Rogelio (mejor dicho: el flaco). Storie di esuli, in qualche modo.

Diciamo che cominciò un sabato pomeriggio, sulla Napoli-Roma.
Si andava a trovare Alba a Bologna. Che poi questa Alba io nemmeno la conoscevo bene, se non perché era la figlia della mia professoressa di francese delle medie. In tutto vista due volte.

Partimmo con un’auto sgangherata, e c’era freddo e nebbia.

Giuseppe aveva solo uno spazzolino e un paio di mutande in tasca. Diceva che si andava da certi compagni, e che pareva brutto arrivare col bagaglio, faceva troppo borghese.

Secondo me a quel punto facevano ancora più borghese le mutande di ricambio, ma non avevo voglia di discutere.

Poi il programma era questo: ci saremmo fermati prima alle cascine, subito fuori Modena, a casa del Flaco.

Giuse’, ma chi cazz’è?

Un compagno.

Ma di chi?

Pure tuo.

Di lì a tre o quattro anni, sarebbe cambiato tutto: Giuseppe avrebbe smesso il poncho e indossato giacca e cravatta, diventando uno dei più importanti avvocati milanesi, uno che quando non esistevano ancora i cellulari, Romiti già gliene aveva regalato uno, per poterlo chiamare giorno e notte.

Ma all’epoca aveva un poncho e capelli lunghi e barba. Ed era bello.

Adesso li ha persi tutti, e ha messo peso. E con un po’ di miliardi guadagnati si è aperto una gelateria a Parigi. Pulisce anche le macchine, lava i cessi. Dice che si deve cominciare dalla gavetta, per ogni nuovo lavoro che si inizia.

Questo gliel’aveva insegnato il Flaco, quella sera.

Ci aspettava con un’enorme paella, a noi che non ci aveva mai visto, ma eravamo amici di un amico di Alba.

Disse: ceniamo, e poi raggiungiamo i compagni.

Avevano messo su un locale.

Si ballava latino, si beveva birra e si parlava in spagnolo.

Giuse’, ma dove dormiamo?

E tu non ti preoccupare, un posto poi lo troviamo.

Io pensavo a mia madre, una di quelle che si preoccupano. Che fintanto che si era con Giuseppe non si preoccupava mai. Perché lui era affidabile, intelligente e bello.

Perché non ve lo sposate?

Ma chi, Giuseppe? Ma sei pazza?

Perché?

Ma dai, lo conosco da sempre. Nemmeno se me lo regalano.

Poi glielo avevo presentato a mia sorella e per qualche anno le cose erano andate avanti, molto avanti. Ma non abbastanza.

Lei qui, lui a Milano, lei con la Perestrojka annodata nei ricci, lui con le ambizioni che facevano a pugni con le cose perse, con il poncho e tutto. E nel poncho c’era anche lei, ogni giorno a ricordargli le cose perdute.

Giuseppe fu la causa di tutto quello che avvenne dopo.

Lui era quello che voleva fuggire, e rimase. Lei voleva restare, e fuggì. A cercare di tappare altrove – senza riuscirci mai più – i buchi che lui le aveva lasciato intorno al cuore.

Il Flaco ci spiegò: qui viviamo un po’ così, senza dare nell’occhio. Di noi sanno tutto, l’importante è stare tranquilli, non fare cazzate. Mi hanno messo su un aereo in piena notte, non sapevo nemmeno che sarei arrivato in Italia: da che ero uno che contava, sono diventato invisibile.

Ci fece vedere le cicatrici, che se le portava sul petto, sulle cosce. Erano bruciature di sigaretta, e segni di scariche elettriche. In quelle zone non gli erano più ricresciuti i peli.

Aveva pelle bianchissima e flaccida, i baffi. Una compagna bella, alta e magra, una di quelle toste, vent’anni più di noi. Che stavamo lì, seduti in quella casa, sui tappeti. E non c’era nemmeno Alba e il suo amico, che avevano avuto un contrattempo.

Noi della provincia – poco più che ragazzini – seduti ad ascoltare storie per le quali non avevamo nemmeno domande.

Al Flamingo ci era perfino passata la voglia di ballare, quella sera per noi era tutto troppo grande.

