Le parole che non ti ho detto

Fu quell’anno, sì. Quell’anno. O così mi pare di ricordare.

Mentre nelle cucine fervevano i preparativi, altrove si svolgeva un consesso segreto. Il richiamo era trapelato nei giorni precedenti, come un tam-tam, accelerato dal turbinìo dei giorni di festa.

Il pomeriggio del 31 dicembre si riunirono tutte le lettere, ordinate e composte.

In prima fila le A, le più sciupate e consunte. Seguivano le E, le I, che magre com’erano si sistemarono in due per sedia, le O, che riempirono due file, sbordando oltre i braccioli. In fondo, un gruppetto sparuto di U.

Più in là, a riempire la sala, intere famiglie di consonanti che non si incontravano da tempo o erano state separate per motivi che si erano perduti nella notte dei tempi. Ed era un susseguirsi di abbracci e saluti.

Seguirono le presentazioni, ad esempio tra le Z e le F, che non si erano mai incontrate da vicino. La P trovò un po’ ingrassata la B, ma non disse nulla. Del resto, in quei giorni, chi avrebbe potuto scagliare la prima pietra?

Le H si tenevano un po’ in disparte, mute e riservate come sempre.

Le Q, impossibile descrivere la felicità delle Q, costrette ad incontrarsi solo durante eventi pieni di confusione e disordine.

Poco in disparte le cifre arabe, accompagnate dal loro interprete personale, e che pure erano lì per la stessa ragione.

Mancavano all’appello solo le J, le K e poche altre, che avevano delegato altri a rappresentarle, trovandosi in viaggio all’estero.

La decana delle A, salita sul suo piccolo podio, interruppe il brusio e annunciò l’inizio dei lavori.

Signore lettere, siete state riunite in questa sede per affrontare e risolvere un problema che angustia e affligge tutte noi. In questi giorni di festa, in cui tutto il mondo si compiace e si trastulla, nessuno pare accorgersi del dramma che ci riempie di sconforto, nessuno volge lo sguardo su ciò che accade alle nostre vite. Parlo di abuso, signore, di questa parola che tutti hanno il timore di pronunciare quando riferita a noi.

E’ arrivato il tempo di riprendere in mano i nostri destini e non permettere più nulla di tutto questo.

Vorrei invitare qui sul palco alcune di voi a rendere preziosa testimonianza di quanto accade, a narrare le loro esperienze personali.

Facendosi coraggio l’una con l’altra, iniziarono a muoversi alcune di loro, in gruppetti e combinazioni. Le più timide si accompagnavano a conoscenze antiche, con cui avevano negli anni composto parole convenzionali.

Le più coraggiose si tenevano per mano e sorridevano, ferme in combinazioni impronunciabili.

Non abbiamo garanzie, gridavano alcune. In questi anni abbiamo perso la faccia e la dignità: veniamo usate senza alcun riguardo, chiamate a formare parole di cui gli utilizzatori hanno smarrito il senso.

E noi, allora?, protestò un altro gruppetto. Usate a sproposito o dimenticate per anni.

Ed era un accalcarsi di voci, un susseguirsi di aneddoti, di racconti di quella volta che…

Silenzio, disse la A. Sentiamo cosa hanno da dire le nostre amiche cifre.

Si alzò un 8 dall’aria accademica e spiegò: per molto tempo abbiamo mantenuto una certa credibilità – così tradusse il loro interprete. Siamo state considerate attendibili e certe, ma negli ultimi tempi ci diamo conto di una sorta di manipolazione, per fini politici ed economici. Noi, che sempre abbiamo rappresentato il vero, non possiamo tollerare simili strumentalizzazioni. Siamo dunque solidali con voi, quali che siano le decisioni che verranno prese in questa sede.

Bene, continuò la decana. Occorre dunque un piano da mettere subito in atto, questa sera stessa. Non cederemo e non tratteremo, fino a quando non ci offriranno garanzie. Ciò che vogliamo – e contradditemi se sbaglio – è il ritorno a un utilizzo consapevole. Ci batteremo per una parola sostenibile, che sia aderente alla realtà dei fatti e rappresentativa dei sentimenti che siamo chiamate a descrivere. Non cederemo e non tratteremo.

Se sarà necessario sciopereremo a oltranza, in modo che si ricordino di quand’erano cani, gatti e scimpanzè.

Adesso andate, e ognuna faccia del suo meglio.

Dalla sala salirono gli applausi e l’intera platea si produsse in un’ovazione, guidata dalle O.

La sera stessa, intorno alle tavole imbandite, le conversazioni languivano, inspiegabilmente.

Eppure si trattava di famiglie, gruppi di vecchi amici.

Arrivavano biglietti d’auguri incomprensibili, telefonate mute e insensate. Sembrava che ogni volta che qualcuno apriva bocca, si producesse un equivoco.

Buono, questo mattone. Disse la nuora riferendosi al cappone cucinato dalla suocera.

