Archive for dicembre 2007

Le parole che non ti ho detto

dicembre 31, 2007

Fu quell’anno, sì. Quell’anno. O così mi pare di ricordare.

Mentre nelle cucine fervevano i preparativi, altrove si svolgeva un consesso segreto. Il richiamo era trapelato nei giorni precedenti, come un tam-tam, accelerato dal turbinìo dei giorni di festa.

Il pomeriggio del 31 dicembre si riunirono tutte le lettere, ordinate e composte.

In prima fila le A, le più sciupate e consunte. Seguivano le E, le I, che magre com’erano si sistemarono in due per sedia, le O, che riempirono due file, sbordando oltre i braccioli. In fondo, un gruppetto sparuto di U.

Più in là, a riempire la sala, intere famiglie di consonanti che non si incontravano da tempo o erano state separate per motivi che si erano perduti nella notte dei tempi. Ed era un susseguirsi di abbracci e saluti.

Seguirono le presentazioni, ad esempio tra le Z e le F, che non si erano mai incontrate da vicino. La P trovò un po’ ingrassata la B, ma non disse nulla. Del resto, in quei giorni, chi avrebbe potuto scagliare la prima pietra?

Le H si tenevano un po’ in disparte, mute e riservate come sempre.

Le Q, impossibile descrivere la felicità delle Q, costrette ad incontrarsi solo durante eventi pieni di confusione e disordine.

Poco in disparte le cifre arabe, accompagnate dal loro interprete personale, e che pure erano lì per la stessa ragione.

Mancavano all’appello solo le J, le K e poche altre, che avevano delegato altri a rappresentarle, trovandosi in viaggio all’estero.

La decana delle A, salita sul suo piccolo podio, interruppe il brusio e annunciò l’inizio dei lavori.

Signore lettere, siete state riunite in questa sede per affrontare e risolvere un problema che angustia e affligge tutte noi. In questi giorni di festa, in cui tutto il mondo si compiace e si trastulla, nessuno pare accorgersi del dramma che ci riempie di sconforto, nessuno volge lo sguardo su ciò che accade alle nostre vite. Parlo di abuso, signore, di questa parola che tutti hanno il timore di pronunciare quando riferita a noi.

E’ arrivato il tempo di riprendere in mano i nostri destini e non permettere più nulla di tutto questo.

Vorrei invitare qui sul palco alcune di voi a rendere preziosa testimonianza di quanto accade, a narrare le loro esperienze personali.

Facendosi coraggio l’una con l’altra, iniziarono a muoversi alcune di loro, in gruppetti e combinazioni. Le più timide si accompagnavano a conoscenze antiche, con cui avevano negli anni composto parole convenzionali.

Le più coraggiose si tenevano per mano e sorridevano, ferme in combinazioni impronunciabili.

Non abbiamo garanzie, gridavano alcune. In questi anni abbiamo perso la faccia e la dignità: veniamo usate senza alcun riguardo, chiamate a formare parole di cui gli utilizzatori hanno smarrito il senso.

E noi, allora?, protestò un altro gruppetto. Usate a sproposito o dimenticate per anni.

Ed era un accalcarsi di voci, un susseguirsi di aneddoti, di racconti di quella volta che…

Silenzio, disse la A. Sentiamo cosa hanno da dire le nostre amiche cifre.

Si alzò un 8 dall’aria accademica e spiegò: per molto tempo abbiamo mantenuto una certa credibilità – così tradusse il loro interprete. Siamo state considerate attendibili e certe, ma negli ultimi tempi ci diamo conto di una sorta di manipolazione, per fini politici ed economici. Noi, che sempre abbiamo rappresentato il vero, non possiamo tollerare simili strumentalizzazioni. Siamo dunque solidali con voi, quali che siano le decisioni che verranno prese in questa sede.

Bene, continuò la decana. Occorre dunque un piano da mettere subito in atto, questa sera stessa. Non cederemo e non tratteremo, fino a quando non ci offriranno garanzie. Ciò che vogliamo – e contradditemi se sbaglio – è il ritorno a un utilizzo consapevole. Ci batteremo per una parola sostenibile, che sia aderente alla realtà dei fatti e rappresentativa dei sentimenti che siamo chiamate a descrivere. Non cederemo e non tratteremo.

Se sarà necessario sciopereremo a oltranza, in modo che si ricordino di quand’erano cani, gatti e scimpanzè.

Adesso andate, e ognuna faccia del suo meglio.

Dalla sala salirono gli applausi e l’intera platea si produsse in un’ovazione, guidata dalle O.

La sera stessa, intorno alle tavole imbandite, le conversazioni languivano, inspiegabilmente.

Eppure si trattava di famiglie, gruppi di vecchi amici.

Arrivavano biglietti d’auguri incomprensibili, telefonate mute e insensate. Sembrava che ogni volta che qualcuno apriva bocca, si producesse un equivoco.

