La sicurezza degli oggetti. Sottotitolo: toglietemi tutto, ma non il mio Breil.

Ordine,  ordine innanzitutto.  E  qui  parte spontanea  la riflessione,  talmente ampia e variegata che non potrò mai riferirla tutta, ma nemmeno lo vorrei.

Certo che però se nella stessa settimana il pc dell’ufficio tracolla, in quello di casa un’intrusione anomala fa sì che un certo mszkt85 o roba simile faccia da padrone nella tua macchina impedendoti di accedere e per finire ti rubano il cellulare, un certo fil rouge ci deve essere. Non possiamo più dire che si tratta di mera casualità, eh no: il fato sta tracciando un disegno, una strada.

C’è un progetto, perfettamente in linea con i miei stati d’animo.

Ora, nel mio cellulare, c’erano stipati una quantità di dati impressionanti, la maggior parte dei quali non riprodotti altrove.

Numeri di telefono, indirizzi postali, indirizzi mail, una quantità di sms pieni di cicicì.

Se qualcuno vi ricatterà sappiate che non è colpa mia.

Li chiamano dati sensibili.

Nel mio telefono c’erano un mucchio di dati sensibili e talvolta sensuali.

Parliamo di questo, dunque.

Cosa avviene al dato sensuale una volta che il dato sensibile di riferimento è inghiottito dal destino e scompare? Scompare anch’esso?

E qui la questione è controversa. Ma – come dicevo – la riflessione è troppo ampia per riferirla tutta. Ma – del resto – nemmeno lo vorrei.

Quand’ero a New York col professore io nemmeno per un attimo ho avuto timore di sentirmi sola: avevo un internet point nello stesso isolato e una rubrica telefonica cui far riferimento.

La comunicazione elettronica assolve al compito di strutturare il tempo e placare l’ansia.

Potete anche contraddirmi sul punto, va bene tutto. E’ che ne ho le prove.

La strutturazione del tempo serve a placare l’angoscia, a proteggere dalla caduta nel vuoto.

Potete contraddirmi anche su questo.

Anzi, facciamo così: parlo per me. Della mia personale percezione del tempo.

Anzi, facciamo un’altra cosa: non ne parlo proprio. Non adesso, quantomeno.

Potete eventualmente aiutarmi a ricostruire la rubrica telefonica, con apposita mail.

Solo dati sensibili.

Per quelli sensuali ho aperto un apposito file sottocutaneo: riservato e con password.

 

Avvertenze: questo post è un uovo di Pasqua. Conviene saltarlo e passare direttamente ai commenti.

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215 Risposte to “La sicurezza degli oggetti. Sottotitolo: toglietemi tutto, ma non il mio Breil.”

  1. lupesio Says:

    Io ho l’abitudine di copiare e ricopiare le stesse cose varie volte. La ridondanza è l’unico antidoto contro queste evenienze.
    Ma per i dati sensuali mi servo di una cosa irriproducibile: il cuore. Poi, a volte basta una cosa qualunque per far rimergere un dato sensuale, lo sai, Flo.
    Buona domenica,Flo.

  2. riccionascosto Says:

    Mail spedita, ma – come dice lupesio – l’unico rimedio è disseminare i dati su più supporti.
    Il che mi fa pensare che devo reinstallare il programma per il back-up di rubrica ed sms da cellulare a pc…

  3. anonimo Says:

    io rischio il tutto per tutto e non copio nulla di nulla da nessuna parte. Forse un po’ per pigrizia ma un po’ anche per capire dove arriverebbe la mia capacità di arrangiarmi se mi capitasse una cosa del genere. Ogni tanto mi capita di lanciarmi sfide del genere. Perché prevedere ogni piccola cosa non mi fa sentire sufficientemente libera. I numeri a cui tengo di più li scrivo su carta, gli altri saranno destinati a perdersi…
    Come dire…è da lì che si capisce chi ti vuole davvero e quanto è disposto a sbattersi per trovarti…
    🙂

    Gnama

  4. Flounder Says:

    io sono una tipa ordinata: nella rubrica conservo i numeri e gli indirizzi, nella testa i pensieri, nel cuore i sentimenti e sulla pelle i dati sensuali.

  5. ireneladolce Says:

    “La comunicazione elettronica assolve al compito di strutturare il tempo e placare l’ansia.”

    questa cosa io la considero una bomba senza neanche l’orologio.

    booom

    è esploso qualcosa.

  6. Flounder Says:

    Quando ho scritto il titolo di questo post, pensavo ovviamente alla raccolta di racconti della Homes, ma più ancora risalivo alla differenza tra percezione e sensazione, così come spiegata dalla filosofa francese Irigaray: la percezione come attività puramente sensoriale, che salvaguarda l’altro come soggetto – frapponendo una distanza che permette di percepirlo, appunto, nel suo divenire, nel suo essere altro – in contrapposizione alla sensazione come attività solitaria, per cui l’altro non esiste più, viene declassato al ruolo di oggetto, permettendoci di restare soli con i nostri sentimenti, i ricordi, gli affetti, di strutturarli in assoluta solitudine, privi di confronto con il divenire dell’altro.
    La percezione è strettamente legata all’essere-in-presenza.
    La sensazione all’essere-in-assenza.
    La comunicazione elettronica si svolge tutta nella sensazione, “vorrebbe collegare l’opera dei sensi e quella del pensiero, ma prima di o senza una cultura della percezione(…). La sensazione smarrisce l’altro e persino il mondo: ne gode, senza restare con essi, e forma un essere intemporale”
    Di conseguenza – aggiunge e ripete qui la filosofa Flounder – la persistenza di un dato sensuale (e-mail, lettera, sms), lungi dal collegarci alla reale esistenza dell’altro, ci aggancia alla nostra personalissima rappresentazione dell’altro, che nel frattempo è cambiato, come siamo cambiati noi. Lo uccide, lo ferma, lo cristallizza in una posa. Lo rende oggetto rassicurante.
    La sua voce – mediata dalla tecnologia – ci conferma quest’immagine.
    Quel giorno lui/lei magari puzza, ma noi non lo sappiamo.
    Voglio un telefonino con una funzione olfattiva.

  7. Flounder Says:

    (a beneficio del lettore si specifica che qui non si intende stabilire il primato della percezione sulla sensazione: ai fini della conoscenza concorrono entrambe, procedono di pari passo e devono assolutamente integrarsi)

  8. Zu Says:

    Le tue scrittrici filosofe non le conoscevo, ma apprezzo la verbalizzazione di questo ricco atteggiamento (ricco perché riconoscendo l’altro da me e il suo valore, innalzo anche il mio).
    E poi, anzi soprattutto, condivido l’urgenza olfattiva come presa del reale nonché come approfondimento gnoseologico a livello vigile e inconscio.

    Nel conflitto tra l’insana tentazione di rassicurarsi stendendo l’immagine altrui sul letto di procuste della memoria e il riconoscimento delle discrepanze presenti rispetto al ricordo, sintesi e riscoperta troveranno realizzazione attraverso il dato olfattivo. Sarà questo a permettere di cogliere ciò che permane: l’essenza (termine che pertiene sia alla sfera spirituale sia a quella sensoriale).

  9. Flounder Says:

    uànema 😀

  10. Flounder Says:

    ma andiamo avanti, andiamo avanti.
    indaghiamo.
    speculiamo.
    se grazie alla sensazione priva di percezione tu mi trasformi in essere intemporale, io divento al tempo stesso – in virtù dell’intemporalità -oggetto e divinità.
    come oggetto, dai per scontato di potermi possedere e conoscere.
    è tuttavia frustrante, giacché – nel profondo – tu vuoi un confronto con qualcosa dotato di volontà, che sappia sceglierti e ricambiarti.
    come divinità immagini di essere conosciuto e per di più mi affidi il potere di vita e di morte su di te (in senso emotivo, ovviamente)
    nel momento in cui scopri con raccapriccio che questa divinità non solo non ti ama, ma se ne fotte di te, non ti resta che fare qualcosa.
    la declassi di nuovo al rango di oggetto e ti proponi di ucciderla.
    ma puoi tu uccidere un oggetto?
    ha senso?
    (non lo sappiamo, ma la cronaca nera ci conferma che accade)
    oppure si tratta di uccidere la divinità.
    (qui il momento si fa delicatissimo, è la fase del salto di qualità. dove ci porta quest’ambivalenza? ci pensiamo domani, che mo’ lo sportello Filosofia per il cittadino deve chiudere)

  11. broono Says:

    Se dove trovi quello che cerchi tu trovassi anche un telefonino traduci-commenti, io ne prenoterei uno.

    Anzi, aspetta…

    Se nel tuo errare alla ricerca del rimedio all’errore, làddove lo sguardo tuo dovesse scorgere il manufatto atto all’invio dell’olfatto, grato ti sarei se porgessi all’ivi scorto artigiano dal bancone sporto una questua in bustua rappresentante mia volontà di compensare la di lui eventuale privazione (volontaria, s’intende) di suo ulteriore manu-prodotto atto alla comprensione della multilingualità che l’attuale inarrestabile modificazione degli scenari economo-politici sta vieppiù rendendo ogniddì urgenza di adattamento, mi impegnerei a compensare codello favore con adeguata contropartita e sott’intesa promessa di tentar il massimo per non restar al di sotto della linea del da te auspicato soddisfacimento di bisogno di realizzazione (nel suo preciso significato di reso-reale, s’intende) di sensazioni, inviabili e non, financo addivenendo a divenire io stesso medesimo bustua col nome tuo a inchiostro vergato dalla di te mano, sopra.
    Ma anche sotto.

    🙂

  12. Flounder Says:

    broono, non mi provocare 😀

  13. brezzamarina Says:

    io ho l’abitudine di cancellare tutto periodicamente, forse lo faccio quando l’essenza dei dati piu’ importanti è passata in quell’archivio sottocutaneo di cui parli tu e tutto il resto è solo potenziale spazio libero..

  14. Effe Says:

    ma non è mica
    ma non è mica segno d’un destno negativo
    Pensi, allora, pensi a Dino Campana.
    Lo sa che gli smarrirono per incuria l’unica copia manoscritta dei Canti Orfici, scritta in anni di poesia e vita, e lui dovette allora rocostruire i Canti a memopria, frase su frase, ritmo su ritmo, tempo su tempo – ricostruì, invero, la sua vita, e nuova.
    L’agiografia più maledetta vuole che sia stato questo sforzo immane a minare definitivamente la mente del poeta.
    Ma più probabilmente la pazzia finale fu colpa di un dato sensuale, e cioé della sifilide.
    Cioè a dire: un bel chek up ogni tanto, quanto capitano queste cose, no?

  15. Flounder Says:

    effe, e io non ho detto che è un destino negativo. non l’ho neppure pensato.
    (e poi lei mi era in agenda 2006 e questo – pur non avendola mai incontrata di persona – era per me una prova della sua esistenza, seppure una prova minore).

    di tanto in tanto Рcome la signorina brezza Рio mi libero degli eccessi. in genere avviene quando i dati sono in netto contrasto con la persona, quando mi do conto che la persona reale ̬ altro rispetto alla persona scritta, ma in senso negativo.

    (io poi stamattina vi vorrei troppo scrivere tutto un fatto sulla creazione dello spazio interno per sé e per l’altro e sulla manutenzione di questo spazio, su come percezione e sensazione – quando non alleate e dunque allineate – lottino per contenderselo)

  16. Flounder Says:

    sarò alla stazione di R. e indosserò un vestito a fiori.
    ho cambiato profumo: giudichi questo un tradimento?
    a me o a te?
    porterò allora con me le mie lettere, perché tu possa riconoscermi. porterò anche le tue, perché tu possa riconoscerti.
    hai cambiato anche tu profumo?
    di che colore saranno nuovamente i tuoi occhi? a chi o cosa assomiglierai?
    cosa ci diremo per salutarci?
    cosa delimiterà il confine della prossimità?
    hai ancora labbra morbide o il vento te le ha screpolate?
    chi troverò al binario ad aspettarmi?
    riuscirò a fidarmi nuovamente di te a prima vista o sarà necessario consultare il catalogo dei gesti?
    ecco, il treno si approssima. dal finestrino intravedo la tua giacca, il tuo cappello, la tua mano che già si alza in un saluto.
    sei quello che aspettavo?
    sono quella che aspettavi?
    e se invece saremo altri riusciremo comunque a piacerci?

