Di pieni e vuoti

Ci sono giorni  in cui resto distante dalle teorie, finanche dalle mie, inzuppata nella vita, e altri giorni in cui mi affloscio, mi ci calo dentro, circondata e sostenuta dalle parole degli altri.

Sono stata senza connessione domestica per tre settimane, con tante cose da fare al lavoro e tantissime e bellissime fuori dal lavoro. Non ho avuto tempo per parole e teorie.

Nel fine settimana mi sono incollata su un lettino da spiaggia e mi sono rialzata solo dopo aver terminato la lettura di quindici racconti per Buràn. Poi ho letto questo Cybbolo qua, questo Gasparini, questa Zaritmac tutta dell’ultimo periodo.

Allora mi dico che la sensazione che in questo momento è pressante – di non voler scrivere altre storie – è terribilmente giusta.

Semplicemente non servono.

In alcuni momenti il blog è diario, è pagina aperta, è piccolo racconto di sé.

In alcuni momenti le storie che girano e leggo intorno a me sono talmente belle che non ho l’ardire di aggiungerne altre. Le soffoco, le lascio a dormire in attesa di altri tempi.

Li chiamo i tempi della fame, quelli che verranno, quelli in cui si inizia a digerire ciò che si è a lungo ruminato.

Adesso no, non ho fame. Mi sento piena, rotonda.

Alla spiaggia nuova la gente passeggia avanti e indietro. Per anni siamo stati segregati all’interno delle nostre piccole baie sassose, vicini vicini. Adesso la spiaggia è un largo nastro in cui si incontrano visi nuovi, è tutto uno scambio di sorrisi.

Li vedi felici, eppure si lamentano, quasi per contratto.

Questa spiaggia è uno scempio, ho ascoltato dai crocchietti di bagnanti, siamo così vulnerabili, adesso.

Mi piace, mi piace vedere la gente che passeggia. Io stessa cammino per chilometri, senza accorgermene.

Mi piacciono i corpi nudi in movimento, mi piace osservarne i buchi.

Gli esseri umani hanno dei buchi, io lo sapevo prima, molto prima. Poi un giorno l’ho letto anche in un libro di Castaneda, poi con i reichiani ho imparato a guardare bene dentro i buchi, a dare un nome ai vuoti e ai pieni.

Alcune volte il buco è in una parte precisa del corpo, altre volte è un intero segmento – le gambe, i fianchi, il torace – a scomparire in una sorta di vuoto, a vivere di vita propria staccato dal resto del corpo.

Passo ore a guardare, con gli occhiali da sole inforcati per non destare imbarazzo. I buchi sono delle zone in cui l’energia e l’intelligenza del corpo si sono ritirate, o calcificate.

E poi ci sono anche dei pieni che vivono la stessa sorte, dei toraci ipertrofici che nascondono paure, dei bacini dilatati che nel tempo sono diventati insensibili. Sono simili a rocce cave disabitate.

La staticità di certi corpi mi impressiona, a prescindere dalle loro proporzioni.

Non mi attrae mai la bellezza delle persone, in senso estetico, ma solo l’insieme dei loro pieni e vuoti. E così credo che voler bene a qualcuno voglia dire riuscire a far combaciare un pieno con un vuoto – che siano fisici o interiori –  come quella curva sinuosa di ying e  yang che assomma gli opposti e li mescola.

Io stessa sogno ventri e ascelle in cui collocarmi, ai quali aderire per creare un’unica massa armoniosa. Mi accorgo che nel tempo le mie stesse energie si sono spostate, lungo il corpo, lo abitano in modo differente.

Da ragazza avevo la pancia: tutta l’ansia si annidava lì. Oggi sono scomparse entrambe.

Avevo spalle più chiuse, più curve, con un buco al centro del petto in cui spariva tutto.

Pensavo in questo fine settimana che ho perduto la capacità di disperarmi. Proprio non la trovo più.

Me ne sono accorta molti e molti mesi fa, in un giorno in cui l’ho cercata dovunque. Inutilmente.

So di averla lasciata in un albergo e di non averla mai reclamata.

Così pensavo che è un po’ come il parto. Un bravo ginecologo è colui che ti assiste prima e dopo. Prima, per imparare a distendere i muscoli e ad allentarli, dopo, quando le fibre muscolari sono rammollite  e  ti insegna tanti esercizi per ripristinare la tonicità interna.

Per la disperazione è uguale: non dipende dal contenuto, ma dal contenitore. La disperazione è quando le pareti contenitive sono troppo anguste e qualsiasi contenuto è di troppo, fa male. Occorre ammorbidirle senza sfiancarle, di modo che vibrino senza indolenzimento.

