Archive for novembre 2007

Fàmolo strano

novembre 30, 2007

Se tutto va bene, la vedrò stasera.

(e dire che mi ero sempre lamentata di avere un bagno troppo piccolo…)

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L'uccisione di Babbo Natale

novembre 28, 2007

Bravi, sì. Continuate, continuate a educare i vostri figli secondo i saldi principi morali di lealtà, verità e fiducia.

Instillate in loro la capacità di discernere e raziocinare, evitate accuratamente di mentire e raccontare fandonie su come sono venuti al mondo e tutto il resto.

Sappiate che questo è l’unico metodo certo per avere delle persone che, una volta adulte, sapranno far fronte alle delusioni e alle difficoltà, sapranno argomentare con semplicità di pensiero e onestà intellettuale, senza nascondersi dietro preconcetti e imposture.

Continuate così.

Affrontate a viso alto tutte le loro domande: un giorno saranno i pomponi, un giorno il mistero dell’amore, un giorno un lungo interrogatorio sulle vostre vicende sentimentali.

Fino al giorno in cui arriverà la fatidica domanda, quella che più di altre vi creerà problemi e angosce: ma esiste Babbo Natale?

Perché se avete seguito tutti i precetti elencati precedentemente, la domanda non vi verrà posta così, in modo chiuso, fornendovi semplicemente l’alternativa di rispondere un sì o un no e darvi alla macchia per almeno un altro anno.

Magari fosse così semplice.

Ma è che in questi sette, otto, nove anni voi li avete formati, plasmati, sanno come mettervi con le spalle al muro.

La domanda sarà ampia e insidiosa, piena di trappole. I vostri figli vi metteranno alle corde.

Mamma, mi hanno detto Alberta e Mariapaola che Babbo Natale non esiste, che i regali li comprano le persone. Dimmi la verità, voglio saperla. Un giorno mi hai promesso che tra me e te ci sarà solo verità.

Cosa ti cambia conoscerla?

Mi cambia. Mi cambia che se è vero, faccio la figura della bambina cretina e devo sapere perché finora mi hai mentito. Se invece non è vero dirò a tutti che me lo hai detto tu, che non menti mai.

Un attimo di panico totale.

La curva della delusione sta per partire, oltrepassa la MittelEuropa e si schianta in Finlandia. Mentalmente mi parte l’analisi SWOT per sapere dove sia meglio fracassarmi.

Babbo Natale non esiste, questa è la verità. Però esiste nell’immaginario collettivo, è una tradizione.

Ne è seguito un pianto disperato per un’ora.

Non riuscivo a sdrammatizzare, non riuscivo a riderne. Un lutto. Il primo grande vero lutto.

Più del nonno, che almeno è andato in Paradiso con la conferma assoluta della maestra di catechismo.

Sono partite domande a raffica: ma tu quando lo hai scoperto? come lo hai scoperto? che reazione hai avuto? perché dite le bugie ai bambini se poi già sapete che dopo gli dovete togliere la magia? perché alcuni bambini lo scoprono prima e altri dopo? ma i regali li comprate o li rubate? e i biscotti e il vino che lasciavo te li mangiavi tu o li buttavi?

E a nulla, a nulla sono valsi i tentativi di dirle che la scoperta che Babbo Natale non esiste è un segno di intelligenza, che la perdita della magia è compensata dal nuovo piacere di partecipare alla scelta dei regali per tutti, che – come scrivevo l’altro giorno – per ogni obiettivo raggiunto si perde qualcosa.

A nulla è servito raccontarle che ancora oggi io scrivo le lettere a Babbo Natale, come fatto simbolico e che in fondo saranno la fede e la speranza a regalarci ancora la magia.

Tutto inutile.

Un pianto a singhiozzi, la perdita dell’innocenza.

A letto, con gli occhioni ancora gonfi e le guance solcate di lacrime, l’elemento raziocinante e speculativo ha avuto comunque il sopravvento: mamma, ma se un bambino resta orfano dei genitori prima che lo informino, rischia di credere a Babbo Natale per tutta la vita?

