa mi impressionò così tanto che anni dopo ne scrissi un racconto, trasfigurando il mio pino in ciliegio.
La palazzina e l’albero sono ormai intimamente connessi. L’albero affonda le sue radici in profondità e costituisce una perenne minaccia, eppure l’edificio lo ospita e lo protegge, e forse – tra i due – sarà quello ad andare prima in rovina.
I visitatori colgono l’insieme, la sorprendente anomalia e la sua bellezza, la persistenza della vegetazione.
Forse la dipendenza è come un albero che ti cresce dentro, che rafforza man mano il suo fusto ed espande i rami. E’ forza e fragilità a un tempo, tentativo di osmosi tra il dentro e il fuori, trattativa di lungo periodo.
E ti chiedi  a volte se il paguro si ponga mai di questi problemi.

Riflessioni a margine di un ennesimo tentativo di lezione di ballo

febbraio 8, 2007

Tra  le varie  cose che vorrei  saper fare nella vita, tra le varie cose che sono certa non riuscirò mai a fare c’è il ballo.

Io adoro ballare.

Cioè: io adorerei ballare, se sapessi farlo.

Ma non è arte mia, ci sta poco da fare: ci ho provato, ciclicamente ci riprovo. Niente da fare.

Non è una questione di tecnica o di mancata memorizzazione dei passi. E’ una faccenda di abbandono.

E io con uno sconosciuto proprio non ci riesco, il ballo fa appello a una tale carnalità sepolta che proprio non ce la posso fare: mi imbarazzo, mi vergogno, mi imbrano.

Io vorrei un ballerino mio tutto mio solo mio primaduranteeddopo che mentre ballo lo guardo negli occhi e non mi devo preoccupare di quello che ne viene fuori sull’onda delle note e del passo.

Ecco, questa è la ragione per la quale io non ballo.

Quando raramente capita, la sera stessa gli amici soliti dicono: non ti avevamo mai visto così.

Appunto.

Dentro quel così c’è la sintesi perfetta di quello che una volta mi disse la mia maestra di sevillana: las sevillanas no son cuatro, como normalmente se enseña. Son cinco: pero la ùltima no se baila en publico sino en la cama.

Vabbè. Mi son spiegata.

Per tacitarmi la coscienza io però ci ho provato e ci provo tuttora.

Corso di sevillana, di pasodoble, valzer, salsa, merengue, tango argentino e tango show, cha cha e per completezza anche un corso teorico pratico sulla nascita del ballo e la sua evoluzione fino all’avvento della società industriale. Per intenderci, ho ballato danze nuragiche, antichi balli israeliani, gighe e minuetti, nonché tutta una serie di cose  popolari, dalla danza del cornuto, sud ovest di Francia, alle danze circolari per trovare moglie, campagne venete.

Da tutto questo io ne ho ricavato una scarsa soddisfazione in termini motori, ma una discreta conoscenza del materiale umano che qui vengo tassonomicamente a riproporvi, accettando contributi e rettifiche.

Per il momento, i maestri:

Chico, danze latino americane: fisico scolpito, sguardo oltre la soglia delle vacuità, labbro tumido e capello lunghissimo stretto in una treccia. Abbronzatura costante, pacco in evidenza. Parla con un accento caraibico imparato con apposito corso in cassette. La sua ambizione suprema è partecipare a un Grande Fratello.

Carmen, flamenco. Tendenzialmente sovrappeso e con piedini piccolissimi. Ha una certa ferocia nello sguardo e una crudeltà innata che traspare dal modo in cui atteggia le mani. E’ dura e segnata, il suo scopo è punirvi per i suoi passati infelici amori. Batte il tempo con le mani, sperando che anche per voi trascorra con la stessa rapidità con cui è passato per lei.

Fernando, tango. Occhiaie profonde, spalle che si chiudono a proteggere il cuore, baricentro volutamente abbassato, sguardo malinconico. Voce sussurrata e calda che mal si abbina al distacco interiore che chiude ogni giro. Di giorno guida un’ambulanza o fa il grafico pubblicitario. La sera, puzza un po’ di sudore.

Marcello, balli da sala. E’ gay. Lo rivela quella sua postura da impalato. Gli piacerebbe indossare un abito lungo e svolazzante per il valzer. Non potendo, si accontenta di ballare con tutti gli uomini per mostrare loro come e dove devono toccare la partner per imprimere il giusto movimento. Ha qualcosa di sadico nello sguardo, ma nessuno osa ribellarsi per timore che qualche lato oscuro venga improvvisamente scoperto e rivelato pubblicamente.

