Archive for maggio 2007

A(d)dio piacendo

maggio 29, 2007

C’è chi ha paura del mare, chi del buio, chi dei serpenti.

Io ho paura degli addii, delle fini, delle separazioni. E’ una cosa terribile, incontrollabile.

E’ un pensiero che mi avvelena, che mi priva del piacere del presente, che adombra l’intensità e la bellezza di qualsiasi godimento.

Mi sfrocoléano pure sugli altri blog, per quanto questa cosa mi fa perdere il senno e la salute.

Mannaggia a chi ha inventato quel fatto là del carpe diem.

Io no, io appartengo all’altra scuola di pensiero, quella del credula postero.

La felicità non è fatta di uova attualizzate, ma di galline postdatate. 

(Tra l’altro quelle vecchie fanno buon brodo, perdonatemi la digressione. Così mi hanno detto)

Non c’è cura, no. E’ inutile che tentiate di persuadermi, di convincermi razionalmente, di dirmi che il trapasso, la conclusione sono insiti in tutte le cose, che ciò che è vivo deve necessariamente morire e tutte queste belle cose qua. Non me ne importa, non lo voglio sapere.

Strozzata da un costante e perenne sentimento di perdita, anche quando tutto lascerebbe presagire il contrario, ho deciso di curarmi con una terapia d’urto: mi sono aperta una fabbrichetta di addii.

Ho pensato che la questione dell’addio è tragica quando la si subisce, meno quando la si produce.

Non è che ne sia proprio convinta, intendiamoci. Ma in qualche modo dovrò pur attenuare quest’ossessione.

Una fabbrichetta di addii, dicevamo.

Fatti a mano, dal momento della progettazione fino alla realizzazione.

Tutto rigorosamente artigianale, mica uso il Cad o il ciclostile.

No, no, no.

Per ogni volta, ad ogni circostanza, fabbrico un addio unico, appropriato.

Questo è un addio definitivo, recita la confezione.

L’azienda lavora a ritmo frenetico, faccio i turni di notte. Sono circondata da scatole che contengono addii, tutti a loro modo definitivi.

Dopo averli impacchettati li spacchetto, li modifico, li abbellisco. Li rimetto nelle scatole, li infiocchetto, ne produco altri.

Ho pensato che se continuo a fabbricare addii, infinitamente, ognuno più definitivo del precedente, ognuno inesorabilmente definitivo e tuttavia meno definitivo di quello che seguirà, posso rasserenarmi.

Fintanto che fabbrico addii e studio come rendere il successivo perfettamente definitivo, senza riuscirci, concentrandomi per produrre il nuovo, con una logica produttiva da management giapponese, il momento della fine non arriverà mai.

Oggi ne ho impacchettati tremilaottocentroventitré. L’ultimo mi sembra veramente molto definitivo, ma è nulla, è nulla in confronto alla bellezza e alla perfezione di quello che verrà fuori domani, dopodomani, fra una settimana, un mese, un anno.

Parafrasando Marquez mi chiedo: ma fino a quando potrò continuare con questi addii del cazzo?

Ho la risposta pronta: anche tutta la vita. Sì. E poi rido.

Basta. Per stasera fermo il ciclo produttivo.

Questo è un addio.

Definitivo.

Definitivissimo.

(Shelf life and expiration date on the wrappers. Best before: may 29, midnight)

Jàsna Gora Loop – Terza parte, estate del 1996, ma è solo un'ipotesi

maggio 25, 2007

Luciano e Marco hanno  qualcosa che  li accomuna, anche se non sanno bene di cosa si tratti. Un passato che li ha presi e portati qui da lontano, agguantandoli senza il loro consenso. Senza fornire spiegazioni.

Il padre di Luciano è cupo e oscuro, nella sua vita pesa un’ombra che si proietta su tutta la famiglia, moglie e due figli maschi. E’ una casa di divieti e proibizioni, di non detti che aleggiano e riempiono le stanze. Una casa in cui si può solo fingere di esistere. Voleva una figlia femmina, questo è certo, e non perdonerà mai la moglie per quell’utero che ha preferito ammalarsi senza alcun rispetto.

