Di garofani e capelli neri

(Leggo da Aitan una storia portoghese.  Di  battaglie e conquiste e orrori del mondo. C’è sempre un momento in cui la Rivoluzione, esterna o interna a se stessi, si compie o non si compie. Un momento esatto. E poi ci sono brecce, varchi da cui affiora la memoria delle cose. Il blog a volte è un deposito di affetti, sì)

Io ci avrei fatto un film con le storie della sua  vita –  Teresa – e forse gli spettatori avrebbero detto che era troppo. O avrebbero pensato a un accumulo di forzature, a una storia troppo fantasiosa e malamente adattata.

Eppure era così che passavamo i pomeriggi: io seduta accanto alla finestra mentre tu raccontavi.

Non ho mai preso appunti – in generale – dei racconti di vita altrui: mi piace ascoltarli e immergermi, berli fino all’ultima goccia, trattenere solo quello che resta insieme alle parole.

I movimenti, gli sguardi, gli odori.

Ed è per questo che poi sono imprecisa. Ma non mi importa, ciò che mi è caro è il ricordare le persone. E tanto basta.

E così tu, Teresa da Cunha Lopes, eri nata nel 1960 da un colonnello dell’esercito e una signora nobile. Eri la più giovane di tre figlie, l’unica a non aver mai conosciuto tua madre. La ricordi solo in fotografia, perché impazzì definitivamente subito dopo la tua nascita e cercò di soffocarti nell’acqua del bagnetto. Tuo padre se ne accorse giusto in tempo e vi portò a vivere tutte e tre lontano da Lisbona, più o meno verso Coimbra, dove tua madre aveva uno zio monsignore che vi fece da padre, da madre, da confessore e precettore.

Lui invece rimase nella capitale, accanto a Salazar, intento a costruire lo stato nuovo. Veniva a Coimbra due volte al mese, armato di un affetto senza calore, somministrando aggiunte di educazione rigorosa e  militare alle cure cattoliche dello zio e della sua perpetua.

Credo che nel tuo sangue scorresse una goccia della follia di tua madre, avevi scatti improvvisi e sguardi lampeggianti d’ira dopo i quali non ricordavi nulla. E tuttavia mi hai sempre parlato bene della tua infanzia, la raccontavi come un periodo d’oro, felice di essere stata troppo piccola per sapere cosa stesse accadendo realmente.

Eri appena adolescente e non capisti bene quello che succedeva. Una notte, all’improvviso, la casa sottosopra e la mobilitazione. Tua madre era già morta da anni. Arrivarono in elicottero con tuo padre a bordo. Vi presero, te e le tue sorelle, e vi portarono in aeroporto, uno o due giorni prima che lo occupassero,  e da lì fino in Mozambico, in una missione cattolica dove sareste state al sicuro. Tuo padre restò al suo posto, mentre la radio iniziava a mandare le note di E depois do adeus:

Quis saber quem sou
O que faço aqui
Quem me abandonou
De quem me esqueci
In quella stessa notte io compivo sette anni e tu iniziavi una vita in mezzo alle mosche, alla servitù, ai missionari, senza sapere perché, per scoprire un giorno, dopo anni, che quel padre con la divisa e le mostrine  era forse dalla parte dei cattivi e che i buoni avevano liberato il tuo paese.

Una madre folle, un padre cattivo e uno zio prelato e tu in mezzo, cresciuta mezza anarchica e totalmente imprevedibile.

Ti ho conosciuto anni dopo. Avevi bei capelli neri, un sorriso luminoso ed eri completamente sorda da un orecchio per via di un’otite mal curata. Se mi sedevo a parlarti dal lato sbagliato ti arrabbiavi come una furia. Avevi imparato anche il linguaggio dei sordomuti, nell’eventualità che le cose della vita  peggiorassero.

Quando rientraste in Portogallo sembrava che le cose potessero funzionare. Tuo zio ti combinò un matrimonio con un professore di diritto ecclesiastico che aveva vent’anni più di te e che per colmo di ironia ti lasciò ad aspettarlo sull’altare.

Lo raccontavi ridendo, felice di non averlo sposato e imbarazzata per gli invitati che pensavano ti dispiacesse e non sapevano cosa dire.

Eri un’esperta di tai-chi e arti marziali, passavi ore a praticare posizioni, piombata nel tuo silenzio interiore. Un orecchio sordo aiuta, dicevi, attutisce i rumori e ti indica la strada.

Avevi un fidanzato cinese, avvocato come te, ma non riuscivi mai a riconoscerlo.

Mi dicevi: si assomigliano tutti, hanno occhi belli. Posso distinguerlo dall’odore, ma se si lava troppo sono perduta, potrei finire con il suo migliore amico.

Abbiamo passato tanto tempo insieme, ti presentai la mia famiglia e per un  momento pensai che potesse essere anche un po’ la tua. Parlavi italiano con quell’accento strascicato che ci ricordava il nostro dialetto e ci faceva morir dal ridere.

Ridevi con mio padre come potesse essere il tuo.

Ci siamo scritte per qualche tempo, so che hai sposato un messicano. Credo di averlo anche conosciuto, quando tra voi non c’era ancora nulla. Era un musicista, sì.