Per strada, da Modena a Bologna, la notte era di nebbia e umido.

In macchina restavamo in silenzio, come a sentirci del tutto fuori luogo.

A casa di Alba c’era un’enorme collezione di cappelli e abiti di scena, credo studiasse al Dams. Mai più rivista.

Quando tornai mia madre chiese: vi siete divertiti?

Io dissi sì, ma non era vero. Dissi che avevamo ballato e mangiato paella.

Del Flaco non raccontai niente.

Credo che nemmeno si chiamasse Rogelio, ma mi fa piacere crederlo.

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15 Risposte to “Rogelio (mejor dicho: el flaco). Storie di esuli, in qualche modo.”

  1. HangingRock Says:

    meraviglioso

  2. essenziale Says:

    alle volte quella nebbia si dissolve e vengono fuori storie e pezzi di vita belli proprio come questo…
    lo sò, sì, io lo sò!

  3. sabrinamanca Says:

    Dimmi dov’è la gelateria così vado a verificare se il gelato è “degno”!
    Il mio flaco si chiama “Clau” e nemmeno lui ha dimenticato.

  4. Effe Says:

    ma questo è un prologo, eh, adesso ci scateni pure contro l’iradiddio
    (perché qui c’è un inganno, si finge di parlare del Flaco e si parla di Giuseppe)

  5. Bustrofedon Says:

    Da quelle parti anch’io, non troppo lontano nel tempo, m’imbattei in cicatrici di corpo e anima, in reduci di un’altra vita e un altro anelito di libertà. Così estranei da metter angoscia.

  6. Flounder Says:

    hanging,
    non è stata solo un’altra vita. sono state molte, le vite. talmente dissimili tra loro che faccio fatica a riordinarle.
    mi basta un pezzetto, un aggancio, uno stimolo e viene fuori qualcosa

    essenziale, un giorno forse avrò dei nipotini. e tante, tantissime cose da raccontare.

    sabrina,
    la gelateria è dalle parti di place des vosges. ma a breve ce ne saranno altre, è un mondo in evoluzione.

    effe,
    è proprio così. da qui – da questo momento – si dipartono una marea di vicende che toccano vari paesi, personaggi che entrano ed escono.
    c’è un argentino bellissimo, ci sono tradimenti, c’è un tedesco, c’è la russa che serviva da bere la propria urina a tavola.
    poi dite il circo, poi dite.

    bustrofedon,
    se guardo nel mio portafoglio ricordi c’è di tutto, c’è troppo: la figlia del generale durante il colpo di stato in portogallo, la compagna di studi chiusa nel carcere cinese, uno degli ultimi reduci del vietnam.
    alcuni già disseminati in questo blog.
    e Рchecch̩ ne dica broono Рtutte persone tranquille. anche troppo.

  7. Flounder Says:

    e poi io oggi vi vorrei troppo raccontare del giudice D. e della vicenda alla quale ho assistito in tribunale.
    che Eduardo avrebbe pagato per pensarla lui, un a storia così.

  8. broono Says:

    Broono naturalmente non immaginava (e come avrebbe potuto?) quanto sarebbe risultata fuori luogo da lì a un post quella battuta.
    Altrimenti non l’avrebbe fatta.

  9. Flounder Says:

    broono non si preoccupi: è che da questa testa non so mai cosa uscirà 😀

  10. Flounder Says:

    (è che si sono mischiati un sacco di fatti: gli argentini, in primo luogo. poi l’altra sera ho visto “Il fuggiasco”, il film su Carlotto e c’erano i cileni. il mix è stato fatale)

  11. essenziale Says:

    11 de septiembre de 1973, Salvador Allende armado y con casco militar, al momento del ataque fascista a La Moneda

  12. Flounder Says:

    (si se putesse vere’)

  13. Effe Says:

    (è una censura pinochetiana)

  14. essenziale Says:

    è che Flaco, con i suoi baffi, è subito riconoscibile…
    avrà sabotato il link!

  15. Flounder Says:

    uh, quello sembra proprio lui. quello mio si era fatto chiatto, aveva perso i capelli e teneva i baffi ingrigiti e gli mancava pure qualche dente.
    (chissà come si chiamava, veramente)

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