Archive for ottobre 2007

Dolcetto o scherzetto? Affetto o difetto? Progetto o preconcetto?

ottobre 31, 2007

Ordunque qualcuno – molti, in verità – mi scrive o mi dice:  ma insomma,  ‘sto blog tuo che fine deve fare?

E io rispondo che non lo so, che proprio non lo so. L’unica cosa che so è che tutto ciò che è virtuale si annida negli interstizi del reale e lì prospera e si moltiplica.

Ad averceli, in questo momento, gli interstizi nel reale.

E’ stato un ottobre di fuoco, oggi riguardavo l’agenda e mi stupivo di quante cose ci sono entrate: un Buràn fatto e uno in fieri, un neurologo, un ginecologo, un pediatra, un matrimonio, il funerale di un vecchio amico che mi ha sprofondato in un baratro, tre feste di quarantenni, due feste di seienni, due ottenni tra cui la mia, un convegno internazionale con cinquantasei delegati russi, centonovantacinque delegati italiani e un diavolo per capello, una cena di gala e innumerevoli pranzi di lavoro, quattro sedute dal parrucchiere per impossibilità temporale a lavarmi i capelli in casa, un trattamento viso nell’inutile tentativo di recuperare le ore di sonno perse e dissipare la stanchezza accumulata, una notte bianca in giro per la città, quattro lezioni di tango, uno stage intensivo e cinque serate a ballare fin quasi all’alba, una visita a un’amica incinta e una a un amico infortunato, un prelievo di sangue, due passaggi dall’avvocato, una lunghissima mattina in tribunale, qualche serata informale, un paio di film al cinema, trasporti e trasbordi dentro e fuori regione da morirne, riunioni a tappeto nelle stanze del potere, due libri letti, diverse centinaia di e-mail e decine di contratti scritti, comunicati stampa, un meccanico, un idraulico e un tecnico della lavatrice, un abbozzo di progetto editoriale nuovo, telefonate notturne, pianti disperati, risate a crepapelle, vaffanculo gratuiti presi e dati, abbozzi di storie da narrare che non trovano pace, richieste di ospitalità e asilo politico, una quantità abnorme di libri da studiare e sui quali dover essere interrogata.

Oltre ovviamente alla routine di spesa, cucina, posta, scuola, varie ed eventuali.

Per tutto il mese ho girato con una valigetta in auto, con ricambi, scarpe e tutto il nécessaire: mi sono cambiata d’abito in bagni sconosciuti, in stanze d’albergo, in case di amici.

Se qualcuno a luglio o agosto mi avesse detto che la mia vita avrebbe preso questa piega io avrei riso di cuore.

Alla fine mi hanno restituito forfettariamente un’ora.

Pensavo a quando me l’hanno tolta, sei o sette mesi fa, quando quell’ora scomparsa ci ha troncato sulle labbra parole che non sono mai più venute fuori e gesti che non si sono mai potuti compiere.  L’altra sera, nell’ora riacquistata,  avrebbero potuto finalmente esprimersi, riannodare le fila di un discorso smarrito.

E invece no. Era diventata un’ora illegale.

Adesso vado, vado a decomprimermi lontano da qui, tra colline e spazi aperti.

Poi torno, poi parto di nuovo e starò via proprio per un bel po’, raggiungibile solo telefonicamente. Poi torno, poi rivado, poi torno e siamo già alle soglie del Natale.

Che quasi quasi gli auguri ve li faccio adesso.

Buon Natale, eh.

Clase de técnica para mujeres. Sottotitolo: le cose non sono mai come appaiono.

ottobre 28, 2007

Il posto.  Il posto è bello, ma si trova in quartieraccio.  Che poi lo so, ci abita pure brava gente, che questa città è così, mischia ‘o bbuono e ‘o mmalamente, ogni vicolo è una livella.

Ma qui ci sono le caserme, e a due passi il carcere. E no, non è un bel quartiere, no.

La donna, la prima che incontro, ha i capelli biondi e un’espressione così dolorosa da destare sgomento. Continuerò a guardarla per tutto il pomeriggio e mai, nemmeno per un secondo, accennerà un sorriso.

Perché io ho il maledetto vizio di fissare le persone. Lo faccio senza accorgermene, mi blocco sui dettagli, su certe curve. Non riesco a impedirmelo.

Mi ricorda qualcuno, forse Ute Lemper, forse la Schygulla in Anni di Piombo, con una giacca vecchissima, pied-de-poule, e un bicchierino monouso col caffè.

Dove l’hai trovato?, le chiedo indicando il caffè.

