Archive for gennaio 2008

Società  (in)civile

gennaio 30, 2008

La prima mossa la fa il Presidente della Provincia, che riempie la città con dei cartelli enormi, in cui ci dice: caro concittadino, abbiamo istituito un sito di stoccaggio temporaneo della differenziata nel tale posto, in culo al mondo.

Vieni e portaci le tue cosette. Se sei un commerciante, ne hai l’obbligo, se invece sei un privato cittadino, è facoltativo. In ogni caso sappi che abbiamo bandito una gara e dal primo maggio ce la veniamo a prendere direttamente a casa tua.

Guarda caso la data, toh. Primo maggio.

No, non c’entra la festa dei lavoratori. C’entra che è allo scoccare dei 120 giorni di commissariamento e non mi pare affatto casuale.

E poi mi innervosisce la questione della comunicazione istituzionale: ogni anno milioni di euro – e questo mi consta personalmente, sulle mie mani – vengono bruciati in attività di comunicazione istituzionale su fatti che non vengono poi realizzati. E tocca fare pieghevoli, supporti audiovisivi, banner per promozionare e diffondere la produzione del nulla.

Vabbè, vado.

Non senza una certa contentezza scopro che ci va un sacco di gente: enormi container pieni.

Altissimi.

Non riesco a vuotare i miei sacchetti nemmeno se mi alzo sulle punte. Nemmeno se salto, facendo tintinnare tutte le mie bottiglielle.

Allora chiedo aiuto al tizio che sta lì, con la sua casacchina fluo.

Lui però dice no, che sta lì solo per vigilare e non è tenuto.

Gli chiedo se è tenuto a prendermi in braccio, ma non è previsto neppure questo.

Gli chiedo se posso lasciare le mie buste a terra, fuori dal container.

E’ vietato.

Allora placco un signore altissimo e gli conferisco l’incarico.

Poi mi rimetto in macchina e medito se passare alla disobbedienza civile o chiedere al comune una pensione di invalidità con accompagnamento.

Mi figuro la scena. Mi risponderebbero che è facoltativo.

Mentalmente desisto dal proposito.

La seconda mossa è in un depliant stampato su carta riciclata che mi trovo nella cassetta postale.

Mi spiega per benino che il polietilene va qui e il pvc va lì e poi mi informa che tre parrocchie si sono offerte per stoccare temporaneamente la differenziata in aree di loro competenza e che i depliant sono stampati con fondi propri, immagino gli stessi che il Papa ieri ha dichiarato unicamente di gestire, ma non di possedere.

E qui, sulla seconda mossa, l’irritazione cresce. Mi pare assurdo, troppo assurdo, che la Chiesa vada in concorrenza con le Istituzioni.

[NdR: l’uso delle maiuscole deriva da un’antica impostazione culturale, stilisticamente non sradicabile, ma che non rispecchia il personale sentire.]

Anche perché è quella stessa Chiesa che guidata da un parroco famoso ha osteggiato ad Acerra la costruzione dell’inceneritore ed è quella stessa identica Chiesa contro la quale la municipalità combatte per riprendersi il verde.

Ma d’altronde nel proliferare del nulla si creano dei vuoti. La Natura odia il vuoto, qualcuno dovrà pur riempirli, sistemarsi per traverso, infilarzi, inzipparsi.

La terza mossa avviene a scuola di mia figlia, dove veniamo convocati d’urgenza per una riunione su temi importantissimi.

Il primo tema importantissimo – che meriterebbe trattazione separata – è la presentazione di un volume di 316 pagine, in cui si affronta in senso filosoficosemanticoepistemologicopedagogico (parole dell’autrice, mentre in platea ci sono sempre le mamme africane e ucraine che si esprimono per “io fare, io dire, io pensare” che stanno lì senza capire un cazzo, ma doverosamente presenti, che già si sentono emarginate di loro e dunque presenziano sempre) nientedimeno che l’incredibile affinità tra la parola del Cristo e non so quale direttiva europea del settembre 2007 sulla centralità della cittadinanza. Trecentosedici pagine.