Il padre di Marco è un uomo sorridente. Ha perso la moglie troppo presto, con quei sei bambini da allevare. I maschi sono stati spediti tutti in collegio, fino alla maggiore età. Poi ha sposato in seconde nozze una vedova con due figli e la vita ha ripreso un ritmo normale. Si svolge adesso tutta tra i due grandi appartamenti comunicanti, con figli e nipotini che transitano incessantemente da una stanza all’altra, chiassosi.

Ancora oggi li incontri, mano nella mano, nella passeggiata pomeridiana. Il passo appesantito e lo sguardo limpido. Sono bisnonni.

Luciano e Marco hanno più o meno trent’anni, e pure la ragazza. Se ancora si può dire che siano ragazzi.

Trascorrono le serate di questa primavera caldissima a casa di Marco, sul grande balcone, tra bottiglie di rhum e strategie di Risiko.

Una sera Marco propone: vi va di leggere gli scritti di mio padre? Ce li ha chiusi a chiave nello studio.

E’ quanto di più trasgressivo riescano ad immaginarsi, in queste sere che fermano l’aria sulle loro teste.

Da un trumeau che forza con la lama di un coltello vengono fuori centinaia di pagine, alcune manoscritte, altre battute a macchina. Così tante che tappezzerebbero la strada da qui al secondo semaforo, quello che dà sullo stradone.

La ragazza vorrebbe rifiutarsi, e anche Luciano, ma Marco insiste.

Iniziano a leggere, così concentrati da non accorgersi che sulla soglia appare il padre, con sguardo di rimprovero.

Non dovevate farlo, dice. Ma ormai ci siete, e tanto vale andare fino in fondo.

A partire da quella sera leggono e ascoltano. Sono storie di morte, di speranza, di attesa. Sono fili spinati e patate razionate, sono numeri tatuati, sono tutte quelle cose che messe su carta gli hanno restituito lo sguardo limpido. Sono lunghe lettere scritte ai figli nel corso degli anni, lettere che non ha mai consegnato, in cui racconta del campo di concentramento e tante altre cose. Sono bellissime e ironiche, lievi e dense a un tempo.

Marco osserva il padre come lo vedesse per la prima volta, ha pudore di chiedere e un’ammirazione che gli sboccia dentro.

La ragazza fa un sacco di domande, e poi ancora.

Non si ricorda di una bambina, una con i codini? Ma poi si rende conto di quanto sia stupida e si morde il labbro.

Luciano acuisce i suoi tic nervosi, strizza continuamente gli occhi.

Di notte ne parlano, ne parlano ancora. Seduti sullo schienale di una panchina ai giardinetti. Ne parlano sempre, dimenticando il Risiko e tutto il resto.

E’ un tipo strano, Luciano. Ha paura di tutto.

Adesso vorrebbe entrare nello sguardo di suo padre, chiedergli conferme, conoscere anche la sua storia. Lui sa che c’è una storia simile, ma non conosce altro. Vorrebbe avvicinarsi, ma non gli è permesso.

Non ha neppure il coraggio di raccontare alla ragazza e a Marco che anche lui è figlio di un sopravvissuto. Si vergogna, Luciano, si vergogna perfino di esistere. Si vergogna di non essere nato femmina.

Un giorno la ragazza gli ha proposto: dai, andiamo al mare, andiamo in piscina, andiamo a tuffare i piedi nella fontana della villa comunale, fa un caldo insopportabile.

Lui si è rifiutato.

Non posso, non posso proprio.

E perché?

Non posso dirtelo.

Nel tempo la ragazza gli ispira fiducia, e un giorno le confida il terribile segreto: si mangia le unghie dei piedi, si vergogna a mostrarli.

La ragazza ride di pancia, di tenerezza, di stupore. Ride di rabbia, per la somma di tante paure ingiustificate che non portano un vero nome.

Poi lo porta al mare,  lo invita a cena, gli tira fuori le parole da luoghi sconosciuti. Sono sempre così poche e scarne, tremolanti. Sono fobie travestite da frasi.

Un giorno il padre di Luciano gli chiede: chi è la ragazza? Non voglio che frequenti ragazze sconosciute.

Ho trent’anni, papà.

Hai trent’anni inutili. Non voglio che la frequenti. Oppure voglio conoscerla, di te non mi fido, tu non sai distinguere il male dal bene. Tu non sai niente.

Luciano prepara la ragazza, le impartisce una sequela di avvertimenti, cerca di modellarla un poco: non dire che fumi, non dire questo, non dire quello, rispondi solo alle domande, non ridere mai.