Un tempo mi sembrava importante, la disperazione. Serviva a sentirsi vivi, a percepire la sensibilità del contenitore. Il dolore era direttamente proporzionale alla pretesa di esistenza in vita.

L’ho lasciata da qualche parte, sì. E’ stato un bel po’ di tempo fa, l’avranno data via, riciclata.

E il bello è che non riesco più nemmeno a trovare il buco, l’orma.

Il signor Kegel sarebbe fiero di me.

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30 Risposte to “Di pieni e vuoti”

  1. RobertoTossani Says:

    Ho sempre fatto una gran confusione tra i buchi e i pieni, forse perché mi sono sempre lasciato trasportare dall’acqua che scorre (citazione taoista per fare il paro con ying e yang).
    Per questo motivo, sempre forse, da anni sono convinto che la disperazione nasca quando il flusso si interrompe e l’acqua stagna (per motivi esterni o interni).
    La mia speranza è che, per tutti, a causa di eventi dolorosi esterni non debba venire a formarsi quel vuoto pieno (o viceversa) che è la disperazione immobile: dagli eventi interni è più facile difendersi, aprendo l’acqua.

  2. cybbolo Says:

    mi piace il concetto dei buchi e dei pieni, carnale e spirituale insieme, e mi piace il tuo modo di parlarne e di spiare attraverso gli occhiali scuri, anche se le considerazioni si complicano notevolmente nell’associazione ideale di presenze e assenze (due narici, buchi, sono piene di fiato dinamico in ansia o benessere e un pieno petto pronunciato può nascondere un’assenza di cuore).
    Hai il potere di sollevare corollari di idee alle tue idee e di stimolare concatenazioni.

    per il resto: è emozionante essere citato in un blog, specialmente se è un blog stimato assai. grazie.

  3. maurogasparini Says:

    mi associo ai ringraziamenti di cyb e all’auspicio di Roberto Tossani, ché la disperazione immobile di natura esogena è a volte quasi impossibile da metabolizzare.

    se poi non ti sembra che mi faccio i fatti tuoi, ti dirò che ciò che hai scritto oggi non è materia per un racconto, poiché aderirebbe, secondo me, più comodamente alla forma di un romanzo.

    baci

  4. Flounder Says:

    ahò, la smettete di ringraziare? 😀

  5. Flounder Says:

    io comunque il giorno in cui ho scoperto che non riuscivo più a disperarmi adeguatamente, mi sono disperata, passando da una disperazione per eccesso a una per difetto.
    poi me ne sono fatta una ragione e adesso ogni tanto penso che dovrei dedicare un po’ di tempo a recuperare la pratica, ma c’è sempre qualcosa che mi distrae.

    la disperazione ha lo stesso fascino del Grande Seduttore: un giorno scopri che si mette le dita nel naso o fa qualcosa di terribilmente meschino e perde ogni appeal. 😀

  6. palazzz Says:

    un saluto da quelli di PATACIGA!

  7. anonimo Says:

    I buchi non esistono e non esistono i pieni. Esistono forme, cave e tonde, e colori. Dentro un buco c’è una forma inattesa, non riconoscibile se non a occhi adeguati.Vedere pieno è insospettabile imbarazzo. Le forme sono sinuose, rette e sghembe, intricate e doppie. Riempono gli spazi.
    Ma tu scrivi delle forme, di quelle reali e e di quelle immaginate, dei contorni e delle periferie, come di uno zoom dinamico su uno spazio riempito. E descrivi il tempo e il tempo nello spazio, e di come la forma regolare dei biscotti se frantumati riempa i buchi.
    Lode come sempre a chi scrive, da chi comparsa scenica legge supino.
    Sono esperto di buchi riempiti e di vuoti dimenticati e ho la facilità a colmare spazi con forme differenti.
    Paolo

  8. zaritmac Says:

    “L’ho lasciata da qualche parte, sì. E’ stato un bel po’ di tempo fa, l’avranno data via, riciclata.” … l’ho presa io.

  9. Flounder Says:

    e tu, tu non perdi mai il vizio di ricorrere a parole confuse per depistare l’attenzione dal nucleo centrale delle cose.
    come l’ultima frase.

    (incredibile la coincidenza della tua presenza qui, oggi. tu non sei classificabile. tu sei un Tokamak che vuol far credere di essere un abbraccio del Mulino Bianco)

  10. anonimo Says:

    Ahimè il mulinobianco è stato chiuso per mancanza di risorse, e non esiste depistaggio. Sono curioso, assai, di sentir parlare di forme, da chi le forme le sa immaginare e costruire.

  11. Flounder Says:

    non ci facciamo venire curiosità inopportune, che qua non si scrive a comando.

    zaritmac, buttala subito.
    è usurata e nemmeno omologata secondo i regolamenti CE

  12. giorgi Says:

    Se la disperazione è l’assenza di speranza allora, mia cara, ti auguro di non ritrovarla mai più. Mai più.

