Archive for luglio 2007

Cave canem

luglio 29, 2007

Ultimi giorni frettolosi, poi starò lontana per un po’. Diciamo anche un bel po’.

Nel modo più felice possibile.

Lascio a guardia del blog la ferocissima Lola.

Non vi fate ingannare dallo sguardo tenero: è un gremlin.

Solo i più ardimentosi riescono a domarla.

Dell'ossessione del tempo, della Viola d'inverno in sottofondo e di certi altri fatti

luglio 26, 2007

Perché  voi  non lo sapete che stelle c’erano, ieri sera a Marechiaro. E che mare.

Riflessi dovunque, abbaglianti. Sullo sfondo la città sembrava un braciere e intorno scoppiavano fuochi d’artificio.

Perché voi non lo sapete che a volte, ma solo a volte, ho poteri magici.

Che se voglio si spengono tutte le luci e resta solo la luna.

Tace la musica, tace tutto, restano solo le onde. Una cartolina.

Chiedete, chiedete a chi me l’ha visto fare ieri sera.

Ecco, in questo momento mi piacerebbe vivere in una cartolina illustrata, essere ferma lì, su uno sfondo dai contorni nitidi a mandare baci e saluti. Uno spazio vitale di luce e sole, o un tramonto acchiappato per la coda, o qualunque altra forma di paesaggio che escluda tutto il resto.

Quelle cartoline di una volta, con scritto su: Ricordo di.

Ne avevo una cassa piena, tanto tempo fa.

Poi un giorno mi prese la furia iconoclasta e me ne sbarazzai, leggendole tutte per un’ultima volta.

Alcune erano divertentissime, i miei compagni di liceo a fare acchiappanze nei paesi dell’Est che mi mandavano resoconti dettagliati di tutte le loro imbranataggini e degli scarsi successi.

Molti ti penso, mi manchi, torno presto.

Qualche vorrei che tu fossi qui.

Svariati saluti affettuosi e sinceri.

Che io poi mi sono sempre chiesta che senso avrebbe mandare saluti non affettuosi o insinceri.

Avevo un sacco di casse, una volta, piene di corrispondenza.

Che io ho sempre scritto molto, questo si intuisce. Migliaia di lettere.

Sparite pure quelle, in un bisogno compulsivo di fare pulizia, ma soprattutto di non avere la tentazione di rileggermi.

Rileggersi dopo molto tempo è sempre una sorpresa, nel bene e nel male. La cosa più terribile del rileggersi è scoprire che certe cose, certi pensieri ci sono sempre stati. Ma è terribile anche scoprire che certe altre cose sono andate perdute.

Insomma, mi è così insopportabile che preferisco non voltarmi indietro e ogni tanto bruciare i ponti.

Le persone non le dimentico e non le perdo, no. Ma non sopporto di rileggermi e ritrovarmi fissata in un’interazione che magari nel tempo è cambiata. Mi pare una specie di limite mentale, una sorta di prigione.

Mia madre conserva invece le mie tutte legate con un nastrino. Ci sono storie, pensieri, minuziosi racconti di viaggio, fotografie scolorite. Ci sono io in altre vite, in altri mondi. Ci sono le pietre miliari, le tappe di un percorso che è stato faticosissimo e che mi stanca solo a ricordarlo.

Eppure a volte, in mattinate come questa, ancora dense di sonno, amerei  fissarmi in qualche modo, in un album fotografico, tenuta a una parete di sughero con delle puntine colorate, in un bel sorriso, i lineamenti rilassati, lo sguardo aperto avanti.

Nessun Ricordo di.

Una specie di Here I am, un Eterno Presente, figure senza didascalie, belle e mute.

(Viola d’inverno

La Medea del Miglio d'Oro

luglio 24, 2007

C’era stata la passione.

E’ così che avrebbe detto, che avrebbe raccontato. Se solo fosse stata una di quelle con la capacità di raccontare e dire, se solo il momento avesse poi recuperato una sua dolcezza e la tranquillità delle cose a venire, dei giorni che si susseguono con naturalezza e gioia.

E invece.

Nun te si’ stata accorta?, aveva chiesto la vecchia.

Aveva abbassato il capo e lo sguardo, vergognandosene.

Si era guardata la pancia ancora piatta e che pure pulsava.

La passione non ha colpe.