Quel pomeriggio la ragazza entra nel grande palazzo nobiliare, austero e freddo. Attraversa una serie di saloni fino al cospetto dell’anziano genitore.

E di nuovo il malessere, quel senso di sbandamento.

Il padre la guarda, trattenendo il respiro. La ragazza lo guarda, sospendendo il tempo.

Tra i due, di colpo, prende corpo una scena. Dura un secondo, un mese, anni. Dura un sacco di vite.

C’è un uomo giovane, emaciato, e una bambina pallidissima. Lui tira fuori dalla tasca un pezzetto di pane, lei lo infila tutto in bocca.

Ma è troppo tardi, li hanno già visti.

L’uomo verrà punito, della bambina non si sa più nulla, scompare per sempre. E’ fuori dal fotogramma.

Mi dispiace, sussurra il papà di Luciano, come se parlasse un poco a se stesso. Mi dispiace così tanto.

E ha gli occhi che traboccano di lacrime.

Poi si riprende e le dice, con voce ferma: è come se ti conoscessi, come se ti avessi già vista. Chi sono i tuoi genitori? Che lavoro fa tuo padre?

Ma la ragazza è in preda allo sbandamento, al malore, non riesce a trattenersi, non riesce a ricordare l’elenco delle cose che non può dire.

E come in preda a un demone gli risponde: sì, è stato al campo. E’ stato lì, ma è passato così tanto tempo.

L’uomo inizia a inveire: andate via, via, uscite, andate via. Fuori da questa casa, via.

Per strada Luciano piange.

Sei cattiva, le grida, sei cattiva. Perché gli hai detto questo? Come hai potuto fargli questo? Chi ti ha raccontato del suo passato? Te l’ho detto io? No. Chi te l’ha detto, dimmelo, dimmelo. Come hai potuto? Cattiva. E’ da tutta una vita che ci fa soffrire per questa bambina per cui non si dà pace.

Ma la ragazza non sa, non sa più nulla. A partire da quel momento lei e Luciano non si incontreranno mai più.

Il sogno della bambina sparisce, si dissolve. Non torna più.

E resta tutto così privo di senso che è meglio chiudere gli occhi. Per non sapere.

Jàsna Gora Loop – Seconda parte, estate del 1986, con apparente certezza

maggio 25, 2007

Ultimamente si sveglia spesso così, sudata, ancora in preda all’incubo.

E’ da sempre che soffre di incubi, dapprima la palude invasa di liane e corpi straziati, poi la suora dal cappello rosso e gli occhi di pianto, che la costringe a entrare nella vasca di acque gelide e intanto ride, ride colmando l’aria di vibrazioni malefiche.

Ultimamente sono la chiesa e la bambina, notte dopo notte.

Della bambina ricorda lo sguardo, la resistenza. Ogni notte spera di potersi spingere oltre, nel seguito della storia, ma si sveglia sempre sullo stesso punto.

Ogni notte è lo strazio di non poter impedire che lo scempio abbia luogo, è l’impotenza di non sapere in quale modo intervenire.

Quella bambina le è tremendamente familiare, ma forse solo perché ultimamente la incontra così spesso da ricordarne le fattezze anche in pieno giorno.

Nel sogno non vede visi nitidi, no, e pure le voci sembra che provengano dall’esterno e non da quegli stessi corpi.

La chiesa, quella chiesa la ossessiona. Non sa dove si trovi, non lo immagina neppure.

Partono, sul finire dell’estate, per spingersi nei territori dell’Est.

E’ un viaggio lungo.

Suo padre le dice: è solo così che potrete capire perché non si può essere comunisti.

E’ un viaggio lungo che semina inquietudini e ribalta prospettive. Per i successivi vent’anni suo padre cercherà un altro senso, una possibile alternativa al perché non si può non essere comunisti, senza mai più riuscire a trovarla.

Attraversano città grigie, periferie che si chiamano Nova Huta e Murcki. Wieliczka. Strade prive di traffico, desolate. Foreste.

Poi, un giorno, quasi sul finire, la Chiesa.

Appare come una visione, come uno scherzo di cattivo gusto a una curiosità fiduciosa e disarmata.

E’ gremita, c’è così tanta gente che si ha difficoltà perfino a respirare. Le preghiere e i canti assomigliano a un’onda, è un brusio che investe e solleva, che culla e in parte rasserena.