Mi passi il sole?, chiese la moglie infelice al marito.

Ti auguro ogni pene possibile. Pronunciò un onesto padre di famiglia a sua sorella suora in visita da loro per le feste.

E di colpo tacevano, stupiti dal suono delle loro parole.

Passò così la notte. E il giorno seguente, e le settimane a venire.

Solo i bambini restarono sereni, disegnando come sempre e perdendosi in lallazioni gioiose.

I giornali non riuscirono a titolare nulla: dalle rotative venivano fuori fogli assolutamente illeggibili.

Fino a quando potrà durare?, chiese una R che si sentiva un po’ moscia.

Fino a quando sarà necessario, rispose il direttivo alfabetico.

Non cederemo e non tratteremo.

 

Qui non vi si augura che si avveri tutto ciò che desiderate: sarebbe impossibile e in alcuni casi un bluff.

Vi si augura un anno in salita, con ramponi e unghie affilate. Un anno di sudori, di energie e sforzi concentrati su una sola cosa, quella che davvero desiderate, quella da conquistare giorno dopo giorno, carichi del dubbio che valga davvero la pena e della conferma costante che sì, la vale.

Non cederemo e non tratteremo.

Bici.

Oops, baci.

<!–

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17 Risposte to “Le parole che non ti ho detto”

  1. giandgi Says:

    bel post! ma c’è sempre una distinzione anche tra due parole UGUALI…
    auguri!
    2G (molto poco gutturali)

  2. didolasplendida Says:

    la lotta è dura ma non ci fa paura
    bachi
    ops baci

  3. carl8 Says:

    E’ una vita che lotto per ottenere quello che più di ogni altra cosa vale, un lavoro. Ci sono quasi….
    Buon Ano anche a te!

  4. ipsediggy Says:

    per mette di lega o slegarsi dai canoni de la comuni c’azione codi fica tane ise coli de ise coli.

    scrivere è come parlare
    leggere per educarsi
    alla
    parola

  5. ipsediggy Says:

    (o sleg arsi dai canoni)

  6. HangingRock Says:

    tu, tu sei una cosa troppo bella.
    nel 2008 ti voglio scalare tutta, dall’Abbraccio alla Zucca.

    (no no, nessun errore)

    🙂

  7. FiocoTram Says:

    Sei molto Rodari, stanotte.

    Bici anche a te!

  8. VENTODITERRA Says:

    .- ..- –. ..- .-. ..

    -… ..- — -. ..— —– —– —..

  9. irenearriva Says:

    Buon anno anche a te
    Bici

  10. cybbolo Says:

    un appunto: la zeta e la effe in zaffate e zufoli sono praticamente vicine di casa e si prestano anche il basilico e il sale.
    una domanda: la A decana è quella di Adamo o di Ab ovo?
    poi, cosa più importante: tanti augurelli freschi freschi…

  11. Modesta Says:

    flo, lo so, è una catena ma che t’aggià dì t’ho coinvolta 😉

  12. Flounder Says:

    eh no, jà.
    il 2008 si apre all’insegna dell’assenza di catene. già sto incatenata dalla tracheite, che mi rende semi-muta.

    (e poi c’è tutto quel fatto là: è na passione, cchiù forte ‘e ‘na catena, ca me turmenta l’anema e nun me fa’ campa’. mi serve un antidoto)

  13. anonimo Says:

    ……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………….

  14. Modesta Says:

    …ehm per l’antidoto può andar bene una fiamma ossidrica?

  15. zaritmac Says:

    A me questo augurio in salita piace proprio assai. Mi vengono in mente almeno un paio di cose che adoro scalare, ma non le dico qui, nemmeno sotto la tortura della fiamma ossidrica. Mo’, senza scherzare, l’emozione spesso non è che una pura reiterazione del desiderio. L’incandescenza intermittente generata dall’attrito tra il suo presentarsi sull’orizzonte e la nostra mano che cerca di afferrarlo. Questa incandescenza produce una luce flebile, non scevra di paure, di angoli oscuri. Se mi si chiede di descrivere la più forte emozione che mi viene in mente, mi sovviene l’attimo in cui, giocando a nascondino, si sta nascosti in un angolo e si trema letteralmente col cuore in gola per la paura di essere acciuffati e la voglia di sentirsi scovati, sollevati, perché una volta trovati si esce fuori pericolo. L’emozione è quel bilico. Prova a metterne due una dietro l’altra e si sosterranno così tanto da solidificarsi in un sentiero piano, di noia mortale e di mortale nostalgia. Scalare quel bilico senza toccarne mai con le dita il bordo, questo – credo – vorrei potermi augurare per quest’anno aspettato arivato così inaspettato.

  16. giorgi Says:

    Ma io sono già scanta, ehm, stanca (giuro, un lapsus vero! La ribellione continua?) di salite e fatica… Che questo 2008 sia meglio di come te lo aspetti.

  17. Flounder Says:

    io qua sto.
    quando Giove si decide, mi manda un fax.

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