Così avrebbe risposto, se fosse stata una di quelle in grado di rispondere.

E invece.

Io ‘stu criaturo nun ‘o posso tene’.

Era l’unica cosa che era stata in grado di dire.

Assu’, aveva allora chiesto l’anziana donna seduta su una sedia di legno, le gambe grasse e divaricate, con i gambaletti al ginocchio nonostante il caldo. Indicandoli col dito aveva aggiunto: quando fa caldo me prudono ‘e cosce, si nun faccio accussì me gratto ‘a sanghe. Assù, ma il padre non lo vuole?

Assunta aveva rialzato il capo. Fiera, questa volta: nun sape niente e nun adda sape’ niente.

Così si sarebbe salvata, così non lo avrebbe perduto, ne era certa.

Figli no, lui non ne voleva. Ne aveva già due, in uno dei quartieri orientali, in una casa abitata da una donna spenta, dove la notte scendeva spesso silenziosa, a volte accompagnata da un suono di schiaffi.

Se vengo a sape’ che tieni a ‘n’ata, io l’accido. Poi ammazzo ‘e criature e me votto abbascio. Te lascio sulo comm’a ’nu cane e ‘na maledizione ‘n cuorpo.

Così  aveva detto sua moglie, mesi prima. Lo ripeteva senza urlare, con una furia pacata e gelida nello sguardo.

Allora lui usciva sbattendo la porta e attraversava le strade a piedi, con i pugni stretti e la mascella contratta. Faceva il giro dell’isolato e risaliva. Senza neppure una parola, senza la volontà di contraddirla e rassicurarla e nemmeno il coraggio spaccone di dire che no, non gli importava niente.

Assunta era troppo giovane, lo sapeva. Aveva diritto ad altro.

Eppure ogni volta la tentazione si insinuava e gli faceva dimenticare tutto.

E’ l’ultima volta, si diceva per convincersi, per perdonarsi.

E’ l’ultima volta, e il seme le scivolava tra le cosce, misto al sudore di un’estate affannata, di una stagione che era un vicolo cieco ma lungo, lunghissimo. Che a percorrerlo tutto avrebbe avuto bisogno di un’altra vita.

La vecchia guardava Assunta.

Non era uno sguardo complice e nemmeno sprezzante.

Di storie come quelle ne aveva conosciute a centinaia. Eppure questa fierezza riusciva a colpirla ancora un poco. Nessuna paura, nessuna disperazione. Un soppesare lucido di opportunità: la passione non ha colpe. Come se si trattasse d’altro, come la neve d’estate. Qualcosa di così grande, così inatteso da far passare in secondo piano tutto il resto, le campagne gelate e tutto quanto.

Riparare il danno, eliminare le piante bruciate e andare avanti, come se niente fosse accaduto.

La sera lui le si era ripresentato in casa, le aveva visto un’ombra attaccata alla schiena, impigliata nei capelli.

Che è, che tieni?

Niente, nun tengo niente.

E poi aveva chiuso gli occhi, si era ritirata in quella zona dove non esiste più nulla.

Io voglio sulo ‘a te, aveva poi aggiunto con una durezza nella voce.

Aveva allungato la mano, lui, con un gesto innocuo, a toccarle la pancia vuota. E subito con uno scatto lei si era raggomitolata su un fianco, puntandogli contro le ginocchia.

Io sono maledetto.

E’ così che avrebbe detto, alzandosi e prendendo le sue cose. Se solo fosse stato uno di quelli capace di avere più paura che rabbia. O più forza che fame.

E invece.

Le aveva preso la mano e se l’era portata tra le gambe, l’aveva premuta con forza.

Nei quartieri orientali il sole era già tramontato da un poco, calava la notte.

Dalla finestra di Assunta invece si vedeva ancora una lingua di fuoco.

Una lingua di fuoco. Assunta.

E’ così che avrebbe detto, se avesse saputo dirlo,  chiudendo gli occhi e slacciandosi la cerniera.

Certe piccole taumaturgìe

luglio 23, 2007

Che io poi lo so che voi siete atei e comunisti e che con voi non ci si può parlare di certe cose che subito vi inalberate, ma davanti a tanta bellezza ci deve essere per forza lo zampino di Qualcosa o di Qualcuno.