Qualche anno fa sono passata a Coimbra, avevo i tuoi recapiti, ma al telefono non rispondeva nessuno e una vicina mi raccontò che vivevi in Messico.

Ti cerco attraverso la rete e ti ritrovo: professoressa di diritto ed esperta di insegnamenti nipponici classici.

Non è cambiato nulla. Non nella superficie delle cose, almeno.

Siederei ancora qui, adesso, alla finestra, ascoltando le tue storie, come tanti anni fa. In cambio ti darei le mie.

Adesso ne ho.

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19 Risposte to “Di garofani e capelli neri”

  1. riccionascosto Says:

    Io siederei ad ascoltare le storie di entrambe. Perché se Teresa le racconta come lo fai tu, sareste uno spettacolo da non perdere. Una vera meraviglia di passione narrativa.

  2. anonimo Says:

    Grazie Flou.
    Grazie.

  3. Flounder Says:

    (la verità è che nei dintorni dei compleanni e delle feste comandate divento sempre assai nostalgica)

  4. aitan Says:

    (ecco, sì, nostalgia, Sehnsucht, saudade, ché il blog è anche un deposito di ricordi e una sequela di stazioni intrecciate da tante coincidenze)

  5. broono Says:

    La verità è che nei dintorni dei compleanni e delle feste comandate diventi sempre assai musicale.
    Assaissima.

  6. Flounder Says:

    la verità è che.
    (e anche un po’ in più)

  7. BellaLu Says:

    il blog a volte è una finestra: noi ci sediamo, silenziosi e discreti, ad ascoltare pezzetti di storie (e non chiediamo di più)

  8. anonimo Says:

    il Portogallo mi è caro, e tanto.
    lì ho trovato un strada che sento ancora mia.
    nei vicoli di Porto, in uno scantinato trasformato in bottega da un restauratore ebreo, tra ventagli d’avorio scheggiati mentre Puccini suonava nell’aria.
    nel cassetto ora rimangono solo un paio di occhi di vetro – una S.Lucia scrostata, presa da chissà quale mercatino.
    (però io dei suoi occhi mi ricordo ancora il colore)

    lisa

    (sì, sono andata fuori tema)

  9. Flounder Says:

    il portogallo io non so.
    i paesi che amo sono quelli in cui vivrei, quelli che mi incatenano in qualche modo.
    il portogallo no, non mi fa quest’effetto, per quanto ci siano angoli belli, e città d’arte e gente assai simpatica.
    mi piace il cielo del portogallo, molto.
    è alto alto.
    e la luce.
    ma l’alfama assomiglia troppo ai quartieri spagnoli per potermi incantare e stupire.

  10. DaviladeRoja Says:

    Bel modo di scrivere, soave e leggero di cui sai far partecipe, anche se sei essenziale nell’uso delle parole… ma stanno bene così.

    Grazie del ricordo che hai scritto, è stato facile da vedere…

    Davila

  11. Modesta Says:

    è bello tornare a casa alle due del mattino, mettersi davanti ad uno schermo e leggere storie così. Troppo spesso dimentico che tutto è possibile.

  12. SiciliaL Says:

    io solo passei alcune ore in Napoli ma mi ricordò moltissimo Lisboa, Porto. Poi anche in Sicilia capitava lo stesso. Questo post te lo potrebbe cantare Dulce Pontes
    🙂

  13. SiciliaL Says:

    (dentro Napoli passei quelle ore ma a Napoli)

  14. Flounder Says:

    insomma, qua alle due del mattino – rientrando a casa – invece di dormire o dedicarsi ad altro, si legge o si scrive.
    depravati entrambi gli appartenenti alle categorie 😀

    sicila, dobbiamo sentire se Dulce è d’accordo.
    io cercavo – sicura di trovarla, in rete, una versione sua di E depois do Adeus, ma non esiste.
    (quanto mi sarebbe piaciuta)

    davila,
    benvenuto/a in questa casa

  15. Modesta Says:

    si avrei preferito in effetti fare altro, ma ieri sera è stato, forse, l’inizio della fine

  16. Flounder Says:

    (ma quanto forse?)

  17. Flounder Says:

    e comunque Рforse o non forse Рquesta ̬ la canzone che fa per te (ma solo per un poco):

    Strange little girl, like all the rest
    Almost the end, but not quite
    Still waiting for my birthday cake
    To make a bite and choke on time

    Days are lazy
    Days are wasted
    As i am

    Open the windows i want to see
    My possessions going on excursions
    Let’s brake the china ‘cos there will be no cake
    I forget why we celebrate

    My teeth hurt, my obligations too
    All tomorrows are full of sorrows
    My hips ache, my laundry too
    The afternoons and the things to do

    Days are lazy
    Days are tired
    Days are wasted and lame
    As i am

  18. Modesta Says:

    si, Flo, solo per un poco, perchè sarà banale ma una fine porta con sè inevitabilmente un altro sconosciuto inizio

  19. Modesta Says:

    dimenticavo, grazie per il pensiero, cominciavo quai a sentirmi trascurata
    🙂

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