Buono, questo mattone. Disse la nuora riferendosi al cappone cucinato dalla suocera.

Mi passi il sole?, chiese la moglie infelice al marito.

Ti auguro ogni pene possibile. Pronunciò un onesto padre di famiglia a sua sorella suora in visita da loro per le feste.

E di colpo tacevano, stupiti dal suono delle loro parole.

Passò così la notte. E il giorno seguente, e le settimane a venire.

Solo i bambini restarono sereni, disegnando come sempre e perdendosi in lallazioni gioiose.

I giornali non riuscirono a titolare nulla: dalle rotative venivano fuori fogli assolutamente illeggibili.

Fino a quando potrà durare?, chiese una R che si sentiva un po’ moscia.

Fino a quando sarà necessario, rispose il direttivo alfabetico.

Non cederemo e non tratteremo.

 

Qui non vi si augura che si avveri tutto ciò che desiderate: sarebbe impossibile e in alcuni casi un bluff.

Vi si augura un anno in salita, con ramponi e unghie affilate. Un anno di sudori, di energie e sforzi concentrati su una sola cosa, quella che davvero desiderate, quella da conquistare giorno dopo giorno, carichi del dubbio che valga davvero la pena e della conferma costante che sì, la vale.

Non cederemo e non tratteremo.

Bici.

Oops, baci.

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Sciò-Time

dicembre 28, 2007

Gran Cabaret Comunista Dandy

per il nuovo millennio

FRANCESCO FORLANI

presenta

Eros and Revolution

e a grande richiesta

il collettivo PRECEDENZA A DESTRA SORPASSO A SINISTRA

ripropone il cocktail

Bottiglia Oblomov, l’alcool che brucia la voglia”

(il tutto domani sera, ore 19.30, Santa Maria Capua Vetere, libreria Spartaco. Vi aspetto là. Venite, puzzoni che non siete altro) 

Piccole storie di integralismo alimentare. Poi dicono che c'è gente che uccide per colpa del maiale.

dicembre 23, 2007

A voi questo fatto mo’ vi può sembrare una cosa da niente, ma non è così.

Perché in una famiglia napoletana la Vigilia senza la scarola, senza il baccalà lesso, fritto e a pizzella, senza l’insalata di rinforzo col cavolfiore, l’acciuga e i sottaceti non si può concepire. E’ un lutto nazionale.

E non sta bene un lutto alla Vigilia di Natale.

Ma tant’è, questo è l’andazzo di quest’anno: una famiglia tradizionalista improvvisamente presa da un’ondata di riformismo ingestibile.

La prima convocazione sulla riunione del chi cucina cosa è andata deserta: pareva che senza il baccalà nulla potesse avere più senso, che tanto valeva mangiarsi un tramezzino e andare a letto alle nove e mezza.

Telefono a mia madre, profonda sostenitrice del menu innovativo, e chiedo: embè? E che avete deciso? Io che devo preparare?

Mia madre tituba: tuo cugino è stato irremovibile, del resto è vegetariano, è capa tosta. Si è impuntato con la tradizione e vuole fare la pizza di scarole. Io preparo un tortino di carciofi. Poi tuo padre ha preso ‘na ‘nzìria e farà la parmigiana.

La parmigiana? E che ci azzecca la parmigiana, mamma?

E c’aggia fa’? Lo devo sparare?

Vabbè. E poi?

Silenzio.

E poi niente, quest’è.

Quindi quest’è tutta la cena?

Ma tu che vuoi, stanno tutti strani: prima fanno i tipi moderni e poi stanno nervosi.

Alle ore quindici, con piglio dittatoriale, convoco la seconda riunione con tutti gli addetti alle cucine. Arrivo con foglio e penna: allora, strutturiamo il menu e stabiliamo chi fa cosa. Oppure: stabiliamo chi fa cosa e poi strutturiamo il menu. Jamm’ bello.

Silenzio.

Ma si può sapere che è successo?

Insomma, pare che privati dell’opzione baccalà e affini, si so’ persi la scienza culinaria.

Ma non lo possiamo fare un poco di baccalà?, chiedo io, conciliante. Facciamo ‘sto baccalà e non ci pensiamo più.

Silenzio.

Interviene l’ala no-global, appoggiata dall’ala riformista e frange dell’ala catto-conservatrice, che spiegano: abbiamo pensato che dobbiamo combattere lo strapotere dei baccalaiuoli, non possono raddoppiare i prezzi così, impunemente, alla Vigilia. Abbiamo pensato che il baccalà ce lo mangiamo il sette gennaio e intanto facciamo una donazione a un villaggio in Kenia. E poi, considerando che alla fine nessuno se lo mangia, è meglio così.

E allora perché state con questa faccia appesa?

E come dobbiamo stare, contenti? Una tavola di Natale senza il baccalà?

Pare una famiglia di pazzi.