Chiamatelo come volete voi, io non voglio saperne niente, ma non facciamo gli gnorri.

Tanto per cominciare, esiste un destino supremo in tutte le cose, che indirizza e dirige i nostri passi, che traccia un solco in cui inserire poi la volontà.

Che si presenta con i segnali più svariati: una volta è un volo di rondini, una volta una Madonna che piange, una volta la batteria di un’auto che non parte e ti spalanca un mondo di possibilità impreviste.

Il destino va assecondato.

A sfidarlo ci si perde solo del tempo.

Noi qui lo si asseconda e si è felici. Molto felici. Anche radiosi, come citano autorevoli testimoni oculari.

Ma in realtà non era di questo che volevo scrivere, bensì del fatto che a me non mi si prende mai sul serio, che ogni volta che apro bocca pensano sempre o che dica una frottola o, nella peggiore delle ipotesi, che sia scema.

E questa maledizione io me la porto dietro fin da bambina, insieme al fatto che la rara volta che dico una scemenza, mi prendono invece maledettamente sul serio, con tutto quel che ne consegue.

Come quella volta che il giardino aveva preso fuoco e per il fatto che io annunciassi con estrema calma la tragedia in atto, mi dicevano: e dài, ma smettila di scherzare. Fino a che le fiamme cominciarono a lambire la casa.

Oppure quella volta che una ruspa ci sfondò il tetto dell’auto nuovissima, meno di una settimana, e annunciando il danno con la stessa serafica calma, nessuno mi voleva accompagnare sul luogo del disastro.

Così ieri, chiacchierando con un amico, gli raccontavo del Santo Prepuzio e di una piccola cappella sulla via Appia che lo ospita (lo so che questa frase è linguisticamente corretta, ma converrete con me che si tratta di un controsenso).

Allora stamattina, per dare sostegno scientifico al mio racconto, ho condotto una piccola ricerca.

Il prepuzio c’è, eccome.

Anzi, ci sono, sparpagliati in vari santuari.

E qui già – lo confesso – la mia fede inizia a vacillare. Ma Egli era il Tutto Possente e dunque poteva. E se uno rendeva la vista ai ciechi e la camminata agli storpi,  moltiplicava pani, pesci e vini,  non si capisce perché non potesse moltiplicare anche i pisellini.

Non basta: nell’approfondire la ricerca ho la preziosa conferma di ciò che ho sempre pensato: che la fede sia intimamente legata all’eros, che tra le due ci sia un legame indissolubile. Si legga a riguardo la storia di Santa Caterina da Siena che usò come anello nuziale uno dei prepuzini, nonché della monaca Agnes Blannbekin, la quale affermava cose che non mi azzardo a trascrivere, ma che leggerete qui.

E sempre nella stessa conversazione con gli amici viene fuori quest’altra qui, la Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di Napoli, spacciatrice ufficiale di ovuli fertili. Come recita il video: sedete e moltiplicatevi.

Comprendo, comprendo le vostre perplessità. In parte mi ci includo e mi chiedo: esisterà da qualche parte nel mondo una santa che ci protegga dalle gravidanze indesiderate?

E io, io, potrei ambire a compiere qualche piccolo miracolo, piccolissimo, minuscolo?

Secondo me sì.

Waterproof – Un post con una serie di omissis (perché non è importante tutto ciò che viene detto, ma il modo in cui […] )

luglio 15, 2007

Fa  di  nuovo caldo, caldissimo.  E  in questo  mondo  ormai  insicuro e privo  di certezze, arriva la batosta finale: la protezione totale non esiste, nemmeno in fatto di abbronzanti.

Lo hanno detto quelli di Bruxelles, mica me lo sono inventata io.

Era l’ultimo baluardo, l’ultima speranza. Avevamo un luogo mentale in cui sapevamo che saremmo stati protetti, al sicuro, che i raggi di sole non ci avrebbero trafitto.

Per me, che vivo male ogni forma di precarietà e di incertezza, è qualcosa di terribile. E’ come dire che si può aspirare a molto, ma non al massimo. A tanto, ma non a tutto. E’ un pensiero intollerabile.

Eppure in questi giorni il mondo mi parla a voci unificate.

E’ stranissimo come tutti mi ripetano le stesse cose, a chilometri di distanza, senza conoscersi tra loro.

[…]

Devo avere una trasparenza difficile da occultare.

