Ma come fanno i marinai. (Post lunghissimo sulle differenze tra i blogghèr e gli scrittori veri)

Napoli,  una domenica di giugno, trentasei gradi di sole a picco.  E qui si gioca la prima differenza tra il blogghèr e lo scrittore vero, lavorando il primo nel freschetto di casa sua, con un google a portata di mouse,  e scendendo attivamente sul campo l’altro.

Anzi, è già la seconda differenza.

La prima consiste nel fatto che il blogghèr scrive quando e se ne ha voglia, rispondendo solo ai propri meccanismi compulsivi interni, mentre lo scrittore vero un giorno viene chiamato da un quotidiano che gli dice: senta, lei, dovrebbe scriverci un racconto su questo tema per una serie di storie che pubblicheremo quotidianamente nel paginone centrale. Vada e si sbrighi, che non c’è tempo da perdere.

E qui mi inserisco io, che essendo amica dello scrittore vero colgo la palla al balzo e dico: voglio esserci, voglio essere testimone dell’atto creativo, voglio documentare attimo per attimo la genesi di un racconto, il suo sviluppo.

Lo scrittore vero non è tanto convinto, cerca di dissuadermi: ma guarda che io divento un orso, ho bisogno di concentrazione, di sapere di non dover essere di compagnia.

Ma io sono irremovibile, voglio seguire lo scrittore vero, calpestare i suoi passi, guardare con i suoi occhi. Voglio essere l’ombra dello scrittore vero, vedere come soffre, come si tormenta, intuire i guizzi mentali. Voglio sapere come suda uno scrittore vero, che faccia fa quando cerca un dettaglio, sapere come si vive senza Google.

Partiamo, io e lo scrittore vero, alla volta del museo di Capodimonte, dove si ambienta la vicenda.

Nello zainetto egli ha con sé un paio di mappe stradali, una serie di fogli, svariate penne e due o tre trame. Indossa bermuda azzurri e calza sandali sportivi. Ma soprattutto ha lo sguardo animato da una vis scrittoria che non ammette deroghe o intralci.

La storia che si va a costruire – e di cui per ragioni di privacy non verranno forniti dettagli – ha al centro una donna e un quadro.

La donna, di cui ignoriamo ancora il nome, ha il compito di recarsi al Museo partendo dalla strada che congiunge la Sanità al bosco. Strada che noi percorriamo a ritroso, una volta in discesa, al ritorno in salita. Un caldo di pazzi.

Non avendo lo spirito da scrittrice vera calzo delle carinissime infradito che dopo mezz’ora mi provocano una serie di piaghe doloranti. Ma è nulla, in confronto al dolore della scrittura, del parto letterario, quindi sto zitta e stoicamente sopporto (la scarpa è il terzo punto di differenza tra lo scrittore vero e il blogghèr).

Lo scrittore vero annota numeri civici, traccia uno schizzo dell’edicola votiva con una Madonna e un Bambino dagli occhi inquietanti, di un blu e una vacuità assolutamente identici a quelli del Villaggio dei dannati.

Entriamo in un palazzo che sembra una fortezza, dalle spesse pareti di tufo, con scaloni pericolanti che si intersecano, dove pare impossibile che possano viverci delle famiglie. E invece è proprio lì che abiterà la nostra protagonista.

Una signora affacciata al balcone chiede: chi andate trovando?

Nessuno, signora, nessuno. Siamo qui per curiosare.

L’altra vicina interviene di rimando: che vanno trovando?

La dirimpettaia risponde sicura: ‘o giuvinotto scrive, adda essere ‘ngigniere.

(Nei quartieri popolari e un po’ degradati la letteratura è reato. Ignorando le pene previste, ci manteniamo in incognito)

Risaliamo al bosco di Capodimonte: sui prati è pieno di cingalesi, ragazzini che giocano a pallone e bambine che fanno le fotografie della Prima Comunione, accompagnate da parenti chiattissime, con abiti trash e vagamente sadomaso.

La nostra protagonista viene spesso qui, si siede su una panchina all’ombra e poi entra nel Museo, misteriosamente attratta da questo quadro. Giuditta e Oloferne, di Artemisia Gentileschi.

