Archive for marzo 2007

Se son rose fioriranno. (Postilla analitica intra-bloggheresse)

marzo 31, 2007

Enunci  di  seguito il candidato  tutte le  sue riflessioni  relativamente al tema proposto e ne sviluppi l’assunto:

data una rosa e considerando la struttura del tempo secondo il modello convenzionale UTC, ad un certo punto si prevede che essa fiorirà.

Invariabilmente avrà delle spine.

E’ tuttavia da precisare che dette spine esisteranno e si manterranno anche in assenza di fioritura e servono unicamente a confermarne la rosità della rosa data.

Chiamando convenzionalmente t0 il momento in cui la rosa è data e t1 il momento della fioritura, è possibile studiare le variabili che interverranno e influenzeranno la durata di t0→t1, che in ogni caso sarà sempre > 0 e < ∞.

L’eventualità che la rosa possa non fiorire ma morire è altresì prevista, ma è del tutto ininfluente rispetto al calcolo del tempo necessario al prodursi dell’evento – quale che sia – in t1.

Possiamo dunque affermare che in t1 la rosa fiorirà o non fiorirà.

Per completezza di ragionamento e suggerire ulteriori spunti di riflessione, riportiamo qui alcune delle questioni che si pongono filosoficamente – oltre l’ambito immediatamente fisico:

il tempo è assoluto o meramente relazionale?

il tempo senza cambiamento è concettualmente impossibile?

il tempo scorre, oppure l’idea di passato,  presente e futuro è completamente soggettiva, descrittiva solo di un inganno dei nostri sensi?

In ogni caso data una rosa, al verificarsi positivo di tutte le condizioni necessarie, siamo certi che essa fiorirà.

Ma tutto questo sempre a condizione che la rosa sia data.

Fine degli enunciati.

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La città di N.

marzo 28, 2007

(Ha toccato un tema, un tasto, una corda profonda. La stazione della città di R. ne era solo l’anticamera)

E fu così che mi ritrovai al centro della città di N.

E’ la città delle cose smarrite, delle persone perdute, dei ricordi dimenticati. Aveva vicoli piccini e strade più ampie, e in ognuna di esse qualcosa di così terribilmente familiare ti catturava l’attenzione.

Tutte le cose che avevi smarrito erano lì, esposte, e tu potevi semplicemente sceglierle e portarle via, senza dover dare conto a nessuno, senza pagare.

L’unico limite – era scritto all’ingresso della città di N., in forma di ordinanza comunale – era nella quantità di oggetti, sentimenti, persone o sogni che potessi portare con te senza ausilio esterno. Niente buste né carrelli, niente agende o promemoria o pallet: semplicemente ciò che riuscivi da solo a tenere in mano, negli occhi, nel cuore, tra le braccia.

Perché non ti veniva offerta una seconda possibilità, no.

Se qualcosa ti sfuggiva per la seconda volta era perso per sempre. E con sé anche ciò che di te ne aveva desiderato la riacquisizione. Il che era forse un bene, nel caso dell’ingordigia o dell’avidità, ma una grave perdita nel caso del cuore o del fegato.

Al centro della città di N. un enorme inceneritore lavora tutto il tempo per smaltire le perdite della seconda volta, è un monito perenne contro la casualità.

Sicché conveniva girare un pochino, osservare con calma quanto un giorno ti era appartenuto, era stato con te e poi scegliere senza esitazioni.

Ti avvertivano pure – alla città di N. – che ciò che ritrovavi e riprendevi sarebbe poi rimasto tuo per sempre. Non potevi più lasciarlo. Se lo avessi fatto ne avresti pagato pesanti conseguenze, ti avrebbe perseguitato la notte come un incubo, ti avrebbe bloccato con due strette ganasce alle caviglie. Sarebbe penetrato nei polmoni e giorno dopo giorno ti avrebbe soffocato.

La gente entrava nella città di N. carica di entusiasmo e man mano si rimpiccioliva, si smarriva, volgeva lo sguardo altrove per ricacciare la tentazione, per il timore di riprendere qualcosa e restarne schiacciata, prigioniera.

Un uomo ne ripartì con una penna, che un tempo era appartenuta a suo padre. C’era anche suo padre, tra le merci esposte. Vivo e vegeto. Non si parlavano da otto anni, per un’incomprensione familiare.

Ma l’uomo preferì la penna: era meno ingombrante e più sicura. Poteva usarla per scrivergli la sera tutte le cose che non gli avrebbe mai detto.