Ho risposto sì, e che a volte non era nemmeno necessario restare orfani.

E questa, credetemi, questa non era un bugia.

Marketing Mix e Unsought Goods

novembre 27, 2007

Tutto ha un suo ciclo di vita: gli esseri umani, i progetti, i prodotti, le aziende. Anche le emozioni.

Anche le delusioni.

Sì, anche le delusioni si sviluppano secondo una curva, che nella sua ascesa porta con sé un carico di dolore e di rabbia, fino a culminare in un picco di cattiveria e autolesionismo.

Poi di colpo la curva inizia a discendere e la delusione è pronta, è matura per essere trasformata in qualcos’altro o essere smaltita.

Perdonate se ho assunto un’impostazione aziendalistica del blog, ma son giorni in cui tra lavoro intenso io ho necessità di studiare per un concorso e sempre, sempre nella mia vita di studentessa, sono riuscita a imparare le cose scrivendole.

Da ragazza riempivo pagine e pagine di riassunti, e poi riassunti dei riassunti, e poi i riassunti dei riassunti dei riassunti, con note di tutti i colori, e poi fino a una sintesi di due, tre parole, che però mi esplodevano in testa e si ramificavano, riportandomi ai contenuti originari.

Ho un cervello che immagazzina zippando. Se qualcuno mi stimolasse il cervello in quel dato punto lì ne verrebbero fuori partite a nascondino e ginocchia sbucciate e profumo di brioche, in quell’altro punto fotogrammi di film e un bigliettino lasciato sopra il parabrezza e sprazzi di verde bosco.

Le millequattrocento pagine dei due volumi di Storia e civiltà dell’Estremo Oriente mi sono entrate in testa con questo metodo, con una serie di artifici visivi fatti di colori e una serie di assonanze e collegamenti degni della migliore tradizione di associazione di idee.

Ma torniamo alle delusioni e a tutte le cose che ci insegna il marketing .

Le quattro P. Le tre L.  Le leve d’azione, le esigenze. Latte, Letto e Lusso.

Le cinque forze di Porter, la piramide di Maslow: tutto concorre a sviluppare e a fomentare la corretta nascita ed evoluzione di un processo delusivo.

E’ così per tutto: vi comprate una cosa e subito dopo scoprite che la concorrenza lo faceva meglio. Vi innamorate e il valore del bene percepito non corrisponde a quello atteso.

Dal sogno al bisogno, dal bisogno all’agogno. E poi mi vergogno.

Mi vergogno di me, sì.

A volte, nella curva calante della delusione, quando scomparsi il cliente e il fornitore resto sola, davanti a me stessa, spaurita.

E mi dico non lo faccio più, non gioco più, non ci casco un’altra volta, no.

E poi ero a cena con amici a Roma, l’altra settimana, e ridevo. Stavo tentando di capire se il marketing nasce quando nel mondo viene a mancare l’amore e dunque si propone di surrogare l’assenza con beni sostitutivi o se – peggio – non sia l’amore stesso una strategia di marketing volta ad anticipare i bisogni del target e a cercare di soddisfarli, con un apparente altruismo che in realtà mira solo a mantenere il proprio posizionamento e un fatturato sentimental-sessuale che non vada al di sotto del punto di pareggio.

Così che quando la delusione inizia a calare e bisogna scegliere se mantenerla o innovarla nascono tutta quelle serie di variazioni sul tema: la guerrilla marketing, il viral marketing, il tribal marketing.

Come dire: ti distruggo, ti martello o ti persuado con un sistema di valori in cui farti identificare per riavvicinarti a me?

O lascio semplicemente che la delusione vada fuori produzione e inizio a ipotizzare nuovi investimenti affettivi e impianti a norma ben certificati e assistenza post-vendita?

