Archive for aprile 2007

Anatomica

aprile 29, 2007

Se Dio ci ha creato con le caviglie, un motivo dovrà esserci.
Anche più d’uno.

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Di garofani e capelli neri

aprile 27, 2007

(Leggo da Aitan una storia portoghese.  Di  battaglie e conquiste e orrori del mondo. C’è sempre un momento in cui la Rivoluzione, esterna o interna a se stessi, si compie o non si compie. Un momento esatto. E poi ci sono brecce, varchi da cui affiora la memoria delle cose. Il blog a volte è un deposito di affetti, sì)

Io ci avrei fatto un film con le storie della sua  vita –  Teresa – e forse gli spettatori avrebbero detto che era troppo. O avrebbero pensato a un accumulo di forzature, a una storia troppo fantasiosa e malamente adattata.

Eppure era così che passavamo i pomeriggi: io seduta accanto alla finestra mentre tu raccontavi.

Non ho mai preso appunti – in generale – dei racconti di vita altrui: mi piace ascoltarli e immergermi, berli fino all’ultima goccia, trattenere solo quello che resta insieme alle parole.

I movimenti, gli sguardi, gli odori.

Ed è per questo che poi sono imprecisa. Ma non mi importa, ciò che mi è caro è il ricordare le persone. E tanto basta.

E così tu, Teresa da Cunha Lopes, eri nata nel 1960 da un colonnello dell’esercito e una signora nobile. Eri la più giovane di tre figlie, l’unica a non aver mai conosciuto tua madre. La ricordi solo in fotografia, perché impazzì definitivamente subito dopo la tua nascita e cercò di soffocarti nell’acqua del bagnetto. Tuo padre se ne accorse giusto in tempo e vi portò a vivere tutte e tre lontano da Lisbona, più o meno verso Coimbra, dove tua madre aveva uno zio monsignore che vi fece da padre, da madre, da confessore e precettore.

Lui invece rimase nella capitale, accanto a Salazar, intento a costruire lo stato nuovo. Veniva a Coimbra due volte al mese, armato di un affetto senza calore, somministrando aggiunte di educazione rigorosa e  militare alle cure cattoliche dello zio e della sua perpetua.

Credo che nel tuo sangue scorresse una goccia della follia di tua madre, avevi scatti improvvisi e sguardi lampeggianti d’ira dopo i quali non ricordavi nulla. E tuttavia mi hai sempre parlato bene della tua infanzia, la raccontavi come un periodo d’oro, felice di essere stata troppo piccola per sapere cosa stesse accadendo realmente.

Eri appena adolescente e non capisti bene quello che succedeva. Una notte, all’improvviso, la casa sottosopra e la mobilitazione. Tua madre era già morta da anni. Arrivarono in elicottero con tuo padre a bordo. Vi presero, te e le tue sorelle, e vi portarono in aeroporto, uno o due giorni prima che lo occupassero,  e da lì fino in Mozambico, in una missione cattolica dove sareste state al sicuro. Tuo padre restò al suo posto, mentre la radio iniziava a mandare le note di E depois do adeus:

Quis saber quem sou
O que faço aqui
Quem me abandonou
De quem me esqueci
In quella stessa notte io compivo sette anni e tu iniziavi una vita in mezzo alle mosche, alla servitù, ai missionari, senza sapere perché, per scoprire un giorno, dopo anni, che quel padre con la divisa e le mostrine  era forse dalla parte dei cattivi e che i buoni avevano liberato il tuo paese.

Una madre folle, un padre cattivo e uno zio prelato e tu in mezzo, cresciuta mezza anarchica e totalmente imprevedibile.

Ti ho conosciuto anni dopo. Avevi bei capelli neri, un sorriso luminoso ed eri completamente sorda da un orecchio per via di un’otite mal curata. Se mi sedevo a parlarti dal lato sbagliato ti arrabbiavi come una furia. Avevi imparato anche il linguaggio dei sordomuti, nell’eventualità che le cose della vita  peggiorassero.