Entrando ha come un malessere, un senso di sbandamento.

Sussurra: io la conosco, questa chiesa. Lo conosco, lo conosco, questo posto.

Il padre la rassicura: sì, è probabile tu l’abbia vista in foto o alla televisione, è un santuario famoso.

No, no, dice lei, e per confermarlo a se stessa percorre ad occhi chiusi le navate,  lo trascina oltre la sagrestia, con passo sicuro, dove sa che c’è un muro alto e un piazzale, che oggi ospita banchi di fiori e cestini di paglia intrecciati. Ispeziona la parete di pietra, cerca tracce. Niente, non c’è niente. Non c’è più niente.

E’ una giornata di sole, sorridente.

Voglio andare via.

Ma cos’hai?

Credo siano state le aringhe a colazione, voglio andare via.

Si avviano a passo svelto verso l’auto, mentre un uomo invadente li segue, chiede di cambiare pochi szloty al nero.

Li segue fino all’auto, non dà tregua.

Il viaggio a questo punto si concluderebbe a Birkenau, è da quando è partita che lo chiede.

Ma adesso no, non è più possibile.

Suo padre dice: se proprio insistete vi ci porto.

Ma nessuno insiste e si riparte verso casa. Con gli occhi chiusi, per non sapere.

Jàsna Gora Loop – Prima parte, estate del 1941, forse

maggio 24, 2007

La  chiesa  è  gremita,  c’è  così  tanta  gente  che  si  ha  difficoltà perfino a respirare. Le preghiere e i canti assomigliano a un’onda, è un brusio che investe e solleva, che culla e in parte rasserena.

Ci sono donne, uomini.

Molti piangono, asserragliati sugli inginocchiatoi.

Ci sono bambini. Restano silenziosi, sincronizzano i respiri sullo scorrere delle lacrime degli adulti.

Qualcuno sa, intuisce, e resta silente anche a casa, perduto in giochi sempre uguali. Quelli che non sanno, hanno paura di domandare.

Colei che indica e guida lungo la strada li aspetta ogni giorno, senza interruzione.

Alcuni entrano, si segnano e subito scappano via. Altri rimangono per ore, come a cercare una risposta.

La stella sulla corona ha sei punte.

Forse è questo che attrae anche loro, quelli del ghetto.

Sono giorni difficili, bisogna stare attenti anche alle piccole cose.

La bambina si spinge al santuario ogni giorno, dopo la scuola, insieme al padre.

La riconosci per quell’uniforme blu, pulita e ordinata, con i profili bianchi. Ha un cappellino e i codini scuri.

Li puoi incontrare lì, ogni pomeriggio, la bambina e suo padre.

Con la segreta speranza che nella folla non saranno riconosciuti, che la stella a sei punte sulla corona della Madre miracolosa li ammanti di splendore e li renda invisibili.

Ma negli ultimi giorni le cose stanno diventando più difficili, la gente ha paura.

I più fingono di non sapere, di non conoscere, ma già qualcuno ha levato il dito e ha indicato, ha sussurrato qualche parola di troppo.

Accade un pomeriggio, senza preavviso.

Gli uomini hanno uniformi e armi, oltrepassano la soglia del santuario privi di qualsiasi pietà.

A passo svelto attraversano le navate, scrutano gli occhi velati.

Hanno uno sguardo di rabbia gelida, diagnostico.

Afferrano la bambina per le spalle e quasi sollevandola di peso, la spingono in fondo, dove la sagrestia si apre su uno spiazzale cinto da un muro alto.

La bambina grida, chiama il padre.

Il padre la segue, ma altri due in uniforme lo bloccano, la canna sotto il mento.

Adesso grida anche il padre, con furore e disperazione.

Due di loro inchiodano la bambina al muro, avrà undici o dodici anni, gambe magre e calzine bianche. Mutandine bianche.

Le alzano la gonna e ridono, uno le tira un ceffone.

La bambina non piange più e nemmeno riesce ad accasciarsi: gli uomini sono su di lei, la tengono sollevata, schiena contro la parete. E intanto colpiscono.

Il padre grida e piange. Uno di loro si gira e gli spara.

La bambina è livida e insanguinata, per ogni volta che ha invocato il nome del padre è stata colpita, in un modo o nell’altro.

Adesso tace, col nome del padre incollato tra le labbra.

