What's your name? Malaussène, my name is Ma-laus-sè-ne

In alcuni giorni la voglia di  fuga supera la  soglia rarefatta del  sogno, assume una connotazione precisa, un luogo, un indirizzo, un nome e un cognome di riferimento.

Si è manifestata oggi in tutto il suo splendore, mentre tagliavo via Andrea di Isernia, alle 14.30 in punto.

Dopo che la pinco pallina delegata dal Sindaco mi ha dato buca mezz’ora prima del pranzo istituzionale, dopo che l’assessore me ne ha data un’altra, dopo che i libici sono rimasti intrappolati nell’aeroporto di Tripoli privi di visto e impossibilitati a partire, dopo giorni e giorni di cazziatoni internazionali – anche quelli che non mi spettavano, anche quelli che non meritavo – assorbiti silenziosamente.

Dopo che un collega isterico dall’altra sponda del Mediterraneo mi ha fatto una sparata talmente carica di sessismo da lasciarmi a bocca aperta, incapace di rispondere.

Dopo che il console onorario della Repubblica di Banania – parente stretto, strettissimo, azzeccato – di un noto mariuolo della Prima Repubblica mi ha tenuto mezz’ora al telefono per elemosinare un invito a cena insieme ai miei delegati della Repubblica di Banania offrendomi in cambio un bicchierino di ceramica Made in Banania come ricompensa.

Io no, non ce la faccio.

Lo so, che se anche uno lavorasse a Milano, Roma o Bologna, certi disguidi avverrebbero lo stesso.

Ma qui avvengono in modo diverso. E’ tutto talmente frettoloso, privo di pianificazione. Tutto lasciato a una mostruosa improvvisazione. Nozze con fichi secchi.

Se uno avesse il tempo necessario per produrre un visto in tempo utile, l’ingegnere libico non resterebbe a terra. Non ci si ridurrebbe sempre all’ultimo istante con l’ansia di non farcela.

Io ci ho lavorato, altrove. Certe cose non accadevano.

C’erano tempi tecnici precisi, non un clima da continua emergenza.

A Milano mi dicevano: quanto sei efficiente.

Ma io non sono efficiente, sono solo abituata a lavorare con l’acqua alla gola, sulla parola. Lavoro per prassi ad elevato margine di rischio e non per procedure certe. Tengo insieme tutti i pezzi che posso, fino ad esserne travolta.

Ho pensato: lunedì telefono al mio vecchio capo e lo supplico. Gli dico: prendimi con te, inventa qualcosa che possa fare solo io, fammi cambiare ufficio, città.

Sbaraccami la vita in quarantott’ore, come hai fatto dieci anni fa, quando mi hai insegnato tutto quello che so fare. Fammi tornare da te, che possa riappropriarmi di professionalità e rispetto.

E’ che io questo lavoro me lo sono scelto, non mi è capitato per caso. Era proprio ciò che volevo fare e trovo terribile farmene disamorare così.

Altrove telefonavi ed erano contenti di incontrarti, qui sembra sempre che rubi qualcosa.

La motivazione.

Ce l’ho, ce l’ho tutta. Ce l’ho nel dna, per tutte le cose. Sennò non mi caricherei chili di piastrelle, non seguirei decine di studenti come fossi la loro mamma, non mi applicherei facendomi venire le palpitazioni e il mal di stomaco, non mi trascinerei sveglia per incontrarmi sul fuso orario dei miei colleghi lontani.

Ma la motivazione da sola muore. Qui intorno è un deserto.

Questa è una terra morta che nessuno vuole coltivare.

Abbiamo discariche che scoppiano e ci proponiamo come partner ad altri paesi per vendere impianti per smaltire le loro immondizie.

Vogliamo internazionalizzarci pensando di essere il centro dell’universo e facciamo questioni per cinquanta euro da dare a un’interprete.

E io come loro, che continuo a procrastinare il momento per cambiare. Come se dovesse arrivare un miracolo o – peggio – con l’illusione di poter incidere in qualche modo, anche se impercettibile, sulla realtà.

Non ce la posso fare.

Ho attraversato il padiglione a testa bassa, andando incontro a un’ennesima sequela di aggressioni.

Poi un’illuminazione: la strategia dell’autodisarmo, quella funziona quasi sempre.

Mi sono inchinata al ministro, gli ho declinato generalità e offerto il biglietto da visita. E poi gli ho detto: sono il suo capro espiatorio, qualunque cosa vada per il verso sbagliato, qualunque errore o manchevolezza riscontrerà, sappia che è colpa mia. Solo colpa mia. Sappia che è a me che dovrà rivolgere tutte le sue critiche.

