Il dolce domani

Ci  sono  un  mucchio di perversioni considerate  accettabili, sotto gli occhi di tutti.

Puntiamo il dito contro quelle eclatanti, quelle che suscitano sdegno.

Ma in silenzio ne consumiamo altre, la costruzione di strutture complesse in cui far cadere gli altri, similmente a trappole.

Il gioco complicato del disamore, la scheda punti dei ricatti affettivi.

La distruzione dei figli, in nome del bene.

La perpetuazione di colpe, nel nome dei padri.

La dimenticanza di sé, nel segno dell’esteriore.

Siamo come un mosaico, di infinite tessere a ricombinarsi.

Dietro ogni perversione la matrice è di pura paura.

E nulla – nulla – riesce a offrirci protezione.

Nulla.

Nulla.

Più nulla.

Siamo nudi e scoperti. Intorno solo paura.

E’ da alcuni giorni che sto così: pensosa, meditabonda. Dispiaciuta.

Più di una volta, in questi giorni, mi è venuto in mente un film che ho visto anni fa: Il dolce domani, di Atom Egoyan.

Un incidente stradale che stermina un’intera scolaresca e un avvocato laido che arriva nella città facendo leva sul dolore delle famiglie, sul senso di giustizia, unicamente per farsi dei quattrini e diventare famoso.

In realtà poi non è un film sulla giustizia, ma una storia di rapporti umani.

Una storia che divide il mondo secondo il modo di interpretare il dolore, di vivere il lutto.

O anche del modo di nascondere il dolore, per timore che tirandolo fuori vengano a scoprirsi altre colpe, vengano a modificarsi alcuni rapporti. Per timore che emergano altre verità, molto più scomode e difficili da gestire.

C’è la questione del dolore e delle responsabilità, dei membri della famiglia che fanno da catalizzatore e volàno e che una volta scomparsi slegano tutte le persone che intorno a loro costituivano un insieme. Marito e moglie che alla morte del figlio non vogliono scoprire di non avere più nulla da dirsi, ad esempio.

C’è sempre – in una famiglia, in un gruppo di lavoro, in una comitiva di amici, in una coppia – la persona che assolve a questa funzione, in positivo o in negativo.

Che sia giullare o capro espiatorio, esiste.

Ci sono dei giorni in cui pensarmi in relazione a qualcuno – in una forma di relazione qualsiasi, che semplicemente non sia superficiale – mi appare totalmente impossibile. Ontologicamente impossibile.

Mi sento come se mi avessero tolto una coperta di dosso. Ho freddo.

Voglio dire: ci sono cose che sai di te, che sai benissimo. Eppure non finisci mai di stupirti. Mi sento come se mi avessero puntato un faretto direzionato, che illumina e isola solo alcuni dettagli, e vederli così mi fa un altro effetto.

La questione dell’errore, ad esempio, o della pretesa di perfezione. Il diritto a sbagliare, per sé e per gli altri. E’ una cosa intimamente legata al dolore.

Il desiderio di perfezione vorrebbe funzionare da assicurazione contro alcuni tipi di dolore, impostare il mondo su regole certe che, se rispettate, garantiranno l’armonia e una certa asetticità.

L’inutile e irraggiungibile aspirazione alla perfezione è una malattia genetica, di questo sono certa.

Nei sistemi in cui tutti concorrono a formulare l’accusa contro colui che sbaglia, in realtà si sta lavorando a occultare il dolore: fintanto che sbagli tu, io sono salva.

E il contrario: fintanto che sei perfetto, io posso distrarmi e far cazzate. Sarai tu ad assorbirle. Che sia madre, padre, sorella, amante, figlio.

L’essere perfetto e la pecora nera assicurano la continuità del gruppo o del singolo, la sua solidità. L’attribuzione del cliché impedisce la ribellione o la fuoriuscita dal ruolo, per timore della sua stessa disgregazione.

Eppure l’essere perfetto un giorno commette una leggerezza imperdonabile. La commette perché porta un peso enorme, quello delle colpe negate dagli altri. La commette per desiderio di completezza.

E’ un momento fatale, è la chance, la scintilla che potrebbe trasformare la struttura, rivoluzionarla.

Non mi perdonate, ve ne prego, non assolvetemi gratuitamente, altrimenti torna tutto come prima.

Non fabbricatemi scuse e alibi per nascondervi ancora dietro di me.

Restituitemi a me con sguardo imperfetto, con crepe ovunque. Farà del bene a tutti.

Nel diritto a sbagliare – da parte di chi lo concede e anche di chi lo reclama – è inclusa la capacità di amare.