E’ che qui il mondo si fa sempre più difficile, aumenta di giorno in giorno la sua complessità: il mio mercato obiettivo mi alza barriere all’entrata, c’è la minaccia di potenziali entranti. Vogliono il brand, il brand. Io al massimo posso offrire un limoncello, quale brandy e brandy!

Think globally and act locally o think locally and act globally?

O non think affatto, act poco poco e arrivederci e grazie?

Mia nonna, che era una grande studiosa di marketing, diceva: fatte accatta’ da chi nun te sape!

Io, che invece sono cretina, mi fisso con la Product Liability e faccio cap’e mmuro.

Di un Tu e quasi Noi *

novembre 25, 2007

Pensavo – in questi ultimi giorni – alle cose che vanno e a quelle che restano, a quelle che si insediano stabilmente, mettono radici e diventano parte di te e a quelle che marcano un mero passaggio.

Pensavo a chi è sempre su di me, dentro di me, anche se ha preferito lasciarmi da sola per così tanto tempo. A chi può fare a meno di me eppure resta con me, sebbene mi piaccia raccontare di saper chiudere porte, libri, saracinesche e bauli di ricordi. A chi mi tiene in qualche angolo segreto di sé e fa finta di nulla, a chi dice di tenermi lì e poi mi cancella, fino a dimenticare il suono della mia voce, a chi ha paura di entrare e a chi mi lascia ombrelli e guanti spaiati e non li riprende mai più. A chi non mi è necessario eppure incombe e segna il mio tempo con tacche profonde.

Siamo sistole e diastole, presa e riconsegna. Siamo inspirazione ed espirazione, dal fuori al dentro il troppo, dal dentro al fuori le scorie. E in mezzo quello che resta e nutre. Un tessuto comune, modificato da quanto entra e resta.

In questi giorni ho toccato con mano che ci sono cose che ho imparato per sempre.

Dicono che so imparare, che imparo in fretta e restituisco.

Eppure c’è un momento in cui ti accorgi che è difficile acquisire nuove conoscenze e competenze. Così talvolta puoi solo limitarti a lavorare su terreni conosciuti, a legare le cose nuove a quanto già ti è familiare, a impararle per analogia e similitudine. E’ funzionale, ma reca il rischio di muoversi dentro stanze anguste, su binari sempre simili.

Allora ho pensato che in fondo abbiamo la forma di un cerchio e ci muoviamo nei limiti del nostro compasso. Talvolta il cerchio è perfetto e aumenta il suo raggio, ma non ingloba nulla, immette solo nuove distanze.

I più bravi riescono a modularlo in ellisse e ad accogliere un secondo fuoco dentro di sé.

Qualcuno si fa spirale e ti raggiunge e ti avvolge, portandoti al suo centro esatto.

Imparo in fretta. Sono una spugna, un imbuto, un terreno riarso che rifiorisce con una sola goccia d’acqua.

Poi una mattina ti svegli e dubiti: forse il mondo non andava classificato così come fatto finora. E’ per questo che i conti non sempre tornano.

Non c’erano i buoni e i cattivi, i belli e i bassi, i vili e gli ardimentosi. Non le bionde e le brune, non chi di cui fidarti o temere.

Scopri nuove categorie, le inventi. Classificazioni trasversali.

Le butti giù in fila, sono decine, centinaia, tiri fuori tutto quello che sai, in un tentativo di ordine nuovo, per riguardare ciò che sai con uno sguardo diverso.

Il tu e il noi, per esempio. L’io e il noi.

Una delle possibili divisioni: chi sa dire noi e chi non è capace. Mi chiedo di me, sono un noi che finge di essere un io. Sono un io con desiderio di un noi, in tutte le cose.

Dicono che so lavorare per obiettivi e per processi e dentro di me sorrido e un poco mi intristisco.

Penso a chi lascia che le cose accadano per caso e ne è felice. Ma penso anche che chi non fissa obiettivi ha paura.

Per ogni obiettivo raggiunto si perde qualcosa, è così. Può far paura.

