Come un gioco di specchi

Fondamentalmente ho la nausea. Che non è una metafora.

Ho proprio la nausea, una cosa che mi destabilizza, che all’improvviso mi provoca dei mancamenti. Va avanti da tre o quattro giorni. Improvvisamente mi pare di stare meglio, ma poi ricomincia.

Mi sdraio e il mondo mi gira tutt’intorno, come se fossi ubriaca.

Mi sono presa un paio di bustine di qualcosa, ma niente.

Ho provato a distrarmi, a disconnettermi dal mondo. A prendermi un momento di distanza da tutto. Inutile.

Per distrarmi sto usando un libro, un libro che tuttavia mi angustia e aumenta quel senso di mal di mare.

Giaceva sullo scaffale dallo scorso novembre, acquistato a Barajas di ritorno da New York.

Esiste un fluido misterioso tra il libro e il lettore: è quello che fa sì che la mano si muova lungo lo scaffale dei libri comprati e non ancora letti e scelga proprio quello lì, quello di cui hai bisogno in quel momento, benché tu non ne conosca il contenuto.

Almeno a me capita così.

Laura y Julio, di Millàs.

Millàs è un autore che inseguo. E’ uno che racconta sempre la stessa storia (ma chi, in fondo non racconta sempre la stessa vicenda, la sua Cosa?), declinata in modi diversi. Sempre divertente, geniale, grottesco.

Al centro quasi sempre una protagonista di nome Laura.

Un senso dell’ordine maniacale e a fargli da specchio il Caos. La questione dell’identità e della finzione, l’Io e l’Ombra. L’Altro. La creazione e la perpetuazione dell’inganno, possibili solo con la compiacenza generale.

Spesso è presente un feto, per lo più abortito, che torna alla ribalta. Talvolta un bambino, che funge da tramite tra la realtà ordinaria e il mondo parallelo. Quasi sempre un bastardo, il solo che secondo Millàs sia capace di porsi domande, trovandosi naturalmente in una realtà mutilata.

Perché le storie di Millàs si svolgono tutte tra la realtà e il suo rovescio. Ed è questo ad affascinarmi, l’idea che esista una porticina capace di catapultarti al di là del conosciuto e sconvolgere il tuo sistema.

Millàs sostiene che il raggiungimento dell’archetipo desiderato, quello dell’Altro, della diversità che non ci appartiene, conduca con sé un’inevitabile senso di disincanto e una profonda stanchezza, e non l’euforia tanto immaginata.

E’ probabile. Qualche volta ci ho provato.

Questa è la storia di una coppia al cui interno si introduce un vicino di casa, che poi subisce un incidente e resta in coma.

Da qui inizia un lungo percorso di allontanamento tra marito e moglie, che si sentono orfani, vedovi, fino all’inspiegabile richiesta di separazione della moglie.

A quel punto il marito, Julio, si installa di nascosto nell’appartamento del vicino, Manuel, e ne occupa il posto. Inizia a vestirsi con i suoi abiti, a usare il suo profumo. Scopre nel computer del vicino una lunga corrispondenza dalla quale apprende che sua moglie, Laura,  è incinta di lui, di Manuel. Attraverso questa corrispondenza epistolare scopre una moglie sconosciuta, più sensuale.

Scopre il modo in cui il mondo lo ha visto fino a quel momento.

Il seguito non lo so. Mi mancano pochi capitoli e potrebbe accadere di tutto.

Anche che Julio inizi a scrivere a Laura e lei se ne innamori nuovamente, consentendogli  una menzogna che permetta di sopravvivere a entrambi.

Succede così che talvolta ci si impossessi di storie altrui e le si faccia proprie, che ci si specchi osservandole dall’altro lato della realtà. E’ uno dei miei vizi, come pure osservare a lungo le persone.

Ci si dovrebbe scusare, in un certo senso. Scusare per l’arroganza con la quale, in un dato momento, si è pensato di poter raccontare dei sentimenti altrui, di trasformarli in narrazione. Ma la verità è che ci sono storie che entrano così in profondità da diventare anche un po’ tue. Anche se non ti riguardano. (Ma esiste poi, davvero, qualcosa che non ci riguardi?)