  13. Flounder Says:

    ecco. detto da te ha un senso incredibile.
    dovesse venire qualcuno a riportarmela fino a casa, nemmeno apro la porta.
    piuttosto, invito i testimoni di geova per un caffè.

  14. giorgioflavio Says:

    La disperazione come vuoto a perdere: semplicemente geniale, donna Wonder, semplicemente geniale!

    P.S. Sì, lo so che vi siete stufata dei ringraziamenti, epperò grazzzzzie per la segnalatjia: il commutatore sfinterico, come forse sapete, fa bella mostra di sè nella vetrina delle credenze….

  15. cf05103025 Says:

    Ci son dei posti fisici e mentali dove vedi il vuoto, ti ci fissi bene e ti pare di sentirlo.
    Poi a forza di guardare, sentire quel vuoto si riempie del tuo sguardo.

    Mario

  16. Flounder Says:

    giorgioflavio, avete afferrato il concetto: qua non teniamo tempo da perdere.
    e tantomeno tempo da perdere disperandoci.

    mariobbì, invece questa cosa che dici tu merita approfondimenti. mi ricorda quella cosa bellisisma che ha scritto Sphera qualche giorno fa.
    ciò che altri vedono vuoto, noi scorgiamo pieno. o riusciamo a riempirlo di noi, a renderlo vivo.
    meraviglioso quando ciò avviene con le persone. però non troppo. il giusto.

  17. e.l.e.n.a. Says:

    una quindicina di giorni fa, una persona mi ha detto (credo per la prima volta) di non avermi mai sentito così disperata. penso che certe cose seguano un ciclo. come le stagioni, le semine, le vendemmie.
    non sempre si è una cosa o non si è.

    i vuoti, poi, talvolta vanno saputi lasciar tali. rispettati nel loro spazio confine tempo. non sempre è necessario, opportuno, giusto, corretto, etc etc riempirli. anche se si è, o si pensa di essere, la forma perfetta, collimante. non sempre si deve ingravidare un utero quale esso sia. si corre il rischio sì, allora, di sfiancarlo. o di far perire qualcuno o qualcosa di nascituro.

    questo credo confusamente. ché di queste cose, io, ormai coltivo solo dubbi, ed ipotesi, molte, molte meno certezze.

  18. barbara34 Says:

    io i buchi li scorgo più nel linguaggio e nella scrittura, nei corpi ci vedo più cose come sicurezza o insicurezza, stati d’animo, caratteristiche personalsociali.

    Il Tossani ha definito in buona parte quella che per me è la disperazione, io la colloco temopralmente, è il vuoto esteso non solo al presente, ma anche al passato e al futuro, tutto il tuo tempo si svuota di significato, ti accorgi di vedere la luce in fondo al tunnel quando recuperi il valore del tempo innanzi, con e dietro di te, il pieno dell’esistenza.

  19. Flounder Says:

    elena, sono d’accordo. non sempre si è una cosa o non la si è.
    però sulla disperazione (e parlo di disperazione, non di tristezza, non di depressioncella momentanea)credo che ci sia un punto oltrepassato e superato il quale, si apre una possibilità di non ritorno.
    come quando varchi la soglia del sonno e riesci poi a restare sveglia per tutta la notte.
    come se ci fossero degli eventi che marcano in maniera netta un prima e un dopo e sai che dopo quel giro di boa non ci tornerai mai più, non ci ricadrai mai più (checché ne pensino Julio Cortàzar e HangingRock)
    non perchè non ti accadranno cose altrettanto terribili, ma solo perché – e qui, ripeto, sono convintissima dell’idea del contenitore che si amplia e si elasticizza – esiste un livello superiore in cui le cose, tutte le cose, riescono a stemperarsi, a trovare una collocazione diversa.
    come se da un’altura si vedesse quella luce di cui parla Barbara.

    (due giorni dopo la trovarono impiccata al blog. i conoscenti dicevano: Flounder? stava bene, non dava segni di cedimento, diceva che era felice. non possiamo crederci, era così piena di post. solo poche ore prima avevamo preso insieme un cocktail, aveva progetti per il futuro, addii da produrre, baci da erogare…)

  20. e.l.e.n.a. Says:

    no, dai… “erogare” baci… no…
    sennò ti uccido prima io… ché le parole sono importanti! santa di una palombella rouge! 🙂