Un giorno ti spuntano i denti e perdi il conforto del seno, un giorno impari a camminare e perdi la possibilità di essere trasportato da altri. Un giorno finalmente riesci a dire noi, e un poco smarrisci l’io.

Ci sono cose che vanno e cose che restano.

C’è una docente con un’aggressività fuori dal comune, di una bellezza violenta. Ha un abito per il quale sarei disposta a tendere un agguato e derubarla.

Per dispetto e difesa metto un rossetto rosso fuoco, io che un giorno di tanto tempo fa ho scelto di vivere strategicamente ton sur ton e che oggi so di aver raggiunto obiettivi che ormai non mi soddisfano più. Il suo sguardo mi taglia, mi viviseziona. Ho bisogno di schermarmi e al tempo stesso di lasciarmi spogliare.

E’ lì per stabilire chi siamo e cosa possiamo, è la bilancia dei nostri destini.

Alla fine delle lezioni le tendo la mano e mette il muso, mi fa capire che vuole essere toccata.

Alla porta mi sussurra: tu non cambiare mai, mai. Anzi, esagera, esagera più che puoi. Non limitarti a osservare l’energia che possiedi, trasformati in bomba atomica. Sei un generatore di energia, puoi incendiare e riscaldare, distruggere e ricreare.

In serata so che la classificazione tra chi sa dire io e chi sa dire noi non è poi tanto peregrina:  trovo nel libro di Foer un racconto bellissimo, quello della coppia che crea in casa angoli di Niente sempre più ampi per paura di essere Qualcosa, che stabilisce e inventa regole su regole per timore di scivolare inavvertitamente in un noi che diventerebbe emotivamente ingestibile.

E dopo tante regole – ripenso a una lunga conversazione di qualche settimana fa, sulle regole che servono a mettere ordine e a semplificare e quelle che invece aspirano a creare disordine e complicare – alla fine si perdono comunque, tutti i loro micro-obiettivi funzionali solo alla fuga dal vero, unico obiettivo: diventare Qualcosa, perdendo qualcos’altro.

A Pechino ci sono nove milioni di biciclette. Questo è un fatto.

Nel mondo ci sono sei miliardi di persone. Questo è un altro fatto.

L’io senza il noi non può esistere.

 

* Il titolo è preso da una raccolta di poesie di Pier Maria Galli

S.P.Q.R. (Sono Pronti Questi Romani?)

novembre 11, 2007

Tre.

Due.

Uno.

Viaaaaaaaa!

 

(in valigia: abiti da lavoro, abiti da passeggio, racconti da leggere e scegliere per il prossimo Buràn, libri e dispense da studiare, Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer, un bigliettino d’amore scritto dall’ottenne e un paio di scarpe da ballo bellissimissime)

 

Mi trovate qui:

 

E tutti gli altri invece qui, a fine mese.

La Scienza Nuova

novembre 8, 2007

E adesso basta, basta parlare d’uomini. Adesso si parla di cose di femmine.

Ieri sono stata in un posto pazzesco, il più grande centro commerciale del Sud Italia, aperto a un passo da casa mia.

A causa di questo coso, da un mese mi tocca andare a lavorare in treno, perché è subito dopo l’uscita del casello autostradale e si resta imbottigliati per un tempo infinito.

Si vende di tutto, ma proprio di tutto. Tra un acquisto e l’altro c’è un palco dove si fanno delle cose, o si balla latino-americano e funky, o c’è il cabaret, o una sfilata, o una lezione di aerobica. Una fontana che fa i giochi d’acqua colorati e la gente ci tira dentro le monetine, come fosse a Piazza di Spagna.

Si bevono irish-coffee e cocktail iridescenti mentre si mangia il kebab o un gelato dietetico con la cialda per celiachi.

Si sale e si scende da ascensori, scale mobili, tapis-roulant.