[…]

Ci sono persone che ti si danno e si lasciano prendere, che ti proteggono e si lasciano proteggere. Persone secanti, totalmente diverse da quelle tangenti.
Ci  sono  persone  che  io me  le  spalmerei addosso,  a  dispetto di quello che dicono a Bruxelles.

[…]

Non è il tango a essere la verticalizzazione di un desiderio, ma il desiderio ad essere un’orizzontalizzazione del tango.

luglio 12, 2007

Ebbene sì, è il momento della svolta.

In questo rispettabile blog, dove tutto è politicamente corretto, dove non si alzano mai i  toni,  dove  si rispettano le regole  del galateo, oggi di parla di sesso.

E non per spirito di voyeurismo o per darsi un contegno alternativo, ma solo per informarvi di un’importante scoperta scientifica.

Per anni vi hanno fatto credere che le donne vivano principalmente di orgasmi clitoridei e vaginali.

Solo negli ultimi tempi qualcuno ha azzardato l’esistenza di un terzo genere, l’orgasmo utero-annessiale. Che mo’ è un poco troppo complicato da spiegarvi, per cui ne scrivo un’altra volta.

Ma nessuno finora aveva avuto contezza dell’orgasmo occipitale.

Per amor di correttezza scientifica preciseremo che si tratta di una scoperta del tutto accidentale, che non ha richiesto finanziamenti in ricerca e sviluppo e che tuttavia spalanca le frontiere di una nuova epoca.

Reclinate un pochino la testa all’indietro e spingetevi con le dita della mano destra alla base della nuca: troverete una fossetta ad attendervi, una piccola conca.

Quello è il nostro punto O.

Oddio.

Oddio oddio.

Oddio oddio oddio.

A scanso di equivoci, ci tengo a specificare che il raggiungimento dell’orgasmo occipitale non è alla portata di tutti.

Occorrono una serie di requisiti e circostanze.

Primo: la prossimità del mare, con scoglio e sciàff sciàff in dotazione sonora.

Secondo: una musica di sottofondo che fa tipo zan-zan zan-zan.

Terzo: un maestro di tango, preferibilmente di nome Leo. Silenzioso. Anche muto, volendo.

Dopodiché dimenticatevi di tutto quello che avete avuto nella vita, Fernando dalla gola di telaragna e il passo drammatico, Pablo Ramòn del Toro dal sorriso e lo sgambetto esuberante, Massimo dall’abbraccio imperativo e la coscia stritolante, Decio dall’eleganza cromosomica e la punta assassina.

Dimenticatevene.

Whoooom. Il vuoto. Il momento della creazione. Il Big Bang. La fissione nucleare. L’invenzione del paté de foie-gras.

Dimenticatevene.

Che a me nessuno mai mi aveva ballato così. Mai. Mai mai.

Che io nemmeno pensavo nella vita che qualcuno potesse mai ballarmi così.

Che neppure sono in grado di descriverlo perché è una cosa che non assomiglia a niente.

Non esistono donne frigide e nemmeno cattive ballerine di tango. Ve lo vogliono far credere per tenervi in stato di cattività, per instillarvi un senso di inferiorità, in attesa di Babbo Natale e del rigor mortis.

E dite a quelle là, alle signore arabe, che è inutile il chador.

Serve una maglia a collo alto, una sciarpa, un collaretto rinforzato.

Chiedi alla polvere

luglio 11, 2007

Saprete bene  che San Marino è un posto assai anomalo.  E se non lo sapete, lo apprenderete adesso.

Ufficialmente ha ripudiato la pena di morte alla fine del secolo scorso, ma in fatto di tutela dei diritti umani è ben lontano dagli standard europei.

Esiste ancora la gogna, così come è ancora ufficiale la tortura, sebbene non più praticata, ma di cui, a perenne memento, si possono ammirare gli strumenti nell’apposito Museo.

La nostra Serenissima repubblichetta rifiuta inoltre di recepire i principi espressi dalla Corte di Giustizia dell’Aja sul trattamento dei detenuti e proprio in virtù della liberalizzazione fiscale e dei trattamenti offerti dalle Banche, è estremamente severa contro i reati finanziari.