  17. Flounder Says:

    (scusate, signo’, ma vuje chi site?)

  18. viridian Says:

    Eri al Plastic, venerdì sera?
    Avevi comprato il cellulare a Madrid da Vodafone Espana?
    No perché se sei tu, sono felice per te ed è molto meno sbattimento di quanto mi si prospetta nel fare l’onesta cittadina.

  19. Flounder Says:

    ma se dico che ero al Plastic rovino per sempre l’immagine di me offerta ai miei lettori?
    😀

    (no, ero un migliaio di chilometri a sud. vicino vicino al mare)

  20. Bustrofedon Says:

    Se invece di sollazzarti con gente di dubbia fama fossi venuta a impinguarti di cultura, ciò non sarebbe mica avvenuto

  21. Flounder Says:

    mo’ pure il senso di colpa?
    non basta mia figlia?

  22. Flounder Says:

    (seconda possibilità – o della resa)

    nello scendere dal treno alla stazione di R. (o di Z. o di T. o di G.) mi chiedo:
    passerò il tempo cercando di farti aderire all’immagine che già posseggo di te?
    le sovrapporrò? correggerò le linee di troppo, gli sbaffi di colore?
    o mi arrenderò totalmente alla somma dei tuoi gesti, per quanto possano restituirmi un’immagine di te poco consona a ciò che credo di sapere e conoscere?
    dove ci incontreremo? in quale punto del senso?
    e tu?
    tu cosa farai?
    manterrai fedeltà al passaporto che mi hai fornito in un altro momento, in un altro tempo?
    tradirai te per essere fedele a me? o il contrario?
    io ti direi: voglio essere me, più me che mai.
    voglio che tu sia te, più te che mai.
    più me con te di quanto potrei immaginare a me stessa di essere.
    a costo di disconoscermi e conoscerti ogni volta.
    non ho documenti, se non la mia mano.
    alla frontiera della tua pelle osserveranno le linee prima di lasciarmi passare. la mia mano mi fa da interprete, mi accompagna per luoghi sconosciuti.
    ti dico: sarò alla stazione di R. e mi riconoscerai perché sono nuda. incidentalmente, indosserò un vestito a fiori.

  23. viridian Says:

    Per salvare la faccia basta dire che si va al plastic per prendere in giro quelli del plastic. In genere è quello che faccio io (dirlo, e farlo: è un ottimo territorio di antropologia metropolitana spiccia).

  24. anonimo Says:

    perdere la rubrica è un problema ma i ciicciipicci è una rovina

  25. IceKent Says:

    io ho sempre mantenuto l’abitudine di copiare i numeri della rubrica del cellulare sulla mia rubrica cartacea, di cui tengo pure fotocopia.
    per i messaggi, ci sono alcuni provider che offrono un servizio di immagazzinamento degli stessi (anche se pure qui la privacy…).
    e certi sms più sensuaibili me li ricopio a manina sull’agenda.

  26. HangingRock Says:

    Concerto di Stefano Bollani. Le sue mani, due organi del tutto indipendenti, due cuori, due cervelli, diversi come gli occhi di un viso asimmetrico. Nello stesso tempo, creano lo spazio e lottano per contenderselo. La sinistra è la percezione; la destra, la sensazione. L’una insiste, l’altra spazia; l’una è approdo, l’altra deriva.

  27. Flounder Says:

    sì, questa cosa di copiarsi gli sms sull’agenda l’ho già vista e sentita.
    io non ci riuscirei mai.
    voglio dire: abbiamo molti modi di comunicare e la scelta del mezzo rispecchia – anche inconsapevolmente – una serie di cose, dalla mancanza di tempo al bisogno di immediatezza fino alla precisa volontà che debba trattarsi di un contenuto destinato a perdersi.

    i contenuti delle cose sono molto condizionati dalla forma, il mezzo produce reazioni diverse, stimola sensi diversi.
    trasporre un contenuto da un registro a un altro ne altera inevitabilmente il senso.
    (il che non sempre è una cosa buona)

  28. Flounder Says:

    hanging, questo fatto di approdi e derive mi spinge a continuare la Semantica dell’incontro, a cercare di declinarla fin dove posso.
    (tra sensazione e percezione la battaglia è titanica)

  29. Flounder Says:

    (terza possibilità – o dell’intralcio miracoloso)

    arrivata alla stazione di R. faccio per scendere dal treno. tu sei lì, ti vedo. provo a indovinarti, a prevedere i tuoi pensieri.
    qualcuno mi si avvicina e mi strattona il vestito.
    e tu? cosa ci fai qui, tu?
    in quel momento non metto a fuoco il viso, sono lineamenti che non mi informano su nulla.
    sono M., non mi riconosci?
    aì, sì, scusa, ero sovrappensiero. ma tu come hai fatto a riconoscermi?
    (in realtà ci siamo incontrate non più di tre giorni fa, in altro contesto. mi chiedo come sia possibile non accorgersi che in questo momento sono altra, come abbia fatto a riconoscermi, se in questo momento esatto sono irriconoscibile addirittura a me stessa)
    tu mi osservi da lontano, senza avvicinarti.
    saluto frettolosamente la mia conoscente e ti vengo incontro.
    ci separano forse dieci passi: cinque mi occorrono per vuotarmi dell’altro incontro, cinque per predispormi interamente a te e lasciarmi ritrovare.
    sul settimo passo mi anticipi e ti ho davanti, senza essere riuscita a recuperare ciò che credo tu sappia di me, ciò che immagino tu abbia deciso di sapere di me.
    Questo vestito è nuovo?, mi chiedi.
    E’ tutto nuovo, ti rispondo.
    anzi, lo penso solamente.
    se è vero si vedrà solo dopo.

  30. HangingRock Says:

    questo ciclo della semantica dell’incontro è bellissima, ma proprio bellissima

  31. Gurbj Says:

    Già, già, concordo:) Questi passi hanno un ritmo ben preciso, Flou, bello:) e anche tu, HR, è un periodo che scrivi cose troppppo bbelle:) Ah! non c’azzecca nulla, però oggi ho detto alla vigilessa che mi stava facendo la multa: “puozz’scula’”…liberatorio da morire:)

  32. Flounder Says:

    io ho sempre sostenuto che nei primissimi incontri ci sia quasi tutto. tutto quello che avverrà (o non avverrà).
    la mole di lavoro che bisogna affrontare perché avvenga(o cercare di evitare, con uguale energia e impegno), gli ostacoli, le voragini, i punti facili.
    la bellezza e il rischio.

    la percezione scrive, la sensazione impagina.

    (proprio l’altra sera fuoridaidenti mi riferiva che i valutatori esperti di romanzi si affidano alle prime trenta righe: o è un bestseller o una schifezza. carver detestava i colpi di scena non necessari, io pure)

  33. Omdahh Says:

    Per negoziare con la propria ombra.
    Servono stimoli.

    Leve potentissime.

    Qualcosa che ti innalzi o precipiti nello spazio-temporale esistente fra ideazione e percezione.

    Se poi si tratta direttamente della linea di confine che separa il tutto dalle parti.
    Potremo concentrarci sulla musicalità dei concetti.

    Probabilmente funziona da incentivo.
    Ma se una cosa mi piace la capisco meglio.
    Ci sono alcuni stimoli quindi che sono musica.
    E la musica fra ideazione e percezione ci suona.
    Letteralmente.

    Ci suona, hehe.

    La differenza fra ideazione e percezione, o mente e natura, è proprio in questo incrocio.
    Sensazionale.
    Dove la musica, mi scuso per la ripetizione, è la luce del buio.

    Fra il supposto soggetto e il buco oggettivo.
    Delle memorie.
    Si genera qualcosa di nuovo.

    Perchè l’esperienza rimane storica.
    Ma può essere affidata al linguaggio che si sedimenta in strutture della coscienza.
    Perchè è innegabile che se manca la genesi, manca anche il dato.

    Ottima quindi quell’esortazione.
    “Fai la tua genesi, attraversami”.
    L’equivalente della donna che passa dai muri, hehe.

    Qualcuno addirittura ha detto che l’incontro fra soggetto ed oggetto non è altro che la trasfigurazione dell’ombra.
    In consapevolezza.
    Fulgido mezzogiorno all’equatore, dove soltanto Dio sa cosa c’è sotto i piedi…

    Le estremità.
    Le estremità.
    Su cui si fonda e sorregge tutto.

    L’Altro dunque (male che vada, hehe) è la speranza di questa sensibilità.
    Nuova.

    A tratti improvvisa.
    Come un essere incrementato dalla rappresentazione.
    In sintesi interpretativa .

    Tuttavia.

    Tuttavia.
    Esiste un ostacolo a questo negoziato ?
    O l’ostacolo è proprio il fine da perseguire ?
    La meta.
    Oltre la linea difensiva ma immanente della palla ovale?

    Mi spiego.

    Sensazione, percezione, interpretazione.
    L’ultima condivide le altre.
    Nel famoso contesto.

    Tutte insieme sono ossessionate dalla verità.
    Che non è esattamente in palio come il flusso della vita.

    Verità, verità.
    Quando esiste non c’è né più per nessuno.
    La verità non è forse il famoso “valore non negoziabile” ?
    Per l’appunto.
    Mica lo Dico io…

    La verità fra scienze della natura e scienze dello spirito.
    Mentre ripenso ai tentativi e alle numerose dicotomie.
    Non porta forse alla tanto bistrattata congiunzione degli opposti..?

    In altre parole:
    Mi manca come la verità di un contratto?
    Che salva la volontà..di credere.

    O mi manca come la verità della fede.
    Che salva il miracoloso cedimento, hehe.

    Credere, cedere, già!

    O la relazione, come io penso per esperienza e quindi per “assoluta opinione”, non è altro appunto che l’ incremento dell’essere rappresentato anche a se stesso ?

    Tu hai trovato il mio tesoro…
    Se devo aprirmi, per dartelo, ho proprio bisogno della verità, così difficile da trovare fra soggetto e oggetto.
    Oppure è possibile “accordarsi” meglio con libertà, giustizia e bellezza ?
    Proprio per salvaguardare quello che unisce?

    Se fosse la verità ci sarebbe il destino.

    E semplificando le mie due manovre psichiche (giorno notte, ragione sentimento, solve et coagula).
    Io sto cercando l’equilibrio della tensione (arco vitale) o la stasi del bersaglio (freccia della verità) ?

    Il punto coagulato e indistruttibile della mia presenza (che io traduco con la volontà).
    A cosa mi serve, hehe ?
    Ecco una bella domanda..

    Posso dissolvermi, accogliermi, fare spazio, dare spazio alla creazione.

    Ma se il fine ultimo è la pace ? la quiete ? (e non è affatto detto, intendiamoci !)
    Non solo per la pace dei sensi…e tutte le sue conseguenze.

    Se il fine ultimo non c’è, hehe, manca per l’appunto la verità.

    Per la risposta, l’incontro, la magia e tutte le declinazioni della relazione IO-TU.
    Quale di queste parole ne impedirà il funzionamento: libertà, giustizia, bellezza o verità ?

  34. Gurbj Says:

    Eh?

  35. Flounder Says:

    (sto preparando un diagramma. la risposta è difficile, ma non impossibile. faccio l’analisi costi-benefici e comunico gli esiti>)

  36. broono Says:

    Quando si perdono i ciccipucci non backuppati, la mente (il cuore) tira fuori il backup che aveva fatto senza il nostro permesso e ci mostra quelli che avremmo salvato noi se ci avessero avvisato che li avremmo persi.

    non serve la carta, basta lasciar fare al cuore.
    Ciò che non avremmo mai voluto perdere non lo perdiamo.
    Il resto era insana resistenza.