Il secondo tema importantissimo è invece che la scuola – possedendo un enorme e incolto giardino interno che da anni chiediamo di attrezzare per i bambini – si è offerta volontaria per stoccare temporaneamente (questo temporaneamente che ricorre sempre, ovunque, mi turba. Quest’idea di sospensione, di soluzione non definitiva. Oppure di cosa veicolata come transitoria che però nel tempo si assesta, si stabilizza, si incancrenisce) i rifiuti differenziati.

Così da domattina portate un sacchetto e un bambino, accudiremo entrambi. Cercate di non sbagliarvi: il bambino è quello con la tuta blu, il sacchetto è azzurrino.

E lì alza il dito un omino dimesso.  Lo conosco, fa parte di un comitato civico. E’ uno in gamba.

Tira fuori una grinta e un tono di voce impressionante. Dice: bene, provate anche soltanto a pensare di farla, questa cosa, e io non solo tolgo da qui le mie figlie, ma vi mando i Nas, perché non avete autorizzazioni a farlo, occorrono requisiti sanitari, un responsabile di sicurezza e tutto quanto. Provateci soltanto, e la scuola chiude in due giorni.

Sgomento nella troika di direzione scolastica: ma noi pensavamo di far del bene.

L’omino insiste e non si ferma: se proprio volete fare del bene, smettetela di sostenere tutti quei…(e qui partono a raffica i nomi di politici locali, nazionali, inquisiti, ciascuno con l’appellativo che si merita), che se stanno dove stanno è anche colpa vostra.

E’ la bagarre. Tutti parlano per conto loro, gridano. Qualcuno applaude, qualcuno storce il naso, si fanno gruppetti.

In un angolo le mamme africane, ucraine, polacche ripetono: io non capire, io non pensare, io che fare?

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Glossario in una notte sospesa

gennaio 28, 2008

Dici  Napoli,  tutto il male che c’è.  Ne potresti fare  un glossario,  dalla A alla Zeta, e nemmeno esauriresti tutte  le possibilità di ciò che  non va e che non funziona.

Alla A: ammuìna.

Alla Zeta: zoccole, nel senso di pantegane che infestano le strade, in queste notti di fuochi e fumo.

Dici Napoli, e tutti i paradossi che contiene.

I due parcheggiatori abusivi che ti dicono: signo’, in mano a noi state sicura, siamo due persone oneste.

E a modo loro hanno pure ragione.

Lo so che detto così non si capisce, che sembra un assecondare, un ridimensionare. Un consentire.

Ma a modo loro hanno pure ragione, credetemi.

Non è qui che si possono separare bene e male, con nettezza e rigore. Non qui.

C’è sempre qualcosa – qui – che ci addolcisce un poco, qualcosa che spezza e diluisce. Un lento fluire, una piccola emorragia che non sempre fa male.

Un po’ come sapere che perdi sangue e questo stesso sangue feconda la terra.

Un rimescolamento continuo, sotterraneo. Un armistizio in tempo di guerra, una pace non duratura ma che pure ti fa apprezzare la bellezza di certi giorni e certi luoghi.

Di qua il mare, il porto. Certi vicoli che passi e  pensi sempre a loro, alla guerra, agli Americani.

Sarà che di storie ne ho sentite tante, di quei tempi, di come ti entravano in casa, dei sorrisi di denti bianchissimi.

Di quando ti invitavano a ballare, di uscite notturne di nascosto.

Di là la città che sale, stretta. Di anime assiepate e occhi ciechi, di inferni senza speranza, di suoni gutturali, secchi e spezzati come pallottole.

In mezzo noi, talvolta.

Per certe strade che davvero ricordano la Terra di Mezzo, piccole oasi dove puoi fingere – anche se per poco – che fuori non accada nulla, che il mondo, tutto il mondo, possa ridursi a una sala da ballo.