La portano via, verso un altrove sconosciuto, trascinandola per terra come un sacco.

Nella chiesa la gente si accascia e prega, prega ancora.

Con gli occhi chiusi, per non sapere.

Per Grazia ricevuta

maggio 23, 2007

Allora è bene mettere le cose in chiaro, una volta per tutte.

Si cambia musica.

Fino ad oggi siete entrati qui, lasciando commenti e cicicì sparsi, come se niente fosse.

Fino ad oggi nessuno vi ha detto niente. Mì casa es tu casa e tutte quelle cose là

Ma a partire da questo momento le cose cambiano. Se in meglio o in peggio, ancora non ci è dato sapere.

Fino ad oggi ero una bloggheressa di nicchia, oggi sono un’icona.

Sì sì sì.

E’ inutile che cerchiate di sminuire e di opporvi, di avanzare illazioni e giocare al Grande Detrattore.

A partire da oggi sono uno dei cento desideri che nemmeno sapevate di avere.

E’ così che funziona il marketing: instilla bisogni sconosciuti, definisce gli unici orizzonti possibili per la sopravvivenza, vi passeggia sulla curva di (in)utilità facendovi credere di star scalando l’Himalaya.

Dunque a partire da oggi è ufficiale: sono la vostra Venere tascabile e linkabile.

Mi dispiace molto per voi che siete blogstar, monumenti nazionali alla letteratura, affascinanti e poppute tenutarie di blog, affabulatori di folle cibernetiche, aspiranti soubrette telematiche.

Mi dispiace.

Ma d’altronde se una è un’icona c’è poco da fare.

La realtà è quella che è e non si può tornare indietro o far finta di nulla, che tutto ciò non sia mai accaduto, che il mondo possa essere uguale a prima.

Non vi resta che adeguarvi.

Dove andremo a finire, di questo passo?

maggio 22, 2007

A una decina di giorni dal Salone del Libro di Torino e dal collaterale LitCamp, Francesco Forlani fa un’interessante disamina dello stato delle cose.

In larga parte condivisibile.

E’ da tanto che ormai penso che il libro sia diventato merce, ed è da tanto che – in linea con una sorta di protesta personale contro il consumismo, che mi ha condotto a eliminare oggetti superflui, tanto per cominciare, e poi, a seguire, televisione, riviste e quotidiani – ho ridotto anche il numero di libri che prima leggevo, in modo quasi bulimico.

E’ che però non vedo soluzione. Ancora una volta mi trovo a pensare a Bauman, alla liquidità in cui siamo sospesi e alla necessità della ricerca di una morale complessiva.

Poi penso che nemmeno lui riesce a trovare soluzione, e allora un poco mi conforto e un poco pure mi avvilisco.

Ma in definitiva, di che mi stai parlando?

maggio 20, 2007

Probabilmente sono confusa. Più che confusa, frastornata.

Letterariamente mi faccio schifo.

Attenzione, non mi riferisco al modo di scrivere o ai contenuti. La qualità dello scrivere è buona, i contenuti accettabili.

E’ il mio essere letterario che mi delude.

L’illuminazione l’ho avuta ieri sera, insieme ad altre due o tre cose.

Una è sua, della splendida Dido: l’amore è l’incontro di due patologie.

L’altra è mia, ma è volgare e non la riporto.

Ha a che fare con l’essere in qualche modo letterari a se stessi, la frattura incolmabile tra agire e scrivere, tra conoscersi, rappresentarsi e poi in qualche modo disconoscersi. Tradirsi.

Che a vivere con un certo zelo tradisci il personaggio letterario che in qualche angolo ti sei costruito, e viceversa. E che pure contiene tanto di te, questo è certo.

Questo è il crinale, il confine, l’hic sunt leones.

Ieri sera sono andata a letto a un orario improponibile, alle otto ero in piedi, sei ore sotto un sole accecante per accompagnare la pargola al suo primo concorso ippico.

Ora diciamocelo, diciamocelo con franchezza: esclusi i dieci minuti in cui la vedi gareggiare, fare la cavalletta da un pony all’altro, raccogliere tazzine e bandiere con monta all’inglese e ti puoi anche appassionare, del resto chi se ne frega.

Il sole era talmente forte che ho guance e naso rossi come peperoni. Letterariamente questo mi è inaccettabile, a meno di non voler in qualche modo modificare il copione.