Subito dietro l’angolo, risponde laconica. Ha anche la voce tragica, come se mi stesse informando che la fine del mondo è imminente e non c’è possibilità di salvezza.

Così giro l’angolo e mi accoglie un travestito enorme,  con una faccia gigantesca, gonfiata dal silicone e dagli ormoni, i capelli rossi, le sopracciglia depilate e in braccio un cane ridicolo, grassissimo e dal pelo fulvo, che abbaia in modo stridulo.

Mi sbarra il passo: signuri’, ve pozzo spia’ ‘na cosa?

E qui io vorrei che questa conversazione poteste ascoltarla, perché i femminielli a Napoli hanno una cadenza tutta loro, qualcosa di speciale, di terribilmente armonioso. Sono frasi cantilenate, musicali.

Forse qualcuno ha sentito Peppe Barra o Enzo Moscato e sa cosa voglio dire.

Ditemi.

Ma nel frattempo cerco nella mia testa un genere da usare per rispondere, che il modo impersonale mi secca. E non so la conversazione dove andrà, se prenderà tempo, se prima o poi mi toccherà parlarle o parlargli.

Ma vuje state jenno all’Opificio?

Sì.

E che se fa là ‘n’coppa?

Guardate, io per la verità non lo so: è la prima volta che ci vado e non so nemmeno com’è fatto dentro.

Ahhhh…vuje nun iate maje ‘o giovedì ‘a ssera?

No, mai andata.

Ahhh…e nun sapite si è ‘nu clebbprivé?

Onestamente non lo so.

Signuri’, nun è maleducazione, ma ve pozzo spia’ c’avita fa’?

Devo fare un corso, una lezione di ballo. No, non proprio di ballo, di tecnica posturale: insomma, come mettere i piedi, come stare con la schiena e queste cose qua.

E pe’ fa’ che?

Tango.Tango argentino.

Ahhh, tango? Maro’, che bella cosa! Che ‘mmiria…e po’ mi facite sape’ si è ‘nu clebbprivé?

E là, là mi viene naturale il genere. Anzi, esagero. Perché la sto guardando in modo così fisso che quasi ho paura della sua reazione. L’ho osservata così a lungo da poterla disegnare, comprese le cicatrici sul mento, quelle dell’elettrocoagulazione, ricoperte da un fondotinta spesso e pastoso.

Sì, mo’ che scendo ve lo faccio sapere…signorina. O signora?

Sorride.

No, no…so’ signurina. E sentite…ce stanno pure l’uommene?

No, oggi siamo solo donne…ma po’, signuri’, dicimmo ‘a verità…oggi addo’ stanno cchiù, l’uommene?

Scoppiamo a ridere, insieme.

E qui però voglio dire una cosa, la voglio dire con tutto il cuore.

Nel corso del pomeriggio, fatto di movimenti leggeri e misurati, ci chiedono di passare dall’altro lato, di provare a fare gli uomini, di provare a guidare.

Una cosa difficilissima. Non immaginavo.

La mia compagna mi anticipa nel movimento e questa cosa mi provoca irritazione e fastidio. Mi dice: non ti sento.

E allora tocca ritararmi, imprimere direzione e volontà, essere concentrata e densa. Comunicare in modo chiaro e univoco, contenere e accompagnare. Sorreggere e spingere.

E’ difficile essere uomo, sì. E per quanto questa sia solo una metafora, credo che possa rendere l’idea.

E’ difficile. Però con un po’ di impegno e tanta buona volontà credo si possa imparare.

(Un’aggiunta kitsch, nello spirito del post. Ma questo tango è bellissimo. Racconta di Youkali, una città immaginaria. Ma era prima, prima della guerra. Poi i treni si sono fermati tutti nella stazione della città di R.)

Slow-slow, quick-quick

ottobre 22, 2007

Io  non  conosco  scorciatoie  per  superare il  dolore, no. Posso solo immergermi, tuffarmici dentro come un liquido amniotico e farmi imbevere. Finirci dentro, come andare con il capo sott’acqua fino a sentirmi soffocare.

Non so sfumare, non so lenire, non so distrarmi.

E d’altronde tutto servirebbe a potenziarlo, a offrirgli nutrimento.

Non conosco scorciatoie, no. E se pure le conoscessi, non le percorrerei.

Perché i dolori sono matasse di cui bisogna afferrare il bandolo e da quello leggere, derivare un come e un perché, senza alibi.