Siamo entrate nel cuore della Terra, ieri notte. Un teatro sotterraneo di cui conoscevo solo l’esistenza. Un percorso di candele nel ventre della città e dieci, venti, quaranta, sessant’anni a ritroso.

Volteggi al centro della pista e intorno a te i fantasmi.

C’è qualcosa di simile, a Disneyland, nella casa stregata: la grande pista e una coppia evanescente, sola abitante del luogo, che volteggia incurante del tempo. Ricordo che quella volta sono rimasta come folgorata, e se pure sapevo che si trattava di un gioco, di un illusionismo proiettato, non ho potuto fare a meno di incantarmi, di paralizzare lo sguardo come se fosse stato vero.

Così ieri sera.

Intorno alle mie scarpe di raso e strass, altri piccoli piedi, invisibili agli occhi.

Scarpe di vernice che sussurravano, tacchi a spillo sdegnosi e fieri, fibbiette orgogliose e lucide.

Un mondo parallelo di milioni di passi e scalpiccii, mentre fuori la contraerea risuona e qui sotto la musica ovatta tutto.

E’ questo, ciò che ho visto ieri sera.

In superficie il travestito brasiliano ingombrava la strada con il suo suv e le tette rifatte, con la musica caraibica sparata a massimo volume in una notte stranamente silenziosa.

Ho aggiunto la W: wonder woman.

Rassegna stampa

gennaio 24, 2008

Le Figaro: Romano Prodi contraint à là démission

Herald Tribune: Prodi expected to resign as Italian Prime Minister

La Naciòn: Prodi no sobreviviò a la votaciòn del Senato

Stern: Prodi verliert im Senat

New York Times: Italian Premier Loses Confidence Vote

 

Per chi non conosce le lingue:

V.O.: ti amo?

Dice che l’impotenza si può curare anche col piffero. Forse in India.

gennaio 23, 2008

Stasera mi ha chiesto che vuol dire disfunzione erettile.

Respiro sempre a fondo, prendo tempo. Ma dove le sentirà ‘ste cose?

Traccheggio.

Poi mi interrompe il flusso dei pensieri e dice: mamma, solo disfunzione, il resto lo capisco.

Lo capisci? Come, lo capisci?

Mamma, i serpenti. Rettile.

Ma anche le rane sono rettili?

No, sono anfibi.

Ah, ecco, non mi ricordavo.

Si ‘sta voce te scéta int’a nuttata

gennaio 22, 2008

E’ stato qualche notte fa,  su un’autostrada nebbiosa.

Andavamo lentissimi, visibilità a dieci metri.

Che io poi non sono un’appassionata di radio, per lo più ascolto cd e se radio deve essere, in genere è per l’informazione.

Ma il mio amico ha insistito per raiuno, che di notte trasmette belle cose.

Ed era vero.

Ed è successo che mi sono innamorata di una voce e dell’arrangiamento di un brano di musica popolare che già amo molto in altre versioni, ma che qui è stupendo. Mi sono perdutamente innamorata di questa voce che bucava la nebbia e della sua fisarmonica.

Nel frattempo eravamo arrivati in città e mi toccava scendere dalla sua auto per risalire nella mia, abbandonata alcune ore prima alla bell’e meglio.

Sono entrata e ho immediatamente sintonizzato la radio sullo stesso canale, nel momento esatto in cui dicevano: vogliamo rettificare che il brano precedente,  erroneamente attribuito a Pinco Pallino, è invece del gruppo Y.

Era notte, l’ho detto.

Di quelle notti che già sconfinano nella mattina, ma prive di sonno e perfettamente sobrie.

Ho pensato che volevo riascoltare quella voce a tutti i costi, per quanto non conoscessi nemmeno il nome del suo proprietario.

Fra un paio di giorni mi arriverà il disco a casa.

Me lo manda lui in persona, la voce. Dopo che gli ho scritto le stesse cose che racconto qui, a voi.

Una voce di cui hanno scritto: è la sua anima che canta.

Aggiungerei anche: che suona.

Il brano si intitola: Alla carpinese. Qui ce n’è un microassaggio.