C’è qualcosa di ambiguo nella personalità della Gentileschi. Subì uno stupro da parte di un amico del padre e suo principale committente. A lei si ascrive la prima testimonianza femminile in un processo per violenza carnale che durò diversi mesi e che vide la condanna dell’uomo, seppure per un periodo brevissimo.

Ci sono luci ed ombre in questa tela: una morbidezza delle vesti e dei seni che contrasta con l’efferatezza del delitto.

Non è strano, se si pensa che la stessa Gentileschi non disdegnò per un momento l’ipotesi di un matrimonio riparatore con il suo carnefice. Matrimonio che non fu mai celebrato perché l’uomo era già sposato.

Non c’è violenza nel viso, nell’espressione, ma il volto di Giuditta, messo parzialmente in ombra, sembra composto da due metà diverse, non componibili.

Lo sguardo di Oloferne è quasi rassegnato, come di inevitabilità, senza sorpresa (su questo punto lo scrittore vero e la bloggheressa non trovano accordo).

Ed è per questo che piace alla nostra protagonista, che come guardandosi allo specchio cerca una catarsi, un riscatto da qualcosa che la lacera e di cui non è pienamente consapevole.

Aspettiamo pazientemente – e molto sudati – che si facciano le due, ora in cui scatterà la riduzione del prezzo del biglietto, e nel frattempo ci intratteniamo con il custode per sapere se esistano accessi secondari al museo, da cui la nostra si introduce di soppiatto per cercare qualcosa nel quadro.

Il custode nega, gli facciamo altre domande, cerchiamo varchi nella sua ritrosia. Forse pensa che siamo ladri e progettiamo un colpo.

Alla fine confessiamo e gli spieghiamo il perché.

Ma lei, se conoscesse una signora del quartiere che viene quasi tutti i giorni per vedere questo quadro – e solo questo – la farebbe entrare senza pagare il biglietto?

Il custode pare finalmente comprendere e risponde: sì, per esempio se fosse anziana. Ma non lo dite a nessuno.

Alle due in punto siamo alla biglietteria per immedesimarci nello sguardo di Anna, Giovanna o Patrizia alla vista del quadro, per affondare nei suoi ricordi, per cercare di comprendere il suo tormento.

Ci arriverà da destra o da sinistra?

Quale luce la colpirà?

Ci sarà un divanetto nella sala?

Come la guarderà la gente durante la sua lunga contemplazione?

Saliamo ansiosi.

Ma il quadro non c’è: è in esposizione a Washington e non tornerà presto.

C’è un punto in cui la bloggeressa e lo scrittore vero concordano: la necessità del rimborso del biglietto.

Scendiamo, esponiamo le nostre ragioni e miracolosamente ci rimborsano.

Fuori il sole è cocente, la delusione pure: è possibile la catarsi o non sarebbe stato meglio andare al mare?

Tornano a casa, lo scrittore vero e la bloggheressa.

Lui si sistema col portatile in terrazza, lei siede al suo pc.

Lui scrive la sua storia, lei pure.

Per un attimo le loro vite si incontrano, davanti a una fresella con pomodori e tonno (un quarto punto di differenza è nel fatto che il blogghèr ha bisogni primari ineludibili, mentre lo scrittore vero li sublima).

Poi cade la notte.

Lo scrittore vero sognerà il paginone, la bloggheressa i commenti (che sembra un’ultima differenza, ma in fondo è la stessa cosa)

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43 Risposte to “Ma come fanno i marinai. (Post lunghissimo sulle differenze tra i blogghèr e gli scrittori veri)”

  1. anonimo Says:

    E poi lo scrittore vero è andato ad un concerto con gli amichetti suoi, raccontando particolari piccantissimi dell’incontro con la bloggher chiattulella e vagamente giovanile che avrebbe fatto bene a venire pure lei!

  2. anonimo Says:

    p.s.
    agli amichetti è venuto il dubbio che i particolari piccantissimi fossero molto inventati…

  3. Flounder Says:

    senti, la bloggheressa chiattulella e vagamente giovanile è un tipo
    (che è la terza offesa grave che si possa fare a una donna).

    in compenso gli amici suoi sono una manica di scornacchiati!

  4. cybbolo Says:

    qualcuno ciurla nel manico facendo troppa ‘letteratura’…;-)))

  5. Flounder Says:

    e invece no, il particolare piccantissimo c’è.