Teresa, pizzica e taranta. E’ stata femminista sfegatata, sindacalista, attivista politica e si è sottoposta per circa dieci anni ad analisi junghiana. Non si fa la ceretta e non usa deodorante. Fortemente sessista, gira tuttavia con un tascapane dove oltre alle castagnette, custodisce anticoncezionali di ogni genere e tipo.

Sabrina, balli di gruppo. Voleva fare l’animatrice al ClubMed, ma il fidanzato geloso e la mamma apprensiva non le hanno permesso di partire. Ha trovato una sua collocazione nel cortile della parrocchia, tra una lezione di corso prematrimoniale e una di catechismo ai bambini. Per il compleanno vorrebbe regalarsi un paio di scarpe con paillettes e un gonnellino tagliato di traverso. Ha ordinato tutto su un catalogo per corrispondenza, consegna fermoposta in confezione anonima.

L'enorme potenziale della swot analisys per l'espansione complessiva del sistema

febbraio 6, 2007

Lui.
Lui è l’antitesi del seduttore, ma non in senso buono.
Lui è uno degli uomini più odiosi che mi sia mai capitato di incontrare. Non ha collo, la testa direttamente incassata nelle spalle. Basso di statura.
No, non è realmente brutto. E’ solo odioso. Di quelli ai quali tireresti un paio di sberle a prescindere.
E’ un’opinione condivisa.
Lui ha un rapporto morboso con i suoi cellulari, è sprezzante dell’interlocutore. E’ un pessimo oratore, di quelli che sviscerano una serie di nulla mal confezionati.
La sua claque è moralmente obbligata ad ascoltarlo e a complimentarsi per le vacuità che snocciola.
Mi è toccato ascoltarlo, in nome della ragion di stato
Ma non ero lì, mi limitavo a prendere appunti in stato di trance.
E’ che io ho un rispetto sacro per la parola, sono convinta che non vada mai sprecata, nemmeno quando è superflua o abusata.
Basta rimodularla, riplasmarla. Infonderle nuova vita. Trasgredirla e riapplicarla.
La parola è intrinsecamente magica, ha il potere di trasformare il mondo, di spalancare le porte della meraviglia.
E allora customizzami, come il principe la piccola volpe. Clusterizza tutte le mie zone erogene,  fanne una mappatura a geometria variabile.
Sperimenta una messa a sistema, proponimi azioni trasversali, sfiora i miei punti di eccellenza, ignora tutti i competitors.
Io ti farò un upgrading, sottilmente mi occuperò della pianificazione integrata di tutte le logiche di intervento.
Sarò il tuo one stop shop. Nessuna randomizzazione, voglio il tuo focus sul mio client.
Be my hub, baby.

Facciamo un gioco

febbraio 5, 2007

Voglio farti una proposta. A partire da questo momento, tu farai tutto quello che ti dico. Letteralmente. Passo passo (…)
Nel 2004 Emmanuel Carrère  pubblica un libro che si intitola Facciamo un gioco.
Edizioni Einaudi.
Non è altro che la ripresa editoriale di una lunga lettera d’amore e desiderio destinata alla sua compagna. Solo che la lettera non viene inviata alla destinataria, ma pubblicata su Le Monde della domenica, nel luglio 2002, letta da seicentomila lettori e tra questi tutte le donne che in quel momento, quotidiano alla mano, sono salite sullo stesso treno che trasporta la sua compagna al luogo del loro appuntamento e dallo scrittore vengono trattate alla stregua delle destinatarie della missiva, che contiene ordini precisi e rituali erotici da compiere lungo il viaggio.
Viaggio che lui ha minuziosamente organizzato per lei, prenotandole un biglietto da Parigi a La Rochelle, facendole trovare una copia del quotidiano e dando nella lettera consegne precise sulle pause di lettura e le azioni da compiere.
Per un bizzarro caso del destino, la sera prima della pubblicazione tra i due scoppia una gravissima crisi, ma il racconto è ormai nelle rotative, come inserto speciale al quotidiano.
Lui prova a ripercorrere in treno il tragitto inverso, come nel tentativo di riprendere in mano le chiavi del gioco, ma inutilmente.
Con questo gioco Carrère provoca migliaia di orgasmi al solo scopo di ottenerne uno solo per lui.
Lo scambio si rivela insoddisfacente e drammatico.
Il libro termina così: Pensi che me la tiro. Hai ragione: me la tiro. Ti aspetto al binario.
Quanto è alto il prezzo della seduzione?
Chi lo paga?
Perché?
Fornisca il candidato la formula esatta, i metodi di neutralizzazione dei rischi di cambio, disegni le curve ascendenti e discendenti della passione e per concludere reciti tre ave maria e due pater noster per i pensieri peccaminosi suscitati dalla lettura del libro.

Di sguardi e navi

febbraio 4, 2007

Io oggi vorrei che vi rileggeste questo, passando da qui.