Ha riso: ovviamente le attribuirò anche i meriti di tutto quel che va bene.

Ovviamente. Se può servire a compensare i danni.

Intorno silenzio. Nessuno ha aperto bocca.

Non lo faccio per voi, lo faccio per me. E’ una questione di dignità.

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14 Risposte to “What's your name? Malaussène, my name is Ma-laus-sè-ne”

  1. brezzamarina Says:

    Già, dignità. Nelle tue parole spesso leggo tutta la dignità, la fierezza e il dolore di un certo tipo di persone del sud che da quella terra hanno ricevuto quel ‘quid’ che le rende piu’ brillanti di molti altri e allo stesso tempo la maledizione dell’eterna frustrazione, persone come mio padre che per questo se è andato senza mai sentirsi piu’ ‘a casa’.

  2. glider Says:

    paradigma delle italiche virtù e del patrio sfacelo.
    il caos stimola e produce l’eccellenza al prezzo assai caro del dilagare della mediocre confusione.
    per contro la teutonica piuttosto che anglosassone pianificazione e parcellizzata organizzazione non esalta le virtù dei singoli, ma diventa un lento, ma inesorabile schiacciasassi di fronte al quale le nostre scintille brillano come stelle ma non reggono il confronto.
    fossimo quattro gatti come i danesi saremmo il diadema della corona, invece siamo tanti, troppi per quel ruolo e peniamo la nostra condizione.

  3. essenziale Says:

    Non mi piacquero le parole di un napoletanissimo Eduardo, poi ho letto Gomorra…
    Credo che il vecchio maestro avesse ragione: fujitevenne!

  4. Effe Says:

    la mi perdoni: ho stampato la Sua confessione et assunzione di responsabiiltà e l’ho presentata, da Lei sottoscritta, al Capo e al Capo del Capo e al Capo di tutti i Capi.
    Ora m i ento molto meglio.
    Più sollevato.
    Grazie, anche se non posso dire A buon rendere

  5. Flounder Says:

    io credo che domani sarò in grado di camminare sulle acque.
    il titolo della giornata di oggi invece è: La verità vi prego sul calore

  6. glider Says:

    NO! ti hanno contagiata, ti hanno plagiata, ti hanno costretto a recitare le litanie blasfeme delle leggi della termodinamica!
    lo sapevo, ti han fatto bere l’analcolico biondo e poi…

  7. Flounder Says:

    questa settimana passata si intitola: La perdita delle certezze o, a scelta, Il tramonto dell’età dell’innocenza . ripercorrendone mentalmente ogni singolo istante, il disegno complessivo è quello di un destino che si accanisce.
    la ciliegina sulla torta è la telefonata ricevuta stamattina dall’hotel, che mi informa dei danni compiuti alle stanze e di tutti gli extra rimasti non saldati.
    è così che si diventa filoamericani, proprio malgrado.
    sono molto in crisi.
    ma proprio molto molto.
    ho una dispersione energetica, una cattiva messa a terra.
    voglio essere certificata.

  8. anonimo Says:

    Posso fare qualcosa per te?

  9. Flounder Says:

    una settimana di vacanza lontana da me. si può fare?

  10. glider Says:

    una volta si chiama l’ISPESL che poi passò la mano all’ASL
    adesso irrimediabilmente devi far tutto da te.

    flo, ci han lasciati soli, ciascuno con i suoi dispersori di messa a terra da accudire, verificare e certificare.
    a proprie spese, ça va sans dire.

    è un mondo introvertito e solipsistico

  11. Flounder Says:

    se un oroscopo vi dice che vi sta per succedere qualcosa di inimmaginabile e inatteso, che subirete una grave perdita e che dovrete prendere quasi istantaneamente una decisione che cambierà sensibilmente il vostro futuro, voi mica lo state a sentire? io no.
    male.
    oggi mi sento pallina da flipper.
    il Grande Giocatore si è prefisso di far di me il suo record mondiale.

  12. glider Says:

    “eccomi, sono la sogliola del Grande Giocatore.
    Accada di me Il record che hai detto”

  13. anonimo Says:

    una settimana di vacanza lontana da me. si può fare?

    Si può fare. Al tre scambiamoci di posto.

  14. Flounder Says:

    anche una settimana di vacanza e basta, jà 🙂

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