Una donna recuperò una scarpa spaiata: da lì era cominciato tutto, da quel giorno che a causa del tacco rotto aveva mancato un appuntamento, e da allora era sempre in ritardo, in ritardo su tutto. Era così in ritardo sulla vita da non essersi accorta che la sua era già finita.

Io sono ancora lì, nella città di N.

Mi aggiro tra gli scranni, le librerie, le vetrine. Mi aggiro e non so scegliere, non so cosa riprendere.

Scelgo un posticino e mi siedo.

E di colpo capisco, di colpo mi accorgo: perché nessuno viene a cercarmi qui – in mezzo alla città di Niente?

La sicurezza degli oggetti. Sottotitolo: toglietemi tutto, ma non il mio Breil.

marzo 18, 2007

Ordine,  ordine innanzitutto.  E  qui  parte spontanea  la riflessione,  talmente ampia e variegata che non potrò mai riferirla tutta, ma nemmeno lo vorrei.

Certo che però se nella stessa settimana il pc dell’ufficio tracolla, in quello di casa un’intrusione anomala fa sì che un certo mszkt85 o roba simile faccia da padrone nella tua macchina impedendoti di accedere e per finire ti rubano il cellulare, un certo fil rouge ci deve essere. Non possiamo più dire che si tratta di mera casualità, eh no: il fato sta tracciando un disegno, una strada.

C’è un progetto, perfettamente in linea con i miei stati d’animo.

Ora, nel mio cellulare, c’erano stipati una quantità di dati impressionanti, la maggior parte dei quali non riprodotti altrove.

Numeri di telefono, indirizzi postali, indirizzi mail, una quantità di sms pieni di cicicì.

Se qualcuno vi ricatterà sappiate che non è colpa mia.

Li chiamano dati sensibili.

Nel mio telefono c’erano un mucchio di dati sensibili e talvolta sensuali.

Parliamo di questo, dunque.

Cosa avviene al dato sensuale una volta che il dato sensibile di riferimento è inghiottito dal destino e scompare? Scompare anch’esso?

E qui la questione è controversa. Ma – come dicevo – la riflessione è troppo ampia per riferirla tutta. Ma – del resto – nemmeno lo vorrei.

Quand’ero a New York col professore io nemmeno per un attimo ho avuto timore di sentirmi sola: avevo un internet point nello stesso isolato e una rubrica telefonica cui far riferimento.

La comunicazione elettronica assolve al compito di strutturare il tempo e placare l’ansia.

Potete anche contraddirmi sul punto, va bene tutto. E’ che ne ho le prove.

La strutturazione del tempo serve a placare l’angoscia, a proteggere dalla caduta nel vuoto.

Potete contraddirmi anche su questo.

Anzi, facciamo così: parlo per me. Della mia personale percezione del tempo.

Anzi, facciamo un’altra cosa: non ne parlo proprio. Non adesso, quantomeno.

Potete eventualmente aiutarmi a ricostruire la rubrica telefonica, con apposita mail.

Solo dati sensibili.

Per quelli sensuali ho aperto un apposito file sottocutaneo: riservato e con password.

 

Avvertenze: questo post è un uovo di Pasqua. Conviene saltarlo e passare direttamente ai commenti.

Il sesso degli angeli

marzo 15, 2007

Mentre  di   si  disquisisce animatamente di sesso,  io di qua vi propongo un bellissimo regalo che mi è stato offerto oggi.

Che un po’ riassume il fatto dell’aspirazione alla pienezza, alla riunificazione, all’inesorabilità del tempo, alla necessità di trovare qualcosa che lo fermi.

La signorina è molto convincente:

Scambierebbe le sue ali con il mio fustino di shared happiness?

Rinuncerebbe alla sua immortalità a fronte dei miei irripetibili attimi di eternità?

Accetterebbe un contratto di mio personalissimo custode in nome del futuro of everyone in the place?

L’angelo soccombe.

Flap.

Cinema fai da te

marzo 13, 2007

Il post che state per leggere è un post  importante. Probabilmente si tratta di un argomento sul quale siete già edotti. Probabilmente no.

Volevo scrivere di energia, ma rimando.

L’argomento è il cinema.

Non solo al di qua dello schermo, ma anche al di là. Mi è venuto in mente dopo aver letto il post di Broono e le manfrine della televisione di stato. Io ancora non mi faccio capace di dover continuare a pagare un canone pur non accendendo la tv. Ma tant’è.