Poi si cerca l’auto tra settemila posti tutti uguali e alla fine, nel marasma generale, ti ricordi che tuo figlio è nello spazio bimbi dove gli hanno dipinto la faccia e fatto imparare una serie di canzoncine e se non esibisci uno scontrino di spese per almeno 549 euro, non te lo ridanno, lo mettono in un orfanotrofio bulgaro, perché se i suoi genitori sono dei poveracci, quello è il suo posto.

Nemmeno a Dubai ho visto una cosa del genere: enormi palme disidratate che si estendono in altezza  per due piani, lampadari che sembrano dischi volanti, marmi a iosa, bagni di una lunghezza che nemmeno nella fabbrica della Pils. Insomma un tempio dello shopping, che in confronto quelli là, gli svedesi, sembrano una cappella votiva vicino a una basilica. Un culto minore.

Poi c’è un multisala con dodici sale, poi una ventina di ristoranti e divani e divanetti ovunque, perché ci si stanca. Mancano i monopattini, ecco. Ecco cosa manca, reclamerò alla direzione.

Io per un po’ di anni ho seguito la moda, nel senso che me ne sono occupata per lavoro.

Però poi ho smesso, che mi scocciavo da morire.

L’unica cosa divertente era il linguaggio: ho sentito cose che in vita mia mai, che se qualcuno mi pagasse per scriverle, io lo farei.

Giornaliste ai piedi delle passerelle che sui loro taccuini annotavano cose come: quest’anno si impone un look submetropolitano per una donna che cerca sfide ai limiti della couture e non teme la morsa stereofonica del neo-cachemere; per i bambini una moda morbida, che ripropone suggestioni della vita intrauterina e strizza l’occhio all’iperspazio gommato; l’uomo dell’autunno a venire si lascia guidare da un istinto belluino che stempera grazie alle nuove linee stondate e a tessuti che incorporano inserti di antilope trattati con l’olio di soia e benzoino per una mascolinità subsahariana con un tocco artico-cavalleresco.

E tutte cose così.

La moda è vichiana, ci sta poco da fare. Va e viene. E’ l’incarnazione del verum factum.

Ha una finalità teleologica e la benedizione della Provvidenza. O le si fa fede, o si resta fuori dalla conoscenza e forse si va anche all’Inferno.

La moda è come la felicità: non fai in tempo a intravederla, che è già fuggita.

E insomma, quest’anno grandi ritorni: innanzitutto il reggicalze, per uno stile sensual-aggressivo-ti-vedo-non-ti-vedo-se-non-ti-vedo-è-meglio-anzi-sai-che-ti-dico?-non-ti-far-vedere-mai-più.

Poi i leggins, che senza i leggins non siete nessuno, vi dovete solo sparare.

Le ballerine solo se hanno il contorno elasticizzato e le scarpe sono sandali, anche a febbraio, con le apposite calze senza cucitura sulla punta e tacchi altissimi. Ma se ve li mettete senza calze è meglio, nella Grande Mela fanno così già dall’anno scorso. Non mi fate vergognare di voi, per piacere.

In casa molto africano, molto zebrato, molto maculato, molto oro, molto. Siete le nuove Regine di Saba, non dimenticatelo mai. Almeno fino a marzo. Poi scatta il look neo-fiammiferaia e potete portare tutto al Monte di Pietà.

Ma per adesso Swarowski dappertutto, pure al bagno. Pure in auto. Pure nel blog.

Mutande matelassé (forse più per gli uomini, per quel fatto là di prima) e calzettoni in pasta brisée.

Ci sono andata con spirito tassonomico, non ho comprato nulla: però mi affacciavo dovunque e facevo la scema, per sentire tutte queste cose qua.

Tutte le commesse avevano una parola d’ordine: quest’anno è tornato….

All’ultima ho chiesto: ma perché, dove era andato?

Non mi ha saputo rispondere.

Di cazzi, comunismo, letteratura e senso della misura.

novembre 7, 2007

In un improbabile progetto di eugenetica e riforma del genere umano, io proporrei innanzitutto di fare qualcosa per gli uomini con il cazzo piccolo.

E qui mi fermo, ché sono doverose le precisazioni.

