Archive for giugno 2007

giugno 27, 2007

Flounder è in manutenzione *

Ci scusiamo con i blogger e i suoi lettori per il disagio temporaneo.

Ti preghiamo di riprovare uno di questi giorni.

 

 

* intervento di cicicì urgente

Ventimila beghe sotto i mari

giugno 26, 2007

Cominciò tutto con la costruzione del porto turistico – forse trent’anni prima – che deviò il corso delle correnti.

Poi d’inverno giunse una mareggiata che nello spazio di due notti ventose rubò le spiagge, i muretti del lungomare, le grandi ville abbarbicate sulle rocce, i giardini.

Non restò nulla.

A poca distanza dal porto un mulinello feroce affondava i gommoni e le piccole imbarcazioni, chi non era esperto veniva risucchiato o sbattuto violentemente sulle scogliere di alabastro tagliente.

Fu intersecata e deviata la rotta dei delfini, che uno dopo l’altro sparirono.

Qualcuno raccontò di piccoli squali, che non si erano mai visti in quelle acque e che avevano dilaniato bagnanti e surfisti.

L’amministrazione comunale, quella che aveva deliberato la costruzione del porticciolo, cadde prematuramente. Né furono mai rieletti, colpevoli di tanta sventura.

La nuova amministrazione cercò di porre riparo alla tragedia e fece portare enormi massi ad argine della furia del mare, costruì lunghissime scogliere parallele alla costa.

Rimase in carica per anni, fino a che le spiagge presero la forma di lingue di sabbia, piccoli triangoli orribili a vedersi.

Poi caddero, per l’odiosa geometria di bagnanti ed elettori isosceli.

L’amministrazione seguente fece portare altri massi e costruì lunghissimi pontili, per proteggere la terra dalle onde trasversali, che avevano perso ogni logica, che non rispondevano ai venti.

Adesso il mare, visto dall’alto, appariva recintato, ingabbiato.

Stagnava tra i riquadri di scogli e lì venivano a morirci pesci e ad incagliarsi alghe.

Caddero anche loro, inciampando sui pennelli soffolti e le carcasse di granchio.

L’amministrazione seguente si servì di una grande macchina che risucchiava la sabbia in mezzo al mare e la sputava verso la costa.

Scrissero un lungo documento denso di parole difficili: multibeam, side scan sonar, sub bottom profiler, rilievi topobatimetrici, ripascimento a sabbie dragate.

Lavorò per due anni di fila, senza mai fermarsi.

La rena raggiungeva la battigia, veniva trattenuta dagli scogli e si accumulava, le spiagge poco a poco si riformavano, le recinzioni al mare sparivano, l’arco sabbioso recuperava l’antica bellezza.

Ricomparvero gli ombrelloni e i secchielli. Qualcuno abusivamente si appropriò di scampoli di terra e vi piantò delle palme,  ne fece giardino privato.

La nave che sparava la sabbia lavorava a ritmo continuo e un po’ alla volta, in mezzo al mare, apparve un’altra città, una sorta di atlantide sprofondata chissà quanti secoli prima. Dapprima lontana, poi sempre più vicina, e una lingua sottile di sabbia consentiva di passeggiare tra le acque e arrivare alla città emersa.

Aveva mura corrose e stanze umide.

Infissi divorati dal sale e gallerie scavate nelle rocce.

Era bella, così bella che le agenzie immobiliari della costa vi installarono immediatamente i propri uffici e se ne appropriarono, come un relitto in mezzo al mare.

Iniziarono a vendere e a fare profitti.

C’era poco tempo.

La nave sparasabbia in breve tempo avrebbe riempito ogni spazio d’acqua e la città emersa si sarebbe riattaccata alla costa.

Tutti quelli che possedevano ville in riva al mare, panoramiche e con vista tramonto e orizzonte, si sarebbero trovati in seconda, terza, quinta fila, la città emersa a far loro da schermo e paravento.

In breve tempo fu tutto terra, il mare diventò lontano.