Questa me la sono portata dietro per un pezzo, finanche in vacanza.

Ha dormito nel mio letto, frapponendosi nello spazio minuto tra i corpi.

Mi si muoveva dentro, come una gestazione forzata. Così che quando è nata aveva qualcosa che mi assomigliava. Lo sguardo. Il corpo.

Sicché adesso mi par di sentire quel dolore nel costato e lei, forse, dall’altro lato del vetro, la mia nausea.

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11 Risposte to “Come un gioco di specchi”

  1. Flounder Says:

    dopo una notte insonne ho studiato la possibile eziologia del male.
    sono giunta a tre probabili conclusioni:

    la prima, che si tratti di una gigantesca sindrome premestruale, organizzata con la stessa magnificenza della Festa di Piedigrotta. a seguire, ci saranno fuochi d’artificio;

    la seconda, un mega colpo di freddo per aver fatto la sciantosa la settimana scorsa, per due notti in riva al mare e una temperatura al di sotto delle medie stagionali, mentre io pensavo dentro di me che Misery non deve morire e nemmeno l’estate.

    la terza, in onore di Millàs, che avendo dietro mia stessa ammissione, dormito con questa storia, possa essere incinta del capostazione della stazione dela città di R.

    in ogni caso stamattina, avvistando la volante della polizia, ho temuto: cosa avrei rischiato se avessero scoperto che il tasso di concentrazione del Biochetasi nel sangue è superiore alle norme consentite?

  2. glider Says:

    oggesù, un pesce fuor d’acqua!

    dai, un bel respiro profondo, ma anche tre o quattro, chiudi gli occhi e pensa a qualcosa di bello, di calmo.
    chessò un cielo terso
    cielito lindo
    messico e nuvole
    (eviterei il tango, per un paio di giorni eh)

    e soprattutto fa una buona e santa convalescenza

    (poi dicono sano come un pesce, puah, la solita letteratura)

  3. Flounder Says:

    uh, glid. io ci ho provato.
    e proprio mentre mi concentravo (4 secondi in inspirazione, 4 trattenendo, 8 in espirazione, come insegnano i maestri del Pranayama) mi hanno chiamato a una riunione per progettare un corso di formazione per chef indiani.
    obiettivo del corso: insegnare a Mr. Singh come si fa ‘o rraù.
    e mentre pensavo a questo corso ho evocato un odore di curry su per le narici e son scappata via, con lo stomaco tra le mani.

  4. Modesta Says:

    per la nausea consiglio malva composta, se serve le do l’indirizzo del mio erborista
    😉

  5. Flounder Says:

    pure la malva, composta?
    pure la malva?
    gambe strette e schiena dritta, ordine e disciplina.
    ma una malva scomposta non si può avere?

  6. Alexyos Says:

    Non siamo noi a scegliere i libri ma loro scelgono noi, questo l’ho sempre sostenuto. Mi capita ogni volta, ogni volta.

  7. Zu Says:

    Una frattura, scomposta. Va bene?

    Il fatto dei libri è proprio così: sono loro a chiamare.

  8. Flounder Says:

    ma secondo voi come parlano?
    con gli ultrasuoni?

  9. Modesta Says:

    scomposta potrebbe provocare perdita di telepatia bibliofila ecco perchè composta, rimette tutti i pezzetti al posto loro, e la nausea alla fine viene ai libri che sono rimasti lì sullo scaffale e che probabilmente non verrano letti mai
    😉

  10. glider Says:

    sì certo, ‘o rraù di mr. Singh
    e poi le pastiere di bangalore
    e un limoncello della costiera dell’Uttar Pradesh

  11. hobbs Says:

    Plasil.

    conosco un tipo a Monopoli, che sceglie i libri dalla copertina, un altro di Mondovì legge la quarta di copertina e poi ne parla nei salotti buoni. Io li compro solo se sono bassi e costano meno di dieci euro. la cultura dovrebbe essere gratuita, e comunque, io, non ci ho una lira.

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