Vabbuò, pigliamo un’altra volta il foglio e spieghiamo le regole elementari di un menu: ci sta uno o più antipasti, un primo, un secondo e uno o più contorni. A seguire, pandoro, panettone, frutta e frutta secca.

E fin qua sono tutti d’accordo.

Dopo una lunga mediazione le pizze di scarole e carciofi passano nel file antipasti, la parmigiana viene riconvertita in involtini di melanzane, spuntano idee di contorni e centri di responsabilità esecutiva.

E l’insalata di rinforzo? Chiedo io.

Altro delitto di lesa maestà.

L’ala tradizionalista dissimula a fatica le lacrime: hanno detto di no, quelli là. Indicando i dissidenti. Che nessuno la vuole, gira di casa in casa per tre giorni, e poi si butta.

Resta il grande interrogativo del primo.

Vabbè, poiché si cena a casa mia, me ne occupo io e vi faccio una sorpresa, dico io.

Ci ho pensato tutta la sera, poi mi sono inventata una cosa. Una cosa che se viene bene riconcilia riformisti e tradizionalisti, e se viene male scatenerà una faida familiare: il cannellone ripieno di ricotta e baccalà con vellutata di cavolfiore, spolveratina di bottarga e crema fredda di cavolfiore servita a parte.

Una tradizione un po’ fusion, ecco.

Che Dio ce la mandi buona.

A Christmas Carol. Versione 2.0

dicembre 21, 2007

Pensate alle gioie presenti,

non alle disgrazie passate.

Riempite di nuovo il bicchiere

con volto radioso e cuore pago.

Mi ci gioco la testa che il vostro

sarà un lieto Natale e un anno nuovo felice!

Charles Dickens

Anche quell’anno Ebenezer Scrooge attese l’arrivo del Natale con ansia e fastidio. La ressa nei centri commerciali – che peraltro lui non frequentava – lo innervosiva solo all’idea.

In azienda era stato un viavai di risatine, di sguardi scambiati di sottecchi, finché nel pomeriggio della vigilia le due segretarie dalle forme abbondanti gli si erano presentate, seguite dallo stuolo dell’intero personale, con un dono impacchettato in carta rossa e tanto di fiocco.

Fuoriiii, fuori di qui, aveva tuonato Ebenezer, assestando un cazzotto sulla scrivania tanto da far tremare il monitor e tutti gli oggetti.

Il personale si allontanò, rabbuiato e offeso.

Più tardi, chiudendo la porta principale dell’ufficio ed entrando in ascensore, Ebenezer ebbe un sussulto: lì, nello specchio, il suo socio Marley, morto anni addietro, lo guardava e sembrava volesse parlargli.

Ebenezer, gli disse con una voce sepolcrale, ancora davanti al tuo blog, anche la sera del Santo Natale?

Uff, Marley, sai benissimo che non sono faccende che ti riguardano.

Lo so, caro Ebenezer, ma vorrei ricordarti che è un giorno di festa, potrebbe forse essere l’ultimo della tua vita. E vorrei che lo trascorressi con chi ami.

Sai benissimo che questo mi è impossibile, Marley carissimo, essendo l’amore solo una pratica letteraria e virtuale.

Oh, no, aggiunse allora Marley, so solo che tu vuoi che non sia possibile. Ma la notte è lunga, vedrai, ti manderò della visite.

E così dicendo sparì, mentre Scrooge arrivava con l’ascensore in garage.

Dopo poco una figura bambina gli si avvicinò, al semaforo. Sembrava uno di quei ragazzini che vogliono rifilarti rose o fazzolettini. Poco mancò che Scrooge lo arrotasse.

Ehi, fermati, gridò il bambino, aggrappandosi al finestrino semiaperto senza alcuna intenzione di mollarlo.

Lasciami, moccioso, che ho fretta.

Ma il bambino non dava segni di volerlo abbandonare.

Chi sei, chiese allora Scrooge?

Sono il fantasma dei Natali passati, rispose il bambino. Voglio mostrarti qualcosa.

E di fronte a loro si aprì un panorama illuminato in cui Scrooge rivide se stesso da piccolo. Non esistevano i cellullari, non c’era il computer. C’era una festa intorno a una grande tavola dove tutti sorridevano, un senso di calore, chiacchiere, abbracci.

Ebenezer sentì montare le lacrime agli occhi, allungò la mano per toccare chi aveva amato, ma in quel preciso istante scomparvero sia la scena che il bimbo e si ritrovò al semaforo, nel baccano di chi frettolosamente si dirigeva ad acquistare gli ultimi regali.

Pfui – pensò tra sé con disgusto. C’è gente che ancora si perde dietro queste sciocchezze. Io ho lasciato gli auguri a tutti nel blog, mandato una mail collettiva. Basta e avanza.