Bisognava percorrere chilometri per arrivare a rivederlo, oltre la città emersa.

Fu allora che ricomparve la vecchia amministrazione. Erano ormai vecchi, i visi percorsi dalla rughe.

Attraversarono il paese con sguardo da saggi. Superarono la città emersa e si stagliarono davanti al nuovo orizzonte.

Qui bisogna costruire un porto turistico, dissero. Fu il loro programma.

E vennero eletti, quasi un plebiscito.

Ma come fanno i marinai. (Post lunghissimo sulle differenze tra i blogghèr e gli scrittori veri)

giugno 25, 2007

Napoli,  una domenica di giugno, trentasei gradi di sole a picco.  E qui si gioca la prima differenza tra il blogghèr e lo scrittore vero, lavorando il primo nel freschetto di casa sua, con un google a portata di mouse,  e scendendo attivamente sul campo l’altro.

Anzi, è già la seconda differenza.

La prima consiste nel fatto che il blogghèr scrive quando e se ne ha voglia, rispondendo solo ai propri meccanismi compulsivi interni, mentre lo scrittore vero un giorno viene chiamato da un quotidiano che gli dice: senta, lei, dovrebbe scriverci un racconto su questo tema per una serie di storie che pubblicheremo quotidianamente nel paginone centrale. Vada e si sbrighi, che non c’è tempo da perdere.

E qui mi inserisco io, che essendo amica dello scrittore vero colgo la palla al balzo e dico: voglio esserci, voglio essere testimone dell’atto creativo, voglio documentare attimo per attimo la genesi di un racconto, il suo sviluppo.

Lo scrittore vero non è tanto convinto, cerca di dissuadermi: ma guarda che io divento un orso, ho bisogno di concentrazione, di sapere di non dover essere di compagnia.

Ma io sono irremovibile, voglio seguire lo scrittore vero, calpestare i suoi passi, guardare con i suoi occhi. Voglio essere l’ombra dello scrittore vero, vedere come soffre, come si tormenta, intuire i guizzi mentali. Voglio sapere come suda uno scrittore vero, che faccia fa quando cerca un dettaglio, sapere come si vive senza Google.

Partiamo, io e lo scrittore vero, alla volta del museo di Capodimonte, dove si ambienta la vicenda.

Nello zainetto egli ha con sé un paio di mappe stradali, una serie di fogli, svariate penne e due o tre trame. Indossa bermuda azzurri e calza sandali sportivi. Ma soprattutto ha lo sguardo animato da una vis scrittoria che non ammette deroghe o intralci.

La storia che si va a costruire – e di cui per ragioni di privacy non verranno forniti dettagli – ha al centro una donna e un quadro.

La donna, di cui ignoriamo ancora il nome, ha il compito di recarsi al Museo partendo dalla strada che congiunge la Sanità al bosco. Strada che noi percorriamo a ritroso, una volta in discesa, al ritorno in salita. Un caldo di pazzi.

Non avendo lo spirito da scrittrice vera calzo delle carinissime infradito che dopo mezz’ora mi provocano una serie di piaghe doloranti. Ma è nulla, in confronto al dolore della scrittura, del parto letterario, quindi sto zitta e stoicamente sopporto (la scarpa è il terzo punto di differenza tra lo scrittore vero e il blogghèr).

Lo scrittore vero annota numeri civici, traccia uno schizzo dell’edicola votiva con una Madonna e un Bambino dagli occhi inquietanti, di un blu e una vacuità assolutamente identici a quelli del Villaggio dei dannati.

Entriamo in un palazzo che sembra una fortezza, dalle spesse pareti di tufo, con scaloni pericolanti che si intersecano, dove pare impossibile che possano viverci delle famiglie. E invece è proprio lì che abiterà la nostra protagonista.

Una signora affacciata al balcone chiede: chi andate trovando?

Nessuno, signora, nessuno. Siamo qui per curiosare.

L’altra vicina interviene di rimando: che vanno trovando?

La dirimpettaia risponde sicura: ‘o giuvinotto scrive, adda essere ‘ngigniere.