Il mio viso ne fa le spese, il mio corpo paga tutto. Mi crolla la faccia, letteralmente, e si scatenano dolori erratici e nausee, herpes, tachicardie e fiato corto. Chi mi ha visto lo sa, sa che il mio corpo si piega. Che invecchio improvvisamente e nessuna rete di contenimento riesce ad ingabbiare la frana del mio viso.

Ma è così che deve andare, ognuno conosce la sua cura.

La cura non è nelle convinzioni, ma nelle conoscenze, in ciò che si sa di sé, che si apprende sul corpo. Con il corpo.

Io non conosco scorciatoie, so solo che devo aspettare che mi scavi, che mi frantumi. In silenzio, lontana dagli sguardi. Aspettare che la parte dolente si secchi, come una crosta, e cada da sola. Aspettare senza la tentazione di grattarla con un’unghia, così da evitare che lasci segni incancellabili.

Ognuno conosce la sua cura e la mia è questa

Allora succede che ogni tanto – ma proprio ogni tantissimo, anche tantissimissimo –  io abbia bisogno di toccare il fondo.

Di annientarmi, di morirmi.

Succede quando proprio non mi è più possibile andare avanti, quando il dialogo interiore si fa così serrato da farmi temere l’impazzimento imminente.

Sento il sintomo del crollo, lo sento vicinissimo,  incombente. E allora è il momento in cui devo forzarmi. Accelerare la discesa e cadere malamente.

Senza paracadute, senza alcuna forma di protezione. A testa bassa, caricandomi come un ariete, come un kamikaze.

Sciùùùùùùmmmm, caduta libera.

Velocità vorticosa, saetta, spirale, terapia d’urto, massacro, violenza, violenza su di me, ancora, sì, ancora più giù, vortice, vaaaai, vai, ancora un poco, è lì, sprofondaaaaa, vaaaaaai, centraloooooo, eccoloooooooo.

BUM.

Il fondo è stato toccato alle 5.44 di qualche mattina fa. Un dolore che credevo sarei morta.

A farmi compagnia innumerevoli tazze di caffè e totmila sigarette.

Alle 5.44 – ho badato bene a guardare l’orario per potermelo ricordare – non sono morta, ma ho iniziato a ridere, a ridere in modo incontenibile, convulso.

A ridere come se non mi fossi mai vista prima, come se fino a quel momento avessero mandato in giro una versione di me for dummies.

Ho riso di me, della mia stupidità, delle mie parole.

Delle mie ossessioni, dei sogni, dei desideri, delle ostinazioni.

In un modo così virulento da non potermi più torturare senza provare un irrefrenabile desiderio di ridere ancora, di dissacrarmi fino al midollo.

Ho riso tutta la giornata, nonostante crollassi dal sonno.

Ho riso di tantissime cose.

Alle 5.44 di qualche mattina fa ho toccato il fondo.

Porca miseria, quant’era profondo.

Va bene, va tutto bene. Come aver messo il piede su un trampolino elastico.

Oggi c’era la neve, tutt’intorno. Un gelo totale, qualcosa di irreale.

Ma dentro, dentro, la musica imperava. Chi mi ha visto lo sa.

Quoting

ottobre 17, 2007

Come avviene già da un po’ di  tempo, sono parca di parole.

Allora ne approfitto per citare due post: uno, di Effe, che racconta la nostra avventura buranica con Tamar Yellin; l’altro, di HangingRock, che parla delle condizioni per la sussistenza dell’amore.

Mi pare che i due post, seppure affrontando temi diversi, contengano spunti e valutazioni da affiancare.

Per dirla con Effe, "quando si è innamorati non si rinuncia, non si indietreggia, non si comprende il significato della parola no".

Per dirla con Hanging, "penso che esistano delle condizioni comuni e necessarie".

Di mio posso aggiungere solo che penso che l’amore, quale che ne sia la destinazione ultima, l’obiettivo o il disegno, nasca principalmente da una volontà, alla quale farà (o non farà) seguito la messa in campo di determinate capacità.

Attenzione: non è il sentimento ad essere frutto della volontà. Non sono così materialista.

Considero la volontà di base, il sostrato su cui costruire il seguito.

Voglio dire che il nostro sentimento di innamoramento per il racconto della Yellin è stato secondario alla volontà di perseguire un obiettivo di ricerca e condivisione. Solo dopo, quando questo amore ci è sembrato difficile e pieno di ostacoli – e tuttavia necessario – si è messa in moto la macchina delle azioni adatte perché si compiesse.

Così anche con le persone.

L’amore è una disposizione, essenzialmente. Una disposizione di base, una cosa che sta a monte.