Quando rientraste in Portogallo sembrava che le cose potessero funzionare. Tuo zio ti combinò un matrimonio con un professore di diritto ecclesiastico che aveva vent’anni più di te e che per colmo di ironia ti lasciò ad aspettarlo sull’altare.

Lo raccontavi ridendo, felice di non averlo sposato e imbarazzata per gli invitati che pensavano ti dispiacesse e non sapevano cosa dire.

Eri un’esperta di tai-chi e arti marziali, passavi ore a praticare posizioni, piombata nel tuo silenzio interiore. Un orecchio sordo aiuta, dicevi, attutisce i rumori e ti indica la strada.

Avevi un fidanzato cinese, avvocato come te, ma non riuscivi mai a riconoscerlo.

Mi dicevi: si assomigliano tutti, hanno occhi belli. Posso distinguerlo dall’odore, ma se si lava troppo sono perduta, potrei finire con il suo migliore amico.

Abbiamo passato tanto tempo insieme, ti presentai la mia famiglia e per un  momento pensai che potesse essere anche un po’ la tua. Parlavi italiano con quell’accento strascicato che ci ricordava il nostro dialetto e ci faceva morir dal ridere.

Ridevi con mio padre come potesse essere il tuo.

Ci siamo scritte per qualche tempo, so che hai sposato un messicano. Credo di averlo anche conosciuto, quando tra voi non c’era ancora nulla. Era un musicista, sì.

Qualche anno fa sono passata a Coimbra, avevo i tuoi recapiti, ma al telefono non rispondeva nessuno e una vicina mi raccontò che vivevi in Messico.

Ti cerco attraverso la rete e ti ritrovo: professoressa di diritto ed esperta di insegnamenti nipponici classici.

Non è cambiato nulla. Non nella superficie delle cose, almeno.

Siederei ancora qui, adesso, alla finestra, ascoltando le tue storie, come tanti anni fa. In cambio ti darei le mie.

Adesso ne ho.

Anta anta anta anta

aprile 24, 2007

Non vi pigliate collera, ma sto assai incasinata.

Poi quando torno faccio le classifiche: l’augurio più sentito, quello più bello, quello più lungo.

Il regalo più simpatico, quello più inutile.

Tutte queste cose così, insomma.

Mo’ vado, tengo assai da fare.

Assaissimo.

Le mani sulla città . Sottotitolo: I have a green

aprile 19, 2007

Il muro.

La città cresce, si espande, si costruisce intorno al muro.

Cosa ci sia dietro quella recinzione di cemento non lo sa nessuno.

No, non è vero.

Qualcuno lo sa, sono quelli che ci abitano. Ma non li conosce nessuno.

Si sa che c’è una ragazza che si chiama Teresa, ma son pochi quelli che ci giurerebbero.

Al centro della città c’è un enclave sconosciuta.

La si potrebbe ignorare, aggirandola in automobile e fingendo che non esista. In fondo la città vera è quella che si sviluppa e si estende al di qua del muro, è qui che c’è la vita.

Qui i bar, le scuole, i campi di pallacanestro. Qui la cocaina, il catechismo e l’aria di benzene.

La città cambia, cresce, apre cinema, accumula vittorie, palleggia e fa canestro. Eppure vive sospesa in un perenne terzo tempo.

Nel corso degli anni ci si abitua al muro, proprio come se non esistesse.

Per anni non lo si nomina, per quanto il piano del traffico faccia in modo che ci sia costretti a girare intorno.

Siamo tutti indifferenti, immaginiamo che sia una rotatoria gigantesca.

C’è un binario morto che si interrompe proprio lì, prima del muro. Intuisci che una volta il muro non c’era, che lo spazio era attraversato da una ferrovia.

Ma è tutto scomparso e nessuno sa raccontarti nulla. Ti dicono che al centro della città c’è sempre stato quel muro.

Al centro della città – nascosti da un muro alto, ma così alto, ricoperto da cocci di vetro e offendicola – crescono alberi bellissimi.

Questi li puoi vedere in lontananza dai balconi delle case più alte.