(Nei quartieri popolari e un po’ degradati la letteratura è reato. Ignorando le pene previste, ci manteniamo in incognito)

Risaliamo al bosco di Capodimonte: sui prati è pieno di cingalesi, ragazzini che giocano a pallone e bambine che fanno le fotografie della Prima Comunione, accompagnate da parenti chiattissime, con abiti trash e vagamente sadomaso.

La nostra protagonista viene spesso qui, si siede su una panchina all’ombra e poi entra nel Museo, misteriosamente attratta da questo quadro. Giuditta e Oloferne, di Artemisia Gentileschi.

C’è qualcosa di ambiguo nella personalità della Gentileschi. Subì uno stupro da parte di un amico del padre e suo principale committente. A lei si ascrive la prima testimonianza femminile in un processo per violenza carnale che durò diversi mesi e che vide la condanna dell’uomo, seppure per un periodo brevissimo.

Ci sono luci ed ombre in questa tela: una morbidezza delle vesti e dei seni che contrasta con l’efferatezza del delitto.

Non è strano, se si pensa che la stessa Gentileschi non disdegnò per un momento l’ipotesi di un matrimonio riparatore con il suo carnefice. Matrimonio che non fu mai celebrato perché l’uomo era già sposato.

Non c’è violenza nel viso, nell’espressione, ma il volto di Giuditta, messo parzialmente in ombra, sembra composto da due metà diverse, non componibili.

Lo sguardo di Oloferne è quasi rassegnato, come di inevitabilità, senza sorpresa (su questo punto lo scrittore vero e la bloggheressa non trovano accordo).

Ed è per questo che piace alla nostra protagonista, che come guardandosi allo specchio cerca una catarsi, un riscatto da qualcosa che la lacera e di cui non è pienamente consapevole.

Aspettiamo pazientemente – e molto sudati – che si facciano le due, ora in cui scatterà la riduzione del prezzo del biglietto, e nel frattempo ci intratteniamo con il custode per sapere se esistano accessi secondari al museo, da cui la nostra si introduce di soppiatto per cercare qualcosa nel quadro.

Il custode nega, gli facciamo altre domande, cerchiamo varchi nella sua ritrosia. Forse pensa che siamo ladri e progettiamo un colpo.

Alla fine confessiamo e gli spieghiamo il perché.

Ma lei, se conoscesse una signora del quartiere che viene quasi tutti i giorni per vedere questo quadro – e solo questo – la farebbe entrare senza pagare il biglietto?

Il custode pare finalmente comprendere e risponde: sì, per esempio se fosse anziana. Ma non lo dite a nessuno.

Alle due in punto siamo alla biglietteria per immedesimarci nello sguardo di Anna, Giovanna o Patrizia alla vista del quadro, per affondare nei suoi ricordi, per cercare di comprendere il suo tormento.

Ci arriverà da destra o da sinistra?

Quale luce la colpirà?

Ci sarà un divanetto nella sala?

Come la guarderà la gente durante la sua lunga contemplazione?

Saliamo ansiosi.

Ma il quadro non c’è: è in esposizione a Washington e non tornerà presto.

C’è un punto in cui la bloggeressa e lo scrittore vero concordano: la necessità del rimborso del biglietto.

Scendiamo, esponiamo le nostre ragioni e miracolosamente ci rimborsano.

Fuori il sole è cocente, la delusione pure: è possibile la catarsi o non sarebbe stato meglio andare al mare?

Tornano a casa, lo scrittore vero e la bloggheressa.

Lui si sistema col portatile in terrazza, lei siede al suo pc.

Lui scrive la sua storia, lei pure.

Per un attimo le loro vite si incontrano, davanti a una fresella con pomodori e tonno (un quarto punto di differenza è nel fatto che il blogghèr ha bisogni primari ineludibili, mentre lo scrittore vero li sublima).

Poi cade la notte.