Entrando in casa, la prima cosa che fece fu accendere il portatile, senza nemmeno togliersi il pastrano. L’appartamento era freddo e spento, da quando sua moglie lo aveva lasciato, dopo averlo scoperto una notte in una chat erotica con NastassiaLaPorcona, e si era portata via i bambini per andare a vivere con un camperista appassionato e rubicondo.

Nessuna mail, nessun commento, il frigo vuoto.

Scrooge si assopì sul divano e dopo poco gli venne in sogno un giovane dall’aria rabbuiata.

E tu chi sei?

Sono il fantasma dei Natali presenti. Voglio mostrarti qualcosa.

Uff, anche tu, adesso? borbottò Scrooge.

Il giovane lo prese per mano e lo condusse davanti al monitor.

Guarda qui, gli disse.

Scrooge guardò: era il suo blog, era la sua casella di posta elettronica. Non c’erano tracce di passaggi umani, né saluti, né faccine.

Apparve una scena davanti ai loro occhi: erano le case dei bloggher e delle bloggheresse che normalmente leggeva. Dovunque alberi di Natale e sfogliatelle e capponi e cappelletti e datteri e spigole all’acqua pazza e baci e abbracci e sorrisi e mani, sfioramenti, contatti.

Lì c’era RanaPazza ad abbracciare i suoi bambini, più in là NienteeNessuno davanti al camino con la fidanzata, in un’altra scena ancora Ornitorinco che abbracciava gli anziani genitori e pizzicava il sedere alla moglie. Ancora più in là StellaPolare festeggiava con un gruppo di amici che cantavano una salace canzone irlandese e ballavano la giga.

Non mi importa, gridò Scrooge allontanando il giovane. Io sono fighissimo, ho trecentomila accessi e non ho bisogno d’altro.

Per strada i rumori diminuivano, ovunque erano in corso cenoni. Ebenezer mandò una settantina di sms piacioni, ma nessuno gli rispose.

Negando a se stesso di essere furioso uscì di casa e si incamminò a passo svelto senza neppure sapere dove andare. Nella fretta non si accorse di inciampare su un vecchietto malmesso, sporco, maleodorante.

Ehi, ragazzo, fermati, disse il vecchio. Pulendosi intanto il naso con un fazzoletto lurido.

Lasciami, vecchio, lasciami.

Ma il vecchio gli tese lo sgambetto e lo fece cadere.

Che cazzo fai?, gridò Scrooge. Ma chi sei? Che vuoi da me?

Sono il fantasma dei Natali futuri, disse il vecchio. Seguimi. E caricatolo sulle spalle, forti nonostante l’apparenza, spiccò il volo.

Attraversarono piattaforme desolate, grigi template, pvt silenziosi. Dovunque chiedevano: conoscete Scrooge?

Scrooge? Chi è?

Una volta era un blogghèr famosissimo, aveva trecentonovantaseimila accessi, partecipava a tutte le iniziative on-line, era virtualmente fidanzato con sedici bloggheresse e di tanto in tanto a qualcuna toccava anche le tette.

Ma niente. Tutto taceva.

Finché arrivarono al suo blog.

C’era un ultimo post, tragico, datato 28 dicembre 2009.

Ma ciò che era più tragico, è che non avesse commenti. Nemmeno uno.

Si fermarono anche nella sua casella di posta scrooge[at]fighissimo.it: c’era solo spam.

Scrooge iniziò a piangere e si aggrappò al vecchio.

C’è qualcosa che posso ancora fare?, gli chiese tra i singhiozzi.

Sai giocare almeno a squash?, gli chiese il vecchio.

No, rispose Ebenezer.

E allora fottiti, disse il vecchio.

Poi scomparve nella notte, mentre Ebenezer si infilava in un internet point gestito da nigeriani per pigiare il tasto delete e cercare su google l’indirizzo di un centro sportivo in cui praticare squash.


Edizione straordinaria: Babbo Natale esiste. Ed è napoletano.

I fatti vostri: Natale in casa Mastrillo.

dicembre 18, 2007

Il 18 dicembre del 2003, in una giornata né troppo calda né troppo fredda, infestata di luminarie natalizie e traffico, Luigi Mastrillo, di anni trentasette e mesi due, professione geometra, nato a Cava de’ Tirreni e ivi residente da sempre  con la qualifica di scapolo stabilmente domiciliato presso l’abitazione paterna, a seguito di un diverbio generatosi tra le pareti domestiche cominciò a manifestare segnali di grossa inquietudine che in brevissimo tempo degenerarono, provocando l’angustia dei familiari tutti e la preoccupazione dei vicini.

Alle ore 17.46 del pomeriggio, già calate le tenebre, decise di incatenarsi all’albero di Natale eretto per delibera del Consiglio Comunale al principio del Corso Umberto I.              

Approfittando della collaborazione di due amici fraterni, tali Claudio Mola di anni trentacinque e  giorni quattro e Federico Galluppi, di età imprecisata, si servì di un filo elettrico recante centoquaranta lampadine a intermittenza variabile, minacciando di compiere un gesto inconsulto dinanzi a qualsiasi tentativo che mirasse a distoglierlo dalla sua impresa.