Vicino, proprio vicino al muro, non ci sono case alte, è proibito. Intorno al muro solo villette e palazzine basse, che rubano senza guardare un po’ dell’aria buona e dell’ossigeno verde.

Ma poco, è proibito anche quello.

Dentro il muro, tra gli alberi e i prati rasati – così dicono, così raccontano quelli che una volta avevano un amico che aveva un’amica della cugina di una che viveva lì dentro (forse Teresa, ma nessuno ci giurerebbe) – c’è una caserma.

Trecentoventicinquemila metri quadrati, di alberi e verde e casematte.

Poi c’è Teresa e la sua famiglia, e le famiglie degli altri civili che vivono lì.

Poi di colpo – un giorno – non c’è più nessuno. Solo alberi e prati e casematte.

La città resta fuori, non riesce ad assorbire questo spazio, se lo ritrova costantemente al centro: al centro di qualcosa, al centro degli incroci, al centro dei pensieri.

La città vive con questa cosa che sarebbe un polmone, ma è malato di cancro, non riceve amici.

Muore di nascosto senza dare a nessuno il permesso di visita.

Si chiami il prete, si chieda l’estrema unzione.

Il prete arriva, sogghigna. Dice: qui è mio, tutto mio. Mio il muro, miei gli alberi, mia l’aria che respirate. Tutto mio.

Ce ne dia un po’, allora.

Quanto siete disposti a pagare?, chiede il prete che sogghigna. E prima che la gente risponda, anticipa: facciamo settantacinque milioni e non se ne parla più.

Ci contiamo gli spiccioli nelle tasche: nessuno di noi ha settantacinque milioni.

Li si chiedano al Sindaco.

Arriva il Sindaco, si guarda nel portafogli. Dice anche lui: no, non posso.

Ma come non può? Lei ce l’ha promesso. L’abbiamo fatta sedere lì per questo.

Io ho detto forse. Forse. Si vedrà.

Arriva una donna e dice: vi aiuto io.

Fa entrare tutti e per la prima volta la città penetra il mistero del muro. E’ solo per poche ore, quel tanto per andare via con un rimpianto, con un senso di incompiuto. Ci sono piante rare, gatti, pappagalli, merli indiani.

Il prete sogghigna e rilancia: visto che vi è piaciuto tanto, fanno ottantacinque. Se non vi interessa, ho già chi compra.

La città alza gli occhi al paesaggio: verso nord la montagna dimagrisce di giorno in giorno, diventa polvere e mattoni, si annida tra i bronchi e gli occhi, si fa fondamenta e cancella altro verde.

Verso sud c’è l’altra montagna, quella che cresce di giorno in giorno, diventa fetore e veleno, si annida nelle vesciche e tra i seni, si fa morte silenziosa.

Il prete sogghigna: di qualcosa dovremo pur vivere, noi. L’otto per mille no, non ci basta.

———————

Nel pieno centro della città di Caserta un enorme parco – il Macrico – dismesso dall’Esercito, torna alla Curia, sua legittima proprietaria.

L’Istituto Diocesano non si fa scrupoli, affitta e vende i suoi beni a nomi tristemente famosi, gente che paga, anche loro sono pecorelle di Dio.

Tutta la città è in mobilitazione, siamo alla resa dei conti: un sindaco di Rifondazione che ha paura di osare, un Vescovo sempre in prima linea che questa volta fa capire che se insiste verrà rimosso, con il rischio che ci mandino di peggio.

Ieri sera, a poche centinaia di metri in linea d’aria da casa mia, l’area sorta come discarica temporanea, è diventata ufficiale, con la benedizione di Bertolaso.

La camorra minaccia i medici del Pascale – l’Istituto per la cura dei Tumori – perché falsifichino le cifre che danno un incremento del 23% dell’incidenza del cancro in provincia negli ultimi sei, sette anni.

In questi sei, sette anni, Andrea ha perso un fratello di leucemia, il padre di un cancro al fegato e in questo momento sua madre è sotto chemioterapia, con bassissima aspettativa di vita. Sua cognata ha abortito per due volte due feti deformi.