Lo scrittore vero sognerà il paginone, la bloggheressa i commenti (che sembra un’ultima differenza, ma in fondo è la stessa cosa)

Avanti popolo. Ma no, la prego, passi prima lei. (Post che sembra serio e un poco – forse – lo è)

giugno 21, 2007

Allora qua devo partire da molto lontano.

Devo partire da uno di quei testi che  mi hanno fatto da guida, da binario. Che mi hanno offerto una chiave interpretativa del mondo che poi si è spinta molto oltre. Non è un romanzo d’amore e neppure un testo religioso. E’ L’estetica della politica negli anni ’30, di George Mosse, scoperto a diciannove anni con molto più entusiasmo di quando scopri il sesso (che ognuno ha le sue perversioni, si sa).

Modalità di creazione del consenso politico e dell’aggregazione al potere durante il nazifascismo,  mediante l’istituzione di liturgie precise, fatte di feste, commemorazioni, adunate, parate, eventi sportivi, simboli. Il grande coinvolgimento dell’architettura nel costruire spazi ampi atti a contenere le masse, a dar loro unità, ordine e senso di appartenenza: strade, piazze, stadi monumentali.

E poi l’importanza del numero, del grande numero. Il numero è quel fattore che oltre a definire la normalità di qualcosa, ribadisce anche l’assoluta necessità di ciò che sta a testimoniare. Non a caso il Berlusconi nel parlare di portare in piazza le folle, non fa appello a contenuti o valori, ma al numero.

Come dice il mio amico Corrado – e questa è una delle possibili letture dell’espressione – la reiterazione è il segno del divino. E dunque il ripetersi di queste grandi celebrazioni di massa non fa che confermare una sorta di divinità del potere, travestito con attributi laici, ma profondamente religioso, in quanto alle modalità di attuazione.

E tuttavia pure un poco spaventato, giacché la democrazia tende alla frammentazione e impone simboli collante.

Dunque il numero è espressione del consenso, su questo ci siamo.

Adesso la seconda questione è che la grande città ha grandi numeri e grandi spazi, la provincia no.

Per certi versi è dunque più facile aggregare i soggetti di un piccolo territorio, ma, per certi altri versi, il rischio è quello di formare piccoli nuclei che, lontani dal potere centrale e dai grandi numeri, si autonomizzino, si autarchizzino.

Ed è così che in una piccola città di provincia, che di fatto è anche un non-luogo, parzialmente negato alle mappe del potere, accade che una moltitudine spontanea si aggreghi e si pieghi in due dalle risate, sbeffeggiando i simboli e sostituendone altri dotati di un’incidenza lieve e al tempo stesso profonda.

Insomma, per non tirarla troppo per le lunghe, io ieri sera sono stata ad ascoltare Francesco Forlani nella presentazione del Manifesto del Comunista Dandy, di cui avevo già postato un estratto giorni addietro.

Se capita dalle vostre parti o se avete un amico libraio che organizza eventi, non esitate ad andarci o a proporglielo. Non è la presentazione di un libro, no, è molto di più.

E’ uno spettacolo geniale, caleidoscopico. Uno spettacolo che a mio avviso potrebbe  essere ripensato come tale e arricchito di altri frammenti, un musicista balcanico, il coro delle voci bulgare, un nano da giardino, un domatore con i baffi, una coppia di colombi ammaestrati, un generale del KGB in reggicalze.

Diverse le reazioni del pubblico.

Il signore alla mia destra mi ha sussurrato: ma questo ci sta prendendo in giro?

La signora alla mia sinistra, compita e con un figlio appena adolescente, ha commentato: mio figlio ride, capite? Ha tredici anni e ride.

La poetessa russa (la poetessa russa ha qualcosa di bello in sé, è una figura mitologica. Scusa, tu che fai nella vita? Io faccio la poetessa russa. Come poter aggiungere altro?)  invitata a leggere qualcosa, è stata presa dal panico. Le ho detto: inventa, recita la poesia della prima elementare.

Mi ha risposto: non posso, non sono mediterranea e improvvisatrice come voi.