  21. Flounder Says:

    e dipende.
    quando hanno la funzione di una bombola di ossigeno, si erogano 😀

  22. e.l.e.n.a. Says:

    purché tu non faccia pagare la bolletta… ;D

  23. Flounder Says:

    e poi ormai il linguaggio è in continua evoluzione. sentivo qualche mattina fa alla radio che nel Regno Unito è stata dichiarata politicamente scorretta la parola prostituta, che verrà sostituita da un più adeguato sex counsellor o, in italiano, operatrice sessuale

    in italia la crisi della famiglia ci porterà molto oltre, lo sento.
    una brava moglie, ormai fuori dal vincolo di santa madre chiesa, sarà una fine dicitrice
    avrete fidanzate?
    no, miei cari. caso mai delle operatrici prematrimoniali a progetto con possibilità di upgrading
    vi amerete?
    macché, al massimo condividerete un cronogramma affettivo di medio/lungo periodo
    avrete figli?
    ebbene no, miei cari. caso mai dei piccoli leasing ombelicali durata minima 18 anni nessuna possibilità di recesso

    questo mondo è in continua evoluzione. tocca adeguarsi, rinnovare il CV.

  24. Effe Says:

    sant’Eusebio!
    Se l’avesse detto prima, che lei guarda le persone e le seziona e le ispeziona, mi sarei vestito meglio, quel dì (si vedevano assai, i buchi miei? E’ che non avevo avuto il tempo di cambiare gli indumenti)

    Io non ho disperazione (che è un’azione,e io son pigro) Non ho disperazione, ma non dispero, e spero di disperare in futuro, per vedere l’effetto che fa (un desperate counsellor, eventualmente? Una chiamata, e viene direttamente a domicilio in comodi orari preserali. Stai uno schifo, sei una mappina, nessuno ti ama, perdi i capelli e hai la cellulite, e questo perché oggi sei fortunato, vedrai che domani sarà peggio. Fanno 100 euri. La ricevuta le serve?)

  25. Flounder Says:

    effe, lei finalmente dice ciò che si voleva dire qui, da tempo.
    la disperazione non è una stasi, ma un’azione. come tutti i sentimenti intensi. brucia un sacco di calorie e favorisce il ricambio cellulare, ma poi ha una serie di effetti collaterali che forse non è il caso.

    (e i suoi buchi sì, li ho guardati, lo ammetto. ma con discrezione, appena appena. li indossava benissimo, come ad averli sempre avuti. sappia tuttavia che non è un traforato e nemmeno un tamburato, ma ha quella grana che ricorda la carta nepalese, quella di riso)

  26. Flounder Says:

    (caffettino? cozzetta con prosecco?)

  27. riccionascosto Says:

    Il mio CV lo sto rinnovando in questo momento, ma per altri motivi.

    Quanto al vocabolo inglese per prostituta, il problema credo sia la parola stessa (ma penso a whore più che a bitch. La prima, ti riempie la bocca come l’inizio di un conato di vomito, la seconda suona come una staffilata. Specialmente se – come consigliava il mio insegnante di inglese – devi accorciare la vocale, per non equivocare con beach). O forse sono solo gli inglesi ad essere un po’ così.

    E per la disperazione, mi viene in mente “Ahi disperata vita”, un madrigale del ‘600 che Pino Daniele inserì come ghost track in “Medina”. (Gli alti e bassi del madrigale ben si intonano a pieni e vuoti, e curve).

    Io non so quanto sono in grado di disperarmi. Come dice l’Herr – e anche tu – nel farlo si sprecano un sacco di energie, e io sono pigra.
    Ma la disperazione a termine (tanto per sfogarsi un poco: entri in una stanza, ti disperi per 5 minuti, piangi, urli e poi esci più serena) si può fare?

  28. e.l.e.n.a. Says:

    alanis morisette non avrebbe mai cantato… I’m a sex counsellor, I’m a lover, I’m a child, I’m a mother, I’m a sinner, I’m a saint… etc.etc.

    (e bitch, mi sembra una splendida staffilata)

  29. broono Says:

    Stante le riflessioni quiVi poste in queVesti gioVorni (no no…mi allineo io, non vi scomodate no) da me raccolte con precisione puntigliosità e attenzione mi sorge a questo punto spontanea una domanda:

    Ma l’espressione “Ho fatto un buco nell’acqua” non dovrebbe rappresentare una delle imprese più incredibili della propria vita e non, come ci è stato secondo me erroneamente tramandato, il suo esatto contrario e cioè una roba inutile ma inutile ma inutile?

    Ci ho dormito un po’ sopra, per produrre l’unico commento che mi sembrasse più intelligente di “Hei, gente! Ke bel blog! Anke io sono stato a Buran una volta! Ke figata!” e ne è uscito questo.

    Secondo me non è il migliore dell’anno, ma insomma la sua porca figura la fa.

    e ciao eh.

  30. Flounder Says:

    broo’, lo vedi a dormire da solo poi come ti svegli? 😀

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