La città resiste, insiste: da ieri siamo tutti in protesta pacifica. Si pitturerà il muro, si invaderà il consiglio comunale di mamme e bambini. L’ex assessore provinciale all’Urbanistica – passata all’Ambiente dopo averci fatto vedere cosa c’è dietro il muro – guida la città alla ricerca del sogno.

L’otto per mille no, non glielo diamo. Sarebbe come darlo a loro, alle nere pecorelle di Dio.

Guardate, che la giustizia è una cosa seria

aprile 17, 2007

Alla  prima  sezione  i  giudici  cambiano  troppo  in  fretta,  non fai in tempo a prendere confidenza con uno, che già è stato sostituito.

Ed ogni volta si ricomincia daccapo, si cercano di recuperare le fila di un discorso che va avanti già da troppi anni, ed ogni volta devi tratteggiare le differenze psicologiche, marcare l’importanza delle tue parole.

Oggi è la volta del giudice D., un’altra donna.

Il giudice D. è una donna opima, avrà quarantacinque anni, con i fianchi fasciati da una gonnella maculata, capelli corti e biondi e uno spirito alla Marisa Laurito.

Sfotte gli avvocati: e su, avvoca’, jammo bello, scrivete. Lo so che con il mio fascino vi distraggo, lo so che non è colpa vostra se siete nato uomo…c’è qualcuno in aula che fa lo scrittore e vuole dare una mano all’avvocato col calamo? Avvoca’, pensate che ce la potete fare in giornata? Guardate che se vi distraggo me ne vado.

Poi di colpo, dopo avermi guardato di sottecchi, a lungo, si gira verso di me, che sono appoggiata a una parete da mezz’ora.

Signora, ma lei è un avvocato o una parte?

Io sono la convenente della prossima udienza. Come si dice? L’attrice.

Signora, lei al massimo è avvenente. Le stavo guardando le gambe: belle gambe. Brava, continui a fare l’attrice.

Questo è il giudice D.

Che si scusa e dice: permettetemi, ma prima di voi devo tenere un’altra udienza, un fatto complicato. Sedetevi e prendete appunti.

Entrano in aula i due avvocati e uno stuolo di una ventina di persone, tra i venti e i cinquant’anni.

Allora, riepiloghiamo tutto il fatto: don Antonio era vostro padre.

E già qua iniziano le vibrate proteste, chi dice sì, chi dice no, chi dice io, chi dice tu.

Il giudice D. prende il fascicolo e ripercorre: don Antonio si sposa in prime nozze con Carmela e ha due figli. Giusto?

Sì.

Stanno qua?

Sì, siamo noi.

Poi rimane vedovo e sposa Nunzia, dalla quale ha sei figlie. Giusto?

Giusto.

Stanno qua?

Sì.

Poi nel frattempo ha un numero imprecisato di figli naturali, alcuni dei quali con Concetta, sorella nubile di Nunzia. Stanno qua?

Sì, ma non sanno chi sono.

Com’è non sanno chi sono?

Dicono che non lo sanno, e che forse ce ne sono pure altri nel quartiere.

Una delle donne alza il dito: signo’, se putesse fa’ ‘o dna?

Sì, signora, lo faremo – risponde il giudice D. – lo facciamo tale e quale ai film americani. Voi però mo’ mi dovete spiegare due o tre cose: ma vostro padre (e di nuovo brusio in aula, sì, no, forse, ma chi?, ma quando?) che mestiere faceva?

Interviene uno coi baffi: faceva il frattagliere.

Ossia?

O pero e ‘o musso, signo’. ‘A trippa.

E nientedimeno riusciva a mantenere tutto questo poco di figli?

Eh, signo’, erano altri tempi…

No, ma io vi devo fare un’altra domanda: ma vostro padre che teneva? era bello, era affascinante? Faciteme capì come può essere che teneva tutte ‘sti femmene. La trippa è afrodisiaca?