A metà dello spettacolo (posso dire che è uno spettacolo, effeeffe, posso dirlo, ti prego?) Luca il Vichingo (ve lo ricordate Luca il Vichingo quando arrivava fuori all’università con la moto, le borchie e i lunghi capelli biondi legati a coda? No? Nemmeno io, per la verità, ma tant’è, il mito si costruisce anche grazie a chi non c’era ma in qualche modo sa e testimonia, sa per sentito dire e crede, crede. Come si è creduto al socialismo, al welfare state e alla liberazione sessuale: chi li ha mai visti veramente?) serve il cockail Oblomov.

Si pronuncia A’blo’mof, così redarguisce la Petrova dagli zigomi belli.

Si prepara un succo di menta amaro, con un miliardo di foglie pestate e filtrate, acqua liscia e un limone ogni due litri. Poi si mescola a vodka e peperoncino e altre foglie di menta. Il peperoncino, messo a contatto con l’alcool scatena qualcosa che non potete immaginare, soprattutto se fuori ci sono trentacinque gradi.

Se avete delle voglie, ve le potenzia, se non le avete, ve le fa passare per sempre. Pericolosissimo.

Sulla seconda parte interviene senza preavviso un Gianni d’Argenzio, storico sassofonista apparentato con gli Avion Travel, che segue il monologo forlanesco con una sordina appropriata, in cui mischia la sirena della polizia a Era de maggio, Quarantaquattro gatti e a un Coltrane vibrante.

Non siamo un grande numero, no. Ma siamo un numero giusto. E poiché siamo Comunisti Dandy non ci saranno parate militari a seguire, né cambi della guardia, ma solo una grande abbuffata con le ricette tratte da qui.

Perché la Rivoluzione non si improvvisa.

E nemmeno la si può fare a stomaco vuoto.

Parlare d'amore? Ma va là.

giugno 19, 2007

Lemme nel lemma mi incammino

giacché a volte parlare d’amore non si addice

non conviene

non induce

né deduce

non inferisce

non trasferisce

(non serve a niente, per dirla in breve)

Di cosa vivere, dunque, privi d’allegoria e di segni?

Di cosa, costretti alla ripetizione

di un quanto(forse)tamo ridotto ad olofrase

che neanche un indovino indiano saprebbe interpretare?

Sempre più lemme nel di-lemma mi incammino

e in assoluto silenzio – d’assenza di metafora e struttura –

penso e mi dico: potrei scegliere di innamorarmi di un bagnino?

(di un imbianchino, uno stagnino – fate voi – di un camionista

dal braccio tatuato e il rutto incorporato

di un commerciante laido, tutto calcoli e libri paga

di un notaio livoroso, dal capello untuoso e sentimentalmente neghittoso?

O di un altro agente immobiliare

che pur avendo letto Ovidio

nulla ha imparato e mi ha costretto a divorziare?)

Oppure mettiamoci d’accordo sul linguaggio:

per ogni allegoria ti do/mi dai un bacino,

e per ogni figura retorica un bicchiere di vino ed un panino

poi quando è notte, complice un lumino,

ti abbraccio stretto stretto nel mio letto.*

*(trattandosi del blog di una signora mamma di famiglia, l’ultimo verso è stato modificato nel rispetto della vigente normativa sulla tutela dei minori)

Kitchen – Per un manifesto dell'amore culinario

giugno 18, 2007

Non è nel rallentare e sfumare della passione in altre nuances, che si individua la fine del sentimento, né nell’ampiezza dei silenzi che si insinuano tra le persone.

(Paul Valéry scriveva che il ritmo è una successione di atti e che i silenzi stessi sono atti necessari al tempo e alla creazione del ritmo)

La fine del sentimento è visibile nella rinuncia ai gesti, non nella loro trasformazione.

Si dà nella mancanza di voglia di nutrire l’altro, concretamente e simbolicamente.

Ma se anche i tuoi sentimenti fossero sconfinati, la solitudine è manifesta quando non hai nessuno per cui cucinare e al quale svelare i tuoi umori, una portata dietro l’altra, un giorno dopo l’altro.