Fragmentos de una realidad furtiva

gennaio 17, 2008

Due fatti, almeno. Ma anche di più.

Il primo è una mail che dice: scrivi qui, e scrivi del bar di una milonga.

Ecco, è che ultimamente penso che i bar delle milonghe siano molto tristi. Dunque andava bene scriverne.

E poi ho visto che c’era anche lei, che altrove vi racconta sempre di milonga, e di pioggia e polvere, in un modo talmente rispondente alla realtà che ho visto io, con i miei occhi, che mi sono pure un poco impressionata. Quella polvere là ce l’ho ancora tra i capelli e le scapole.

Poi ci sarebbe una richiesta d’aiuto, che voi siete gente di mondo e di cultura.

Ditemi tutti i nomi di musicisti indiani sconosciuti che vi frullano per la testa, e registi, e scrittori.

Anzi, suggeritemi una compilescion inedita di tutto questo.

Non fate domande, non so nemmeno io a cosa mi serve di preciso, ma me l’hanno chiesta.

Infine il titolo del post.

E’ ispirato a questo qui, che è uno dei libri che più mi hanno divertita. Ho dei capitoli tradotti, se li volete leggere ve li mando.

Se no non fa niente, non mi piglio collera.

Fetenzìe sparse

gennaio 13, 2008

C’è un coté irriguardoso e surreale nelle cose, sempre. Ed è questo che ci salva, è innegabile.

Quello sguardo trasversale che si distacca e ci dissacra. Anche qui, anche in questi giorni.

Mia sorella si sta facendo un cuore così, insieme al suo cameraman, da un lato all’altro della Regione. Sta ascoltando tutti: le gente, i medici minacciati, i consiglieri comunali.

Ha passato la notte con i pompieri e la mattina con i manifestanti.

Di corsa poi dal signor Cannavacciuolo: la storia tristissima di un pastore di Acerra che ha visto morire le sue tremila pecore, che ingenuamente brucavano erba maledetta. Alcune si sono riprodotte generando esemplari mostruosi. Una l’hanno ribattezzata Polifemo, per il gigantesco occhio spuntato sotto la gola.

Le hanno congelate, per non dimenticare, per mostrarle a chi non crede.

Poi è stata la volta del padre: un cancro fulminante che lo ha stroncato in soli quaranta giorni. Aveva un tasso di diossina nel sangue pari a 280, mentre il limite massimo è dieci.

In Italia questo esame non si fa: c’è un laboratorio in Canada, che ti fa le analisi per milleseicento euro, a spese tue.

Cannavacciuolo è stato fortunato. Un medico del Pascale, l’Istituto dei tumori, se ne è fatto carico.

Fortunatissimo: ha ottenuto un indennizzo di ben tremilacinquecento euro a risarcimento del piccolo inconveniente professionale.

In sette mesi quello che è cambiato moltissimo è il livello di percezione e consapevolezza della gente comune: anche parlando con il popolino, scopri che hanno introiettato nozioni mediche di ogni genere e tipo, per quanto si esprimano in dialetto hanno chiaro il quadro. Ormai sanno che senza differenziare non si va da nessuna parte.

Va in giro, mia sorella, dormendo tre ore per notte.

Due volte al giorno viene ospitata da qualche televisione locale per il trasferimento satellitare delle immagini.

Nel frattempo, al lato opposto della stessa strada, quella che io chiamo la superstrada della morte, che da un lato porta ad Acerra e dall’altro a Giugliano, Casal di Principe, Villa Literno e le sue baraccopoli di nigeriani, io accompagno Pierrick e Angélica nel loro reportage sugli allevamenti.

Qui, nell’impero dei casalesi, c’è una cosa unica al mondo.

L’alberata è una tecnica antichissima di coltivazione dell’uva, che sale fino a quindici metri su filari agganciati ai pioppi. Si chiama la vite maritata. Questi pochi chilometri quadrati sono l’unico posto al mondo in cui si fa questa cosa, e ne viene fuori un vino acidulo e aspro, che dà il meglio di sé nella sua forma spumantizzata.