Dopodiché annunciò che sarebbe rientrato a condurre un’esistenza normale solo allo scoccare del 7 gennaio 2004, a conclusione ufficiale del periodo festivo.

Dopo i primi momenti di sbandamento e l’intervento dei Carabinieri, della Protezione civile, nonché del Parroco e di alcuni funzionari dell’Ascom, non restò che accettare la decisione. A nulla valse l’intervento delle televisioni di Stato e di quelle commerciali e la presenza di giornalisti delle testate nazionali e locali.

Alle domande che gli venivano rivolte dai media sul perché di un gesto tanto insolito, il Mastrillo ripeteva con voce monotona la prima strofa di una poesia appresa da bambino, come poté confermare la signorina Luise Maria, sua insegnante dalla terza alla quinta elementare, capello cotonato e una singolare ostinazione nel voler essere chiamata ancora signorina, nonostante avesse superato di molto la settantina.

Da indiscrezioni apprese sul conto del Mastrillo, pare fosse reduce da una delusione amorosa, avendo recentemente scoperto la di lui fidanzata, tale Maria Capone di anni trentadue parzialmente dichiarati, in atteggiamenti equivoci e di dubbio gusto con un collega dall’incipiente calvizie.

La Capone, intervistata ripetutamente, negò le sue responsabilità nella vicenda e la relazione attribuitale, sostenendo che le cose fossero andate invece diversamente, e che la rottura improvvisa col Mastrillo fosse invece da imputare a un’improvvisa e irriducibile insofferenza di lui nei confronti del collo di volpe fatto recentemente montare su un cappotto a sette ottavi confezionato dalla sarta Giuliani Assunta, di professione ufficiale bidella ma con trascorsi giovanili in un atelier di Roma, dal quale era fuggita a seguito di intolleranza al clima umido della Capitale e all’odore di trippa proveniente in modo sistematico dalla cucina della sua affittacamere.

Altre voci insinuavano sospetti circa la fragile salute mentale del Mastrillo, ma venivano smentite da conoscenti e amici, nonché dai due datori di lavoro, dagli operai del cantiere di Sala Consilina e dal medico della mutua, dott. Ferraiuolo Pasquale, classe 1949, specializzato in dermatologia e risultato decisamente fotogenico nonostante la cattiva illuminazione dello studio.

Dopo i primi giorni, densi di stupore, nella casa del Mastrillo fu indetto un consiglio per valutare l’opportunità di proseguire nei preparativi culinari, ignorando del tutto la faccenda (partito patriarcale, sostenuto da un fratello e due cognate), o se si rendesse invece necessario trasferire il tutto all’esterno e consumare il cenone all’aperto, per non abbandonare il congiunto (partito matriarcale, ampiamente sostenuto, ma  reo di aver corrotto i minori con promesse di dolciumi extra).

Nell’impossibilità di stabilire il da farsi con decisione unanime, una ristretta ma plenipotenziaria delegazione familiare si recò a colloquio con il Mastrillo stesso, il quale, interpellato direttamente sull’argomento, replicò ancora con la strofa della poesia natalizia, che nel frattempo veniva recitata in tutte le scuole di ogni ordine e grado a scopo scaramantico e propiziatorio.

Alle ore 18.32 del 24 dicembre, quando ormai la situazione era stabile da parecchi giorni e fu stabilito che la famiglia effettuasse dei turni a rotazione sulle diverse pietanze, per rifocillare il Mastrillo infreddolito, accadde un evento che modificò sensibilmente il corso delle cose.

Spontaneamente, senza alcuna sollecitazione esterna, il Mastrillo chiese di essere intervistato dalle televisioni per un messaggio a reti unificate, da mandare in diretta subito prima dell’annuale saluto del Presidente della Repubblica.

In caso contrario avrebbe estratto dalla tasca destra del giaccone l’accendino in suo possesso, dalla sinistra una bottiglina di benzina e si sarebbe dato fuoco.

Un’edizione straordinaria del telegiornale e un dispaccio diramato alle Prefetture spaccarono il Paese in due fazioni, dato rilevato in tempo reale dall’esito del televoto.

Il Presidente della Repubblica, immediatamente allertato, concesse la sua disponibilità.

Il signor Mastrillo Giuseppe, di età 71 e padre del Luigi, si rivolse violentemente alla moglie, incurante delle telecamere che assediavano l’appartamento.

Rose’ – disse con certa convinzione  figlieto è tutt’ strunzo!

La signora Rosetta non si scompose e replicò: tu nun capisce niente, chillo vuleva fa’ l’attore, no ‘o geometra.