L’assenza di fornelli è la tomba dell’amore.

T'ao, pio b'oe (antica poesia ermetica cinese, ispirata alla vita rurale nell'epoca Tang)

giugno 15, 2007

Io  l’altro  ieri sera  a casa mia  ho organizzato una non-cena con una serie di non-ospiti blogger napoletani.

Ho preparato un non-risotto agli agrumi, un non-pasticcio di baccalà con dei non-fagiolini e una non-torta al limone.

C’era anche dell’ottimo non-Kratos, un vino della costa cilentana che è stato non-stappato.

E’ inutile che vi dica che rimettere tutto a posto è stato facilissimo: c’erano non-piatti da lavare e una non-tavola da sparecchiare, per non parlare dei non-ospiti che si sono non-accasciati sul divano in preda alla sbronza.

Così facile che in due minuti ho finito e sono uscita a bere una birra con Corrado, in mezzo ai giardinetti. Proprio una birra vera, fredda fredda.

E c’erano pure le arachidi ricoperte da una schifezza piccante, buonissime.

Poi quando sono tornata a casa mi sono detta che finché c’è il pensiero di qualcosa, il Nulla non esiste, non può esistere, che il Tutto non può avere un suo contrario nel Niente, e che anche quando diciamo Niente, in realtà è sempre un Qualcosa. Non si sa bene cosa, ma Qualcosa.

Ma adesso è troppo complicato da spiegare, e dunque fidatevi sulla parola, per quanto confusa.

Se la mia non vi basta, credete a  Parmenide, con quel fatto là dell’essere e del non-essere, oppure ad Hanging Rock e il Tao.

E poi lo dicono pure questi qua.

Cose di tutti i giorni

giugno 14, 2007

Allora siamo state una mezz’oretta in libreria, io e mia figlia. Lei seduta per terra a sfogliare i libricini, e viene sempre una commessa nuova, l’ultima arrivata e le dice: bimba, qui i libri non si possono toccare.

Lei sgrana tanto d’occhi, e gli altri commessi e la proprietaria intervengono: lei sì, lei può.

Che la figlia mia è una che se va nei  supermercati è capace di rimettere a posto tutti gli sciampi, le scatolette e le cose messe in disordine dagli altri, è delicata, non rompe nulla.

Così che mentre lei sfogliava i libricini io ho dato uno sguardo a tutta quella manualistica che non comprerò mai, ma mi diverte leggere a scrocco. Che so, “Le ragazze cattive vanno in paradiso, le buone al ministero”, o certi altri titoli, tipo “Come farsi sposare da un miliardario ed essere comunque infelice ma non darlo a vedere”, “Stronze in ventiquattr’ore, sei minuti e trentuno secondi”, “Ascolta la tua voce interiore e poi mandali tutti affanculo”, “Lo zen e l’arte del concubinaggio”. Cose così, insomma. Pratiche e utili.

Poi siamo uscite e abbiamo recuperato la nonna. Cioè mia madre, che nel frattempo si era abboccata col farmacista. In senso buono, ovviamente. Facevano l’esegetica del bugiardino di un farmaco. Lei cercava di applicare il principio di non-contraddizione agli effetti collaterali, lui cercava di tenerle testa contrapponendo un tentativo di unità di luogo, tempo e azione relativamente alla posologia, ma aveva la faccia di uno che pensava: signo’, ma che vulite ‘a me?

Vabbè. Proseguiamo la passeggiata e incontriamo una tipa che non vedevamo da molti anni, con tanto di passeggino e nipote minuscolo.

E smuck smuack come state che dite che fate vostro marito come sta questa è la figlia vostra gesù e questa è la nipotina comm’è bella e quanti anni?

E lì la signora ha aperto il rituale: signora, ma tenete solo questa qua?

Sì.

E ci vuole un fratellino.

Sì, lo farò.

Ma lo dovete fare subito, che la bambina se no resta sola.

Va bene, lo farò quanto prima.

Ma fatene due.

Sì, lo assicuro.