    Adele: un nome, una gengiva -D

  6. Flounder Says:

    cyb, sono anni che qui sosteniamo che la letterarietà o è strumento di seduzione o è poderoso antierotizzante.

    ci sono casi in cui è fortemente controindicata.

  7. anonimo Says:

    forse ci leggo dell’ironia in questa ripetizione di “scrittore vero”.
    e se l’ho letta per sbaglio allora sta cosa mi ha fatto ridere cmq, lo “scrittore vero”.
    che non usa google.
    che va in giro con le mappe e che ha necessità di usare nomi reali di strade.
    che poi basta usare google, per esempio.
    c’è una differenza reale, in tutto questo ironico “scrittore vero” e blogheressa. il primo scrive e basta, il secondo aspetta che gli giri di farlo.
    ma non tutti i bloggher scrivono su ispirazione, tipo me.
    vabbeh.
    forse non ho capito bene il senso del post, fatto sta che la fine della storia è un po’ uno spreco.
    tutti a casa propria… ma dico, io!

  8. Flounder Says:

    c’è dell’ironia, sì. ma non nel senso di sfottere lo scrittore vero, che tutti noi amiamo e stimiamo molto.
    è più nello sfottere quell’opinione pubblica che distingue tra bit e cartaceo.

    e poi c’è un’altra differenza, almeno per quanto mi riguarda: io so scrivere solo di cose accadute. in realtà io so riferire, ma non inventare. riesco a inventare i dettagli, ma non le storie.
    lo scrittore vero invece ha delle trame fantasiose e poi le colora di dettagli iperverosimili, raccogliendoli da vicino.

    secondo me è molto bello fare una cosa così, insieme, provare a immergersi nella modalità dell’altro.

  9. essenziale Says:

    Sul quarto punto di differenza oso dissentire!
    Il tuo deve essere uno scrittore atipico per sublimare bisogni primari.
    Gli scrittori che conosco non sublimano, almeno per quanto concerne i bisogni primari (concerne?)
    Ma certo, da uno che va in giro per la Sanità con dei bermuda azzurri (sarà mica tifoso del Napoli)…
    e poi ti definisce la bloggher chiattulella e vagamente giovanile,
    TU la signora di splinder!

    Ma sò cose ‘e pazz in’t a stu manicomio!

  10. anonimo Says:

    quindi tu hai un approccio quasi da cronista. una cronista emozionale.
    però credo che lo scrittore vero, quello che tu individui per atteggiamenti dello scrittore vero, non sia proprio così.
    penso che ogni scrittore vero ha modalità differenti.
    così come penso che “scrittore” sia un etichetta da tener lontano.
    e la cosa buffa che dalla tua descrizione anche questo “scrittore vero” appare un po’ cronista, a sua volta.
    e non so.
    a volte io trovo splendidi scrittori tra gente che sbaglia le doppie. gente che sa raccontare bene una barzelletta, un episodio al supermercato.
    credo si possa imparare a scrivere bene da tutti, e soprattutto da quelli che non si definiscono scrittori.

  11. RobertoTossani Says:

    Da questo si deduce che io non sono né uno scrittore vero, né un blogghèr.
    Quindi faccio bene a continuare a definirmi scritt’ore.
    (a proposito: si è fatta tanto male la notte quando è caduta?)

  12. Flounder Says:

    ma nossignore, non facciamo confusione: quello che mi chiama chiattulella e giovanile non è lo scrittore vero.

    e poi caino, io facevo teorie per celia. anche io penso che non esista un’etichetta o una modalità.
    gioco molto sulle regole e i vademecum, ma sono la prima a non crederci.
    apprezzo invece moltissimo le tue indicazioni sulla scrittura, che sono taglienti e realiste.

    siamo scrittori a ore, robe’.
    la notte non si fece male, ma ci fece male a noi. un caldo che non si poteva dormire.

  13. anonimo Says:

    però vedi, mi hai spinto a riflettere su una cosa che trovo vera.
    e poi ci scrivo un consiglio.
    😉
    cmq mi è piaciuto il post, non vorrei la prendessi come una critica. erano solo riflessioni.