    (l’ho scoperto quando ho perso anni di mail archiviate che avevo comunque letto solo una volta il giorno della ricezione)
    (per le altre, ho conservato la persona che le aveva scritte)

  37. broono Says:

    Piesse: Gurbj, quando la padrona di casa me lo compra, poi ti presto quel telefono là di cui sotto.

    🙂

  38. Flounder Says:

    (sto tutta arravogliata nella riflessione tra le quattro variabili. è difficilissimo, è)

  39. Flounder Says:

    (quarta possibilità – o dell’equivoco fulminante)

    e così, infine, ti ho ritrovato.
    mi hai ritrovato.
    sei tu, quello di sempre. quello conosciuto, atteso, desiderato, sperato.
    tuo l’odore, tue le mani.
    tua l’immagine così simile al ricordo. tua la curva del naso, tue le labbra.
    nel protendermi a te, nel sollevare volto e mento alla tua bocca, lo sguardo mi si ferma sull’indicazione del luogo: qui non è la città di R., mi trovo a F.
    come ho fatto a sbagliare fermata?
    come ho fatto a non accorgermi di essere passata oltre?
    a cosa pensavo?
    pensavo a te, a come ti avrei ritrovato, a come ci saremmo riconosciuti.
    adesso sono qui con un altro, è vero, ma è a te che penso. è te che vedo.
    non avertene a male. in fondo siamo gente di passaggio: su questa terra come in una stazione.
    ognuno si arrangia come può.
    più tardi mi dirai che quest’abito ti ricorda qualcosa, qualcuno.
    tua moglie, ma non potresti giurarci.
    dal canto mio potrei fingere di esserlo: è la stagione degli abiti a fiori.

    [questo ̬ un frammento per sdrammatizzare Рma non ne sono sicurissima]

  40. Flounder Says:

    è vero, omdahh risulta ostico.
    però io dico – e spero che non se ne abbia a male – che va approcciato come il brodo di gallina o un rosso d’annata.

    fatto stare un po’ e poi sgrassato.
    lasciato a ossigenare.

    completate queste operazioni lo si legge di nuovo: concentrato e sapido, tanninico al palato.

  41. anonimo Says:

    ma come puoi fa’, flou?
    un interruttore ce l’hai? 😀

  42. Flounder Says:

    vabbè, io mi arrendo, non so rispondere. ci ho provato, eh, lo giuro.

    i termini sono troppo vaghi, disorientano. quali sono le coppie? qual è l’elemento di troppo?
    non so rinunciare a nulla, pur rendendomi conto dell’impossibilità di raggiungere la verità tra me e l’altro.
    la sola verità raggiungibile è: che tu ci sia per me.
    questa è incontrovertibile: o è o non è. non esistono vie di mezzo.
    che tu ci sia e nel modo in cui piace a me e a te.
    (il resto si gioca sui dettagli, con l’obiettivo di spostare la verità dal cercare al cedere. dal credere al concedere. sospensione di giudizio. attesa. ipotesi. dubbio. mi viene l’ansia, mi manca il fiato, ma resisto: da io-sola-nel-mondo mi sposto lentamente verso un io-con-il-mondo. la necessità obbligata dell’altro punto di vista, la scoperta.)
    e pure mi sono rassegnata un poco a ridurre l’istanza di giustizia per favorire quella di libertà, senza la quale ci si riduce a semplici oggetti e proiezioni.

    mi arrendo.

  43. Flounder Says:

    (cos’è un interruttore, gnamina?)

  44. anonimo Says:

    (è una cosa da spostare o su on o su off, ma non ti riguarda. Di sicuro, da qualche parte, tu hai un gruppo elettrogeno.

  45. Flounder Says:

    broo’, ma tu a me mi tieni salvata sul disco rigido?
    (non infierire, ti prego, no, no)

  46. broono Says:

    il “non infierire” è riferito alla possibile risposta o alla battuta che se proseguissi il mood “cabaret” sai che certamente farei sul tema “salvata sul disco rigido”?

    (che però è troppo, troppo sconcia, quindi non la farò no no no)

  47. Wosiris Says:

    bella sta cosa dei dati sensuali, bella bella.

    ti dirò che anche a me è capitata una cosa simile (perdere alcuni sms cicicì che avevo salvati) e mi son trovato così a sforzarmi per ricostruirli; le cose che ho salvato son state alla fine tante, tutte beccappàte ora nella mia testa probabilmente travisandole anche un po’ nel modo che a me piaceva di più.

    ora ho dei ricordi della madonna e non salvo piu’ i messaggi.

  48. Flounder Says:

    broono, ovviamente la seconda che hai detto 😀
    (salvami, salvami)

  49. Flounder Says:

    wos, vorrei emanare un decreto per vietare i cicicì virtuali.
    multe a tutti.
    se uno li conserva scatta il reato di contrabbando e ricettazione.
    non è ammessa nemmeno la quantità per consumo personale.
    basta!

  50. broono Says:

    ah ok.
    Allora tutto bene, perché tanto non l’avrei fatta.

    (no non ci riesco, te la devo dire, mo te la mando in privato)

  51. Flounder Says:

    (tu sei logico-deduttivo, broono. anzi, logico-seduttivo)

  52. Flounder Says:

    (a questo poonto – o broono – devo scriverti una poesia.)

  53. Flounder Says:

    (quinta possibilità – o dei quattro cantoni)

    per un momento mi chiedo se abbia senso arrivare alla stazione di R. con il mio vestito a fiori.
    arrivo, ti vedo, mi mancano dieci passi dieci metri e ti prendo.
    nella stazione di R., dove tutto ti è familiare e ti appartiene, dove tutto consolida l’immagine di te.
    fossimo a strapiombo sul mare sarebbe facile intravedere il rischio.
    ci sarebbe il vento a muovere le ombre.
    fossimo a strapiombo sul mare potremmo dirci che cominciamo solo adesso.
    ma la stazione di R. è ovattata, ha qualcosa che ci protegge, ci consegna a uno scenario noto, a una quinta certa e collaudata.
    in fondo siamo stati fermi, abbiamo tenuto lo sguardo su di noi, ci siamo tessuti addosso trame di parole senza testarne la solidità al vento.
    ci siamo mossi nello spazio angusto di una forma sincopata di ricordo.
    dal treno io non scendo, no.
    riprendo la via che mi riporta a casa.
    ti chiamo e dico: puoi raggiungermi qui, dove non mi conosci.
    non avevo un abito a fiori da indossare.

  54. Wosiris Says:

    io ho un T9 tarocco:

    trasforma in automatico i messaggi che arrivano secondo le mie aspettative, me li fa leggere e li cancella dopo due o tre secondi.

    non hai idea di quanto sia cresciuta la sicurezza in me stesso da quando ce l’ho.

  55. Flounder Says:

    (wos, spero a questo punto che tra me e te non sia avvenuto nulla di irreparabile e compromettente 😀 )

  56. Wosiris Says:

    mi hai gia’ tirato un bidone, non ti dico altro.

    😉

  57. Flounder Says:

    no cicicì, no party 😀

  58. Flounder Says:

    (sesta possibilità – o del Sindacato comparse)

    mi resta impressa l’ultima scena del film, e subito dopo i titoli di coda.
    l’inquadratura della città di R., il cielo livido, la donna col vestito a fiori. il fascino palpabile di certi film francesi.
    un certo desiderio di immedesimazione.
    e ti ricordi quella volta che…?, così ti chiederei.
    se avessi da chiederti, se avessimo da rammentare.
    e tu risponderesti sì, o forse. reclineresti un poco il capo, lo sguardo verso destra, come si atteggia quando si fa per ricordare.
    fuori c’è ancora il sole, un pomeriggio al cinema da sola non riesce ad ammazzare la giornata.
    mi piacerebbe tornare a casa, trovarti lì e chiederti piccole cose: mi passeresti lo zucchero, per favore?
    cose così, insomma.
    per strada le ragazze hanno sguardi primaverili e gonne larghe.
    vado a memoria nella mia agenda degli appuntamenti: non c’è segnato nulla.
    che sia abbigliata a quadri o a fiori non importa: alla stazione di R. non ci sono mai stata.
    chissà se tu mi hai mai aspettato, se avevi pronunciato il mio nome.
    o se nel cielo livido la scena si era arrestata.
    tagliata.
    alla critica e al mondo rimasta sconosciuta.

  59. riccionascosto Says:

    (no, ma tu ‘ste cose non me le puoi nascondere tra i commenti, e quando io non ho proprio il tempo di leggerle. Tocca raccoglierle e metterle in fila. Sceneggiarle, magari)

  60. Flounder Says:

    questo è un post senza fondo, riccio.

  61. anonimo Says:

    bello il nuovo titolo del blog.
    spero di non scomparire dopo questo commento. (o forse sì)

  62. ipsediggy Says:

    è vero, la questione è controversa.. ma, avendoci sbattuto il muso più eppiù volte, ho costruito una soluzione del (mio) problema: i dati sensuali sono indelebili ed inestinguibili. non possono scomparire alla sparizione dei sensibili. manco se fossero loro a volerlo. possono danneggiarsi ma restano sempre. ci sono e basta.

  63. riccionascosto Says:

    (e comunque il succo è: toglietemi tutto, ma non il mio vestito a fiori) 😉

  64. Flounder Says:

    (no, no, il succo è proprio il contrario: toglietemi il vestito a fiori. in senso metaforico, si intende. ma anche no)

  65. Flounder Says:

    (se passa Effe avvisatemi, che mi ricompongo all’istante 😀 )

  66. riccionascosto Says:

    Comunque, madame, tra tutte le possibilità elencate, ha dimenticato questa
    (ma anche no)

  67. Flounder Says:

    volendo dirla tutta, anche questa.

    (ci sono temi che ossessionano e ricorrono, più di certi incubi)

  68. riccionascosto Says:

    (ecco, a quella non ci avevo pensato, ma poi mi è arrivata subito, prima ancora di aprire il link).
    Poi ci sono altri treni, ma diventa un post senza fondo (appunto).

  69. Flounder Says:

    ho passato metà vita facendo la pendolare.
    sogno treni e stazioni anche di notte. qualche volta aerei. raramente navi.

    non so stare ferma.
    temo gli addii.
    mi sento terribilmente precaria.
    segni particolari: bellissima.

  70. Flounder Says:

    (settima possibilità – o del patteggiamento con la realtà)

    sciopero dei treni e in ogni caso la stazione di R. è bloccata da un corteo di manifestanti in sit-in permanente.
    il telefono è scarico da ore.
    ognuno se ne va beatamente a fare in culo a casa propria.
    sul comodino un libro: Les fleurs du mal .
    in sottofondo un tango: el desencuentro, luis rizzo.

  71. Flounder Says:

    iggy, io uso la memoria come la sorella di Augustine in Ogni cosa è illuminata.
    ogni singola cosa è riposta nella sua scatola, non si perde nulla. di questo sono certa.
    ma per la maggior parte è come se non esistessero: qualunque forma di ricordo mi provoca uno struggimento insopportabile.
    non mi capita mai – mai – di soffermarmi nelle pieghe di ciò che è accaduto fino a che la cosa non è così lontana da essermi indifferente, come se riguardasse qualcun altro.
    scrivo proprio per questo, con l’obiettivo del distacco e della dimenticanza.
    il lato positivo è che si mantiene inalterato lo stupore in tutte le cose che accadranno, come se non le si fossero mai viste prima.
    il lato negativo è che si sbaglia sempre sugli stessi punti.

    se solo per un attimo mi concedessi – in pratica solitaria – di ritornare a un’emozione intensa del passato, mi sgretolerei. mi ci si deve accompagnare, e allora sì.