Lungo la strada, letteralmente invasa da una fetenzìa che proprio non si può immaginare, c’è la puzza delle diossina, che è un odore che non so raccontare, che non somiglia a nient’altro di conosciuto. Lungo quelle stesse campagne dove trent’anni fa, bambina, mi turavo il naso per non sentire la canapa, che pure è terribile.

Vedo sulla mia sinistra un grande stabilimento. E’ una fabbrica, sulla quale campeggia la scritta: Concimi biologici.

Potrebbe essere una scena comica o drammatica, a scelta.

Il coro greco nella mia testa intanto fa il sottofondo, incessantemente. Innalza lai, birignai e lamentazioni. Insistono: perché non te ne vai? Perché non te ne vai?

Rallento e li interrompo: perché ho un ex marito che è peggio di un debito, ho passato l’ultimo guaio sulla faccia della terra. Questa è una tragedia e devo rispettare l’unità di luogo, tempo e azione. Altre domande?

Il coro ammette le mie argomentazioni e tace. Innalza solo i lai.

Il pomeriggio se ne passa per aziende vinicole.

Dall’una all’altra, piccoli paradisi dall’apparenza incontaminata, bisognerebbe transitare ad occhi chiusi, per non vedere da cosa sono circondate.

Pierrick vorrebbe chiedere quanto la situazione esterna impatti su tutto questo e come i poteri pubblici sosterranno poi all’estero il prodotto locale per non fargli perdere quote di mercato.

Gli dico: bevi, bevi che è meglio. Non ho voglia di tradurre queste domande e le risposte.

Così chiede quanto è costato l’ascensore che porta dalla cantina, profonda tredici metri, interamente scavata nel tufo, al terrazzo. Ci viene da ridere, che razza di domanda.

La sera nostra madre ci vede sfinite.

A mia sorella dice, in tono quasi di rimprovero: sei qui da tre giorni e ti abbiamo visto in tutto mezz’ora.

Lei risponde: non sono in vacanza.

Sì, vabbè, ma se questi telegiornali li fai un poco più tardi che succede? Tanto ‘a munnezza sta là, chi s’a piglia?

Waiting for Buràn

gennaio 11, 2008

Dietro le quinte si lavora.

Stiamo costruendo lentamente i prossimi due numeri di Buràn, nelle forme e nei contenuti.

Stiamo fibrillando, per questo e quello.

Il buon Calma ha fatto questa cosa incredibile, che io non so ripetere tecnicamente, però mi pare assai bella.

Gli altri sono impegnati nelle traduzioni, nella ricerca delle debite autorizzazioni a pubblicare, nello svelare i misteri di termini ed espressioni incomprensibili, nell’editing e nelle revisioni.

Adoro il modo in cui si costruisce questa rete, adoro il modo in cui scopri che l’autrice di uno dei racconti selezionati, una nepalese, è una regista, lavora come membro dell’ UNDP per riformulare le linee guida della Giustizia nel suo Paese e lottare per l’uso di Internet come veicolo di informazione per la tutela dei diritti umani, e di fronte a una richiesta di spiegazione su un’espressione idiomatica intraducibile, non solo ti offre la piena disponibilità, ma ti mette in copia ad italiani amici suoi che vivono a New York, dove si occupano di ricerca linguistica in chissà che università.

Nessuna autoreferenza, nessun farsi grandi alle spalle d’altri.

Vi volevo solo dire quant’è bello.

…..ti scrivo

gennaio 8, 2008

Ti scrivo dalla fine del mondo, dal buco nero dell’universo, da questa landa desolata.

Ti racconto quel che posso.

C’è chi non capisce, chi parla per banalità, le solite stesse banalità che rimbalzano da un microfono all’altro di certi talk show o da un commento all’altro di certi blog, squallidi almeno quanto la televisione che ci rappresenta e che ci meritiamo.