La scena è surreale. Si apprende che la cognata nubile – Concetta – ha avuto anche altri figli da altri uomini.

Si esibiscono foto di battesimi e prime comunioni piene di creature.

Il giudice D. scuote la testa: i Dico, i Dico, questi vogliono fare i Dico, ma qua tenimmo Dico e poligamia da tant’anni. Ci dovessimo mettere paura dei Dico?

Voi vi sentite fratelli?, chiede.

Con alcuni sì e con alcuni no.

Ma l’eredità da dividere è consistente?

No, signo’. Non sono i soldi. E’ che ci siamo scocciati di discutere: io so’ figlio, tu nun si’ figlio.

Ho capito. Facciamo il Dna.

Una voce dal fondo dell’aula: ma fa male?

Ma che fa male, è un prelievo come un altro. E ditemi: a che età è morto vostro padre?

Teneva sessantasette anni.

E lì il giudice D.: ah, era pure giovane, certo che con quello che ha fatto volevo pure vedere se si lamentava…mo’ basta, jà, jatevenne.

Congeda gli avvocati, si rivolge al mio ex marito: e lei quanti figli ha?

Una.

Scuote la testa e dice: quello è perché voi non vi mangiate la trippa, è vero?

Rogelio (mejor dicho: el flaco). Storie di esuli, in qualche modo.

aprile 17, 2007

Diciamo che cominciò un sabato pomeriggio, sulla Napoli-Roma.
Si andava a trovare Alba a Bologna. Che poi questa Alba io nemmeno la conoscevo bene, se non perché era la figlia della mia professoressa di francese delle medie. In tutto vista due volte.

Partimmo con un’auto sgangherata, e c’era freddo e nebbia.

Giuseppe aveva solo uno spazzolino e un paio di mutande in tasca. Diceva che si andava da certi compagni, e che pareva brutto arrivare col bagaglio, faceva troppo borghese.

Secondo me a quel punto facevano ancora più borghese le mutande di ricambio, ma non avevo voglia di discutere.

Poi il programma era questo: ci saremmo fermati prima alle cascine, subito fuori Modena, a casa del Flaco.

Giuse’, ma chi cazz’è?

Un compagno.

Ma di chi?

Pure tuo.

Di lì a tre o quattro anni, sarebbe cambiato tutto: Giuseppe avrebbe smesso il poncho e indossato giacca e cravatta, diventando uno dei più importanti avvocati milanesi, uno che quando non esistevano ancora i cellulari, Romiti già gliene aveva regalato uno, per poterlo chiamare giorno e notte.

Ma all’epoca aveva un poncho e capelli lunghi e barba. Ed era bello.

Adesso li ha persi tutti, e ha messo peso. E con un po’ di miliardi guadagnati si è aperto una gelateria a Parigi. Pulisce anche le macchine, lava i cessi. Dice che si deve cominciare dalla gavetta, per ogni nuovo lavoro che si inizia.

Questo gliel’aveva insegnato il Flaco, quella sera.

Ci aspettava con un’enorme paella, a noi che non ci aveva mai visto, ma eravamo amici di un amico di Alba.

Disse: ceniamo, e poi raggiungiamo i compagni.

Avevano messo su un locale.

Si ballava latino, si beveva birra e si parlava in spagnolo.

Giuse’, ma dove dormiamo?

E tu non ti preoccupare, un posto poi lo troviamo.

Io pensavo a mia madre, una di quelle che si preoccupano. Che fintanto che si era con Giuseppe non si preoccupava mai. Perché lui era affidabile, intelligente e bello.

Perché non ve lo sposate?

Ma chi, Giuseppe? Ma sei pazza?

Perché?

Ma dai, lo conosco da sempre. Nemmeno se me lo regalano.

Poi glielo avevo presentato a mia sorella e per qualche anno le cose erano andate avanti, molto avanti. Ma non abbastanza.

Lei qui, lui a Milano, lei con la Perestrojka annodata nei ricci, lui con le ambizioni che facevano a pugni con le cose perse, con il poncho e tutto. E nel poncho c’era anche lei, ogni giorno a ricordargli le cose perdute.