Letterariamente vorrei essere pallida e smunta, mi vorrei rappresentare con un certo mal de vivre.

Che poi ci riesco benissimo, evitando di passare davanti allo specchio e guardarmi rubiconda.

Diciamocelo, diciamolo: i concorsi ippici di bambini sono una gran rottura di balle, insieme a tante altre cose. Solo uno degli ostacoli tangibili al personaggio letterario.

Oppure bisogna istruire il personaggio, dargli nuove battute, tipo un teatro d’avanguardia dove mentre si recita l’Amleto, Ofelia ti viene fuori con una battuta tratta da un’opera postmoderna e mette in crisi il resto della compagnia.

Che se son bravi attori si adeguano e vanno avanti, sennò è un fiasco.

Lo stesso critico è in difficoltà: cosà dovrà scrivere quella notte?

Che è un’opera d’arte, uno stupro artistico o un flop totale?

Diciamocelo: ci sono cose che sembriamo costretti a fare, ma che in fondo ci siamo scelti. Ed è forse un modo di attentare al personaggio letterario, di suicidarlo, di sfidarlo e metterlo di fronte a se stesso. Vederlo dissolversi.

E ci sono cose che non faremmo mai, se non fosse per quel maledetto personaggio letterario che ci siamo scelti.

Vinca il migliore.

L’amore è un incontro di patologie. Come non  condividere?

Almeno su questo punto siamo d’accordo, io e il personaggio letterario.

Vorremmo essere scritturati entrambi. Una lunga tournée, patologica quanto basta.

Bonomie e Ca(r)rinerie

maggio 17, 2007

Isso, essa.

Bellissimi.

 

Poi nel pomeriggio, dopo intenso scambio di mail e reiterati inviti a presentarmi, ormai stremata, ho ceduto: mi sono fidanzata con Prisco Mazzi.

Ma questa è un’altra storia.

Tachée. C'est à dire touchée.

maggio 16, 2007

Qui, sulla superficie della pelle chiara, si perde il conto delle efelidi e dei nei. Aumentano nel corso degli anni, sono marche del tempo.

Alcune vene cominciano a ingrossarsi, sulle mani e le gambe.

La ruga del corruccio e dell’osservazione, pesante tra le sopracciglia, la ritrovo ormai in ogni foto, di mese in mese sempre più marcata.

Dovrei smettere di fumare e bere più acqua.

Dovrei mangiare più frutta.

Dovrei dormire di più e meglio. Non più da sola, magari.

La pelle, è quello che dice lei, la mia amica.

La mia pelle. Tutto quello che c’è sotto viene sopra, esce allo scoperto, si fa macchia, segno.

Si fa traccia, poro dilatato e assorbente.

Mi viene in mente il francese. E’ questione di accenti: tâche e tache.

La macchia è un compito, una missione. E viceversa. Il compito lascia un segno.

Détacher e se détacher: smacchiare e distaccarsi. Io no, non ci riesco.

Certi gesti, certi modi di agire sono accenti circonflessi, introflessi.

Una volta c’era questa nera enorme e bruttissima. L’avevo conosciuta in ospedale, i nostri bambini avevano entrambi la broncopolmonite.

Katia. Suoni gutturali e rabbia.

Poi un giorno con una nenia ha iniziato a raccontare dei fianchi larghi, dei figli che avevano ospitato, delle cicatrici sulle gambe per le corse nella foresta e di un’intera vita.

E di colpo era diventata un’altra, ogni singola parte del suo corpo si riempiva di ciò che era stato, di una precisa funzione lontana dall’estetica.

Di tanto in tanto la incontro a un semaforo, in attesa dell’autobus e la carico nella mia piccola auto.

La ingombra tutta e poi inizia a raccontare. Diventa piccola e smarrita, così piccola che potrei tenerla in una mano.

Ho sempre vissuto in modo troppo interno. Introflessa.

E’ ciò che forse mi contraddistingue, talvolta diventando pesantezza.

Non amo alzare i toni, neppure quando lo sento necessario. Eppure capita: funziono per reazione, per accumulo di tossine da smaltire.

Ho un corpo che si segna, che reagisce troppo. Che assorbe le emozioni sul viso, che altera tutti i bioritmi quando si alterano i pensieri, che quando si rifiuta di mettere a fuoco i pensieri li trasforma in dolori erratici.