C’è chi si veste da sociologo e politologo dell’ultim’ora e spiega, parla, descrive e spezza una lancia a favore di quel tizio o quella tizia, amici suoi, che lui li conosce, son brava gente, a dispetto del loro essere campani, differenziano la spazzatura, lo ha visto con i propri occhi, pagano le tasse per la raccolta, per tutto, pure il canone rai,  son proprio brava gente, certo non saranno tutti così, però dai, ce n’è di brava gente anche lì, ci sono stato, non m’hanno rubato il portafogli, mi hanno trattato bene, come una famiglia. Nemmeno li ho visti gettare i sacchetti giù dai balconi, sembravano normali, come noi.

Una volevo addirittura sposarla, ma non posso vivere lì e neppure voglio sradicarla. Lo faccio per il suo bene.

C’è quello che gioca al bastian contrario e ti risponde che sì, ma fino a un certo punto. Perché se vivi lì vuol dire che sei comunque e per forza di cose connivente, che sei quanto meno assuefatto a certe storie e allora in fondo te le meriti, perché non combatti, perché ti fa comodo il parcheggiatore abusivo, ci sono più avvocati che medici perché c’è più bisogno di farla franca che della buona salute, si laureano solo perché c’è disoccupazione e hanno tempo libero, ma in verità non c’è nemmeno la disoccupazione, è solo che nessuno vuole lavorare, vogliono la vita facile, e poi fanno troppi figli e non hanno nemmeno gli occhi per piangere e poi per forza, per forza devono buttarsi nell’illecito e intanto il Paese paga per tutti.

E c’è il bastian contrario del bastian contrario, che gli risponde: e poi? Se invece vengono qui? A rubarci il lavoro, a sporcarci, a marcirci, a imputridirci, a contaminarci? Ci hanno riempito fabbriche, scuole, università, seggi parlamentari, restino a casa loro, tanto ci sono abituati, una chitarra, un mandolino, sorridono sempre. E poi si fa una canna, un trip, un acido, arrivati chissà da dove, chissà come, roba buona, l’ho presa da loro, cazzo se è buona, come ce l’hanno loro, nessuno.

C’è chi si chiede quale sia il senso di una protesta così, devastante, di questo peggiorare le cose capovolgendo cassonetti in mezzo alla strada, incendiando, aumentando il degrado, ed è da qui, signora mia, che si vede che è gente senza dio, senza patria, senza appartenenza, che distrugge le sue stesse cose, le abbrutisce, che è senza grazia, rassegnata, sola con se stessa, che finge di pregare, di sperare, che si inginocchia davanti al sangue liquefatto ma poi dimentica tutto e grida che è stato dio a dimenticarla.

C’è chi non ama le polemiche e dice che sì, non importa, che in fondo questa gente va aiutata, questa terra va sostenuta, costi quel che costi, anche il doppio, anche il triplo, anche il tutto per tutto, anche più del tutto, ci pensiamo noi, siamo i poteri forti, siamo le istituzioni, abbiamo i controcoglioni, apportiamo le riforme strutturali, demaniali, epocali. Arriviamo, facciamo, interveniamo, ci impegniamo, decidiamo. Negoziamo, negoziamo. Negoziamo. Ne godiamo. Scompariamo.

C’è chi la fa semplice e ti parla come fossi un’idiota: ma perché non ve ne andate tutti? Tu perché non te ne vai?

E ti senti veramente idiota perché lo hai ripetuto tante volte il perché, ci credevi, lo sapevi il perché, che non è uno, sono due, tre, sono dieci, ma dopo tante volte ha perduto di senso, come una frase ecolalica che dopo un po’ non significa niente, ti ipnotizza, a me gli occhi, le orecchie, a me tutto quel che hai e in cambio niente. Ripeti un perché dietro l’altro e ti si sgretolano in bocca, amari, aspri, allappanti.

Ti scrivo perché non so dove andare, non posso andare e forse ho paura di andare, più di quanto ne abbia di restare.