Giuseppe fu la causa di tutto quello che avvenne dopo.

Lui era quello che voleva fuggire, e rimase. Lei voleva restare, e fuggì. A cercare di tappare altrove – senza riuscirci mai più – i buchi che lui le aveva lasciato intorno al cuore.

Il Flaco ci spiegò: qui viviamo un po’ così, senza dare nell’occhio. Di noi sanno tutto, l’importante è stare tranquilli, non fare cazzate. Mi hanno messo su un aereo in piena notte, non sapevo nemmeno che sarei arrivato in Italia: da che ero uno che contava, sono diventato invisibile.

Ci fece vedere le cicatrici, che se le portava sul petto, sulle cosce. Erano bruciature di sigaretta, e segni di scariche elettriche. In quelle zone non gli erano più ricresciuti i peli.

Aveva pelle bianchissima e flaccida, i baffi. Una compagna bella, alta e magra, una di quelle toste, vent’anni più di noi. Che stavamo lì, seduti in quella casa, sui tappeti. E non c’era nemmeno Alba e il suo amico, che avevano avuto un contrattempo.

Noi della provincia – poco più che ragazzini – seduti ad ascoltare storie per le quali non avevamo nemmeno domande.

Al Flamingo ci era perfino passata la voglia di ballare, quella sera per noi era tutto troppo grande.

Per strada, da Modena a Bologna, la notte era di nebbia e umido.

In macchina restavamo in silenzio, come a sentirci del tutto fuori luogo.

A casa di Alba c’era un’enorme collezione di cappelli e abiti di scena, credo studiasse al Dams. Mai più rivista.

Quando tornai mia madre chiese: vi siete divertiti?

Io dissi sì, ma non era vero. Dissi che avevamo ballato e mangiato paella.

Del Flaco non raccontai niente.

Credo che nemmeno si chiamasse Rogelio, ma mi fa piacere crederlo.

Epoche non sospette

aprile 16, 2007

Per il momento annotatevi questo nome: Rogelio.

Con la g aspirata, come una jota.

In seguito, se ne confezionerà la storia.

Un bacio è un apostrofo rosa e tutto quel fatto là

aprile 13, 2007

Questo   blog   fonda  il  primo  movimento   ambientalista   per  il  riciclo  e lo smaltimento di effusioni virtuali.

Possiedi anche tu decine di baci e abbracci inviati a mezzo elettronico o postale e di cui nella maggior parte dei casi non conosci nemmeno il volto del mittente?

Possiedi trascrizioni originali di incontri simil-carnali avvenuti in chat con perfetti sconosciuti?

La tua collezione di cicicì occupa troppo spazio nella tua mente impedendoti di ricordare il contenuto della lista della spesa e il nome della tua fidanzata?

Ebbene, è venuto il momento di tesaurizzare il tuo capitale.

Raggruppa in apposite scatole – distinte per mittente e contenuto – tutti i tuoi beni e partecipa al Progetto Internazionale Riciclo Locuzioni Affettive (P.I.R.L.A.).

Un apposito incaricato passerà settimanalmente presso la tua abitazione a ritirare il materiale, proponendoti vantaggiosi scambi secondo un listino approvato dal CIPE.

Con venticinque baci virtuali puoi acquisire un orologiò a cucù funzionante.

Con cinquanta un frullatore a immersione.

Con cento un buono da spendere in un sexy-shop.

Aiutaci a ripulire il mondo dallo spreco di risorse affettive.

Diventa socio onorario, avrai diritto a una serie di benefit e vantaggi, il pratico “virtual kiss detector” per evitare le zone contaminate e una splendida t-shirt recante impressa (stampa quadricromica, resistente a numerosi lavaggi, taglie S, M e L, puro cotone, manica raglan):

Chi bacia virtualmente prende in giro anche sé, digli di smettere.

Le effusioni ritirate verranno smaltite nel rispetto della vigente normativa per la tutela dell’ambiente o eventualmente stoccate in appositi contenitori da destinare ad uso di comunità di diversamente affettivi.