Primo: in questo post non si parla di sesso né di preferenze di genere e quantità.

Secondo: l’impiego del vocabolo in questione, invece di succedanei, sinonimi e belle parole, ha una sua specifica esigenza, di natura letteraria.

Terzo: ci sono anche donne con il cazzo piccolo, per una questione di par condicio, così poi non mi dite che sono sessista.

Allora faccio un passo indietro, proprio molto indietro, fino al settembre del 1989, l’anno in cui mio padre decise che ci avrebbe fatto vedere gli orrori del comunismo con i nostri occhi, che almeno una buona volta la smettessimo di dire che volevamo essere comuniste.

Lui ne era convinto, da buon militante della Fiamma.

Peccato che le cose per lui assunsero un andamento inaspettato e da allora, fulminato come Paolo di Tarso dalla visione di un Tito che benediceva le masse e gli chiedeva di pentirsi, vota a sinistra, sempre più a sinistra. E nemmeno gli basta.

In questo lungo viaggio oltre la cortina io mi ero portata alcuni libri.

C’era Tama Janowitz, con quella bellissima raccolta di racconti appena pubblicata, Schiavi di New York.

E già lì mio padre ebbe da ridire che non gli andava di portare una cosa così nell’est Europa, che una scrittrice ebrea americana non era adatta alla circostanza, sembrava una provocazione. Ma fu solo sfogliando le prime pagine,  quando scoprì che c’era un racconto che parlava di cazzi, che si infuriò del tutto.

E io dicevo: ma è scritto in italiano, chi vuoi che lo capisca.

Però lui insisteva che la prima cosa che si impara nelle lingue straniere sono le parolacce e questo era materiale sionista, filoamericano e pornografico. Dunque pericolosissimo.

E io non potevo attentare all’incolumità di un’onesta famiglia borghese con le mie letture eversive, no.

Alla fine ci accordammo per cambiargli la sovraccoperta e tenerlo stipato in valigia fino all’arrivo, tirandolo fuori solo in ambienti protetti, quali le stanze d’albergo.

Ora, io sono una che certe parole non le usa nemmeno nella più sfrenata intimità.

Come tutti interloquisco dicendo: eccheccazzo. Ma mai, mai e mai mi riferisco al sesso maschile in quanto tale con questo termine né tantomeno mi ha mai sfiorato la possibilità di scriverne.

Vent’anni fa, a maggior ragione, situai questo racconto sui cazzi di New York nella mia personalissima frontiera letteraria, il limite estremo, quello che mai avrei saputo o potuto oltrepassare.

Perché il racconto è carino, ben scritto, ironico. Mi ha sempre riempito di invidia per la mia inadeguatezza a scrivere in un certo modo.

Tornando adesso al nostro progetto di eugenetica, nel corso degli anni ho acquisito alcune certezze: in parte (in minima parte) per via diretta, in parte (per massima parte) grazie a controlli incrociati, sicché posso senza alcuna ombra di dubbio affermare che gli uomini col cazzo piccolo sono difficili da gestire.

Molto più degli eiaculatori precoci.

Sto parlando di carattere, attenzione.

Questi ultimi, infatti, pienamente consci del proprio limite, sviluppano un carattere mansueto e poco aggressivo. Insomma, si stanno al posto loro, non tracimano mai. Come se volessero inconsciamente compensare l’eccesso di velocità in alcune circostanze con una calma che si stende sul resto delle loro azioni.

Ma quelli col cazzo piccolo no. Quelli là sviluppano invece un ego ipertrofico, sempre secondo lo stesso meccanismo di compensazione. Sono quelli che nel resto dell’esistenza si concentrano sul troppo: eccessi verbali, emotivi, fattuali. Esagerazioni di ogni genere e tipo, sempre sopra le righe. Gesti che non ci azzeccano.

Sicché più che una questione dimensionale, il cazzo piccolo è una categoria dello spirito, è la percezione di una dimensione interiore inferiore con istanze di revanscismo.