Nel senso di colpa esasperato – da parte di chi lo prova e anche di chi vuole che tu lo provi, in un sistema come quello appena descritto– c’è il desiderio di immobilità, la finzione del sentimento.

Mi sento dispiaciuta, sì. Ma anche contenta.

Mi sento.

Fa male e fa bene.

Va bene così.

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17 Risposte to “Il dolce domani”

  1. agapimou Says:

    Nel diritto a sbagliare – da parte di chi lo concede e anche di chi lo reclama – è inclusa la capacità di amare.
    io qui mi ci nascondo proprio bene

    Buona continuazione, vedo che stai maturando tanti pensieri.

  2. fuoridaidenti Says:

    era comodo considerare la terra al centro dell’universo, le orbite perfettamente circolari, i rapporti tra i 12 toni della scala musicale regolati da leggi matematiche perfette, che rimandavano ai greci, a Pitagora, al senso del mondo nella perfezione né dell’aria né d’altro di tangibile che il numero. Ma c’è uno scarto che dice il cerchio invece è un’ellisse. Fa male e fa bene. Va bene così.

  3. lauraetlory Says:

    Voglio segnalarti un racconto che, mi sembra, tratta un tema analogo: quello del diritto di sbagliare, di soffrire, di non essere il puntello degli altri. Si intitola “Tutto il dolore del mondo” e lo trovi su:
    http://lauraetlory.splinder.com/post/11360686/TUTTO+IL+DOLORE+DEL+MONDO
    Ciao, Laura

  4. Flounder Says:

    grazie.
    sono molto contenta di essere riuscita a scrivere questo post. dei sentimenti e delle riflessioni che ci sono dietro.
    è dedicato a me, e ad alcune persone alle quali voglio molto bene, a prescindere da tutto.

  5. anonimo Says:

    “resto immobile, non voglio sentire un cazzo”
    lo diceva un gruppo della mia città, mi è venuta in mente questa frase di quella canzone, leggendoti.

    e dicevano anche:
    “qui va sempre tutto troppo.

    caino

  6. anonimo Says:

    Quel film è agghiacciante. L’ho visto almeno tre volte.
    Dietro tutto ciò, per me, c’è una sola parola, “controllo”.
    Finché ci ostineremo a voler controllare ogni piccola cosa, a partire dalle emozioni, resteremo immobili e imbalsamati.
    Il controllo rende tutti uguali e omologati. Nessuno più svela le proprie paure. Le paure, semmai,ce le hanno gli altri.

    Gnama

  7. zaritmac Says:

    Mi prendi diritta allo stomaco e al cuore. Devo ri-berti per poter ingoiare. La densità di una struttura dell’esistenza che mi si pianta in gola come piombo. E, vigliaccamente, mi prendo il tempo per respirare senza parlare, ché le cataratte sarebbero emorragiche. Così mi attacco allo spuntone più straziantemente banale. In un gruppo di amici sarebbe bello poter conservare gli equilibri che l’hanno costruito. Magari immaginando presenze alternate, ora che insieme non si può. Come serbatoi di affetto elastici che possano avvolgere le diadi spezzate ed entrambe continuare a sentirle, a tenerle parte di sé. Un gruppo non dovrebbe mai pagare, ma dividere gli utili della pluralità, ricchezza inusitata e rara. Una sera, in un borgo, in un bar, si parlava di restare entità separate perché una coppia squilibra il peso della collettività allacciata di perle di rosario indipendenti e intercorrelate. Vorrei potesse restare così. Averne abbastanza maturità. Il giorno che Arco s’è scisso da Baleno, la microsocietà di amici che emana affetti equidistanti per l’arco intero e per le due metà dovrebbe (potrebbe?- tremando mi chiedo) immaginare momenti di accoglienza separata nello stesso cielo. Separati attimi di pluralità. Senza che muoia nessuna delle due metà del cielo. Il giorno che Arco sarà assente, scintillerà parole e sorrisi per il gruppo Baleno. E viceversa. Non riesco a immaginare che non possa essere così, che così non sarà. Tu credi che potrà? Scusa l’apparente o parziale O.T.,
    R.