Per un po’ di tempo al lavoro mi sono occupata di cinema, più in particolare delle Film Commission, e lì sono venuta a contatto con l’organizzazione ministeriale deputata, apprendendo che per fare un film in Italia ci vuole una raccomandazione non da poco.

Siete stupiti, è vero?

Non ve lo aspettavate proprio?

Nel frattempo un gruppo di tizi decide di portare avanti un’idea nuova, coraggiosa: un film autofinanziato, in cui attori e tutti quanti saranno pagati solo e se il film incasserà.

Si tratta di una sfida dal basso, un tentativo che va premiato, a prescindere dalla qualità della pellicola, che comunque non è eccelsa, va detto subito.

Ci sono due interpreti eccellenti, questo sì: Alessandro Haber e Antonino Iuorio.

Quest’ultimo è meno noto, io l’ho conosciuto a teatro in uno spettacolo fantastico molti anni fa, ma forse voi lo ricorderete per uno dei camorristi in Luna rossa di Antonio Capuano, con una Licia Maglietta in quella che per me è la sua migliore interpretazione: la donna del boss, interpretato da Toni Servillo.

Ma bando alle ciance.

Il film segue una distribuzione tutta particolare, affidata all’organizzazione privata di associazioni e sale che vogliano ospitarlo e devolvere il ricavato alla società di produzione, la Kublakhan, che poi è la stessa di Mater Natura, quello sui transessuali con Luxuria.

Qui modestamente ci siamo riusciti, grazie al fatto di far parte di una piccola associazione locale che cura un cineforum: il 5 aprile, alle 20.30, in un piccolo comune del casertano che si chiama Casagiove, proietteremo Shooting Silvio.

In una sala vera, con più di cinquecento posti.

Forse sarà l’unica proiezione in Campania.

Qui l’elenco (non aggiornato) delle sedi finora acquisite.

Datevi da fare un poco pure voi.

Senza parole

marzo 13, 2007

Il post è stato soppresso per elevato contenuto sentimentale e meditativo.

Questa ne era la colonna sonora. Può bastare.

La curva della U

marzo 11, 2007

Il  figlio  lo  guarda  con  ostinata  fierezza,  dai  suoi  sedici anni  che oggi gli sembrano un’eternità.

Ha occhi di sfida e apparente disamore. E una supplica ben avviluppata in lacrime che fatica a trattenere.

Hai capito cosa ho detto?, e alza di poco il tono della voce, per sopprimerne il tremito.

Ho capito, risponde il padre. Ma questo non ha nulla a che fare con te.

Sì, invece. Devi occuparti di me. Perché mi hai messo al mondo, allora?

Continuerò a farlo, dice il padre.

Con una nota di stanchezza nella voce. Con il peso di giorni trascorsi a riflettere.

Il figlio dà un calcio al cuscino del divano che poco prima ha gettato in terra.

Raccoglilo, gli chiede gentilmente il padre.

Raccoglitelo da solo.

Il padre si china a prendere il cuscino.

Il figlio sferra un altro calcio e lo colpisce con violenza sul labbro, che inizia a sanguinare.

Le mie decisioni non ti autorizzano a mancarmi di rispetto.

E invece sì. Per me non sei più nessuno, gli dice il figlio con disprezzo e un residuo di paura.

Il padre si pulisce dal sangue con il dorso della mano e poi la passa sui pantaloni.

Ha parole acuminate, ma non è il caso di usarle.

Un giorno forse capirai, si limita a dire.

Se vai via mi uccido, dice adesso il figlio. Assaporando le sillabe e il suono della U che non riesce a incattivire in alcun modo.

Il padre gli appoggia le mani sulle spalle. Gli sussurra sfinito: se non me ne vado mi uccido io.

Nella sua bocca questa parola ha un suono affilato, senza dolcezza né dubbio. Qualcosa di irrimediabile.

Il ragazzo scivola piano nella curva della U e si rincantuccia sul fondo. Prova ad arrampicarsi per venirne fuori. Glissa lungo la parete liscia, senza trovare appigli.

Si inerpica.

Tenta un ultimo sforzo.

Può uscirne solo al prezzo di invecchiare di colpo.

What’s your name? Malaussène, my name is Ma-laus-sè-ne

marzo 8, 2007

In alcuni giorni la voglia di  fuga supera la  soglia rarefatta del  sogno, assume una connotazione precisa, un luogo, un indirizzo, un nome e un cognome di riferimento.

