Archive for agosto 2007

Marechiaro Blue

agosto 30, 2007

L’ultima milonga di agosto ha  avuto la luna piena, grandissima. Una brezza che ha smorzato l’afa. Un riflesso assassino sul mare.

L’avvocato A. era da solo, e un po’ è stato contento di incontrarci. Lui è un teorico del tango, capace di fermarsi al centro della pista, incurante di tutte le altre coppie che gli caracollano addosso, per spiegarti un fatto filosofico del ballo e poter felicemente proseguire. Da lui becco solo cazziatoni.

Il ginecologo B. era particolarmente loquace e per la quinta volta mi ha chiesto dove e come ci fossimo conosciuti, salvo poi rendersi conto di avermi scambiata per un’altra e volere sapere allora io e lui come e dove ci fossimo realmente conosciuti.

Poi c’era l’ex stilista, il signor G. Che adesso si occupa di una roba di marketing ed ha imparato a ballare da solo, anche abbastanza bene. Peccato che voglia fare visual merchandising anche in piena pista, sussurrando all’orecchio immagini evocative da tecnica di visualizzazione zen. Quando mi ha detto: adesso chiudi gli occhi e immagina di essere su un prato con l’uomo che ami non gli ho morso il lobo, ma gli ho pestato volutamente un piede.

Il signor R., dai baffi spessi e il portamento elegante, mi ha raccontato di essere al suo decimo anno di corso. Lo ha detto con l’orgoglio di chi consegue il diploma di pianoforte al Conservatorio. Era un orgoglio ben riposto, d’altronde. L’ho ringraziato dicendogli che mi aveva fatto sentire una ballerina vera. E non mentivo. Tecnicamente perfetto, sentimentalmente calibrato.

L’anziano signore che mi ha aperto e chiuso la serata ha concluso dicendo: signori’, io ho capito che voi ballate bene solo quando vi piace la musica. E ci siamo lasciati tutti contenti sull’ultima nota di un Besame mucho che avrebbe potuto proseguire in eterno.

E poi c’era lui, al quale in prima battuta ho detto no perché la musica in quel momento non mi piaceva, promettendomi che sarei stata lì al mutare delle note.

E’ questo, infatti.

La musica, innanzitutto, e il corpo dell’altro come veicolo di ascolto.

La musica esterna e quella interna. Quest’ultima come valore aggiunto a un’armonia preesistente ed esteriore, percepibile e condivisibile solo se ne si ha l’intenzione.

La musica del mondo sintetizzata in un potenziale elettrico trasferibile a pelle. Se non senti la musica non potrai mai trasmetterla né riceverla; se non senti il mondo,  in qualche modo stai peccando di omissione.

Perché prima della capacità esiste la volontà. La volontà di abbandono, la volontà di esserci totalmente.

Funziona così per tutto.

E’ per questo che mi piacciono quei ballerini che ti tengono per due, tre tanghi di fila.

Il primo è di conoscenza epidermica, il secondo scende più in profondità, cerca la sintonia.

L’ultimo è passione pura, talvolta dolore. L’ultimo contiene sempre il germe del rimpianto, un senso imminente di fine, il sentore profondo della non replicabilità.

Il tango – oggi lo so – è la pratica danzata dell’addio.

Ed è per questo che sul finire ti prende la mano in un modo che appartiene a lui, solo a lui, ti rigira il polso in una posizione non canonica, in bilico tra il possesso totale e la perdita. Ti aspira fino all’ultimo soffio.

Ed è per questo che torni al tuo posto quasi esanime, col sentimento di avergli ceduto una parte di te, senza sapere bene quale.

Forse, banalmente, ti sei offerta l’opportunità di ascoltarti attraverso i sensi altrui col rischio di restarne prigioniera e scoperta.
O la rivelazione che l’in-contro contiene sempre una doppia possibilità, che l’essere in due contiene sempre una segreta opposizione. Che la materia di ciò che sta nel mezzo è talmente delicata da non poter essere mai, mai, lasciata al caso. Mai.

(si me llevas contigo prometo ser ligera como la brisa

y decirte al oìdo secretos que haràn brotar tus risas

…por la materia que me une a tì…)

Di isole, panorami, del tempo. Di ciò che è e ciò che potrebbe. Di ciò che scorre. Di sabbia e rocce.

agosto 16, 2007

Penso a tante cose, tra tutte le sabbie calpestate finora.  Penso in sfumature dal nero vulcanico al bianco perla.