  8. nuccina1 Says:

    mi piace leggerti…scorri piano senza impennate..fai riflettere

  9. Modesta Says:

    non è una novità che tu tocchi note dolenti più o meno in contemporanea al mio sentire ecco perchè poi a distanza di tempo continuo a ficcare il naso da te.
    si parlava di senso di colpa di là, se ricordi.
    Alla fine di tutto non è senso di colpa per aver realmente ferito o fatto soffire qualcuno, o per non aver fatto abbastanza o per altre motivazioni similari, ma perchè siamo imperfetti e non ce lo perdoniamo.
    Più a fondo si spinge la riflessione su se stessi più magagne vengono fuori. Scopri (e lo ritrovo in un altro tuo post di qualche gg fa) che non hai nessun diritto di osservare in maniera critica l’altro, perchè tu per prima non rispecchi quei sacrosanti principi che ti sono tanto cari.
    Fa bene e fa male.
    Si è il rovescio della medaglia. La sofferenza, qualcuno dice, è via verso la purificazione. Il dolore è la coscienza profonda che si risveglia e ci mostra i difetti.
    Pare che il segreto sia proprio nel perdonarsi e nell’accettare quei difetti al punto che prima o poi scompariranno da soli o si trasformeranno in virtù.
    Inutile nascondere la rabbia ma accettare che c’è, che la si prova e si porta dentro, tentando di capire da dove arriva davvero.
    E qui entra in gioco il controllo che invece serve a parere mio. Se non controllo le mie emozioni e le mie reazioni sono istintiva parimenti ad un animale, allora a nulla serve la ragione. Ma il controllo non va inteso come tenere sotto chiave ciò che di noi non ci piace o ci spaventa, ma come osservazione e conoscenza di ciò che siamo, e va da sè che ci saranno lati di noi che non amiamo, ma per migliorarli bisogna innanzitutto accettarli, per accettarli bisognerebbe prestarci attenzione, osservare, “controllare”.
    E poi perdonarsi, che l’essere perfetto non è cosa di questo mondo, e chi la perfezione la raggiunge molto spesso se ne va per non tornare più.

  10. anonimo Says:

    (modesta… e dimmi un po’: ma tu, hai sbirciato nella mia posta, per caso, mh?)

    🙂

    lisa

  11. Flounder Says:

    zaritmac,
    c’eri anche tu in queste mie parole.
    c’erano archi e baleni e fiamme e scintille, e tempeste e raggi di sole.

  12. Modesta Says:

    🙂 no Lisa ma fa piacere sapere che non si è soli in questi viaggi!
    😀

  13. zaritmac Says:

    Lo so, flounder, lo so. Mi sono annusata nello sventolio greve delle tue parole un post più giù. E poi, me l’hanno detto anche le sedie incastrate con quella discrezione d’affetto che sai (“can”) tu. Se agli altri era la nuca, mio era il viso e il sorriso e l’apprensione. E il tuo esserci, argine di una follia che hai fatto assomigliare a “molto di più”. “Sono completamente pazza…”, “No, molto di più”; hai ragione, flou. Grazie, per esser stata tanto da dare un senso all’essere arrivata quando tutto era finito, e lo sapevo già, ma non sono solo pazza; sono “molto di più”, come mi ha sussurrato il tuo abbraccio.

  14. Flounder Says:

    ho in mente un post sui tredici minuti e passa del secondo e terzo concerto di rachmaninov.
    tredici minuti e diciotto secondi.
    tengo voglia di scrivere un post che parla d’amore.tredici minuti e diciotto secondi, ad essere precisi.

  15. nightanday Says:

    Ecco, ho trovato meravigliosamente autentico quanto scrivi. E, pertanto, meravigliosamente doloroso. Mi è tornata in mente la mia ultima confessione, anni luce fa. Il prete che non si dà disturbo a comprendere la gravità (qualsiasi cosa io avessi fatto, andava rispettata la mia percezione di errore) del peccato confessato, nè la densità del mio pentimento. Un’assoluzione frettolosa, una specie di alzata di spalle. Là dove speravo in un diverso livello di coscienza, avevo trovato la superficialità e il disinteresse. Come scrivi, inoltre, esiste questo rassicurarci in virtù degli errori e del dolore altrui. Vite parallele che si sfiorano e si sanno, almeno in parte. Che si usano. E poi la ricerca della perfezione, sì, come perversione estrema. Ce ne sarebbe da dire, pagine e pagine. Quanto al “Dolce domani”, anche per me è stato un film che mi ha segnata per sempre. Quel senso di gelo, e non solo perchè c’era la neve. Niente facile da dimenticare. Bella penna, la tua. Sobria e analitica. A rileggerti.

  16. Flounder Says:

    grazie. grazie mille.
    ultimamente sono purtroppo presa da così tante riflessioni che non riesco a scrivere qualcosa di bello.
    una storia, voglio dire.
    uff.

  17. Lunatik Says:

    è un piacere leggerti.
    per gli occhi (il blog, cosi semplice, così lineare…sembra quasi di sentirne l’odore, della carta, quella che profuma di buono) e per voyeurismo. sì, perchè io in quello che hai scritto mi ci identifico. tanto.

    soprattutto, in questo post…:(
    io è un anno che sto un pò così….ma vabbè.

    leggere è catartico, dopotutto 😉
    e poi, mal comune…….

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