Clase de técnica para mujeres. Sottotitolo: le cose non sono mai come appaiono.

Il posto.  Il posto è bello, ma si trova in quartieraccio.  Che poi lo so, ci abita pure brava gente, che questa città è così, mischia ‘o bbuono e ‘o mmalamente, ogni vicolo è una livella.

Ma qui ci sono le caserme, e a due passi il carcere. E no, non è un bel quartiere, no.

La donna, la prima che incontro, ha i capelli biondi e un’espressione così dolorosa da destare sgomento. Continuerò a guardarla per tutto il pomeriggio e mai, nemmeno per un secondo, accennerà un sorriso.

Perché io ho il maledetto vizio di fissare le persone. Lo faccio senza accorgermene, mi blocco sui dettagli, su certe curve. Non riesco a impedirmelo.

Mi ricorda qualcuno, forse Ute Lemper, forse la Schygulla in Anni di Piombo, con una giacca vecchissima, pied-de-poule, e un bicchierino monouso col caffè.

Dove l’hai trovato?, le chiedo indicando il caffè.

Subito dietro l’angolo, risponde laconica. Ha anche la voce tragica, come se mi stesse informando che la fine del mondo è imminente e non c’è possibilità di salvezza.

Così giro l’angolo e mi accoglie un travestito enorme,  con una faccia gigantesca, gonfiata dal silicone e dagli ormoni, i capelli rossi, le sopracciglia depilate e in braccio un cane ridicolo, grassissimo e dal pelo fulvo, che abbaia in modo stridulo.

Mi sbarra il passo: signuri’, ve pozzo spia’ ‘na cosa?

E qui io vorrei che questa conversazione poteste ascoltarla, perché i femminielli a Napoli hanno una cadenza tutta loro, qualcosa di speciale, di terribilmente armonioso. Sono frasi cantilenate, musicali.

Forse qualcuno ha sentito Peppe Barra o Enzo Moscato e sa cosa voglio dire.

Ditemi.

Ma nel frattempo cerco nella mia testa un genere da usare per rispondere, che il modo impersonale mi secca. E non so la conversazione dove andrà, se prenderà tempo, se prima o poi mi toccherà parlarle o parlargli.

Ma vuje state jenno all’Opificio?

Sì.

E che se fa là ‘n’coppa?

Guardate, io per la verità non lo so: è la prima volta che ci vado e non so nemmeno com’è fatto dentro.

Ahhhh…vuje nun iate maje ‘o giovedì ‘a ssera?

No, mai andata.

Ahhh…e nun sapite si è ‘nu clebbprivé?

Onestamente non lo so.

Signuri’, nun è maleducazione, ma ve pozzo spia’ c’avita fa’?

Devo fare un corso, una lezione di ballo. No, non proprio di ballo, di tecnica posturale: insomma, come mettere i piedi, come stare con la schiena e queste cose qua.

E pe’ fa’ che?

Tango.Tango argentino.

Ahhh, tango? Maro’, che bella cosa! Che ‘mmiria…e po’ mi facite sape’ si è ‘nu clebbprivé?

E là, là mi viene naturale il genere. Anzi, esagero. Perché la sto guardando in modo così fisso che quasi ho paura della sua reazione. L’ho osservata così a lungo da poterla disegnare, comprese le cicatrici sul mento, quelle dell’elettrocoagulazione, ricoperte da un fondotinta spesso e pastoso.

Sì, mo’ che scendo ve lo faccio sapere…signorina. O signora?

Sorride.

No, no…so’ signurina. E sentite…ce stanno pure l’uommene?

No, oggi siamo solo donne…ma po’, signuri’, dicimmo ‘a verità…oggi addo’ stanno cchiù, l’uommene?

Scoppiamo a ridere, insieme.

E qui però voglio dire una cosa, la voglio dire con tutto il cuore.

Nel corso del pomeriggio, fatto di movimenti leggeri e misurati, ci chiedono di passare dall’altro lato, di provare a fare gli uomini, di provare a guidare.

Una cosa difficilissima. Non immaginavo.

La mia compagna mi anticipa nel movimento e questa cosa mi provoca irritazione e fastidio. Mi dice: non ti sento.

E allora tocca ritararmi, imprimere direzione e volontà, essere concentrata e densa. Comunicare in modo chiaro e univoco, contenere e accompagnare. Sorreggere e spingere.

E’ difficile essere uomo, sì. E per quanto questa sia solo una metafora, credo che possa rendere l’idea.

E’ difficile. Però con un po’ di impegno e tanta buona volontà credo si possa imparare.

(Un’aggiunta kitsch, nello spirito del post. Ma questo tango è bellissimo. Racconta di Youkali, una città immaginaria. Ma era prima, prima della guerra. Poi i treni si sono fermati tutti nella stazione della città di R.)

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14 Risposte to “Clase de técnica para mujeres. Sottotitolo: le cose non sono mai come appaiono.”

  1. HangingRock Says:

    sì, questo tango è bellissimo. forse il tango più bello che abbia mai sentito. no, non forse.