  72. Zu Says:

    “L’obiettivo del distacco e della dimenticanza” mi fa ripensare con sgomento alla scena finale di Frances, bello e terribile, con Jessica Lange parzialmente lobotomizzata e perciò “normalizzata”, in un appiattimento che se appiana le difficoltà cuce però il ventaglio interiore col fil di ferro, impedendo il fiorire della ricchezza diastolica.
    So che non è o almeno spero non sia il tuo caso, altrimenti ti augurerei di poter trovare e applicare una tua ricetta di mediazione.

  73. Flounder Says:

    perdonatemi la seconda autocitazione, ma questo è troppo bello.

    no, zu, non è questo il mio caso.
    il mio caso è piuttosto quell’altro: la prevedibilità degli schemi comportamentali. te ne ho già detto.
    sono costretta a cercare di dimenticare per evitare di confrontare e mandare le persone al diavolo dopo tre minuti.
    rinuncio alla mia arroganza pagando ogni volta il prezzo della disillusione.(ognuno ha il karma suo, a me mi hanno detto che in questa vita devo diventare più umile)

  74. Flounder Says:

    Cara Flounder,
    esibiscimi biglietto e prenotazione, prego.
    Tua Ferroviaria Statale Coscienza

    Cara Coscienza,
    ho l’abbonamento.
    Tua metodica Flounder

    Cara Flounder,
    Keine gegenstaende aus den fenstern werfen
    Tua cogente Coscienza

    Cara Coscienza,
    questo vuol dire che mi è impedito anche il suicidio?
    Tua provocatoria Flounder

    Cara Flounder,
    tassativamente. E per di più ti faccio notare che sei seduta sul posto riservato alle gestanti.
    Tua regolamentare Coscienza

    Cara Coscienza,
    i posti per invalidi erano tutti occupati.
    Tua conscia dei suoi limiti Flounder

    (quando ricompare la Coscienza le cose stanno prendendo una brutta piega)

  75. didolasplendida Says:

  76. Flounder Says:

    (devo cantare binario triste e solitario?)

  77. Flounder Says:

    (ottava possibilità – o del testimone)

    lavoro qui da sempre, nella stazione della città di R.
    sono dunque il più titolato a parlarvi dell’uomo e della donna con l’abito a fiori. li ho conosciuti, sì.
    li ho visti, fermi sulla banchina, fermi in un abbraccio. ad annusarsi come due cani smarriti.
    stretti tra loro come un’asola e un bottone.
    incerti, prima di riconoscersi.
    come dite?
    volete conoscere le loro parole? i loro indirizzi? le reciproche occupazioni?
    non so dirvi, ma vi assicuro di essere il più titolato a parlarne. del resto sono il più anziano, qui. sono qui da sempre.
    e dunque ho visto quel titubare nel passo, talvolta l’andatura spedita.
    indecisi e attenti.
    confusi e immobili.
    la posa del fianco, l’aria corrucciata.
    potrei mimarne i passi, i gesti. persino l’assenza.
    tornò spesso, lui.
    aspettava per ore, inutilmente.
    una volta mi sono avvicinato, gli ho chiesto: aspetta forse qualcuno?
    mi ha risposto: forse.
    lei invece non è mai più tornata.
    del resto sono qui da sempre, avrei riconosciuto il suo abito tra mille.

    (sappiate che non mi fermerò. continuerò a oltranza)

  78. Zu Says:

    78 nella cabala fa la zoccola; per questo, con questo commento, mi permetto la “gentile richiesta”: un episodio di quando il vestito a fiori fece da tovaglia (con lei dentro, certo).

  79. Flounder Says:

    e come lo chiamo?

    (ennesima possibilità – o degli effetti speciali)?

  80. ipsediggy Says:

    ma allora ti sei fatta installare il tasto inibitore del ricordo tormentoso! non vale!!
    (quanto costa?)

  81. Flounder Says:

    11mila iva inclusa.

    e siccome che sono una bloggheressa serissima, vi metto pure il link al tango citato al commento 70, che è un po’ sconosciuto.
    ed è la storia di uno sfortunato, ma così sfortunato, ma così sfortunato che alla fine si vuole suicidare ma gli va a vuoto perfino la pallottola 🙂
    desencuentro

  82. aitan Says:

    una chicca, Desencuentro

    (quando ricompare la Coscienza, io sono lì tutto appizzato)

  83. glider Says:

    ma qui si ama il rischio più che la donna del lanciatore cieco di coltelli!
    cribbio, attenzione con certi titoli che siamo ciò che mangiamo e cagion di questa antropofagia ti ritrovi un blog ogm e mutante.
    io chiederei a tutti i commentatori certificato di sana e robusta costituzione mentale, illibata fedina penosa, giureconsulto dei probiviri, chip rfid per la tracciabilità delle carni e visita del veterinario ASL prima d’ogni commento.

    firmato
    Creutzfeld Jacob

  84. Flounder Says:

    a me interessa solo che siate tenerelli.

    Flounder Lecter

  85. Effe Says:

    (ero passato, eh, intorno al commento 65, ma non ho detto nulla per un fatto di eleganza)

  86. Flounder Says:

    (nona possibilità – o dell’amore paranormale)

    L’uomo è frettoloso e ansimante, vestito di verde. Un po’ impolverato: sarebbe così gentile da indicarmi la via più breve per la stazione di R.?
    L’altro lo guarda stupito, sopraffatto dalla domanda: la città di R. non ha stazione. Viviamo separati dal resto del mondo, ci hanno dimenticato.
    L’uomo si sente come schiaffeggiato: ma non è possibile..io…io ho un appuntamento alla stazione della città di R. non è forse questa la città di R.?
    E’ questa la città di R. sì, ma mi creda, non esiste stazione. C’era un tempo, sì, ma è stato troppo tempo fa, lei non può ricordarlo, non era ancora nato. C’era una grande stazione, prima della Guerra: arrivavano treni da ogni dove, un grande traffico di merci e passeggeri. Prima della Guerra. Poi una notte i bombardamenti, e la stazione non è mai più stata ricostruita. Ci hanno dimenticato.
    L’uomo si sente mancare, prova ad insistere: ma io..io le assicuro che deve esserci la stazione. E’ lì che mi aspetta, ho un appuntamento. Mi ha detto così: ci rivedremo alla stazione della città di R., avrò un vestito a fiori…
    L’altro aggrotta lo sguardo: un vestito a fiori? Lei sta parlando della donna con l’abito a fiori?
    Sì, sì. La conosce? L’ha vista passare? L’ha forse vista uscire dalla stazione di R.?
    Le ho detto che non c’è stazione, qui…la donna con l’abito a fiori…sì…me la ricordo. Giravano voci sul suo conto. Accadeva prima della Guerra: a volte la si vedeva vagare lungo la banchina, come alla ricerca di qualcosa, a volte interrogava i passanti. Si diceva che avesse un amante proprio qui, nella città di R., ma nessuno può confermarlo. Ma tutto questo accadeva prima della Guerra, gliel’ho detto. Poi sparì, insieme alla stazione, insieme a parte della città. Ma cosa ne sa lei della donna con l’abito a fiori? Lei è così giovane. Da chi ha ascoltato questa storia?
    L’uomo è confuso, spaventato: io…io avevo un appuntamento con lei. Dovevamo vederci. Sa…io dovevo parlarle, sapere. Io volevo dirle…volevo dirle che…ma è tardi. Mi dica, la prego, mi dica qual è la via più breve per la stazione di R.. Io non voglio arrivare in ritardo, non voglio che mi aspetti ancora. Voglio prenderla, stringerla, sussurrarle all’orecchio. La prego, non mi trattenga qui, io devo andare. Mi indichi la strada, per piacere…
    L’altro corruccia la fronte, pescando a fatica nei ricordi: ci furono molti morti qui. Fu colpa della Guerra. Lasciarono le case, le famiglie. Furono portati a morire lontano. Partivano ogni giorno, dalla stazione di R. ma lei…lei non può ricordarlo, lei non era nato…
    L’uomo si accasca, raccoglie la testa tra le ginocchia e piange.
    Sottile, lieve come un’ombra.

  87. essenziale Says:

    (ennesima possibilità – o del sarto disperato)

    L’ho seguita in ogni stazione ma non sono riuscito a raggiungerla. Sempre un passo dietro a lei. Oppure avanti, non so. In un impeto di perduto innamoramento ho donato alla dama raminga uno splendido vestito. Ed ora lei va per scali ferroviari ad incontrare sconosciuti. Sono qui alla stazione della città di R. e chiedo disperatamente in giro, affiggo foto nella speranza che qualcuno riconosca la donna o quantomeno il vestito. Ho parlato anche con un addetto ai lavori della stazione di questa città ma mi è sembrato alquanto rincoglionito, del resto diceva di essere il più anziano lì. Non mi è stato di alcun aiuto, tanto più che ad un certo punto della conversazione ha dato di matto affermando che la città di R. non ha nessuna stazione.
    Vi prego, qualcuno mi aiuti, lo stilista per il quale lavoro rivuole il SUO vestito a fiori!

  88. Flounder Says:

    tu commenti?
    commenti?
    e io me te magno! 😀

  89. Gurbj Says:

    Cara Flou, che bello ciò che scrivi:))
    Mi hai fatto ricordare una cosa successa tanto, tanto tempo fa. Studiavo in quei di Pisa ed una sera, siccome avevo gente a cena, andai a prendere una bottiglia di vino. Alla cassa, mentre chiacchieravo con la commessa, un vecchino pisano si avvicina e mi chiede: “Mi scusi, signorina, ma lei di dov’è?” Ed io gli rispondo che sono della città di C:). Lui diventa tutto rosso, si emoziona, gli vengono i lucciconi agli occhi e mi racconta che lui aveva un amore che stava lì, nella mia città, in uno dei paese a monte (cui si accede da un viale in cui, tra l’altro, abito io). E mi racconta tutto commosso che c’era la guerra, c’era la Linea Gotica ma lui aveva un appuntamento con quella donna, la voleva portare via ed era riuscito ugualmente ad arrivare fino a quel viale. Però, poi, aveva desistito: il paese era irrimediabilmente inaccessibile, la strada era devastata dal fango e dalle bombe. Non ha mai più rivisto quella donna. Si era sposato, era un nonno. Però, per tutta la sua vita, non ha mai dimenticato quell’amore, ha sempre chiesto di lei.
    E’ importante il tempo nell’amore. E’ importantissimo, come se si trattasse di musica. A volte si è lì o troppo presto o troppo tardi. Irrimediabilmente.
    Stamani c’erano un uomo e una donna che, si avvertiva, avrebbero potuto esser ben altro l’uno per l’altra. Lei lo aspettava appoggiata ad un parapetto, con la faccia rivolta verso il sole. Lui era in ritardo. Quando è arrivato, lei sorridendo, gli ha detto: “E’ una vita che ti aspetto”. Lui le ha accarezzato la guancia dicendole:”Anch’io è una vita che ti aspetto”. Si sono messi a ridere. Lei ha cambiato registro ed ha esclamato: “Allora mi sa che abbiamo da sempre sbagliato il binario”.
    Strana la vita:)

  90. glider Says:

    questo non è più un blog, questo è o’ raù

  91. Zu Says:

    Brunota Kristof

  92. anonimo Says:

    ennalogia della città di R.?