Queste parole, trasmesse da un capo all’altro del Paese, produssero l’immediato intervento del responsabile della produzione fiction di una primaria emittente televisiva, che alle 19.27, in diretta telefonica, annunciò al Mastrillo che se avesse abbandonato il suo progetto, avrebbe ottenuto in cambio un contratto di un anno –  rinnovabile e con tutti i benefit del caso – come protagonista di una sceneggiatura in lavorazione. A ciò si aggiungeva un appartamento in comodato gratuito in una nota piazza della Capitale e una vettura di grande cilindrata e interni in pelle.

Eventuali contratti pubblicitari sarebbero stati valutati di volta in volta e soggetti ad approvazione previa verifica della compatibilità dei contenuti con la mission aziendale.

Alle 19.57, con le telecamere puntate in viso, i microfoni aperti, il Capo di Stato pronto a subentrare, gli elicotteri su Corso Umberto I, numerose fans in abiti succinti che celebravano prodezze sessuali mai avvenute col Mastrillo e l’intera popolazione cittadina riunita lì, incurante delle pizzelle, dei fritti tutti e dei capitoni che andavano raffreddandosi nelle rispettive abitazioni, il Mastrillo cedette.

Lentamente, senza proferire nemmeno una parola, si slegò dall’albero e si incamminò verso casa.

Prese posto a tavola come se nulla fosse, con indosso il cappotto e la sciarpa.

E mo’?, chiese il padre sprezzante, recuperando le fila del diverbio che aveva dato origine al tutto. E mo’ che vvuo’?

La signora Rosetta gli fece una carezza sui capelli unti e guardò seccamente il marito: Peppi’, chillo vuleva fa’ l’attore. Vai, bell’e mamma’, dicce ‘a poesia ‘e Natale.

Mastrillo Luigi, di anni trentasette, mesi due e giorni sei, come ogni Natale dal suo ottavo anno di vita, si alzò in piedi sulla sedia e declamò la poesia per intero, tra gli applausi dei fratelli, dei nipotini e delle cognate.

La signora Rosetta commentò con le lacrime agli occhi: bell’e mamma’, quest’anno l’hai detta ancora più bella, ancora più appassionata. Non lo pensare a tuo padre, quello dell’arte non capisce niente. La prossima volta che si permette di dire che sei troppo grande per la poesia, ‘o faccio correre.

Giuseppe Mastrillo pensò tra sé e sé che un figlio così proprio non se lo meritava, no.

Il mondo visto da una graduatoria

dicembre 13, 2007

Ora, alla fine di queste giornate in cui segregata in uno spazio chiuso non ho saputo nulla, non ho saputo di uno sciopero che ha paralizzato il Paese, né di un’acciaieria né di chissà cos’altro, è tuttavia con sufficiente cognizione di causa che posso confermare che l’ordine dell’universo riposa su tre regole fondamentali:

la legge di Lavoisier

la partita doppia

e per finire una mia teoria personale: che la vita sia come il maiale, nel senso che non si butta via niente. Che tutto, anche l’errore più maldestro, anche la vicenda più bizzarra, anche l’esperienza più marginale, alla fine abbiano un risvolto inatteso e imprevedibile, un improbabile tornaconto.

Ci sono errori grossissimi che ho commesso in questa vita e che tuttavia sono certa che non avrei potuto impedirmi.

Errori che hanno modificato l’intero corso delle cose catapultandomi a tratti in una vita non mia, facendomi deviare dalla strada che immaginavo tracciata per andare a finire lungo traverse secondarie e accidentate, buie e ritorte su loro stesse.

Il risultato è che oggi non faccio esattamente ciò che avrei sognato per me, ciò che avevo immaginato e impostato.

L’altro risultato, quello secondario, derivato, è che se le cose non fossero andate così, oggi a una deliziosa signora spagnola non avrei saputo cosa raccontare per farmi perdonare tutte le cattive pronunce e le costruzioni sintattiche fuori posto. E invece sono partita da una frottola fino a farla innamorare di Buràn tanto da rendermi grazia. E che grazia.

E nemmeno a un’altra simpatica signora che mi chiedeva del mio rapporto con un pc e che alla fine si è convinta che un blog insegni molto più dei filtri di excel e delle presentazioni in power point.

Per non parlare del resto, del balzare da un esaminatore all’altro e di come anni spesi in giro per tribunali ti rendano in grado di padroneggiare ogni forma d’ansia e ridere di te, in ogni caso. E coinvolgere gli altri nelle tue risa.

Anni apparentemente perduti, statici, stanziali, ambizioni fortemente ridimensionate, zavorre ai piedi, effimeri passatempi coltivati per distrarmi dalle perdite principali e tentare di riempire dei buchi, sono tornati tutti a mio vantaggio. Come un piccolo capitale sotterrato che cresceva senza che me ne accorgessi.

Non si perde nulla.

Tutto quello che esce dalla porta principale rientra da quella di servizio.