So queste cose perché molti anni fa un amico magistrato seguiva le sorti di un compaesano internato per una frode, che per oltre un anno e mezzo è stato dato per disperso, in quanto gli era negato anche il diritto di mettersi in contatto con la famiglia o un legale.

Il fatto è che stanotte mi sono sognata a San Marino, dove ridevo in faccia a un ufficiale vestito in modo assai ridicolo e per questa ragione mi condannavano a morte, reato di oltraggio.

E come se non bastasse, la decapitazione sarebbe avvenuta su pubblica piazza, alla presenza di turisti paganti regolare biglietto da 10 euro già armati di macchine digitali.

E come se non bastasse, nel sogno avevo appena effettuato un test di gravidanza che era risultato positivo, ma a questi sammarinesi non gliene importava minimamente.

Fortunatamente ero con mio padre, e dunque tutta la prima parte della notte se ne è passata tra tentativi di fuga e lacrime, fino a regolare richiesta di estradizione da parte del nostro Paese, che mi ha reso salva la vita.

Nonostante l’assoluta bizzarria del sogno, so che aveva un legame molto forte con la realtà e non c’è bisogno di nessun mister Freud per spiegarlo: semplicemente, nella scorsa settimana, ho toccato con mano, sulla mia pelle, sulla mia vita, l’inadeguatezza del nostro sistema giudiziario. E la mia controparte in tribunale ha un cognome molto simile alla Repubblica di San Marino. Tutto molto facile, la mia vita onirica fa il paio con quella reale ed entrambe parlano chiaro. Sempre.

Ma non è di queste vicende che volevo parlare, in effetti, quanto del fatto che mi sono svegliata storta, complice un cielo tutto nuvoloso e un ulteriore abbassamento di temperatura. E poi io sono meteoropatica, sicché quando i venti spirano dalla direzione sbagliata mi mettono assai di cattivo umore.

E siccome quando io sono di cattivo umore metto tutto nel paniere senza operare distinzioni di sorta, ecco che stamattina ho cominciato a rimuginare, seduta al volante nel mezzo di un’autostrada trafficata, su una serie di cose, che piano piano si concatenavano e non mi rendevano di certo più allegra.

Parlavo con mio cugino, ieri sera. Ero a cena da lui. E’ un bellissimo giovane d’oggi ventiquattrenne tutto piercing e lunga chioma, il cui aspetto eversivo non rispecchia minimamente il contenuto. E poi fa dei liquori buonissimi, di cui non svela la ricetta nemmeno sotto tortura. Però forse a pagamento sì.

Mio cugino ha la capacità rara di mettermi in disordine in modo creativo, di staccare pianino le etichette e riappiccicare quelle giuste, cosa che ben pochi riescono a fare, perché si tratta di cogliere dei passaggi salienti di frasi e pensieri, smontarli, sventrarli e riformularli. E’ una di quelle abilità innate, che o ce le hai o non ce le hai, e che anche quando ce le hai puoi usarle per manipolare il prossimo e non per sostenerlo, come invece fa lui.

Insomma questo cugino qua ha la capacità di alzare i tappeti sotto i quali uno nasconde la polvere e finge di dimenticarsene e lo fa in un modo che risulta impossibile impedire.

Il risultato è che all’una ero totalmente impolverata e stamattina sono tutta un filo spinato.

Penso e ripenso, rimugino e bofonchio.

Ci sono cose che vorrei dire, cose che vorrei urlare. Le cose, tutte le cose che vorrei – ieri, oggi, domani, dopodomani – sono sotto il tappeto, abilmente smembrate per simulare irriconoscibilità.

Poi leggo il rapporto dell’Oms sull’aumento delle allergie nel mondo e penso che con tutti gli acari potrei fabbricare un’arma per lo sterminio di massa. Pochi, pochissimi superstiti, immunodotati, profondamente corretti e con un reale senso della paternità.

The Twilight Zone

luglio 10, 2007

Che poi ieri sera stesso s’è detto che ci avrei scritto un post, sul signor Giacomo.

E ci ho pensato al risveglio. E’ lui, il Tenero Giacomo, quello che ti sorprende all’ultima pagina della Settimana enigmistica, con uno sguardo azzurro e mite, belle mani che si muovono con maestria, una voce delicata.

Ma andiamo con ordine.

Questa è una piccola città di provincia dalla geometria fissa, con bar e pizzerie che sono un’istituzione, dai tempi dei tempi.