  93. Flounder Says:

    gurbj, tu e l’amica tua ogni tanto mi ricordate questo fatto del tempo e io mi sento male.
    non perché non lo sappia, ma perché faccio finta di non pensarci.
    non è la questione del tempo che passa, no, ma quella delle opportunità mancate, quelle inevitabilmente mancate, perché come dice l’amica tua, puoi piegarti ad altre esigenzi e compromessi, ma non piegare il tempo al desiderio.
    (e invidio, invidio da morire chi si muove sulla linea del tempo come se non esistesse, come se fosse eterno, immortale.)

    glider, è già il secondo paragone alimentare in meno di 24 ore. cibi densi, coagulati, spessi al cucchiaio.
    (mi state suggerendo di alleggerirmi, lo so. è quello che sto facendo, fidatevi)

    calma e zu, io se potevo scegliere chi essere – come scrittrice – sceglievo la Kristof.
    in seconda battuta la Homes ex aequo con Riy Arundhati
    (ma voi lo sapete e dunque non vale)

  94. Flounder Says:

    (decima possibilità – o del preavviso telegrafico)

    Sarò ore tredici stazione di R. STOP
    Abito fiori scarpe tacco. STOP
    Baciami subito appassionatamente. NO STOP

  95. essenziale Says:

    Coincidenza in ritardo. STOP
    Abito lino scarpe tabacco. STOP
    Ripassa rossetto frequentemente. NO STOP

  96. Flounder Says:

    su quest’ultimo commento vorrei aprire un momento di critica.
    anzi, due momenti.

    il primo riguarda la scansione temporale e l’aderenza alla realtà: come può lei – se è già in treno – ricevere un telegramma?

    il secondo punto apre invece un ampio scenario di riflessione che spacca l’Occidente: non si era detto che gli uomini ODIAVANO baciare rossetti?

    dunque il mistero si infittisce: chi ha scritto davvero questo secondo telegramma?

  97. essenziale Says:

    Elementary, my dear Watson
    Il telegramma è stato scritto dal sarto disperato del commento #87!

    Soppa se sei pignola!

  98. Flounder Says:

    ASSAI
    😀

  99. Zu Says:

    Nennella: sia sulla Kristof sia su Arundhati Roy ti avevo sgamato prima che tu me lo dicessi. Devono essere tra le cose che ti sono entrate (almeno) sottopelle.
    [per coincidenza, entrambe le ho conosciute e lette solo nel 2006]

  100. HangingRock Says:

    l’#86 è una roba da brividi, da pelle d’oca. voglio il reading, voglio il podcasting.
    (e niente, poi teniamo sempre quella mina in mano da far esplodere)

  101. 8e49 Says:

    volevo essere il commento n. 100
    ma soprattutto volevo dire la stessa cosa che ha detto Hanging

  102. aitan Says:

    volevo essere il commento 101
    (però non porto mine in mano)

  103. Flounder Says:

    (undicesima possibilità – o della maledizione degli dei)

    La stazione di R. è una stazione di testa, come quella di N., di F. o di M.
    Questo rende molto più facile e certo l’attimo esatto dell’incontro: basta difatti controllare con un certo anticipo al tabellone l’orario degli arrivi e predisporsi in attesa al binario segnalato.
    I passeggeri scenderanno tutti dallo stesso lato e sarà impossibile mancarli.
    Ve lo dico perché mi è capitato di arrivare in stazioni di transito, dove nella ressa è molto più facile perdersi, confondersi.
    Ad ogni buon conto io indosso un abito a fiori. E questo – credo – mi distinguerà.
    Il fondo ̬ chiaro e reca impressi piccoli tralci, steli, campanule rosate. Ha un taglio alto, proprio sotto il seno Рvagamente stile impero Рe bretelle larghe.
    La scollatura non è profonda ma ampia ed è fermato sul retro da una lunga chiusura lampo.
    E’ un abito al quale tengo molto, cucito a mano da una sarta che in gioventù lavorava per le grandi case di couture e che oggi, nei suoi settantacinque anni di mano ancora ferma e sguardo acuto, si limita a cucire per pochi. Per lo più parenti o figlie di vecchie conoscenti.
    La sarta aveva una figlia, la ricordo bene.
    Brutta, un enorme naso aquilino.
    L’avevano fatta studiare, nonostante la povertà. Un brillante liceo classico e poi la facoltà di lettere.
    Dovevo essere bambina e lei già all’inizio dell’adolescenza.
    Sua madre mi lasciava per ore a giocare con i suoi cartamodelli, con i figurini d’antan.
    Ina mi dava le spalle e curvava la schiena su grossi vocabolari, in quella casa che odorava di gesso da imbastiture e brodo per anziani.
    Mia madre era bellissima, nonostante le forme un po’ abbondanti: amava i colori chiari e i modelli originali, certe pinces che spuntavano a sorpresa, dei soffietti sui fianchi.
    Scollature rettangolari e bustier soffocanti.
    La figlia della sarta si chiamava Ina, l’ho già scritto (diminutivo di qualcosa che non ricordo più, o forse era lei, quella divinità polinesiana, dea della luce, figlia del dio della terra). Era alta e magra, ossuta. Detestava gli abiti belli, detestava i bambini. Detestava qualunque cosa avesse una sua intima vitalità. Era ispida e antipatica. Splendente e dura, tagliente.
    Mia madre diceva che era intelligentissima e buona e io le credevo. Continuai a crederle, anche quella volta che Ina mi disse a denti stretti che non sarei mai andata da nessuna parte. Avevo appena nove anni e quella frase mi segnò come una cicatrice, una malattia. Come una maledizione segreta che non mi ha mai abbandonato.
    Non l’ho più vista da allora, mi hanno detto che insegna in un liceo.
    Mi hanno detto che è felice e che l’età le ha regalato morbidezza ai lineamenti. Che ha un marito che l’ama molto e due figli dall’ampio sorriso. Che è ferma e serena, limpida a se stessa. Fulgida e immobile.
    So che un abito come il mio lei non lo indosserebbe mai, e neppure sarebbe oggi in una stazione di testa a chiedersi se qualcuno verrà mai a prenderla, a cercare di restare in equilibrio sulla ruota dell’ansia, a domandarsi cosa ci sarà oltre la stazione di R., se esisterà qualcosa oltre questa Gibilterra ferroviaria.
    So che se mi vedesse qui oggi, così perduta nell’incertezza, nell’attesa di qualcosa che non ha un nome, nel presagio dell’incompiutezza, ancora mi direbbe a denti stretti: tu non andrai mai da nessuna parte, te lo avevo già detto. Ti perderai prima di ogni meta, non saprai mai tracciarti una strada.
    Il mio abito a fiori di colpo di trasformato in un sudario e la stazione di R. nella più desolata delle terre.

  104. broono Says:

    Volevo essere qui, dovunque vada.

    Non sono dove arrivano i treni, né dove scendono tutti dalla stessa parte.
    Sono al binario morto.

    No, non è pessimismo, anzi.
    E’ che chi si incontra al binario morto è perché cercava davvero solo l’incontro.

    All’altoparlante han detto che col vestito a fiori sei bellissima.
    Io gli ho dato ragione.

  105. anonimo Says:

    stunc!

    (no, no ci fate caso, è il cuore che mi è caduto. è andato ad incastrarsi sotto il mobile, tra la pallina del gatto e un portamine dimenticato)

    lisa

    [nemmeno una settimana fa ho comprato un vestito a fiori del genere. no taglio impero, ma anni ’30. per il resto, uguale]

  106. Flounder Says:

    hanging,
    riceverai a breve un mio dispaccio. (abbiamo la mina in mano, sì, ma io ho in mente un nuovo detonatore e istruzioni per te: mañana a la seis de la tarde. tendràs que llevar una ropa con flores y tacones lejanos)

    aitan e Francesco: e quante volte avrei voluto essere io – nelle vostre parole o in certi sguardi che sapete dare al mondo?

    lisa, adesso occorre solo farsi crescere i capelli. un caschetto liscio e frangia cortissima

  107. Flounder Says:

    i binari morti mi fanno venire in mente quelle monorotaie che conducono all’interno delle miniere e quei carrelli che occorre stantuffare con la forza delle braccia per arrivare a destinazione. che entrano vuoti e ne fuoriescono pieni.
    (al binario morto non occorrono parole superflue. non si è lì per caso)

  108. Effe Says:

    un binario
    un binario
    ci deve esser una simbologia, un senso, in questa immagine
    Le rotaie
    Due rette parallele
    infinite, in potenza
    ma
    inavvicinate
    due realtà contigue che si (ri)guardano, che non possono esistere se non come specchio una all’altra – un uomo, una donna?
    (la monorotaia è una corruzione del pensiero)
    Due rotaie che non si toccano
    Come dire: voler affrontare territori sconsociuti, certo (l’anima?), ma senza il rischio di arrivare mai alla verità.

  109. Flounder Says:

    effe, si rivesta subito
    (e soprattutto, ci rivesta)

  110. Effe Says:

    pardòn

  111. Gurbj Says:

    Esiste sempre un punto, cosiddetto improprio:)

  112. Flounder Says:

    non so esattamente tu cosa voglia dire, ma per me esiste sempre un solo punto perfetto (ne avevo scritto in un post di novembre scorso, Jet-Lag).
    tutti gli altri sono accomodamenti, più o meno impropri.
    e forse la semantica dell’incontro non è altro che il tentativo di farsi una ragione delle infinite possibilità succedanee di quel punto perfetto e accomodarsi nel modo meno scomodo possibile.

  113. essenziale Says:

    e adesso me lo spieghi tu perché l’undicesima possibilità – o della maledizione degli dei mi fa venire in mente La casa di Asterione di Borges?
    Avrò mangiato pesante ieri sera?

  114. Flounder Says:

    zu, io poi ti devo deludere, ma proprio assai.
    perché la tua gentile richiesta del #78 non la posso soddisfare.
    la dodicesima possibilità – o del petalo intriso di rugiada – non è nelle mie possibilità narrative.
    in parte per le ragioni spiegate nei commenti da hanging sul disaccordo storico tra (buon) sesso e (buona)letteratura, in parte per tutto il fatto di ricordo e struggimento e in parte per aver avuto la prova che il mio vocabolario in materia risulta bizzarro, forse aulico.

  115. Flounder Says:

    non l’ho letta la Casa di Asterione, non ti posso aiutare
    (però mi è venuta la curiosità)

  116. essenziale Says:

    no, è che tratta di minotauro…
    sì, devo aver mangiato peso…

  117. Flounder Says:

    ho appena dato uno sguardo su un sito. è incredibile la ricorrenza del numero 9.
    nove gli anni, nove gli uomini che entrano nella casa di Asterione, nove l’età della bambina che racconta la storia.
    (sul fatto che poi ognuno sia il monstrum di se stesso, sfondi un labirinto aperto)

  118. essenziale Says:

    non è affatto incredibile è Borges!suppongo ti piacerebbe Asterione e anche l’Aleph, ora che ci penso…
    (labirinto aperto è tutto dire, roba da Freud)

  119. sphera Says:

    Prenderò alcuni giorni di ferie, per leggere e meditare su tutto quanto detto – e non detto – in questo post senza fondo (intanto mi hai fatto venire in mente almeno due occasioni in cui sono stata alla stazione di R con un vestito a fiori). Intanto ti mando una mail coi dati sensibili. Poi ti spedisco per pacco espresso il mio vestito a fiori, e tu mi mandi il tuo. Intanto lo indossiamo e andiamo alla stazione. Poi vediamo.

  120. Flounder Says:

    (tredicesima possibilita – o dell’intermezzo saffico?)

  121. didolasplendida Says:

    il capitolo tredicesimo del mio libro cinese viene così introdotto
    “Inizio di Primavera, innalzata dalla grazia imperiale,viene nominata Signora del palazzo della Fenice.
    Ch’in Chung intraprende innanzi tempo il viaggio verso le Sorgenti Gialle”

  122. Flounder Says:

    scopriamo dunque che i cinesi hanno inventato i fuochi d’artificio, la polvere da sparo e il pissing?

  123. sphera Says:

    La vedo perversa, oggi. L’insicurezza degli oggetti si compensa con la certezza della peccaminosità?

  124. egovirtuale Says:

    Cos’è il pissing?

  125. Flounder Says:

    una parafilìa a sfondo di ammoniaca
    (devo andare più sul dettaglio?)

    sphera, vedermi perversa a me è proprio difficile.
    certo, ho anch’io le mie piccole perversioni, che non sono quelle che immagina lei.
    ad esempio ogni mattina prendo un caffè e a seguire una pizzetta.
    (per lo più – lo confesso – son tipa da ossessioni)

  126. egovirtuale Says:

    Pizzing e pizzetta, sono amiche?

  127. Flounder Says:

    in senso lato

  128. egovirtuale Says:

    In senso “lati”, vuoi dire (altrimenti non ci sono i doppi sensi).