  14. Flounder Says:

    e su quest’ultima tua frase, caro caino (si può dire caro caino o si contraddice in qualche modo la sostanza delle cose?), va aperto il secondo spunto di riflessione: le differenze tra il lettore vero e il commentatore.

    (ma qui va bene tutto, anche le critiche, soprattutto le critiche)

  15. Flounder Says:

    e poi la butto qui, che questa cosa di scrivere partendo da un quadro mi è piaciuta moltissimo: e vogliamo fare che un giorno scegliamo un quadro, lo stesso quadro per tutti e raccontiamo una storia che entra ed esce dalla cornice?

  16. anonimo Says:

    è molto bello il quadro di cui parli, molto bella la storia di Artemisia, (bello anche il suo nome direi) prima vera pittrice donna riconosciuta come tale, prima donna ad essere annoverata tra gli artisti rinascimentali. Grande donna deve essere stata quest’Artemisia, peccato che il quadro fosse altrove….

  17. anonimo Says:

    dimenticavo la firma, Modesta sloggata

  18. anonimo Says:

    mi piace l’idea della storia che parte dal quadro si si, voglio partecipare anch’io!

  19. blulu Says:

    Artemisia che dipinse il quadro dopo lo stupro mi fa pensare a come abbia tratto piacere nel sfogarsi -anche così -, quella gola colpita (coi pennelli) che avrebbe potuto essere la gola di quel commitente … epperò c’è anche una quiete che mi rincuora, come se lei avesse avuto modo di liberare l’anima da quel’ affronto terribile subito….
    (bho’?! l’immagino io, poi chi lo sa….)

  20. anonimo Says:

    (io speravo in una deriva sadomaso della flagellazione di Caravaggio, però. evvabbè, pazienza)

    lisa

  21. Flounder Says:

    qui l’unica cosa che possiamo affermare con una certa sicurezza ed immenso rammarico è che le donne di tutti i tempi tollerano la violenza, e sono disposte a perdonarla, ma non l’inganno e l’abbandono.

    statevi accorti, che teniamo le spade a portata di mano.

  22. broono Says:

    Io volevo solo dire che la bloggher chiattulella e vagamente giovanile in realtà è un quadro.
    Dal quale si può partire per raccontare una storia e che si può pensare di andarla a vedere ma mai di avere la certezza di trovarla.
    “E’ negli steits”
    “Uh marò…ancora co’o’provezzore??”
    “E quell’èffatt’accussì, segue le menti che la fascinano”

    (si può avere una versione “Guernica in realtà raccontava una sagra di paese”?)

  23. anonimo Says:

    a questo punto direi che per rispondere al buon broono e per sottolineare l’invito a fare attenzione, Donna Flo ci dovete mettere la foto di questa decapitazione qui….

  24. anonimo Says:

    sempre Modesta sono, che non si logga…

  25. Flounder Says:

    (essenta, broono, io qui lo posso dire, che tanto il blog è mio e non devo dare conto a nessuno: ma a me mi è piaciuto molto di più il commento che mi ha lasciato privatamente. mi sono tutta emoZZionata)

  26. blulu Says:

  27. anonimo Says:

    brava a blulu, che donna flo si commuove davanti ai complimenti privati e dimentica la sostanza
    😀
    M

  28. Flounder Says:

    (mammamia, ma tengo le suocere, in questo blog?)

  29. anonimo Says:

    pure artemisia la teneva la suocera!
    😀

  30. broono Says:

    è che qui appunto il blog è tuo e ci hai gli spaZZimanti e mica le posso dire qui, certe cose ché poi mi rispondono
    “Eh! Ouh! Giù le mani!”
    e io dovrei rispondere
    “Eh, appunto, ma quale chiattulella???” e loro capirebbero la sottiglieZZa (ché qui c’è gente con la testa) e si scoccerebbero assai, assasissimo.
    (e anche “ma quale vagamente giovanile”, of course)

  31. Flounder Says:

    diglielo, diglielo.
    che questi come vedono una forma un poco mediterranea e un colpo di sole rosso relativo, si sentono spiazzati e se ne escono con un chiattulella e giovanile
    chiattulella a me.
    tzè!