E qui si potrebbero riscrivere interi capitoli della storia di tutti i tempi, utilizzando un criterio dimensionale anziché fattori socio-economici, ma adesso non ho tempo e lo facciamo un’altra volta.

Ora, sessualmente parlando, io non ho nulla contro costoro, lungi da me il ghettizzarli o acquisire il dato come deterrente a un mio probabile interessamento sensibile.

E’ proprio di personalità che parlo, di certi modi di affermarsi.

Insomma, io quando incontro certi tipi, sia sul lavoro che nel privato, a casa di amici o dove che sia, la prima cosa che penso è: è evidente, questo ha il cazzo piccolo. E se pure ce l’ha normale, pensa di averlo piccolo, sicché poi il risultato non è che cambi molto.

Certe volte sarei addirittura tentata di chiedere, di dire: scusi, me lo fa vedere un attimo? Così, senza scopo di lucro e secondi fini, solo per le mie statistiche personali.

Però non lo faccio mai.

Ora però, nonostante il fatto che su questo argomento mi sembrasse di avere una serie di solidità e certezze, si è verificato pochi giorni fa un evento che ha minato la mia sicurezza: nel corso di una visita a un’amica incinta, il suo compagno, riferendosi alla recente ecografia, mi ha detto che l’aspirante bambino misurava un centimetro.

Così, dunque – ho detto io, indicando su una falangetta la misura di quel che per me era un centimetro. Ma lui ha risposto: no, no, quelli sono almeno due centimetri e mezzo.

Dopo un po’ di battibecco alla fine si è risolto a prendere un righello e sì, ebbene sì, aveva ragione lui.

Ma tu non hai proprio il senso della misura!, ha detto Antonio.

E infatti è vero, ho pensato io senza dirglielo, non ce l’ho proprio. Non ce l’ho mai avuto, lo cerco dovunque ‘sto benedetto senso della misura, ma si vede che non me l’hanno messo nei geni. Talvolta mi pare pure di trovarlo, ma poi mi esalto talmente tanto alla scoperta, che inevitabilmente scantono.

Poi si è messo a ridere, dipingendomi una scena grottesca: immagina che una sera esci con Rocco Siffredi, quello si spoglia tutto baldanzoso e tu che fai? Che dici? Gli dici così: uh, è quest’è? Poi te ne vai in giro e racconti a tutti che Siffredi ha un pisellino di sì e no dodici centimetri.

E allora tutti gli altri amici che erano lì, istintivamente, si sono passati la mano sul davanti e si sono risistemati in qualche modo, come se io fossi diventata in quel momento la depositaria della misura ufficiale di tutti i cazzi del mondo, arbitra dei loro destini e delle misure del senso profondo dell’intero universo.

Alla fine c’era un po’ di imbarazzo, ammettiamolo. Volevo uscirne, da questa cosa, chiudere la conversazione e passare a parlare, che so, di cinema o di politica. Allora ho detto: vabbè, mettiamola così e facciamola finita. Secondo voi è peggio avere il cazzo piccolo o essere eiaculatori precoci?

E tutti si sono affannati a rispondere, coprendosi le voci l’un con l’altro e argomentando a loro modo, gridando, discutendo, infervorandosi. Esagerando. Esagerando moltissimo.

Ma su una sola cosa erano d’accordo: era peggio essere eiaculatori precoci.

Sicché con un ragionamento a contrario ho concluso che anche loro hanno il cazzo piccolo.

Però non gliel’ho detto e non glielo dirò mai.

E siccome li conosco da sempre e sono affezionata anche ai loro difetti caratteriali, va bene.

Va bene così.

Mi basta aver soddisfatto l’esigenza letteraria e aver scritto la parola cazzo un tot di volte, ecco.

Tama Janowitz sarebbe fiera di me.

La difficoltà  dei matrimoni misti

novembre 5, 2007

Ebbene,  cari   blogghèr and  bloggheresses,  è tanto tempo   che  qui,  in questo rispettabile blog, non si parla di storie d’amore virtuale.