    (signuri’, ve pozzo spia’ ‘na cosa? siete troppo bbella, ma nunn ‘o ddicit’ a nisciuno)

  2. aitan Says:

    eh sì, è difficile ffa l’ommo, e cchiu passa ‘o tiempo cchiu difficile addiventa

    questo post ambiguo e tansgenerico m’è piaciuto assai

    (epperò, per favore metteteci l’accento acuto sopra la técnica e due elle a kurt w., ca je songo ‘nu tipo viziuso e cierte cose storte nun m’e fido de vere’ ;o))

  3. Flounder Says:

    [giuvino’, ma vuje nun tenite proprio niente a che penza’, è ove’? :-D]

  4. Flounder Says:

    hanging, una versione diversamente arrangiata e forse più nota è quella di Bregovic, che fa da colonna sonora a Underground.
    anche lì, del resto, si cerca la città di Youkali, dove le promesse vengono mantenute, gli amori ricambiati e non esistono più preoccupazioni

  5. cybbolo Says:

    a volte temo che si possa diventare uomini solamente in avanzata vecchiaia, quando invece si dice che da vecchi si ritorna bambini, ennesimo paradosso esistenziale.

  6. pispa Says:

    ho perso la cassetta 20 anni fa forse.
    trovarmi lo youkali tango proprio qui… che ‘mmiria.. :)))

  7. Effe Says:

    guardate, dipende poi dal tipo d’uomo.
    Cioé a dire, certi tipi d’uomo è facilissimo farli, tanto che non val neppure la pena d’impegnarcisi.
    Altri, ebbé, altri son mica fiaschi che s’abboffano. Occorre tutta una vita, per diventare un certo tipo d’uomo.
    Infine, ci son certi modelli d’uomo che puoi piangerci dietro un’onda anomala di lacrime, tanto son belli (certi eroi tragici, certi operai che fanno diventare i loro figli avvocati, a furia di sfiancarsi alle presse con i doppi turni, e poi i loro figli si vergognano di loro, o certi poeti minori che mai nessuno sentirà nominare)
    Quelli no, sigunrì.
    Quelli non son uomin che si possano fare, non c’è classe che li insegni.

  8. Petarda Says:

    intanto devi sapere che quella signorina che hai incontrato ha o una gemella o una sosia che abita qui vicino a casa mia.
    poi farsi condurre è una roba complicatissima, io sono ai limiti della governabilità, ma è anche vero che quei balli lì non li pratico molto.
    però ricordo in gioventù ore e ore di prove di balli occitani a casa di un amico che poi mi portò a ballare al folk club, ma quasi subito dovetti fuggire perché pareva che tutti mi venissero addosso (del resto non ho la patente), con gran disdoro del mio partner.
    i balli occitani anche son belli, intanto la musica, sembra di essere in una favola; poi perché la coppia danzante continua a guardarsi negli occhi, è proprio una regola.

  9. CarusoPaskoski Says:

    Lyubimaya minor cessat.

  10. CarusoPaskoski Says:

    Ho dimenticato di dire una cosa: ho prenotato un tavolo per domani sera, nel miglior ristorante di Youkali.
    Tu mangi di tutto, vero?

  11. Flounder Says:

    secondo me tutto origina dall’invenzione del rasoio elettrico.
    dopodiché è stato un lento e continuo movimento verso lo scatafascio.

  12. zaritmac Says:

    Mo’, fuor di metafora, io da quando ho messo piede sul parquet me lo sono detta subito subito “meno male che so’ femmena!”, perché si capisce che deve essere proprio difficile assai farsi seguire e lasciare che l’altra non “si metta d’accordo”, ma “si accordi”. E me lo sono ripetuta che ero fortunata a portare tacchi e gonna tutte le volte che non ho “sentito”. Io, mo’ non è che ho tutta questa esperienza, però che farsi sentire non sia facile l’ho sentito forte dalla mia difficoltà a sentire. Che quando si sente, poi, invece è proprio bello, bello assai. E mi è parso, come per fare l’amore, una moltiplicazione, non una semplice somma di gesti e posture. E ho pensato che non è un fatto di arrendersi, ma di darsi senza perdersi, di cedere senza perdere, di seguire con la consapevolezza di farlo e volerlo, di delegare il controllo di sé senza perderlo. Non vuol dire che lo so fare. Ma lo voglio imparare, ché, come ho scritto altrove, “se so fare l’amore, e so fare l’amore, posso anche imparare a ballare.” E, in attesa, di applicare alle mie caviglie altri più esercitati e sperimentati “sentire”, vado ora a “sentire” il tuo tango. Lo faccio sorridendo su certi “quartieracci”, e – di più – su certe altre moltiplicazioni… di pagine…

  13. Flounder Says:

    io vorrei che vi prendeste un po’ di tempo per andare a esplorare tutti i video di wenarto, il cantante kitsch che ho segnalato in calce al post.
    è spettacolare, canta di tutto in tutte le lingue. azzarda esperimenti pazzeschi, tipo parole parole in versione nippo anglofona.
    impossibile descrivere il suo Mario Cavaradossi in una pantomima con tre giovani a torso nudo o la sua Casta Diva con parrucca e occhialoni alla Jackie Onassis.

    quest’uomo è un genio.
    dovrebbe stare in una trasmissione di Renzo Arbore.

    i video sono 212 e valgono tutti la pena di essere guardati

  14. Uomini Freddi e nuove (per)versioni | Trìspito Says:

    […] il 29 ottobre 2007 di riccionascosto Si parla di balli, qui, e di come “è difficile essere uomo”. E io ho ripensato a qualcosa che monodose (no, niente […]

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