E’ il desiderio e la volontà di imparare e padroneggiare  una lingua straniera, secondo i criteri necessari di conoscenza della sua grammatica, di consapevolezza delle differenze e delle identità linguistiche e del fine ultimo di reciprocità ad intendersi, quando si parlano due idiomi diversi.

Effe ne fa un discorso letterario.

HangingRock una disamina scientifica.

Io che non ho né l’una né l’altra capacità e so solo esprimermi per immagini, con le mie visioni, vi rimetto qui ciò che avevo postato e cancellato l’altra notte.

Il libro delle frasi fatte e degli amori disfatti.

Roia me om.

Omi roa me.

Eo mia rom.

Mi sembra che tutto quadri. Abbastanza.

Fuori da ogni congettura possibile, l’amore è una faccenda pratica. Tutto il resto, rumore di fondo e spreco di risorse.

Finis Terrae

ottobre 15, 2007

Ti lascio il libro delle frasi fatte e degli amori disfatti.

Roia me om.

Omi roa me.

Eo mia rom.

Venti di guerra

ottobre 1, 2007

C’era la guerra, e tutti ne eravamo presi,

e ormai sapevo che avrebbe deciso delle nostre vite.

Della mia vita; e non sapevo come. (Italo Calvino)

 

Duro, questo numero di Buràn. Duro e bellissimo.

Duro fin dall’inizio, per il tema scelto, per la fatica di leggere, selezionare e tradurre tanti, tantissimi pezzi. Perché di fiction c’è poco, perché queste storie narrano di territori minati e contengono pezzi di vite che assomigliano ad altre vite che ho incontrato e mi sono care, che si muovono lungo confini di guerre talvolta non dichiarate, al bordo di un crepaccio dove anche una parola può essere di troppo.

Duro ed esaltante a un tempo, giacché ci è capitato di imbatterci casualmente in racconti di enorme spessore letterario, di cui abbiamo poi saputo essere vincitori di premi e già in pubblicazione altrove.

E sapere che altri, prima di noi, insieme a noi, hanno posato il loro sguardo sugli stessi brani, scegliendoli, valorizzandoli, conferma che la materia, la sostanza non possono essere confutate: balzano all’attenzione, si impongono. Conferma che non tutto può essere eluso, che esiste un nucleo solido che va ben oltre la fascinazione della parola.

Voglio dirti che devi aver pazienza, con questo numero di Buràn. Andarci piano, lasciartelo scorrere dentro, permettere che ti riapra delle ferite, lasciarti gonfiare come un fiume e non aver paura del passato e dei morti. Sentire il peso dell’acqua, come Zara, e poi lasciarla fluire.

Sentire il peso dell’acqua, come Rybka, e lasciarti fluire. Accada quel che accada.

Devi provare a restare sveglio con una mano alla gola, come se ti strangolassero, per sentire gli incubi di Tichafa penetrarti fin nell’ultima fibra e capire come e quando il male si annida, talvolta per non lasciarti mai più. E subito dopo correre avanti, correre a perdifiato, e ritrovarti libero di costruire altro. Attraversare le campagne cambogiane e stazioni morte e pianti di bambini.

Voglio che provi a valicare le frontiere messicane, dove i contrabbandieri si arricchiscono sulle spalle della povera gente e una volta arrivato in Canada, che ti segga anche tu al tavolino di un caffè per ascoltare il rimorso di Honorio.

E voglio ancora che tu sappia com’è, com’è terribile sognare le farfalle.

Lo so che questo numero non ti farà sorridere, ti farà ricordare tutti quei sogni strani che qualche volta ti hanno accompagnato, così reali da farti temere al risveglio che potessero essere veri e spesso lo erano.

Sveglierà le lumache che dormono nella tua testa e di tanto in tanto ti producono quei rumori di sottofondo.

Ti accompagnerà nella quotidianità di città che sopravvivono sotto le bombe, incuranti del frastuono, dove a quindici anni si è già vecchi. Dove tutto diventa incredibilmente naturale, anche la perdita. Anche la dimenticanza di sé.

Ti offrirà il dubbio, il sospetto che non siamo davvero niente, pallido scherzo nelle mani di una Creazione insensata, la posta in gioco di una scommessa di cui non siamo mai stati informati.

Vorrei che lo leggessi davvero tutto, questo numero.

Così come noi lo abbiamo letto e messo in piedi per te.

E vorrei che arrivato alla fine ti sedessi un po’ vicino a chi ami. Lo abbracciassi. Anche in silenzio.

Che in mezzo a tutta questa guerra non sappiamo quanto tempo ci resta, e nemmeno possiamo indovinarlo.

buran