La ragione è presto detta: oltre a non aversi tempo a causa dell’emergenza improvvisa del reale, qui si soffriva, ci si dilaniava, si piangeva, ci si tormentava, si mangiava per dimenticare, si beveva per ricordare, si ballava per fare un po’ e un po’, si ripercorrevano le tappe di un amore precipitato come una perturbazione in arrivo dalle Azzorre, si interpretavano significati reconditi, si assisteva pietrificate al susseguirsi degli eventi, alle molteplici contraddizioni, si ascoltavano e si leggevano parole che annunciavano, preannunciavano, si contorcevano e si smentivano con triplo salto carpiato.

Insomma, per farla breve, si assisteva impotenti e dolenti alla disfatta di Cupido.

Poi però a tutto c’è un limite e allora a un certo punto bisogna anche ricominciare a guardare il resto del mondo e a riferirne, invece di stare concentrati sul proprio ombelico dal quale spuntano se, ma e forse come un gioco di colombe dal cappello di un prestigiatore autolesionista.

Così oggi vi si racconta una storia che alcuni giorni fa ho promesso a un’amica. E’ la storia di un blogghèr che si era innamorato.

E qui lo so che voi vi aspettate la solita storia trita e ritrita del blogghèr che si era innamorato della bloggheressa di turno e la seduceva, la concupiva, la circuiva e ne veniva sedotto, concupito e circuito, in un tourbillon di post e commenti.

E invece no.

Perché questo blogghèr qua si era innamorato nientepopodimeno che di un’utentessa Flickr.

Inutile che vi preannunci che si trattava – come sempre – di un amore difficile. Più difficile di altri.

Un amore tra diversamente abili.

Il blogghèr scriveva scriveva scriveva.

L’utentessa Flickr fotografava fotografava fotografava.

Una storia romantica, molto simile all’amore tra Borges e Maria Kodama: lui narrava e lei catturava con lo sguardo le immagini del mondo; lui postava e lei rispondeva con grandangoli e messe a fuoco.

Il blogghèr si appoggiava alla flickeressa come ad un bastone, ad un puntello capace di guidarlo tra gli angoli del reale senza mai farlo inciampare o cadere.

La flickeressa si adagiava sulle parole del blogghèr come un’amaca fatta della stessa trama trasparente e solida di certi sogni ricorrenti.

Si sarebbe potuto dire che fossero felici, che le loro diversità si compendiassero rendendoli un essere unico e completo, che i loro linguaggi potessero intessere un dialogo multiforme e variegato.

Ma come ben sapete, la vita è sempre ingrata e ingiusta verso chi si ama in spregio delle convenzioni e dei luoghi comuni.

Gli amici del bloggher iniziarono fastidiosissime critiche, lo ammonivano sulle difficoltà di una simile relazione. Lei gliel’avrebbe fatta sotto gli occhi, sostenevano alludendo alla sua cecità e alla di lei abilità nell’individuazione dei punti di fuga.

Le amiche della flickeressa, dal canto loro, non perdevano l’occasione di sottolineare la monodimensionalità del blogghèr, la sua incapacità a leggere tra i non detti di un pixel e i suoi tentativi di manipolare il reale con circonlocuzioni tanto affabulatorie quanto monocromatiche.

Fu un amore difficile, sì. Un amore che si infranse sulla realtà del suo negativo.

Un amore che ebbe ostacoli e detrattori, un amore che pur avendo dalla parte di lei un grande obiettivo non riuscì mai a spingersi oltre l’infinito.

Né fu sufficiente la conoscenza della fisica nella camera oscura:  la breve lunghezza focale di lui e i tempi di esposizione talvolta ridotti fino a 1/30 di secondo, certo non giocarono a favore.

Si lasciarono in un piovoso giorno d’autunno, senza nemmeno una parola o uno scatto d’ira.

In lontananza il mare ululava e biancheggiava, per accontentare un poco tutti e due.