Rifletto, tra promontori e isole, tra un tramonto spettacolare che tuttavia non ha voluto regalarmi il raggio verde e un’alba che mi mostra l’Albania vicinissima. In attesa di altre sabbie e profondità.

Ho iniziato a leggere il teatro di Jon Fosse, con questi drammi fatti di indicibile, di strutture chiuse come isole che non comunicano, prive di ponti e approdi.

Leggo tutto quello che mi capita sotto gli occhi, da una cartina stradale all’articolo di Galimberti che parla di droghe e desiderio di anestesia, e di come l’anestesia produca nel tempo un’esistenza astorica, priva di continuità e progetto, fatta di tanti momenti non relazionabili, neppure a posteriori.

Provo a estendere il concetto di droga a tutta una serie di abitudini con la stessa funzione e ne comprendo perfettamente il senso.

E’ un pensiero che si sta sedimentando e nel tempo acquisterà maggiore compiutezza, devo solo aspettare.

Ho letto poi un libro di Giulia Carcasi, in cui mi ha colpito questa cosa, che non bisognerebbe limitarsi ad amare con tutto il cuore, ma provare a farlo con altri organi vitali.

Amare allora con i polmoni, con i reni, con il fegato. Introiettare ed espellere, in ritmo continuo. In circolo perenne.

Amare con la milza, che fa sangue. Con il midollo spinale, che connette cervello e arti. Con le ovaie, che producono vita a getto continuo.

Io potrei essere una che ama con la sindrome dell’arto fantasma, capace di riempire le assenze e le distanze di un senso che si irradia anche dove all’apparenza non c’è nulla di visibile. Sono una che sa fare acrobazie sui moncherini, come il Saci Pererê, il folletto brasiliano che su una gamba sola saltella e attende i viandanti notturni. Io prendo i pensieri, i desideri e ci soffio dentro, li dilato come una bolla di sapone e mi ci infilo, fino a dimenticare che esiste un mondo fuori. Li uso come stampelle e puntelli nei momenti in cui la gamba del reale è troppo stanca.

Penso poi che le persone hanno una sostanza che spesso assomiglia a materia: chi pietra, chi metallo, chi acqua.

Di me non so.

So dell’uomo di sabbia. Dei suoi granelli.

Ho in mente l’uomo di sabbia, posso sentirlo sotto le mani, chiudendo gli occhi.

Posso appoggiargli le palme bagnate sulla schiena e sentirlo compattarsi.

Vederlo farsi castello e buca, ricoprirmi di calore e di umido.

Mi resta appiccicato addosso, tra le dita dei piedi, negli inguini, lungo il bordo delle unghie, tra i denti, nell’ombelico. In ogni spazio minuscolo. Sì che lo ritrovo ancora dopo giorni, settimane. Nel passaggio dei mesi. Tra le lenzuola, sul fondo di una borsa, nei pensieri.

Attenta ad abbracciarlo, per timore di sciuparlo, di vederlo dissolversi.

Si trasforma con la luce del sole, con le maree. Acquista nuove sfumature e consistenze.

Ha dislivelli che rallentano i miei passi e una morbidezza che attutisce le cadute.

Può trasformarsi in cemento o vetro, contenere i miei straripamenti e le esplosioni, lasciarsi guardare in trasparenza o impedirmi ogni accesso.

Può bruciarmi le piante dei piedi, graffiarmi la pelle e accecarmi lo sguardo.

Farsi mandala e catturare la mia attenzione e poi disperderla nuovamente, disperdendosi.

Scivolarmi tra le dita e subito dopo avvolgermi.

L’uomo di sabbia è pianura e vuoto, è duna mossa e spazi livellati e pieni. E’ massa che non vuole forma ed è assenza di forma che tuttavia non smarrisce i confini. Lenta erosione della roccia madre, frantumata dal vento e dalla furia del mare.

Mi tiene per la vita e mi scivola lentamente dentro, marca il tempo capovolgendomi ogni volta.

Ed io che mi credevo meridiana, mi scopro oggi clessidra.

Di fianchi morbidi e profilo fragile, ad ospitare un tempo ciclico e impreciso.