Si è manifestata oggi in tutto il suo splendore, mentre tagliavo via Andrea di Isernia, alle 14.30 in punto.

Dopo che la pinco pallina delegata dal Sindaco mi ha dato buca mezz’ora prima del pranzo istituzionale, dopo che l’assessore me ne ha data un’altra, dopo che i libici sono rimasti intrappolati nell’aeroporto di Tripoli privi di visto e impossibilitati a partire, dopo giorni e giorni di cazziatoni internazionali – anche quelli che non mi spettavano, anche quelli che non meritavo – assorbiti silenziosamente.

Dopo che un collega isterico dall’altra sponda del Mediterraneo mi ha fatto una sparata talmente carica di sessismo da lasciarmi a bocca aperta, incapace di rispondere.

Dopo che il console onorario della Repubblica di Banania – parente stretto, strettissimo, azzeccato – di un noto mariuolo della Prima Repubblica mi ha tenuto mezz’ora al telefono per elemosinare un invito a cena insieme ai miei delegati della Repubblica di Banania offrendomi in cambio un bicchierino di ceramica Made in Banania come ricompensa.

Io no, non ce la faccio.

Lo so, che se anche uno lavorasse a Milano, Roma o Bologna, certi disguidi avverrebbero lo stesso.

Ma qui avvengono in modo diverso. E’ tutto talmente frettoloso, privo di pianificazione. Tutto lasciato a una mostruosa improvvisazione. Nozze con fichi secchi.

Se uno avesse il tempo necessario per produrre un visto in tempo utile, l’ingegnere libico non resterebbe a terra. Non ci si ridurrebbe sempre all’ultimo istante con l’ansia di non farcela.

Io ci ho lavorato, altrove. Certe cose non accadevano.

C’erano tempi tecnici precisi, non un clima da continua emergenza.

A Milano mi dicevano: quanto sei efficiente.

Ma io non sono efficiente, sono solo abituata a lavorare con l’acqua alla gola, sulla parola. Lavoro per prassi ad elevato margine di rischio e non per procedure certe. Tengo insieme tutti i pezzi che posso, fino ad esserne travolta.

Ho pensato: lunedì telefono al mio vecchio capo e lo supplico. Gli dico: prendimi con te, inventa qualcosa che possa fare solo io, fammi cambiare ufficio, città.

Sbaraccami la vita in quarantott’ore, come hai fatto dieci anni fa, quando mi hai insegnato tutto quello che so fare. Fammi tornare da te, che possa riappropriarmi di professionalità e rispetto.

E’ che io questo lavoro me lo sono scelto, non mi è capitato per caso. Era proprio ciò che volevo fare e trovo terribile farmene disamorare così.

Altrove telefonavi ed erano contenti di incontrarti, qui sembra sempre che rubi qualcosa.

La motivazione.

Ce l’ho, ce l’ho tutta. Ce l’ho nel dna, per tutte le cose. Sennò non mi caricherei chili di piastrelle, non seguirei decine di studenti come fossi la loro mamma, non mi applicherei facendomi venire le palpitazioni e il mal di stomaco, non mi trascinerei sveglia per incontrarmi sul fuso orario dei miei colleghi lontani.

Ma la motivazione da sola muore. Qui intorno è un deserto.

Questa è una terra morta che nessuno vuole coltivare.

Abbiamo discariche che scoppiano e ci proponiamo come partner ad altri paesi per vendere impianti per smaltire le loro immondizie.

Vogliamo internazionalizzarci pensando di essere il centro dell’universo e facciamo questioni per cinquanta euro da dare a un’interprete.

E io come loro, che continuo a procrastinare il momento per cambiare. Come se dovesse arrivare un miracolo o – peggio – con l’illusione di poter incidere in qualche modo, anche se impercettibile, sulla realtà.

Non ce la posso fare.

Ho attraversato il padiglione a testa bassa, andando incontro a un’ennesima sequela di aggressioni.

Poi un’illuminazione: la strategia dell’autodisarmo, quella funziona quasi sempre.

Mi sono inchinata al ministro, gli ho declinato generalità e offerto il biglietto da visita. E poi gli ho detto: sono il suo capro espiatorio, qualunque cosa vada per il verso sbagliato, qualunque errore o manchevolezza riscontrerà, sappia che è colpa mia. Solo colpa mia. Sappia che è a me che dovrà rivolgere tutte le sue critiche.