  129. riccionascosto Says:

    Io segno, eh (della pizzetta, per la prossima volta) 😉

  130. anonimo Says:

    Io sono salito qui senza pagare il biglietto.

    (M.)

  131. Flounder Says:

    (quattordicesima possibilità – o dell’esagerazione)

    Non vi racconterò del nostro incontro alla stazione della città di R.
    Non ha importanza ciò che ci dicemmo o l’intensità dell’abbraccio. E neppure cosa avvenne tra noi nei giorni a seguire.
    Vi basti sapere che i fiori del mio abito sbocciarono d’improvviso e la stazione divenne un tripudio di petali che si posavano ovunque, un ampio tappeto simile a velluto.
    L’odore così inebriante che la folla ne fu invasa. Si videro molti viaggiatori – se non tutti – spogliarsi come in preda a una furia e congiungersi sui binari, nelle carrozze, finanche nella stanzetta del controllo semaforo.
    Dai fiori si dipartirono piccoli tralci rampicanti che inglobarono nelle spire ogni oggetto e ogni persona nelle immediate vicinanze. Una monaca perse il velo e il colletto inamidato, un bambino la cartella e la sua collezione di soldatini, un amministratore delegato l’aplomb e la cravatta.
    I macchinisti rapiti dagli enormi tunnel in forma di cesti e corbeilles smarrirono la direzione e nella stazione di R. si incrociò ogni sorta di convoglio, inclusi certi trenini dalle sedute di legno che anni addietro erano noti per arrivare puntualmente in orario.
    Furono profanate chiese e altari, assaltate banche e salumerie, saccheggiate le serre.
    Tutti i telefoni del mondo iniziarono a trillare sulle note della Primavera di Vivaldi.
    Il sole si oscurò, per l’improvviso addensarsi di nuvole, pianeti e stelle che volevano assistere allo spettacolo.
    La terra tremò e dalle voragini spuntarono rose e camelie.
    Ciò che accadde tra noi non vi riguarda, ma sappiate che non fu da meno.

  132. anonimo Says:

    ci ho pensato flo’, ci ho pensato pure io.
    (al caschetto e alla frangia corta cortissima, dico.
    e poi scarpette rosso corallo – ma non di vernice – col laccio sul collo del piede)

    lisa

  133. aitan Says:

    come mi piacciono a me le storie esagerate!

  134. Flounder Says:

    Un’attenzione particolare merita lo studio della geometria della stazione della città di R.
    Come ormai anche il lettore più sprovveduto avrà compreso, ciò che all’apparenza pare essere un luogo di incontro, è in realtà un non luogo.
    O – se preferite – il luogo deputato al non-incontro.
    Ciò a causa dell’insussistenza del momento perfetto, di cui si parlava tra il #111 e #112.
    Se potesse darsi l’incontro perfetto nel momento perfetto, questo consterebbe di tre elementi imprescindibili: il dire, il sentire e il percepire.
    La stazione della città di R. avrebbe dunque una forma triangolare, con una perfezione equilatera e possibili combinazioni (ancora buone, in virtù della regola che vuole la somma degli angoli interni di un triangolo sempre uguale a 180°, a prescindere dalla forma) in senso scaleno o isoscele.
    Purtroppo ciò non avviene quasi mai. In generale sono presenti non più di due variabili e di conseguenza un solo angolo. Ottuso, quando le variabili sono la parola e la sensazione, acuto, se sono la percezione e la sensazione, retto, nel caso in cui la coppia sia formata da parola e percezione.
    Mancando un lato, la dimensione per l’incontro resta aperta, troppo fluida.
    Da questo studio geometrico scaturirebbe a questo punto un ulteriore frammento (quindicesima possibilità – o del gatto e del topo), ma non ho voglia di scriverlo. Richiederebbe moltissima energia e io oggi ho la pressione bassa. E poi piove.

  135. anonimo Says:

    (EHI? Pssstt!!! Non le credete!!! Non è vero affatto che non ha voglia di scriverlo!)

    Gnama

  136. Flounder Says:

    (gnamina, non suggerire. non ho voglia di scriverlo davvero. però ne approfitto per precisare che la Semantica dell’incontro, che apparentemente pare svolgersi tra un uomo e una donna, ha scelto questa forma solo per semplificare le cose. in realtà è un imprecisato due che ho in mente, potrebbero essere anche fratello e sorella, mamma e figlia)

  137. Flounder Says:

    (sedicesima possibilità – o the day of wine and roses)

    Prima della città di F. avevamo attraversato la città di S., quella di P. e ancora quella di M..
    Ma è solo all’arrivo nella stazione di R. che mi avvidi del sangue che, sgorgando copioso, aveva intriso il mio abito di grandi macchie simili a rose vermiglie.
    Anche il bagaglio mi era diventato pesante, gravava sulle mie piccole spalle con un dolore che mi curvava.
    Mi avesse visto mio padre, in quel momento – e sono certa, certissima che da qualche luogo imprecisato mi stesse osservando – mi sarebbe forse venuto incontro per risparmiarmi almeno l’ultimo tratto di strada?
    Non lo so, questo non saprei dirlo.
    Del resto neppure mia madre, nonostante l’infinito amore, è riuscita mai a dialogare apertamente con lui, ma ha accettato silenziosamente ogni sua decisione, compresa la mia stessa venuta al mondo.
    Come sperare dunque che loro – o chiunque altro – potesse dunque venirmi incontro e alleggerirmi del fardello?
    Come sperare che alla stazione della città di R. avrei finalmente trovato un luogo di conciliazione e accoglienza?
    Provai a chiamare un facchino, ma mi dissero che lì, in quella stazione, il personale lavorava a organico ridotto.
    Le rose sul mio abito si ingigantivano a ogni passo e un mal di testa insopportabile mi trafiggeva le tempie.
    Tu non c’eri. Non c’eri quel giorno.
    Non eri lì ad accogliermi, ad aspettarmi. A mantenere le promesse fatte.
    Eppure solo pochi giorni prima avevamo bevuto insieme del vino, in nome di qualcosa che hai in fretta dimenticato.
    Mi raccontano che spesso parli di me, che ricordi ogni momento trascorso insieme.
    Ma dov’eri quel giorno? Dov’eri?

  138. HangingRock Says:

    Stazione di R. – Sono qui ad attenderti, col vestito a fiori e la collana luccicante, bella come il sole, come non lo sono stata mai. Una voce nell’altoparlante annuncia l’arrivo del treno proveniente da M. sul binario 8. Ho il cuore in gola. So tutto di te, tranne il corpo. Non ha mai avuto importanza per noi, e non ne avrà oggi. Ci riconosceremo tra mille, lo so, me lo sento. Ti vedrò e saprò che sei tu. Ecco che il treno si ferma, i primi viaggiatori scendono. No, non sei tu. No, nemmeno tu, no. Dove sei, non ci avrai ripensato? E se non ti ho saputo riconoscere? E se mi hai riconosciuta e non ti sono piaciuta? E se fossi tu quello che si sta avvicinando proprio ora, dieci passi, quattro… Sì, non puoi che essere tu. E’ dunque questa la forma del mio amore. Ti abbraccio, infilo la testa nello spazio tra te e la tua giaccia. E qui che voglio morire. Mi stringi, come batte il tuo cuore. Lo sapevo, lo sapevo che sarebbe stato facile trovarsi. Perché ci abbiamo messo tanto a farlo, perché. E’ tutto così naturale. Mi baci. Come sono morbide le tue labbra. Mi accarezzi la faccia come se fossi cieco. Le tue mani corrono lungo la schiena, con una fame. Usciamo dalla stazione, ci infiliamo nel primo albergo che incontriamo lungo la strada. Appena entrati in stanza facciamo subito l’amore, senza preamboli, senza dire nulla. Mi prendi, ti stuzzico, mi provochi, ti fomento. Alla fine, sfiniti, giaciamo uno accanto all’altra come cani. E’ stato meraviglioso. Torniamo a parlare di noi, come per chiudere il triangolo. Ci raccontiamo per ore quello che proviamo l’uno per l’altra. Non pensavamo che l’incontro dei corpi avrebbe potuto aggiungere intensità ai nostri sentimenti. Ora che ci siamo trovati non ci separeremo più. Ho deciso: verrò via con te. Il tempo di tornare a casa a fare le valigie e poi via, ti seguirò ovunque vorrai. Mi guardi, mi sorridi, i tuoi occhi sono così pieni d’amore. Sapessi quanto sono felice, quanto, Peppino.
    Non ti chiami Peppino? Ugo? Non sei l’informatico dell’IBM di F.? Parrucchiere per signora a B.? No, non sono Carmela, mi chiamo Mena, piacere.

  139. Flounder Says:

    ebbene, arrivo adesso. con una diciassettesima possibilità in mente.
    ma anche con tutta un ‘altra cosa in mente, che non sapevo se scrivere qui o da te.
    è che ho visto shortbus, e non immaginavo di trovarmi di fronte a un film così bello, dopo averne tanto sentito parlare – e non sempre bene.
    ed è un film tutto giocato sull’essere assente nei momenti di presenza, sul famoso triangolo irraggiungibile.
    un film che si gioca sulle distanze tra sé e gli altri, ma soprattutto tra sé e sé, sul non sentirsi dentro e cercare di sentirsi dall’esterno.
    sul sesso come unità di misura, ma inappropriato a ciò di cui si desidera la misurazione.
    shortbus è questo locale dove tutti vanno a cercare un incontro che cambi il senso della propria vita, e non lo trovano. è un film sull’identità e sulla paura di concedersi.
    mi è piaciuto talmente tanto che mi offro volontaria per rivederlo insieme.

  140. Flounder Says:

    (diciassettesima possibilità – o degli effetti collaterali della politica per il risparmio energetico)

    Saranno in molti – lo so – a testimoniare che quel giorno ero lì, sola sotto gli occhi di tutti.
    Mobile nei pensieri, febbrile nella ricerca, le guance arrossate e un principio di sudore tra la piega dei seni.
    Strapazzata dal vento e da una pioggia obliqua.
    E poco importa se indossassi un abito a fiori o pantaloni in gabardine, se con me avessi un ombrello o un beauty case.
    Saranno in molti – lo sai – a testimoniare che quel giorno eri lì, solo tra i passi di tutti.
    Agitato dal desiderio, roso dal dubbio, inquieto nel dondolìo di una gamba.
    E poco importa se avessi la mano perduta nel vezzo di una barba mal rasata, l’altra mano in tasca e nella testa spezzoni di canzoni.
    L’ora dell’incontro è andata smarrita, inghiottita da un falso movimento di lancette, da uno scherzo del tempo.
    Era un’ora di luce, densa di baci. O un’ora di buio, frastornata di parola.
    Era l’ora di sonno per entrare insieme nel sogno, l’uno sull’altro. Per imboccarci con le dita intrecciate, per stare zitti e guardarci, per lavarci la schiena, per insegnarti i miei contorni, per imparare le smorfie della tua sorpresa.
    Era l’ora che in sé conteneva il seme del futuro. L’ora delle radici, in cui avremmo intrecciato i piedi e le gambe per vedere nel tempo spuntare un ricco fogliame.
    Alla stazione della città di R. non è legale perdere un’ora.
    I viaggiatori incauti simulano indifferenza, per non incorrere in regolare ammenda.
    Si attardano a rimirare tabelloni, come appena arrivati. Dicono: non è niente, ero qui per caso.
    Si asciugano una lacrima e pensano: che peccato.

  141. aitan Says:

    flo’, hangin’, mannaggia, se non avessi una settimana già tutta così impegnata, mi offrirei volontario per mantenervi la candela

  142. aitan Says:

    (nel senso di farvi da maschera, che ormai nelle sale scarseggiano quelli che ti indicano la luce fino al posto -vuoto- a sedere)

  143. Flounder Says:

    (non sia mai detto, aitan: ti si aspetta)

  144. dirtyinbirdland Says:

    per la bellezza sobria di questo post, vorrei mandarti un sms umido e un po’ stropicciato 🙂

  145. Flounder Says:

    voi sapete – vero – che se qui non succede qualcosa non si potrà avere un nuovo post?
    che la storia del mondo – e dunque la mia – è tutta chiusa nel fatidico non-incontro della stazione della città di R.?
    lo sapete, vero?
    bene.