Sudo pochissimo, anche sotto sforzo.

Trattengo i liquidi e i sentimenti altrui.

Ho il dono dell’ospitalità e dell’accoglienza, prima di qualunque altra cosa.

Non ho memoria dei fatti, ma osservo le tracce, le macchie e so. So cosa contengono.

Spesso è molto più di ciò che ricordo. E’ come dicono gli Avion Travel: ospiterò la tua vita, con le parole che ho.

Sono una spugna, non riesco a impedirmelo. E tutto questo mi affatica, mi affatica enormemente.

A Torino ridevo con Forlani: ma ti ricordi di quella volta che mi hai fatto comprare quell’impermeabile nero, lungo lungo, che mi stava come una palandrana e dicevi che andava bene, che faceva esistenzialista? E io fiera dell’acquisto, per quanto orribile. Anche lui ce l’aveva, l’impermeabile nero. A lui stava bene, però. A me no.

Quell’impermeabile.

C’è poco da fare: non li so indossare.

Mi pesava sulle spalle, quell’impermeabile. Incredibilmente, ancor più delle vite degli altri.

Cronaca di piccole cose a margine di una cosa chiamata LitCamp

maggio 13, 2007

Un post per parlare di Barcamp, di Litcamp.

Io no. Io non so cosa sia, no. E’ sicuramente diverso da quando sei seduto di qua e dall’altro lato, dalla cattedra, ti sezionano e ti dicono che sei paranoico, regressivo e scisso.

Ho ascoltato un sacco di parole e quelle più vere erano quelle che facevano più male: il manifesto contro la scrittura, contro la scrittura a tutti i costi, contro la scrittura che per il semplice fatto di avere un blog ti pare un traguardo dovuto, un trofeo.

Un manifesto contro la tracotanza del voler essere a tutti i costi carta e parola che sventra il mondo.

Un gesto di ribellione contro quella volontà fasulla che un giorno, puntandoti il dito, ti ha fatto credere: questo è il tuo destino,  Bit sei e IBSN diventerai.

Io non ho voglia di scrivere cosa sia un Litcamp, a cosa serva, dove ci porta e perché.

Io no.

Io so solo che cosa mi sono portata a casa.

E’ un elenco lungo e incompleto, ci vuole un poco di pazienza.

Le mappe e lo zelo di RiccioNascosto, la guancia ispida di Gasparini sotto la mia mano, il sorriso di Blulu, il braccio di Arsenio mentre mi ripete “caviglia-caviglia, caviglia-caviglia”, la simpatia epidermica di Petarda, l’eleganza composta di Effe, il “cazzo di cane” di Strelnik, lo sguardo da bonzo di Gilgamesh, la sorpresa e il piacere di riabbracciare Francesco Forlani dopo diciotto anni che non lo vedevo, la pazienza di Zio Masciu che si è infilato nel traffico per portarmi in aeroporto, la dolcezza dello sguardo di Aladin, denso e lontano dalla liquidità, l’ebbra cecità  di Guido Catalano, il sorriso bello di Vanni Santoni, tutti i viola di E.l.e.n.a., la voce calda e profonda e lo sguardo tutto blu di Roberto Tossani, il piacere di ritrovare Alice, Fainberg e compagnia bella, l’attrazione a pelle per Silvana Rigobon,  la bellissima Igiaba Scego conosciuta a colazione e con cui abbiamo diviso la casa e un tempo troppo breve, il Tempo santo e il fascino brusco di Luigi Carrino, la voce sconvolgente di Rita Bonomo, l’editore seriosissimo che mi ha tenuto a squagliare sotto il sole sul balcone parlando di cose seriosissime, la pelata di Eìo, gli sms a tutte le ore, la telefonata che ti scalda il cuore, baciami, baciami in tutte le lingue che esistono, poi ci pensa Buràn a tradurre, l’ospite a sorpresa per la cena, l’attore conosciuto nel bus con cui non ho potuto fare a meno di prendere un caffè, fumare una sigaretta e lasciare che le poi le nostre strade si dividessero, in un addio simile a certi film, con il tram 13 che ci porta in due direzioni diverse, nello stesso istante.

Questo era il mio LitCamp.

Il resto ve lo raccontano gli altri.

(con enorme scuorno e totale inverecondia, vi segnalo qua il podcast buranico. lungo, lungo assai. se non tenete pacienza, lassate sta’)