Ha riso: ovviamente le attribuirò anche i meriti di tutto quel che va bene.

Ovviamente. Se può servire a compensare i danni.

Intorno silenzio. Nessuno ha aperto bocca.

Non lo faccio per voi, lo faccio per me. E’ una questione di dignità.

Di mimose e altri fatti. Riflessioni (slegate e troppo sintetiche) a margine di una giornata con il chador

marzo 8, 2007

Su  un  monte sacro  nella  penisola  del Sinai   Mosè  si trovava inginocchiato davanti ad un roveto in fiamme. Stava ricevendo gli ordini dati dal Dio di Israele. Gli fu detto: "Farai un’arca di legno d’acacia e la rivestirai di oro puro. E dentro vi porrai la Testimonianza che io ti darò”.

Dell’Arca dell’Alleanza si racconta tutto e nulla. E’ avvolta dal mistero.

Pare che emanasse energia elettrica, pare fosse protetta dalla potenza di un angelo sterminatore.

Pare sia stata interrata, per proteggerla e proteggersi, per timore del suo contenuto.

Tutto quello che siamo e possiamo è racchiuso in profondità: nelle viscere della terra, in quelle del corpo, nei recessi segreti della memoria, quelli inaccessibili all’inconscio.

La capacità di generare, che altro non è se non il senso dell’immortalità oltre le spoglie mortali.

La capacità di immaginare e creare nuovi mondi.

Il fuoco.

Ancora oggi gli uomini hanno paura delle donne.

Nelle tribù africane le donne vanno a partorire lontano. Il mistero è troppo grande per essere svelato, per essere esposto.

In questo povero occidente noi siamo ormai la società asettica, quella che cancella e rinnega il simbolo per timore dello sconquasso. Quella che rinuncia al sacro per aver perso la capacità di inginocchiarsi e stupirsi.

Abbiamo ridotto tutto a processo razionale, dimenticato i riti, i passaggi iniziatici.

A me piace farmi toccare la pancia, è il massimo dell’intimità che possa concedere a un essere umano.

E quando incontro una gravida è la pancia, che tocco. Il luogo del mistero e del sacro.

Il cantiere alchemico.

Quando guardo il tuffatore di Paestum immagino che stia per lanciarsi al centro di un accogliente ombelico.

Intrepido e coraggioso.

Hot-line

marzo 6, 2007

Pronto? Sono l’ingegnere X. Parlo con la dottoressa Y?

Sì, sono io: mi dica.

Ci conosciamo già?

No, non ci conosciamo

Ci conosceremo?

Sicuramente, da giovedì sarò a sua disposizione.

Ecco, io la chiamavo per quell’appuntamento…

Sì, prego.

Sarei interessato a…

Va bene, mi mandi una mail con i suoi riferimenti, cercherò di soddisfare la sua richiesta.

Dopo un minuto.

Pronto? Sono l’ingegnere Z. Parlo con la dottoressa Y?

Sì, sono io: mi dica.

Ci conosciamo già?

No, non ci conosciamo

Ci conosceremo?

Sicuramente, da giovedì sarò a sua disposizione.

Ecco, io la chiamavo per quell’appuntamento…

Sì, prego.

Sarei interessato a…

Va bene, mi mandi una mail con i suoi riferimenti, cercherò di soddisfare la sua richiesta.

Dopo un altro minuto.

Pronto? Sono l’ingegnere W. Parlo con la dottoressa Y?

Sì, sono io: mi dica.

Ci conosciamo già?

No, non ci conosciamo

Ci conosceremo?

Sicuramente, da giovedì sarò a sua disposizione.

Ecco, io la chiamavo per quell’appuntamento…

Sì, prego.

Sarei interessato a…

Va bene, mi mandi una mail con i suoi riferimenti, cercherò di soddisfare la sua richiesta.

Così via, tutta la giornata. Anche ieri. Anche domani.

Ingegneri di tutto il mondo, da giovedì a sabato sarò vostra. Mandatemi una mail e cercherò di soddisfare tutti.

Mi spiace non concedere più di 15 minuti ad ognuno, ma siete davvero troppi.

Andrò anche oltre l’orario consentito, farò gli straordinari. Non scontenterò nessuno.

Alcuni li incontrerò a coppie, ma solo se hanno caratteristiche simili. In ogni caso mai più di tre insieme, si fa troppa confusione.

A qualcuno piace caldo, lo so. Sono qui per questo.