  146. Bustrofedon Says:

    Vabbuò, ma ora che fai dopo aver superato i 100 commenti e veleggiando per i 200? Continui qui o prima o poi posti?

  147. Flounder Says:

    bustro, confesso a dio onnipotente e a voi lettori che non ho più nulla da scrivere.
    devo prima rifondare il mondo.

  148. Bustrofedon Says:

    uonderful! Non è che lo fai un tantinello più adatto a me, ché ultimamente mi sta assai scomodo?

  149. essenziale Says:

    potresti svoltare decidendo di creare una sorta di Exercices de style e chiedere a minimum fax di pubblicarlo…
    hanno dato alle stampe una mosca più balena di parrella vuoi che non spòsino l’idea di una donna con vestito a fiori in attesa di un amore?

  150. Flounder Says:

    essenziale, voi siete troppo buono.
    e la parrella è molto brava, incisiva, diretta.
    e poi questa non è la storia di una donna con il vestito a fiori che aspetta un amore.
    sembra, ma non è.
    non completamente, voglio dire.

  151. Effe Says:

    se le cose non sono mai quello che sembrano, allora vuol dire che sono quello non sembrano (mi piace il ragonare onesto):
    un giardino zen?
    (con tutte le sue cosine a posto)

  152. Flounder Says:

    Cerimonia del Te

    La Via del Te non è nient’altro che questo:
    far scaldare l’acqua
    preparare il Te
    e berlo

    [accenti e acca sono stati volutamente omessi. anche lo zucchero si ritiene superfluo 😀 ]

  153. aitan Says:

    l’ho bevuto tutto di un sorso,
    e il gargarozzo riscaldato
    mi ha corroborato
    lo spirito giù giù
    fin dentro
    le viscere

  154. essenziale Says:

    flounder, siete voi ad essere troppo modesta.
    hanno pubblicato finanche La ballata delle prugne secche di una cotal Pulsatilla.
    forse che voi non vi ritenete all’altezza?
    (che tra l’altro deficita nella signorina Pulsatilla!)

  155. broono Says:

    Non vorrei entrare in discorsi non miei, ma mi preme sottolineare che proprio il fatto che oggi una col livello di Pulsatilla trovi spazio sugli scaffali (e pure il conseguente profondo film), dimostra così tanto innegabilmente l’abbassamento a livello subway dell’editoria, da considerarla motivo per essere felici di rimanerne fuori, non per cercare di unircisi.

    “Pubblica Pulsatilla quindi posso pubblicare anche io” ha rovinato tanta gente, che ora è chiusa in casa “a scrivere il romanzo”.

    Chi ama i libri, per questa cosa della pubblicazione dei blogger in quanto tali, dovrebbe essere tutt’altro che stimolato, dovrebbe essere profondamente incazzato.
    Credo.

    (fine della mia personale opinione)

  156. broono Says:

    Eccomunque qui mi sa che ci stiamo avviando verso l’attesa del post “Nuovo di Pasqua”.

    Incarto a fiori, of course, ché dicono le doni a livelli su su su su.
    O “messa giù da gara” come dicono qui da noi.

    Posso mandarle un bacio, Miss Flounderéss?

  157. Flounder Says:

    io non sono incazzata.
    se qualcuno pubblica e qualcun altro legge, buon per loro.
    tanto con questi libri non si diventa mica ricchi o famosi, sono solo piccoli momenti di gratificazione personale, pietre miliari disseminate sulla propria strada.

    a me se qualcuno mi chiedesse di scrivere un libro appositamente, mi verrebbe l’ansia da prestazione e non scriverei nemmeno più un rigo.
    altro che pulsatilla, ci vorrebbero almeno un miliardo di granuli di ignatia amara.

    io poi ho scritto due libri, in vita mia, uno abbastanza ponderoso e uno più piccino.
    vi consiglio quest’ultimo. parla dell’evoluzione delle tariffe doganali in costa d’avorio.
    una lettura illuminante, che non può mancare nella vostra libreria.
    se volete, ve lo posso pure autografare.

  158. Flounder Says:

    broono, puoi mandarmelo.
    ma solo se fondente.

  159. broono Says:

    Mi piace quando si spacca il secondo, Miss Flounderéss.

    Ari-un bacio.

  160. Flounder Says:

    (diciottesima possibilità – o della noble art)

    L’immagine della stazione della città di R. varia secondo le ore del giorno: la posizione del sole disegna luci ed ombre, mette in evidenza angoli nascosti, cancelli e sottopassaggi.
    Disegna reti elastiche che producono potenti effetti di rimbalzo.
    Io ho un abito a fiori, tu dei paradenti.
    Mi chiedo se servano a ripararti dai colpi o a mascherare canini troppo aguzzi
    Intorno i bookmaker raccolgono scommesse: le previsioni sono troppo incerte per accettare una proposta di corruzione, per cedere volutamente allo schieramento che mi dà perdente.
    Occhio per occhio, dente per dente.
    Messa così preferisco guardarti, osservarti con la potenza di un montante.
    Fare un inchino al pubblico e distrarti.
    Ronzarti intorno col mio peso mosca e ripassarmi la cipria con la spugna.

  161. Flounder Says:

    si è parlato di mosca e balena.
    la (diciannovesima possibilità – o del sogno di Achab) viene volutamente omessa.
    ma ce l’ho tutta in testa, ce l’ho.

  162. essenziale Says:

    punto tutto su flounder vincente/piazzata (non nel senso di sceneggiata napoletana) al nono round. Inchino, occhio e dente compreso!

    P.S. se proprio mi volete regalare un libro, voi che ne avete scritti almeno due, donatemi quello abbastanza ponderoso, non fate la spilorcia volendoci rifilare quello piccino, e che schifezza è…

  163. Flounder Says:

    ebbene sì, quell’altro è un vero best seller.
    in particolare il capitolo che tratta delle modalità di acquisizione e riconversione dei terreni agricoli e le relative agevolazioni fiscali ha un pathos e una tensione raramente riscontrabili altrove.
    non ho mai più scritto cose così, da allora è stata una lenta, ma inesorabile discesa verso il blog 😀

  164. Flounder Says:

    (ventesima possibilità – o dell’avanspettacolo)

    Che m’hai purtato a ffa’
    ‘ncopp’a stazione ‘e R.
    (co’ nu vestito a fiori)
    si nun me vuo’ chhiù bene?

  165. essenziale Says:

    Emmesima possibilità [non posso permettermi di (e)numerare] – o della filmografia

    Film d’amore e ferrovia ovvero: stamattina alle 10 in via dei Fiori (con quel vestito, s’intende) nella nota stazione di R.

  166. riccionascosto Says:

    (altrimenti detta FF.SS.; no, la possibilità, dico)

  167. didolasplendida Says:

    per la ventunesima
    Sul ponte Vitina di Vespa una servetta innamorata esprime i propri sentimenti parlando del più e del meno. Nel padiglione delle Gocce Azzurro-alcione la cortigiana Yang fa alzare due farfalle

  168. Flounder Says:

    dido, ma questo è un fatto assai pornografico?

  169. Gurbj Says:

    flou…asssajje

  170. Flounder Says:

    (ventiduesima possibilità – o dell’eccesso di altruismo)

    Avendo sparato a un uomo e avendolo ammazzato, capirete bene che il mio principale pensiero fosse di darmi alla fuga.
    E quale migliore occasione del salire a volo sul primo treno che conduceva alla città di R.?
    Lì mi sarei sbarazzata dei panni lerci, degli stivali sformati e mi sarei concessa qualche piccolo lusso: un bagno caldo in un albergo confortevole, una fetta di torta con marmellata di albicocche, un impalpabile abito in seta dalle allegre decorazioni floreali.
    Restava da sistemare la faccenda dell’arma: me ne sarei privata alla prima galleria, gettandola dal finestrino, cosa che esattamente avvenne dopo circa trentacinque minuti dall’inizio del viaggio.
    Sul perché avessi ucciso quell’uomo non c’è da conversare più dello stretto indispensabile.
    La vendetta e la gelosia mi sono sostanzialmente aliene, come pure il risentimento o i futili rancori personali.
    L’unico movente era dunque da situare nel suo essere inadatto a questo mondo, al suo mondo.
    Ossia, a me.
    Comprenderete bene che a questo non vi era alternativa, sarebbe equivalso a lasciar agonizzare un cavallo dalle zampe spezzate.
    Chi avrebbe tanto cuore?
    Fu tuttavia con grande sorpresa che – arrivata alla stazione della città di R. – venni avvicinata da due uomini in uniforme, che mi chiesero di seguirli e fornire loro alcune informazioni.
    Mi informarono che la città di R. era diventata un luogo pericolo, insicuro per i forestieri.
    Ringraziai di tanta premura e abbandonai prontamente la stazione.
    A un paio di centinaia di chilometri un uomo giaceva abbandonato nel suo letto, in una pozza di sangue.
    Il mondo a volte sa essere terribile.
    E non c’è nulla di più triste del trovare un rifugio e non saperlo apprezzare.

  171. Flounder Says:

    come risulta evidente e del tutto inutile negare, sono in uno stato di possessione demoniaca, in preda al furore della scrittura.
    in un braccio di ferro con le cinquemilasettecentotrentasette possibilità del tema.
    fermamente decisa ad elencarle tutte e neutralizzarle, che quando le cose riesci a nominarle poi le riconosci e non ti fanno più paura.
    praticamente mi sono trasferita nella stazione della città di R., fra poco mi troveranno a dormire sotto i cartoni.
    ho valutato che esistono solo tre possibilità per farmi smettere:
    la più facile è abbattermi.
    quella intermedia è mandarmi un esorcista.
    quella più difficile non la nomino nemmeno: esula dalle vostre e mie possibilità.

    ho consultato la carta dei diritti costituzionali del bloggèr: dice che mi posso autosospendere e proseguire in privato, fino ad esaurimento delle scorte.
    con permesso

  172. HangingRock Says:

    se c’è posto nel privé e se non disturbo, vorrei restare.
    io lucy, tu schroeder.

    (no, è che sento che è troppo tardi per tornare indietro. arrivata alla ventiduesima non-casa, ho paura di uscire di qui prima che le altre cinquemilasettecentoquindici variazioni sul tema del non-incontro siano state composte e neutralizzate con la formula scaramantica della loro verbalizzazione)

  173. riccionascosto Says:

    Però se no vuoi continuare nei commenti, puoi almeno istituire una mailing list.

    Io, almeno, mi iscrivo

  174. Bustrofedon Says:

    Tu stai facendo opera di destrutturazione del blog: non puoi continuare così sui commenti! Mi sembra di seguire una chat con l’adsl a singhiozzo.

  175. Effe Says:

    a me piace questo capovolgimento di prospettiva post/commento, anzi, suppongo che il post sia anche tropoo denso, tropo esposto, avrebbe ben potuto essere occultato, una frase appena, e l’opera monumentale lasciata a diramarsi, a dilagare, immensa, nei commenti.
    E’ l’albero rovesciato che affonda le radici al cielo, avrete ben presente.

  176. Flounder Says:

    sto pensando di trasferire un po’ alla volta tutta questa cosa su un apposito spazio.

    (stanotte nella stazione della città di R. era un inferno, musica a tutto volume e tutti a muoversi su ritmo di paranza)

  177. Zu Says:

    Ben fatto!

  178. anonimo Says:

    145
    quando

  179. riccionascosto Says:

    Mi piace l’apposito spazio.
    E soprattutto, il fiore.
    (se sia quello dell’abito, non so. Ma è un rosso scuro, di sangue e di passione).