No perché se non lo fate adesso, poi ve ne pentite.

E allora ho perso la pazienza. Ma sempre calma calma. Solo che credo di essere stata davvero troppo dura, perché alla signora sono venute le lacrime agli occhi e mi mostrava il braccio: signora, perdonatemi, mi è venuta la pelle d’oca.

E lì avrebbe inaugurato un secondo repertorio, fatto di mi dispiace e non credevo e scusatemi, ma io sono stata più lesta e le ho mostrato il braccio mio. Signora, pure a me mi viene la pelle d’oca, non vi pigliate collera.

Al ritorno mia madre ha detto: ma come puoi essere così?

Così come?

Così antipatica.

Antipatica? Alla prossima racconto direttamente che mi hanno tolto l’utero, la faccio vergognare fino alla cima dei capelli.

La mia bisnonna faceva la fornaia.

Quando entrava qualcuno che le era antipatico e chiedeva del pane, lei rispondeva: non ce n’è.

Ma come, il negozio è pieno.

Sì, ma per voi non ce n’è. Non ce n’è.

Che la genetica non è un’opinione, no.

Lost in Thoughts. Lost in Translation. Lost in Categories.

giugno 12, 2007

Alle tre meno otto minuti, senza aver mangiato, senza aver bevuto, seduta da circa quattro ore, con un’impellente e improrogabile voglia di far pipì, penso che potrei vedere la Madonna senza stupirmi. E invece no, molto di più. Penso che lui in fondo sia in assoluto l’uomo più sexy incontrato finora. Lo penso davvero. E’ il primo segno preoccupante di dissociazione dalla realtà. Prendo il telefono per mandare un sms ad Hanging – solo lei può comprendere la gravità del mio pensiero e ricondurmi alla normalità – ma una serie di messaggi che mi informano delle ripetute chiamate del mio capo mi fanno riporre il telefono in borsetta, dove lo dimenticherò volutamente per ore, insonorizzato.

Riprendo coscienza di me e mi sforzo di concentrarmi sul vaniloquio mal tradotto dell’imprenditrice russa, arrivata tra noi all’esito di una notte brava, testimoniata dal viso sfatto, dallo sguardo rapace dell’imprenditore calvo che di tanto in tanto fa sparire una mano sotto il tavolo e da una mise che nemmeno a una prima della Scala.

Alle tre meno sette minuti penso con rammarico che se in alcuni contesti sono sufficienti una scollatura e un pompino, allora il mondo si regge davvero sul niente. Contemporaneamente penso con altrettanto rammarico che se in altri contesti il trasporto non significa niente, allora ci dev’essere un errore nelle categorie. Non so se dell’agire o del sentire. Indecisa sulla classificazione epistemologica, mi tiro un po’ su il bordo del vestito e intanto penso che è assurdo aspettare l’arrivo dell’estate e poi morire di freddo per colpa dell’aria condizionata.

Alle tre meno sei minuti l’imprenditrice russa continua a snocciolare ovvietà. Penso che se è vero che un minuscolo territorio come il nostro può dare l’assalto alla grande madre Russia, con le sue quasi novanta regioni e i milioni e milioni di abitanti, e la tundra, e le steppe, e conquistarlo tutto, allora io posso seriamente pensare di imparare a volare. Poi mi viene in mente una scena di un libro – lo so qual è, è la Vision del ahogado, di Millàs – non mi ricordo esattamente di che parla, ma c’è un guasto in metropolitana, piove a dirotto e questo tizio che viene perseguitato dalla polizia e da un assurdo destino, colpevole di qualcosa che non ha commesso, forse un errore di gioventù, una cattiva scelta, ma è qualcosa di interiore, senza alcun confronto con la realtà, però intanto la polizia lo cerca e l’acqua sale, sale. E lui affoga in se stesso.