C’è qualcosa nella passione che la rende indivisibile, inseparabile: se c’è, abita tutto quello che ti appartiene, si travasa da un ambito all’altro dell’esistenza e la pervade.

C’è qualcosa nella fantasia che la rende moneta universale: se ne hai piene le tasche, puoi spenderla dovunque e dovunque la accetteranno, anche dove sarebbe inimmaginabile. E puoi lasciarla lì in dono, insieme a un sorriso, senza dover esigere spiccioli in resto e lesinare sul conto.

C’è qualcosa che talvolta rende necessario perdonare e andare avanti. Che ti ricorda che sei tutto ciò che resta, anche quando il resto ti sembra andato via. E non è poco, no.

Stasera offrirei da bere a tutti. Anche all’uomo del Bilancio e del Controllo di Gestione.

Anche a chi ha riempito di sale i tagli che mi aveva provocato, insegnandomi senza volerlo che così cicatrizzano più in fretta.

Donde aprendistes el castellano?

Fue en Buenos Aires, hace mucho tiempo. Fue la noche en la que bailaba sobre las mesas y me llamavan Golondrina…

Se non puoi convincerli, confondili. Appunti di contabilità.

dicembre 7, 2007

Ma veniamo dunque all’ultima parte di questo studio, quella più ostica. Son giorni che guido e intanto parlotto al volante, cerco di fissare concetti astrusi in modo apparentemente sensato.

Mi interrogo da sola.

E siccome sono onesta, mi faccio le domande alle quali non so rispondere.

Poi attivo una zona di disonestà intellettuale e mi esercito a svicolare la questione provando a imbastire un discorso che distragga l’interlocutore da ciò che non so, per infilarci quello che invece so.

C’è una cosa che so per certo: gli uomini vivono per sovrapposizione, le donne per confronto.

Gli uomini semplificano, le donne complicano.

Gli uomini impilano, le donne sparpagliano.

Tranne che a casa, dove in genere avviene l’esatto contrario.

Ora, non voglio farne una regola universale, ma anche negli edipi tardivi il metodo è simile: gli uomini cercano la mamma (e spesso la trovano), alla quale far aderire l’amata con il minor scarto possibile, le donne fanno confronti tra l’amato e il padre e ragionano sulla forbice.

Lo so che qua si apre la polemica, ma d’altronde le catalogazioni sono un fatto soggettivo. Ognuno ha le sue, alle quali è affezionato come la copertina di Linus e può abbandonarle solo nel momento esatto in cui si dà conto che anziché una facilitazione, sono diventate una prigione

Vabbè, allora dicevo dello studio.

La contabilità.

Ci sono cose che posso imparare solo se riesco a snaturare, a trasformarle e riformulare in un modo più adatto e congeniale a me.

Ci ho girato per giorni intorno all’argomento, per trovare una forma che mi fissasse indelebilmente i concetti chiave. Adesso ci sono, più o meno. Più sul meno che sul più, onestamente.

Il bilancio si compone di tre documenti: Stato Matrimoniale, Conto Ergonomico e Nota integrativa.

Lo Stato Matrimoniale è quel documento che fotografa la realtà in un dato momento, fornendo un quadro di stock e non di flusso. E’ formato da due sezioni: in una ci sono le attività, in una le passività.

Il totale delle due sezioni deve essere uguale.

La partita doppia è dunque quel metodo che permette di non rilevare esperienze negative, ma di considerare comunque che tutto fa parte di un unico calderone in cui ciascuno ha le sue responsabilità. Per esempio: quando il marito prende l’iniziativa e la moglie si sottrae lamentando il mal di testa, l’annotazione viene riportata contemporaneamente nelle due colonne, senza utilizzare simboli negativi. A maggiore attività corrisponde maggiore passività. Per diminuire la passività si può lavorare diminuendo le attività.

Si ricorda che l’aumento di attività determinato da passività o finanziamenti esterni non riportabili in bilancio è reato.

Il Conto Ergonomico è invece quel documento che rappresenta la situazione di flusso e il processo di formazione del risultato complessivo, quello che viene poi sintetizzato nello Stato Matrimoniale, ossia l’impiego di risorse, le destinazioni, i costi, i ricavi, le comodità e le scomodità, i benefici, i dispiaceri e tutti i fatti straordinari.

Se alla resa dei conti si sta più comodi che scomodi, il Conto Ergonomico è in attivo. In caso contrario è in passivo.

La Nota Integrativa vi spiega nel dettaglio tutto quello che non capite. Se poi lo capite, me lo spiegate pure a me.

Ma attenzione: da qui le cose si complicano, per la presenza di Ratei e Risconti.

I ratei e i risconti altro non sono che le Aspettative e le Abitudini.

Osserviamo i Ratei, innanzitutto.

La caratteristica principale è di essere presunti, potenziali, ma al tempo stesso di essere considerati come quote attese di qualcosa già maturato. Qualcosa che dunque ci spetta o che ci si aspetta da noi.