  180. essenziale Says:

    attenzione!
    Questa storia dell’apposito spazio anticipa quello di cui ipotizzavo nel
    commento 149!
    Poi non stare a lamentarti quando riceverai proposte editoriali…
    Altro che tariffe doganali in costa d’avorio…

  181. Flounder Says:

    178
    in che senso?

  182. Flounder Says:

    un momento di confronto sulla sedicesima possibilità (o the day of wine and roses), commento n. 137.
    di cosa parla?
    a chi o cosa si riferisce, opportunamente traslato?

    (no, no è un’interrogazione con i voti, è che il mio lettore di riferimento – il Lettore – risulta smarrito e questo mi sconforta)

  183. riccionascosto Says:

    Con il neanche troppo velato riferimento all’omonimo e famoso film di Blake Edwards (splendida interpretazione di Jack Lemmon, ma non divaghiamo), questa possibilità tratta del tema dell’alcolismo.
    Il sangue in forma di rose è chiaramente un riferimento ai deliri provocati dall’alcool, che rende faticoso ogni movimento (da qui anche il peso del bagaglio). Così il mal di testa feroce è tipico postumo di una sbronza.
    Ma la scrittrice, non paga, introduce anche un secondo tema: quello della solitudine (probabilmente il problema che l’ha spinta a bere, e che la conduce a dialogare con interlocutori immaginari, presenti solo in forma alcolica).

    (Va bene così, o è ulteriormente sconfortante?)

  184. Flounder Says:

    (dimmi che non è vero. te ne prego.
    che stamattina già mi sento tutta un difetto di comunicazione)

  185. riccionascosto Says:

    (no, non è vero, però alcuni pezzi si incastrano ch’è una bellezza)

  186. Flounder Says:

    effe, è da stamattina che penso all’albero rovesciato e all’appeso dei tarocchi.
    dovrei stare un poco così, a testa in giù.
    guardare il mondo sottosopra, capovolto.

  187. Flounder Says:

    va bene. il titolo della sedicesima possibilità diventa: o del bacio sulla bocca
    (manco mo’ si capisce?)
    (fossati non ci azzecca)

  188. riccionascosto Says:

    Ora sì (il bacio, quello mancava) 😉

  189. Flounder Says:

    è che io mi ero fatta tutto un ragionamento: il vino c’era, e va bene.
    le rose, come si dice?
    se son rose fioriranno?
    no.
    si dice pure: non c’è rosa senza spine.
    le spine.
    il mal di testa.

    sembra di giocare alla ghigliottina.

  190. riccionascosto Says:

    C’era un equivoco, però: non un abito, ma una veste (è questione di genere).

    (e poi, in realtà, non la ghigliottina. Quello è l’impiccato. O meglio, l’appeso, ma è un’altra storia. Comunque io baro, si sappia. Conosco già la soluziona)

  191. Omdahh Says:

    Prendiamo quello che c’è.
    Semplicemente.

    Se poi la scrittura riesce a esaurirlo.
    Possiamo arrivare anche al niente.
    L’ipotesi estrema.
    Su cui poggiare il famoso tallone.
    All’equatore.

    Perchè se pensiamo in assonanza.
    Sarà un oggetto del pensiero curioso.
    A suonarci nell’incontro.

    Oppure rumore assordante.
    Come reale paura del niente.
    Sviluppo temporale.
    Premonizione.

    Sovrapensiero viscerale.
    Sicuramente assurdo.
    Se per oggetto non intendiamo una ricerca.

    Perchè l’oggetto rimane lì.
    Mostruosamente docile.
    Se non siamo in cerca di certezze…

    Se simili ai poveri di spirito che non hanno nulla da perdere.
    Non pensiamo nemmeno alla paura di doverci difendere.

    Poiché (sospensione) la paura è l’altra faccia del legame.
    Quando questo non porta all’identità.
    All’oggetto come processo, hehe.
    (Cara come puoi non essere contenta della mia felicità se è anche la tua, hehe… ?).

    Se poi l’identità ci sta stretta come la verità.
    In caso di libertà.
    Potremo dolcemente stupirci di quanto siamo diventati ironici.
    Per questo.

    Ironicamente convinti di questa funzionale dualità.
    Essere pronti a scioglierci all’infinito per l’Altro che ci accarezza.
    Dato (oggettivamente) che lo scioglimento aumenta la superfice, hehe..
    O essere pronti a contenerci istantaneamente per non invadere l’Altro nella sua libertà individuale.
    Con le molestie della differenza.
    Da ricucire a mano.
    Quando quella mano non c’è più o il poverino non è ancora la dea Kalì.

    A mano a mano che la dea stringe sul punto però possiamo pensare di dare un contributo alla semantica dell’incontro.
    Che mi ricorda tanto la semantica dell’azione.
    Contenuta nella frase.

    Il contributo sostanzialmente è un gioco.
    Dove ognuno compete con la propria idea di anima.
    Gemella al bacio.

    Perchè fra il bacio e la parola io vedo una comunicazione.
    Un codice.

    Un ramo dell’efficacia.

    La frase non deve mai superare l’apnea di un bacio.
    Eccola la frase.

    La frase non deve mai superare l’apnea di un bacio.
    Se poi la frase è/diventa il racconto.
    Una storia.
    Sarà incredibile.

    La poesia dunque è quella frase così accordata alla storia da vivere nel racconto.
    E non è paragonabile il piacere di chi scrive con quello di chi legge.
    Non è paragonabile.
    A meno che non ci sia identità, hehe.

    Tutte queste osservazioni nascono a pensarci bene da una precisa ossessione.
    Un’utile mania.
    -La raccolta dei ritagli e delle recensioni da conservare nei relativi libri-.
    Una generale ernia per la rilegatura.
    Uno spanciamento colossale della brossura.
    Per chi ama le maniglie dell’amore.
    Carne critica, hehe.

    Lo dico perchè qualcuno confonde la completezza dell’archivio.
    Con il ricordo vivo delle presentazioni.

    Io ho sempre ammirato l’autore prescelto da presentare-rmi.
    Però mi ammiravo anche nelle parole su di lui.
    Come un labirinto di specchi aperti.
    E tagliavo.
    Tagliavo “file”, striscie di carta.

    Ora la realtà del giornale.
    La quotidianità.
    E’ notizia commentata.
    Dalla compagna di vita.

    E singolarmente (intendo come padre) me la vedo con la più grande che si allontana.
    Giustamente.

    Si allontana su altri terremoti.
    Però salutari.
    Perchè così mi godo intensamente la più piccina.

    Perchè so che anche lei partirà.

    Torneranno.
    Certo che torneranno.
    Ma ora quel tempo da vivere è tutto per lei.
    Lei è quel tempo che non posso perdere.
    Perchè è un tempo acuto, talmente acuto da restare nella memoria come un segno.
    Che ritroverà sempre.

    Quanto a me.
    Sono una persona adulta che vuol vivere l’entusiasmo di un bambino con la saggezza di un anziano.
    Ed è l’unica frase fatta che io abbia scritto.
    Fino ad ora.

    Semplicemente non mi va di incontrare a corsa e per sotterfugi.
    Nessuno.

    Se provo a pensare al tempo necessario che posso perdere nell’attesa che finisca.
    Mi viene in mente, veramente , soltanto una frase.
    Tutto il tempo che serve me lo voglio godere.

    Non sei d’accordo ?
    Ti senti ferita perfino dal pensiero ?
    Mentre potresti essere felice per la scelta ?

    Ho forse detto che ti voglio lasciare ?
    No.
    Ho detto una cosa diversa.

    Ho detto che voglio tutto il tempo che mi serve per un incontro.
    Il tempo di venirsi a noia, hehe.

    E qui si ritorna.
    Si ritorna proprio alla frase di inizio.
    Prendiamo quello che c’è.

    -Ci sono io (e si piazza di fronte alla porta)-.

    Che se uno la sfonda è anche un modo di farci la pace…
    Tanto per consacrarsi all’ambiguità di una frase-miniera piena di rose pulsanti su binario morto.

  192. Zu Says:

    “il giorno del vino e delle spine”

  193. anonimo Says:

    193.

    Un numero già difficile da pensare.

    Invece del m.c.m. io sarei orientato a calcolare il M.C.D.

    Sempre in cerca, come sono, di minimità.

    Ossequi,

    a.

  194. didolasplendida Says:

    ho capito serve il cinese
    un ciarlatano vuol curare nube variopinta cin rimedi da tigri e da lupi.
    benchè ammalata l’eroica nube variopinta si sacrifica per pao-yù aggiustandogli il mantello di penne di pavone

  195. Flounder Says:

    a.,
    mi sono sbagliata io, nella mia ignoranza. in realtà pensavo anche io al M.C.D.
    (poi passo alle ossidoriduzioni, che pure hanno un che di interessante)

  196. Flounder Says:

    omdahh,
    vorresti diventare il mio personale confessore dei miei peccati di incertezza – quelli con cui fabbrico mostri esistenti solo nella mia testa – e poi provare ad assolvermi?

  197. Effe Says:

    Donna Flo’, giù al piano 186 (un grattacielo, non a caso)
    il simbolismo dell’albero rovesciato è presente nelle Upanishad e in Platone; comprenda dunque la sua responsabilità

  198. Omdahh Says:

    Mi sono messo in quei panni (poi capirai la penitenza, hehe) come una mano si cala nell’applauso.
    Sempre dopo lo spettacolo.

    Quelli di circostanza evidentemente non fanno per me.
    Sono privi di ammirazione.

    Ma il senso dell’umorismo che può avere un confessore è proprio una bella domanda.

    Pensa.
    Uno così può registrare tutte le tensioni.
    Ascoltare l’ esecuzione dal vivo che segue anticipando l’affiatamento.

    I due sono come affiatati dallo stesso respiro.

    Se il contenuto mentale (di chi ascolta) si incontrasse veramente con la forma emotiva (di chi parla).
    -Se fossimo veramente in presenza dell’anima-.
    Calerebbe immediatamente un silenzio che culla la parola della rinascita.

    E meno male che tutte le situazioni hanno un loro senso del ridicolo.
    Che in questo caso “assolve” un compito fondamentale.
    Quello di farci capire quanto del mostro emerso fra il flusso immediato del sentirsi e il lavoro di lima della registrazione faccia parte dell’arte.

    Perchè io sono convinto che il concerto dal vivo è eros.
    Ma lo studio di registrazione è arte.
    Distillato.

    La costruzione di un discorso sul discorso.
    Viene dopo la confessione.
    Perchè se pensi al fatto funzionale: alla confessione come fatto di rinascita.
    Parto (per un’altra vita).
    -Eliminando ogni riferimento storico all’interesse dell’autorità e al controllo sulle anime (interessi clericali esterni)-.
    La confessione non è altro che una canzone dove il primo incontro si sposa con l’addio.

    Nella mia mente infatti associo la confessione all’atto unico.
    Se un giorno decidessi di confessarmi quella dovrebbe essere la prima e l’ultima volta.
    Confessarsi arrogantemente per confessarsi di nuovo non avrebbe senso.

    In questo caso ci vuole una musica.
    Ci vuole sempre una musica.

    Questo CD però è come la confessione.
    Come me la immagino io, per la precisione…
    Quando ammette la propria incredulità, hehe.

    La prima traccia infatti è un ambientazione strumentale.
    Una frase introduttiva.
    La seconda (che contiene tutti i brani) non è un concerto ma si deve ascoltare come se lo fosse.
    Particolare fondamentale: la freccia del tempo arriva alla fine e torna indietro con un incanto, hehe.

    Perciò penitenza per fuoriclasse.
    Inteso come cd fuoriclassifica.
    Ascoltare VENTO di Barbara Casini ed Enrico Rava mentre si stira una caterva di panni.

  199. Flounder Says:

    (se questa è una penitenza non immagino la bellezza dell’ottenere un’indulgenza –plenaria, se possibile)

  200. HangingRock Says:

    a me questo omdahh mi piace assai. ecco. Non riesco a seguire tutto quello che dice, ma quello che capisco tiene una massa tanta.

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