Perché il male che ti appartiene lo conosci, lo fronteggi anche quando non lo puoi dominare.

A volte è il bene che non conosci a spaventare.

————

(di ciò che trovo scritto in giro, ho apprezzato molto, moltissimo, questo. e più dettagliato, senza alcuna forma di letterarietà, questo. e ancora questo, bellissimo, sul colore Sud.)

Spleen. Ho Carmen Consoli in sestile con Giacomo Leopardi.

gennaio 6, 2008

[Si dice che ad ogni rinuncia

corrisponda una contropartita considerevole

ma l’eccezione alla regola

insidia la norma]

Io lo so, lo so che poi le cose prenderanno un altro andare. Ma è che in queste feste e nel nuovo anno ci sono scivolata come sotto un olio da massaggio, torpida.

Mogia di un mogio che più di così non si può.

Lo so che poi – come recitano in modo univoco tutti gli oroscopi del caso – ad un certo punto Giove farà trigono e comunella con qualcun altro e annullerà gli effetti nefasti di  Urano, del mio capufficio, del Governatore, del traffico dell’ora di punta, del rincaro dei generi di prima necessità, dell’orribile insidia del ricordo che ubriaca e ti lascia stordita per un tempo che sembra infinito.

L’ouzo del ricordo, come dice quell’amico mio là che a volte è troppo geniale.

Io lo so che è come dice l’altra amichetta mia, quella che pare che dice cose così, lievi, che poi ti esplodono dentro a scoppio ritardato, che l’universo non solo è finito, ma non è nemmeno eterno.

E dunque – aggiungo io a riguardo – da qua non si scappa: ci dovremo incontrare tutti i giorni sul pianerottolo di questa finitudine e dirci quanto meno buongiorno e buonasera, tenerci aggiornate sulle ultime tendenze dello spazio-tempo e continuare a profumarci Calvin Klein (a scelta: Contradiction, Truth, Obsession o Eternity).

E l’anima, l’anima. E se l’anima fosse solo il sintomo di una malattia incurabile?

Per non parlare di quell’altra amica mia, alimentata a distillato di emozioni, che mi immagino io al posto suo mentre la mattina mi fermo dal benzinaio e dico: quindici euro di emozioni, grazie.

E il benzinaio risponde: oggi c’è un rincaro dei prezzi, signora mia. Con quindici euro non va da nessuna parte. Al massimo le controllo olio e gomme e ci scappa anche una palpatina alle tette.

E io aggiungo: no, grazie, ma mi regali almeno un arbre magique, che mi ci costruisco una casina sopra, tutta profumata e balsamica, mi inebrio d’eucalipto e mi emoziono così.

Lo so che Saturno sarà in Vergine per tutto l’anno e porterà il vento a favore e questa discarica puzzolente sparirà d’incanto, insieme a tutti i sacchetti che ci arrivano sotto le finestre e ci sono anche le scuole chiuse per lo stato di emergenza, ma Saturno interverrà e sarà nominato commissario straordinario. Lo so, andrà tutto bene.

Che a un certo punto il Capricorno entrerà nel nodo lunare aggrovigliato da Nettuno e con il corno darà un taglio a tutto e forse avrò speranze anche nella pratica dello sci di fondo.

Intanto ballo, ballo per senso del dovere e per necessità. Come i dervisci chiudo gli occhi e mi lascio trasportare nell’universo parallelo. Mi affido a Plutone, pianeta di riforme e rivoluzioni, ma solo a condizione di abbigliarsi blu zaffiro e verde muschio, con squarci di viola e giallo oro. Sennò non funziona.

Con il timore che quando tutti i pianeti saranno allineati, magicamente pronti a entrare in azione, mia madre mi confessi che in verità sono stata adottata, nata in un giorno sconosciuto, in cui le stelle erano distratte.

[Se è vero che ad ogni rinuncia

corrisponde una contropartita considerevole

privarsi dell’anima comporterebbe

una lauta ricompensa]siderevole, privarsi dell’anima comporterebbe
una lauta ricompensa.