Sono valori di integrazione, nel senso che vanno a completare e compendiare ciò che già abbiamo o che ancora non abbiamo.

Infine, variano in base al tempo.

I Risconti, per contro, sono delle rimanenze.

E’ ciò che resta anche quando ormai è finito tutto. Si riferiscono a gioie o dolori non ancora maturati e che forse non matureranno mai.

E’ la permanenza ostinata in una quotidianità, in un’abitudine forzata. Il costo già sostenuto per desideri non ancora realizzati. In un certo senso, vista dal lato positivo,  la scorta, la sedimentazione di qualcosa che ci permette di sopravvivere e andare avanti.

Più o meno dovrebbe essere questo. Più o meno. Ho le idee confuse. Assai.

Che tristezza, ‘sta contabilità. Proprio non ce la  faccio, no.

Arbeit als Beruf? Arbeit o Beruf? Boh

dicembre 4, 2007

Succede che qualcuno che non conosco mi chieda che lavoro faccio. Allora lì è semplice: gli dico che mi occupo di fiere e convegni e finisce subito.

Poi capita che qualcun altro, qualcuno che conosco meglio ma non troppo, come dei conoscenti con scarsa frequentazione o lettori del blog, un giorno mi chiedano in dettaglio: ma tu, proprio precisamente, che lavoro fai? La rappresentante, la guida turistica? La formatrice? L’hostess? La procacciatrice d’affari?

E’ che proprio precisamente non lo so nemmeno io.

Ci pensavo ieri sera, dopo aver tentato di spiegare a mia figlia le basi elementari dei processi di merchandising, ossia perché gli ovetti kinder e tutte le schifezzuole alimentari si trovano sempre alle casse dei supermercati e come si può combattere la globalizzazione cattiva portandosi al cinema il pop-corn fatto in casa anziché pagarlo in situ sei euro.

Mamma, ma tu precisamente, che lavoro fai?

Ecco, potevo mai rispondere alla creatura che faccio il lavoro più antico del mondo?

Marchette.

Sì.

Però d’alto bordo.

Marchette internazionali, clientela raffinata ed esigente.

Per darci un tono diciamo marketing territoriale, come quelle altre là che scrivono massaggi e bagno turco invece di.

E’ un mestiere difficile, lo so. Ma è il mestiere che ho scelto e che ancora oggi, dopo tanti anni e tutti gli inconvenienti del caso, mi dà piacere. Lo dico senza pudore.

Un mestiere non esente da rischi professionali, primo fra tutti la costante esposizione al SIDA (Sindrome da Intelletto Deficienza Acquisita), facilissimo da contrarre quando hai a che fare sistematicamente con portatori di SIDC (Sindrome da Intelletto Deficienza Congenita), madre di tutte le patologie.

Un mestiere che spesso non conosce sabati e domeniche, che sacrifica i giorni festivi al soddisfacimento del cliente di turno.

Le puttane governative devono dire sempre di sì, a uomini e donne, anche a interi gruppi. E’ il loro ruolo, sono pagate per questo. Accettare proposte, suggerire nuove possibilità, insegnare qualche trucchetto ai più inesperti, prodigarsi oltre le prestazioni richieste. Custodire nel segreto dell’alcova professionale le confidenze di imprenditori, amministratori locali e commercialisti.

Ho clienti occasionali e habitué. Mordi e fuggi e lunghe relazioni di servizio.

Periodicamente mi aggiorno – anche nel nostro mestiere serve – affidandomi al Kamasutra dell’esportatore  e al Tantra del buyer, due antichi manuali carichi di saggezza. Da alcune settimane sono ferma sullo studio e la pratica della posizione del Piggy Back e su quella della Penetrazione Commerciale Trasversale.

E’ che a una certa età non c’è più l’elasticità di una volta, le giunture sono meno flessibili, le sinapsi pure.

Ma il mio lenone è impietoso, ha deciso che ho la stoffa da maîtresse e che non posso sottrarmi alle mie responsabilità.

Eppure non pensate che non abbia un cuore, no.

Come tutte, sogno l’amore. Qui, chiusa nel bordello di Stato dal quale è difficilissimo fuggire, dove benché non ci sia lusso veniamo comunque protette dalla precarietà della strada,  coltivo la fantasia di qualcuno che verrà un giorno a prendermi per farmi sua, liberandomi dalla schiavitù del badge e riscattando il mio TFR.

Lo guarderò negli occhi e gli dirò: la mia tariffa giornaliera è di 360,00 euro IVA del 20% esclusa. Ma per lei posso fare un’eccezione.

Poi mi accorgerò che è Hanging Rock, che come me condivide questo destino di cortigiana aziendale e insieme fuggiremo lontano.

Forse apriremo un ristorante cinese, forse una milonga.

Lontano.

Magari su Second Life, dove potremo rifarci una vita cancellando il nostro passato.