Io ho abitato con i miei per dodici anni in pieno centro, e a cento metri da casa c’era questo bar io cui non ho mai messo piede, mai nemmeno ho dato una sbirciatina dentro. Mi sembrava un postaccio infrequentabile, uno di quei posti in cui neanche ci avrei preso un caffè.

Così quando ieri sera l’amico mio mi ha detto: ci prendiamo qualcosa qui?, per un momento ho dovuto rivedere tutte le mie teorie cognitive sull’amico che mi portava in un simile posto.

Ma davvero sei sicura di conoscere le persone che frequenti, Flo?, così mi sono detta tra me e me. E non ne ero più tanto certa.

Siamo entrati.

Ta-tàn.

Trenta metri quadri di luce soffusa e palme sul soffitto, musica seducente e candele.

Il Tenero Giacomo dagli occhi azzurri e dal gilè intarsiato ci attendeva al varco, con le sue millemila bottiglie.

Da quel momento non s’è capito più nulla: erano bicchieri di tutte le forme e dimensioni, liquidi dai riflessi più improbabili, collezioni di assenzio, di tequila, whisky di torba, fettine di lime, misuratori minuscoli e alchimie prodigiose. Ho annusato tutto l’annusabile, c’erano aromi che sembravano profumi. Giacomo aveva scoperchiato il vaso di Pandora, eravamo soli a osservare il compimento dei suoi riti dionisiaci. Avesse mormorato qualche frase in latino o ci avesse chiesto di pentirci dei nostri peccati – anche quelli mai commessi – lo avrei fatto.

Questo è infuso e distillato, questo è solo distillato, questo lo si produce solo con un grano trattato così e cosà, quest’altro mi arriva direttamente dal paese di Bengodi. Sono stanco, sabato scorso ho preparato mille e seicento cocktail, tutti da solo.

Io poi già di mio sono una scassacazzi patentata, ma quando trovo qualcuno che mi tollera perdo ogni freno: ma lei, Giacomo, per il Mojito mi usa la piperita, la glaciale o la rotundifolia?

Eh, cara mia, ad avercela la Hierba Buena.

Ed era tutto un disegnare con le dita la forma delle foglie di menta.

Ed era tutto un versare liquidi azzurri in un misuratore che sembrava un ditale, aggiungere due gocce di un’altra cosa, accarezzare certe bottiglie come fossero state le favorite di un harem.

Gli deve essere piaciuta, ‘sta conversazione. Ci ha regalato granite e caffettini gelidi, corretti e revisionati. Noi degustavamo e a lui brillavano gli occhi.

A fine serata mi battevo il petto per non aver mai varcato prima di quel momento quella benedetta soglia.

Corrado sostiene che diventerò un’alcolista in brevissimo tempo, che trascinerò con me mia figlia nella perdizione, che ci troveranno uno di questi giorni sedute al bancone, come in un telefilm americano. Che racconterò, seduta sul trespolo, di una mia precedente vita, di quando ero una bloggheressa di tutto rispetto.

Poi abbiamo dovuto camminare a lungo, io su certi tacchi che non so come mi era venuto di calzare, con la faccia di quella che vuol convincersi che il contegno è la virtù dei forti. O dei sobri? Mo’ non mi ricordo più.

A letto la testa continuava a girarmi furiosamente, insieme a un sacco di immagini belle. Ma proprio belle. Ommammamia, che belle. Allungavo la mano e sparivano. Mi sembrava di essere la piccola fiammiferaia in versione etilica.

Stasera ci ripasso.

Varcherò la soglia e scoprirò che non c’è mai stato nessun Giacomo. Ci troverò una macelleria, un negozio di filatelia, una sanitaria.

Un omone con basettoni e sguardo arcigno che mi dirà: guardi, signora, che qui non c’è mai stato nessun barman. E’ sicura di star bene?

E io risponderò sorridente: credo che abbia ragione. Qui non c’è mai stato nessun barman.

Perché altrimenti non riesco a perdonarmi di aver vissuto gli ultimi vent’anni senza conoscere il Tenero Giacomo.

Di pieni e vuoti

luglio 9, 2007

Ci sono giorni  in cui resto distante dalle teorie, finanche dalle mie, inzuppata nella vita, e altri giorni in cui mi affloscio, mi ci calo dentro, circondata e sostenuta dalle parole degli altri.