Alle tre meno cinque minuti ho chiara e netta la sensazione di trovarmi nella più grande crisi lavorativa di tutta la mia esistenza, mai prima d’ora così intensamente. Riprende la parola il Direttore Generale del Ministero, che ha un timbro caldo e profondo e mi riporta a quel giorno di quindici anni fa, quando decise che ero assolutamente adatta a questo lavoro, dopo prove su prove e un’ora e mezza di colloquio. E invece io pensavo di essere totalmente adatta a restare seduta a una scrivania a occuparmi di come si forma il consenso politico, dei simboli esteriori del potere, dei sistemi propagandistici, della psicologia delle masse, della manipolazione occulta nascosta nei libri scolastici. Mi chiedo a cosa sia adatta oggi, e non mi voglio rispondere. Allora gli rivolgo un piccolo pensiero d’odio e un benevolo sorriso di circostanza.

Alle tre meno quattro minuti chiedo al mio vicino di sedia – l’unico uomo al quale conceda mentalmente il lusso di portare le iniziali ricamate sulla camicia – dove andrà in vacanza. Mi risponde che si sposa e andrà in viaggio di nozze in Australia. Mando un pensiero tenero al mio capo, la cui figlia si sposa dopodomani, provocandogli una crisi di senilità al pensiero che possa diventare nonno in breve tempo e distruggere un mito autoalimentato di fascino e seduzione. Lo immagino ai giardinetti, manina a manina col nipotino, che racconta a una serie di baby sitter ucraine di esserne il padre. Poi il bimbo dice: nonno, e lui lo fulmina con lo sguardo. Rido, rido da sola.

Alle tre meno tre minuti un signore seduto qualche sedia più là mi fa pervenire un bigliettino. C’è scritto: sono l’Ing. D. E tanti cazzi, gli vorrei rispondere. Invece gli scrivo un bigliettino pure io e gli dico: ah, piacere, finalmente ci conosciamo. Quando finisce la riunione, magari ci raccordiamo.

Alle tre meno due minuti mi viene in mente un fatto che ho letto da qualche parte. Ha a che fare con gli addii. No, con le assenze. No, con qualche altra cosa. Non riesco a ricordarmi dove l’ho letto. Forse Roland Barthes, forse no. Insomma, il fatto, in sintesi, è che ogni assenza, ogni distanza, comporta una scelta: o muore  colui in preda allo struggimento amoroso, o muore l’altro. E’ una scelta di sopravvivenza: nell’assenza la coesistenza è impossibile, uno dei due deve essere annientato, fino a nuovo ordine. Più o meno era così. E poi c’era pure un’altra cosa, che ha che fare con il nascondere, ma questa è più bella e ci dedico una scrittura a parte. Prendo un appunto sull’agenda, come un fatto di vita o di morte.

Alle tre meno un minuto sento il mormorio dell’interprete russa in sottofondo. C’è stato un momento della mia vita in cui avevo sognato di fare la traduttrice. Io, un libro e il flusso delle parole, la musica, i rimbalzi. Penso che la legge Bassanini, oltre a dare autonomia alle Regioni, avrebbe dovuto prevedere che tutte le riunioni si tengano in dialetto. Io avrei potuto fare l’interprete. Penso che da ragazza volevo tradurre i lirici greci in napoletano, penso che non l’ho mai fatto. Penso che la gente ha paura di utilizzare la parola schema, temendo la rigidità, e che invece in greco schema indica il corpo in movimento. Indica qualcosa in vita, una situazione dinamica. Penso che quando parliamo a volte non ci capiamo o che crediamo di capirci, ma invece la sostanza è diversa. Penso che in assenza di certezze, la parola si fa segno da divinare. Penso che voglio un caffè e voglio leggere nei fondi.

Alle tre in punto mi alzo e me ne vado, senza preavviso. Il Direttore megagalattico mi afferra amichevolmente per il polso: dove va?

Me ne vado, ho da fare.

Indico il mare di fronte a noi, la scogliera bianca, il sole.

Ho da fare in ufficio, aggiungo.

In auto scelgo la musica per giocare un po’ con le parole. Che forse trovo poi ‘nu poco ‘e pace.

Transparencias

giugno 9, 2007