  32. giorgi Says:

    Io ci andrei a nozze a raccontare una storia partendo da un quadro. Da ex studentessa di iconologia, eh eh…

  33. sphera Says:

    Artemisia Gentileschi è già quasi troppo un nome da racconto, con quel tocco di gentilezza nel cognome e quell’artemisia nel nome, pianta amara assai, l’ingrediente principale dell’assenzio, verde liquore che fa impazzire.
    La storia dal quadro è molto bella, facciamola, sì, sì. Magari con un Mondrian o un Lucio Fontana, tanto perché noi le cose facili mica le vogliamo.

  34. barbara68 Says:

    ma lei, dottoressa FLo, come ha fatto a scrivere tutto sto popo’ di roba senza prendere appunti? che poi ci sono specie mutanti, che hanno succhiato i primi Apple e anche se apprezzano infinitamente il fitto taccuino la cosa gli costa tanta fatica e allora si scrivono tutto in testa e poi lo riversano sullo schermo…. peròperò, bella operazione di shadowing…. e con i bloggori o gli scriblogghi conme la si mette????

  35. Flounder Says:

    il quadro lo sceglierà lisa, che è la nostra esperta.
    ma non prima del sette luglio.

    il fatto degli appunti.
    l’appunto appunta, appunto.
    che non è un gioco di parole, è proprio una questione di sostanza.
    è una traccia minima che si lascia in qualche posto per essere ripresa più tardi e sviscerata.
    allora l’appunto – almeno per quanto mi riguarda – serve per le cose che non capisco, che non so.
    leggo qui, da akatalepsia questa citazione della Ferrante, che lo spiega bene.
    l’appunto (a meno che non sia una data da ricordare o qualcosa di lavoro) serve a fissare una cosa su cui in un dato momento c’è un groviglio.

    in alternativa, essendo più portata al canale cenestesico, mi interessa più la dimensione piena dell’osservazione, quella sensoriale, che non può essere appuntata perché la sensazione ha bisogno di essere sedimentata, di evolvere mano mano con il passare delle ore. appuntare qualcosa mi dà l’idea di fissare prematuramente e congelare la possibilità di poter usare, successivamente, il ricordo.
    mi pare un limite, ecco.

  36. barbara68 Says:

    sto proprio leggendo unarticolo di un’antropologa, Unni Wikan, non parla di appunti, ma delle modalità di osservazione. Poi come ti dicevo c’é lo shadowing, tecnica che tu hai usato e che in Italia è stata introdotta da Marianella Sclavi.
    L’antropologo in teoria dovrebbe buttar giù delle note nell’interazione e la sera scriversi il quaderno, proprio per ampliare il testo con tutte le impressioni ricevute,sensazioni personali e sedimentate etc. Ma a volte il tempo di prendr nota nonc’é, allora alleni cervello e cuore a ricordare.

  37. Flounder Says:

    mo’ mi sento in imbarazzo, a sapere di aver usato uno shadowing senza manco sapere che è.
    e me lo spieghi (un poco) tecnicamente?

  38. barbara68 Says:

    très simple, significa seguire una persona come un’ombra per capirne le pratiche. ma io amo di più la risonanza, pensare e conoscere con la mente e il cuore, con il coinvolgimento del corpo e dei sensi, sintonizzandosi sui sentimenti dell’altro e ricercando i punti condivisi, la comune umanità. poetico hein?

  39. Flounder Says:

    ah, poi mi ero scordata di dire una cosa che ho pensato l’altro giorno andando a spasso con lo scrittore vero dalle parti della Sanità.
    il blog, nella sua intima struttura e gestione, è apparentabile al “basso”: la padrona di casa, assettata annanz’a porta, dice una cosa, una qualsiasi cosa, e tutte ‘e cummarelle intorno fanno i commenti.
    a una cert’ora si chiude la porta e se ne vanno a durmi’. 😀

  40. anonimo Says:

    ma poi, lo scrittore vero, se l’è mangiata o no, ‘sta fresella? alla faccia della sublimazione..
    un abbraccio da una verona calda quanto napoli, oggi.
    s

  41. Counter Says:

    il tonno sulla frisa no, però…me la uccidi se ci metti il tonno…

  42. Flounder Says:

    son scuole di pensiero, eh 😀

  43. Flounder Says:

    s.
    hai scritto un articolo bellissimo su fernandel. ma proprio bellissimo.

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