Sono stata senza connessione domestica per tre settimane, con tante cose da fare al lavoro e tantissime e bellissime fuori dal lavoro. Non ho avuto tempo per parole e teorie.

Nel fine settimana mi sono incollata su un lettino da spiaggia e mi sono rialzata solo dopo aver terminato la lettura di quindici racconti per Buràn. Poi ho letto questo Cybbolo qua, questo Gasparini, questa Zaritmac tutta dell’ultimo periodo.

Allora mi dico che la sensazione che in questo momento è pressante – di non voler scrivere altre storie – è terribilmente giusta.

Semplicemente non servono.

In alcuni momenti il blog è diario, è pagina aperta, è piccolo racconto di sé.

In alcuni momenti le storie che girano e leggo intorno a me sono talmente belle che non ho l’ardire di aggiungerne altre. Le soffoco, le lascio a dormire in attesa di altri tempi.

Li chiamo i tempi della fame, quelli che verranno, quelli in cui si inizia a digerire ciò che si è a lungo ruminato.

Adesso no, non ho fame. Mi sento piena, rotonda.

Alla spiaggia nuova la gente passeggia avanti e indietro. Per anni siamo stati segregati all’interno delle nostre piccole baie sassose, vicini vicini. Adesso la spiaggia è un largo nastro in cui si incontrano visi nuovi, è tutto uno scambio di sorrisi.

Li vedi felici, eppure si lamentano, quasi per contratto.

Questa spiaggia è uno scempio, ho ascoltato dai crocchietti di bagnanti, siamo così vulnerabili, adesso.

Mi piace, mi piace vedere la gente che passeggia. Io stessa cammino per chilometri, senza accorgermene.

Mi piacciono i corpi nudi in movimento, mi piace osservarne i buchi.

Gli esseri umani hanno dei buchi, io lo sapevo prima, molto prima. Poi un giorno l’ho letto anche in un libro di Castaneda, poi con i reichiani ho imparato a guardare bene dentro i buchi, a dare un nome ai vuoti e ai pieni.

Alcune volte il buco è in una parte precisa del corpo, altre volte è un intero segmento – le gambe, i fianchi, il torace – a scomparire in una sorta di vuoto, a vivere di vita propria staccato dal resto del corpo.

Passo ore a guardare, con gli occhiali da sole inforcati per non destare imbarazzo. I buchi sono delle zone in cui l’energia e l’intelligenza del corpo si sono ritirate, o calcificate.

E poi ci sono anche dei pieni che vivono la stessa sorte, dei toraci ipertrofici che nascondono paure, dei bacini dilatati che nel tempo sono diventati insensibili. Sono simili a rocce cave disabitate.

La staticità di certi corpi mi impressiona, a prescindere dalle loro proporzioni.

Non mi attrae mai la bellezza delle persone, in senso estetico, ma solo l’insieme dei loro pieni e vuoti. E così credo che voler bene a qualcuno voglia dire riuscire a far combaciare un pieno con un vuoto – che siano fisici o interiori –  come quella curva sinuosa di ying e  yang che assomma gli opposti e li mescola.

Io stessa sogno ventri e ascelle in cui collocarmi, ai quali aderire per creare un’unica massa armoniosa. Mi accorgo che nel tempo le mie stesse energie si sono spostate, lungo il corpo, lo abitano in modo differente.

Da ragazza avevo la pancia: tutta l’ansia si annidava lì. Oggi sono scomparse entrambe.

Avevo spalle più chiuse, più curve, con un buco al centro del petto in cui spariva tutto.

Pensavo in questo fine settimana che ho perduto la capacità di disperarmi. Proprio non la trovo più.

Me ne sono accorta molti e molti mesi fa, in un giorno in cui l’ho cercata dovunque. Inutilmente.

So di averla lasciata in un albergo e di non averla mai reclamata.

Così pensavo che è un po’ come il parto. Un bravo ginecologo è colui che ti assiste prima e dopo. Prima, per imparare a distendere i muscoli e ad allentarli, dopo, quando le fibre muscolari sono rammollite  e  ti insegna tanti esercizi per ripristinare la tonicità interna.

