Jasna Gora Loop – Prima parte, estate del 1941, forse

La  chiesa  è  gremita,  c’è  così  tanta  gente  che  si  ha  difficoltà perfino a respirare. Le preghiere e i canti assomigliano a un’onda, è un brusio che investe e solleva, che culla e in parte rasserena.

Ci sono donne, uomini.

Molti piangono, asserragliati sugli inginocchiatoi.

Ci sono bambini. Restano silenziosi, sincronizzano i respiri sullo scorrere delle lacrime degli adulti.

Qualcuno sa, intuisce, e resta silente anche a casa, perduto in giochi sempre uguali. Quelli che non sanno, hanno paura di domandare.

Colei che indica e guida lungo la strada li aspetta ogni giorno, senza interruzione.

Alcuni entrano, si segnano e subito scappano via. Altri rimangono per ore, come a cercare una risposta.

La stella sulla corona ha sei punte.

Forse è questo che attrae anche loro, quelli del ghetto.

Sono giorni difficili, bisogna stare attenti anche alle piccole cose.

La bambina si spinge al santuario ogni giorno, dopo la scuola, insieme al padre.

La riconosci per quell’uniforme blu, pulita e ordinata, con i profili bianchi. Ha un cappellino e i codini scuri.

Li puoi incontrare lì, ogni pomeriggio, la bambina e suo padre.

Con la segreta speranza che nella folla non saranno riconosciuti, che la stella a sei punte sulla corona della Madre miracolosa li ammanti di splendore e li renda invisibili.

Ma negli ultimi giorni le cose stanno diventando più difficili, la gente ha paura.

I più fingono di non sapere, di non conoscere, ma già qualcuno ha levato il dito e ha indicato, ha sussurrato qualche parola di troppo.

Accade un pomeriggio, senza preavviso.

Gli uomini hanno uniformi e armi, oltrepassano la soglia del santuario privi di qualsiasi pietà.

A passo svelto attraversano le navate, scrutano gli occhi velati.

Hanno uno sguardo di rabbia gelida, diagnostico.

Afferrano la bambina per le spalle e quasi sollevandola di peso, la spingono in fondo, dove la sagrestia si apre su uno spiazzale cinto da un muro alto.

La bambina grida, chiama il padre.

Il padre la segue, ma altri due in uniforme lo bloccano, la canna sotto il mento.

Adesso grida anche il padre, con furore e disperazione.

Due di loro inchiodano la bambina al muro, avrà undici o dodici anni, gambe magre e calzine bianche. Mutandine bianche.

Le alzano la gonna e ridono, uno le tira un ceffone.

La bambina non piange più e nemmeno riesce ad accasciarsi: gli uomini sono su di lei, la tengono sollevata, schiena contro la parete. E intanto colpiscono.

Il padre grida e piange. Uno di loro si gira e gli spara.

La bambina è livida e insanguinata, per ogni volta che ha invocato il nome del padre è stata colpita, in un modo o nell’altro.

Adesso tace, col nome del padre incollato tra le labbra.

La portano via, verso un altrove sconosciuto, trascinandola per terra come un sacco.

Nella chiesa la gente si accascia e prega, prega ancora.

Con gli occhi chiusi, per non sapere.

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15 Risposte to “Jasna Gora Loop – Prima parte, estate del 1941, forse”

  1. anonimo Says:

    Dicono che di 40000 che vivevano a Czestochowa ne son rimasti oggi 100. Lo 0,25%. In una modernità impressionata dalle cifre decimali dopo il 99, questo è il segno più tangibile dell’efficienza di quei metodi di sterminio. Una cicatrice che non può rimarginare ancora.

  2. Effe Says:

    lo ammetto, che quell’onda solleva e perde e causa naufragio.

  3. blulu Says:

    non dico niente. cose che ti cambiano la giornata, che fanno apparire i piccoli-medi e grassi crucci nella loro vera dimensione : banali

  4. maurogasparini Says:

    ancora

  5. RobertoTossani Says:

    Questi orrori accaduti e che continuano ad accadere in altri luoghi e altri tempi, ora.
    La voglia di non sapere, di non ricordare, di non conoscere.
    La voglia di non esserci se c’è tutto questo.
    Fingere che a noi non potrà mai capitare, per difenderci.
    Far finta che il dolore e lo strazio siano solo un racconto di altri.
    Salvarci chiudendo gli occhi.
    E andare via.