No comment

aprile 12, 2007

Voi lo  sapete ormai,  cari e affezionati e smaliziati lettori, che c’era sempre – da qualche parte nella blogosfera – una bloggheressa che si era innamorata di un blogghèr.

E lo seguiva passo passo non solo nel suo blog, ma anche nella scheda personale, per andare a verificare dove e quando commentasse, cosa scrivesse e a chi.

Faceva l’analisi esegetica dei commenti, dei bioritmi elettronici.

Lo seguiva e non si dava pace.

Più lo seguiva e meno capiva.

E si chiedeva: ma perché mai va a commentare solo in quei tali posti e non nei talaltri? E perché non da me?

Ma che ci avranno queste bloggheresse qua da suscitare i suoi interventi?

E si struggeva e si interrogava.

E addobbava il suo blog con roselline e festoni, con un frigo bar e un’amaca.

Ma niente, il blogghèr lasciava altrove il suo prezioso verbo, la parola creatrice e ammaliatrice.

Allora la bloggheressa – si sa come sono le donne quando amano o credono di amare, si fanno perfide e spietate – cominciò a mettere in giro delle voci per screditare le rivali: diceva che queste qua tenevano un blog a ore, a pagamento, che scrivevano scrivevano e poi si facevano pagare per ogni post.

Insomma mise su una spirale di violenza e rancore, di maldicenza e livore.

Entrava in questi blog incriminati carica di commenti anonimi: tu, tu, puttana letteraria, molla l’osso ed il commento.

Oppure: meretrice in stile arial e corpo 11, confessa, che hai le O col silicone.

E ancora: vile marrana, la carta di credito non basta, il vero amore non si ottiene col commento all’asta.

Altre volte non scriveva niente, si appostava dietro la finestrella dei commenti e piangeva solitaria, triste da morire, triste come solo una bloggheressa può essere quando il blogghèr di cui è innamorata non ricambia il suo ardore.

Passarono giorni, settimane, mesi.

Poi un giorno finalmente la bloggheressa si innamorò di uno in carne ed ossa e smise di pensare al blogghèr. Cioè, ci pensava ogni tanto, ma non troppo tanto.

E poi un giorno, in una conversazione leggera, lui le raccontò che una volta aveva un blog e un nick. Lei trasalì, al cospetto del blogghèr di cui un tempo era stata innamorata.

La relazione – benché ormai prossima al grande passo – si interruppe bruscamente.

Alle famiglie affrante che chiedevano come e perché, l’ex-bloggheressa ed ex-futura sposa solo rispose: no commènt.

Dietro un naso di plastica si nasconde quello vero. Che spesso è più bello.

aprile 10, 2007

Quando ho scritto tutta l’ epopea del circo ho cercato  con cura ogni singolo pezzetto musicale.

Mancava il pagliaccio, mi ha detto qualcuno.

Ho una repulsione per i pagliacci, non è colpa mia. Allora prendo in prestito le parole di qualcun altro.

Questa è la storia di un clown che nello sguardo non ha più nulla di reale.

Che forse potrebbe fare un altro lavoro, ed essere impegnato come la maggior parte di noi, dalle nove alle cinque.

Aver a che fare con numeri e cose simili, muovendo piano le labbra, senza che ne venga fuori nulla di simile a una vera conversazione.

Il  cuore totalmente immobile.

Non lo scuote nemmeno più il suono degli applausi o la risata dei bambini: come immaginare un’altra vita possibile oltre il tendone?

Eppure un giorno qualcosa si muove, piano piano.

Forse è il tempo di aprire la gabbia e tornare per la strada, provare a incontrare la gente che sorride, mettere via quel naso rosso.

Forse è il momento di uscire dal tendone e vedere cosa c’è fuori.

E’ che in fondo ognuno vive come sa, come può.

Ognuno ha il suo tendone gommato a proteggerlo, ognuno sa quando uscirne.

E se io avessi saputo scrivere di un pagliaccio, avrei scritto proprio questa storia qua.