Per la disperazione è uguale: non dipende dal contenuto, ma dal contenitore. La disperazione è quando le pareti contenitive sono troppo anguste e qualsiasi contenuto è di troppo, fa male. Occorre ammorbidirle senza sfiancarle, di modo che vibrino senza indolenzimento.

Un tempo mi sembrava importante, la disperazione. Serviva a sentirsi vivi, a percepire la sensibilità del contenitore. Il dolore era direttamente proporzionale alla pretesa di esistenza in vita.

L’ho lasciata da qualche parte, sì. E’ stato un bel po’ di tempo fa, l’avranno data via, riciclata.

E il bello è che non riesco più nemmeno a trovare il buco, l’orma.

Il signor Kegel sarebbe fiero di me.

Ma tu che ti credevi?

luglio 8, 2007

Giorgio Flavio fa un gioco, molto bellino.

Bisogna andare a ripescare un po’ nella memoria, ma tanto voi siete giovani d’oggi e ci riuscirete benissimo.

Io ho contribuito con questo qui:

Si partì dunque dalla considerazione che la genetica fusse un’opinione, ancorché legittima, e sulla scorta di siffatto convincimento si instillarono credenze fasulle nelle giovani menti avide di sapere.
Partiamo dal presupposto che le donne della famiglia, seguendo entrambe le direttrici, la patrilineare e la matrilineare, non superavano il metro e cinquantacinque.

E pur tuttavia si arrogavano il diritto di dire alla bambina: mangia, tu, mangia, che diventi alta come la nonna o come la mamma.

Detto ragionamento fu ripetuto in età prepuberale, allorquando le stesse, portatrici sane di una composta seconda senza esuberi e scarti, ci fornirono illusioni che, una volta fattesi realtà, si mostrarono nella loro cruda e inequivocabile essenzialità.

Credemmo dunque che saremmo diventate longilinee e senodotate.

Poi ci ricredemmo, ma nel fondo speriamo che un giorno accada.

Poi fu colpa di un documentario sui fachiri e gli indiani, che ci dette adito a pensare che con un minimo, ma proprio un minimo di concentrazione, avremmo varcato i limiti e le soglie spazio temporali.
Trascorremmo intere ore sul lettino, con le gambe anchilosate in posizione del loto, finché ci fu chiesto di andare a tavola che il pranzo era pronto. Il che era comunque una dimostrazione di ampi poteri telepatici, che ci incoraggiò a indulgere nella pratica nei decenni a seguire.
Nulla ci fu detto – ad eccezione della cospirazione condotta dalle monache del Sacro Cuore – circa i poteri divini e la loro pervasività, sicché su questo punto non credemmo nulla e ci astenemmo dal giudizio.
Né tantomeno ci fu raccontato dell’esistenza di quella sottospecie umana numericamente irrilevante, meglio nota come Principe Azzurro, che tanti interventi di psicoterapia ha successivamente richiesto nelle giovani menti femminili indottrinate all’uopo.

Per circa un lustro fu proponibile la teoria botanica secondo la quale, all’inghiottimento involontario di un nocciolo di ciliegia, avrebbe fatto seguito la crescita di un albero con rami espansi nella cassa toracica e le radici intimamente connesse alle uova di ossiuro che inevitabilmente si annidavano sotto le morbide unghiette di manine non lavate accuratamente.

Da un cugino impubere fummo parzialmente persuase del fatto che il raggiungimento dell’età adulta sarebbe stato testimoniato dalla possibilità di usare gli sfinteri anali alternativamente, un giorno per produrre oggetti stercoidei e un giorno paffuti mocciosi.

Ancora in età preadolescenziale, timide emule di una Comaneci ed edotte circa i farmaci somministrati dai russi alle atlete per ritardare il menarca, ci facemmo convincere dall’idea che simili composti chimici avrebbero prodotto terribili alterazioni ormonali dotandoci di virili attributi che, alla sospensione dei farmaci, sarebbero tuttavia regrediti. Per un momento desiderammo far parte di questo mondo meraviglioso dell’ermafroditismo temporaneo.

Ascoltando una voce personale ci dicemmo, intorno all’età di sei anni, che saremmo state scrittrici e che nulla, nulla, avrebbe potuto impedirlo. Fu tutta colpa del signor Allocchio Bacchini, intimo amico della nonna. Lo saremmo state, a costo di inventare quella cosa chiamata blog.