  6. Flounder Says:

    onesti e fidati e attenti lettori e lettrici di questo blog, io questa storia non la volevo scrivere.
    come ben recita il titolo, è una storia che non conduce da nessuna parte.
    o meglio: è una storia alla Effe.

    ora mi si chiederà: e com’è una storia alla Effe?
    le storie alla Effe sono circolari, hanno fatti che le descrivono esternamente, ma la sostanza è un’implosione interna.

    le storie alla Effe (e mi scusi per la reiterata citazione ad esempio, ma mi pare quanto mai rappresentativa) circoscrivono, creano un cerchio in cui – di volta in volta – si annida il Male, o il Mistero, o la Tragedia o qualsiasi altra cosa che si ha timore di far straripare.

    (Effe, posso diventare la sua critica letteraria ufficiale?)

  7. Effe Says:

    (non so: è una cosa costosa assai?)

  8. Flounder Says:

    (le faccio un trattamento di favore. possibili rateizzazioni)

  9. cybbolo Says:

    attendo il seguito, scarno e tagliente come questa prima parte.
    qualcuno prima di me ha detto che è storia ricorrente.
    in effetti il titolo è pleonastico, puramente identificativo per contestualizzare, ma la trama è eterna dalla Birmania al Sud America passando per l’Africa: è una storia di homo homini lupus, da seguire con attenzione per non perdere proprie coordinate.
    good.

  10. Flounder Says:

    come ben sapete, il male, la paura, sono cose che tendono a propagarsi.
    le storie servono da esorcismo, da tentativo di controllo sulla realtà.
    la narrazione è una forma di ipnosi, è un incantamento che allinea lettere e parole in lungo serpente, lo fa uscire fuori dal cesto, perché tutti lo vedano.
    poi con un ultimo soffio, lo sospinge nel cestino e lo lascia riposare.
    lì il male si assopisce, ma non per questo rinuncia ad esistere.

  11. Gurbj Says:

    ma come fai, mi chiedo, come fai a trovare sempre le parole tu…proprio quelle parole, quelle parole lì…

  12. pennastilo Says:

    Scrivere per contenere una cosa incontenibile. E che, in qualche maniera, è sempre un po’ anche dentro di noi.

  13. aitan Says:

    m’è rimasto dentro il ritmo sincopato delle frasi spezzate

  14. zaritmac Says:

    Guarda, Flou, ero già KO per l’intensità della descrizione. Una cosa come sai solo tu, che ti tira i brividi dalla pelle. Poi il commento numero 10 mi avvolge nelle spire delle parole serpente e sono al tappeto. Da qui guardo il cielo che ci guarda. Ci fissiamo per un po’ negli occhi poi ci scappa da ridere, ma si può? E questa cazzo di cosa della “letterarietà“. Il cielo ci ha vomitato come parole senza insegnarci la strada e senza foglio di istruzioni. Ci scontriamo, ci incontriamo, ci facciamo posto, ci leghiamo, ci sleghiamo, ci coniughiamo e guarda che romanzi escono fuori. Tutti per far leggere il cielo mentre noi lo leggiamo e ci vediamo capovolti nei suoi occhi lucidi e scuri.

  15. Flounder Says:

    gurbj, le parole sono solo l’ultimo passaggio.
    come dice l’amica nostra, ho lo sguardo zoppo: ho bisogno di dettagli ai quali appoggiarmi, di sensazioni fisiche e odori e suoni che mi facciano da puntello.
    ho davanti l’immagine netta, la fisso, la studio. la parola si limita solo a descriverla.

    pennastilo,
    stamattina scrivevo di storie circolari, rotonde. storie di contenimento.
    ma la verità è che nessun cerchio è mai perfettamente chiuso in se stesso.
    se questa storia fosse un film, sarebbe questo film.
    l’ho rivisto da poco e ne sono rimasta incantata, oggi come tredici anni fa.

    aitan,
    è il rumore delle parole nel cerchio.

    zaritmac,
    al circo, al tuo circo, adesso serve un incantatore di serpenti. devi scriverlo subitissimo.

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