Archive for febbraio 2008

Nel nome del padre

febbraio 27, 2008

Le cose, le cose a volte ritornano e si spiegano. E ci spiegano.

Come quella notte in cui restammo svegli per guardare il bambino caduto nel pozzo. Ero abbastanza grande per ricordarmene oggi tutti i dettagli e rivedere mio padre seduto su un angolo del letto, ad asciugarsi le lacrime.

La prima volta che vidi piangere mio padre, qualcosa che non credevo possibile, per tante e tante ragioni.

La seconda volta fu quando lasciai la sua casa, subito dopo i vent’anni, trasferendomi a diecimila chilometri.

La terza, pochi giorni fa.

Allora non sapevo che si potesse piangere per altri, altri che non conosci, non ti riguardano, non ti appartengono. Non credevo fosse possibile. Come il contadino in Shoah, al quale Claude Lanzmann chiede: ma voi non sapevate? Erano qui, accanto al vostro campo, non vi faceva male?

E il contadino sgrana gli occhi e risponde: male? Ma signore, se lei si taglia un dito è a lei che fa male, mica a me.

E nemmeno sapevo che quando si piange per altri, in fondo si piange anche per sé.

Così mi capita oggi di piangere unicamente per le cose che non mi coinvolgono direttamente. So che è la mia forma di difesa, un pudore verso se stessi: piango come una fontana al vedere vecchi filmati di guerra, servizi di telegiornale, storie di miseria. Di vera miseria umana. Piango a sentire certe musiche, a leggere delle storie. Piango di fronte a una scoperta della scienza, a un trionfo sportivo. Piango nel disfarsi delle sere, cantando una milonga triste: castigo me diò tu mano, pero màs golpeò tù ausencia, con cuerdas de cien guitarras me trenzé remordimientos.

E’ come se ci fosse un momento, qualcosa che separa un prima e un dopo, in cui d’improvviso tutte le cose del mondo diventano tue. Sarà per via di quell’appartenenza molecolare di cui si è detto.

So che vorrei farne a meno e che mi è impossibile.

So che si tratta della fuoriuscita di tutti i dolori che non riesco a dirmi, che provo a farmi scivolare addosso, stando bene attenta a che non mi si impiglino tra le calze o nei tacchi.

In questi giorni più che mai. Scivolo, mi scivolo via. Come la canzone che mi risuona nella testa e non mi lascia da giorni, sommessa come una congiura. Scivolo fuori da questo corpo impregnato di sorrisi e mi sistemo altrove, in una cassa a tenuta stagna, impermeabile a me stessa.

Scivolo da qualunque forma di contatto che potrebbe indurmi a farmi piangere per me, per me sola.

Scivolo da qualunque cosa che mi faccia sentire la volgarità di parole e gesti inopportuni.

Scivolo via da domande accorte e affettuose che mi si piantano come coltelli nella carne.

Scivolo in un privatissimo pozzo di dispiacere, sorridente sotto gli sguardi.

Io che per me non piango mai, se non per interposta persona. Proprio come mio padre.

Io che aggiro le difficoltà dissacrandole. Proprio come lui.

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Chi siete e da dove venite. Ma soprattutto: quando ve ne andate?

febbraio 26, 2008

Oggi vi si richiede un piccolo sforzo di attenzione, che vi spiego una cosa scientifica. Che l’ho già spiegata agli amici miei, ma mi hanno un poco riso in faccia. E invece non ci sta niente da ridere, proprio niente.

Qua bisogna mettere ordine, parliamoci chiaramente.

Allora il mio collega che ha fatto studi scientifici e botanici, non come me e voi che siamo quattro letterati inutili e da strapazzo, se ne viene e mi dice che ci sta poco da fare: siamo fermi, immutabili, siamo dati una volta e per tutte, salvo alcune evoluzioni di cui parliamo appresso.

Siamo esattamente uguali agli elementi della Tavola di Mendeleev: un tot prestabilito di genotipi psicologici, ognuno col suo peso specifico.

E qua subito gli amici si sono ribellati, che loro, loro invece cambiavano, le cellule erano in movimento, in costante rinnovamento, che oggi siamo qui, domani siamo lì, e quello che ero ieri non sarò poi e il transeunte e tutti quei fatti là.

Che poi è vero che io sono tassonomica e mi sfottono per questo, però allora guardiamoci un poco intorno: se uno va dall’omeopata, al di là dei rimedi specifici che prescrive caso per caso, la prima cosa che fa è individuare una diatesi di base, che sia Ignatia amara, Psorinum, Nux Vomica o quello che volete voi.

Che poi guardate l’India e l’Ayurveda e pure loro individuano tre costituzioni di base.

Che poi studiate la Programmazione Neuro Linguistica e pure là ti dicono che  devi essere a prevalenza uditiva,  visiva o cenestesica e se sei equamente ripartito sulle tre componenti, sei schizofrenico.

Che poi è inutile che aggiungo altri esempi, tanto il concetto si è capito. Va dai gruppi sanguigni agli oroscopi, seguendo la stessa logica.

Allora dice il collega mio (e io cerco di ripeterlo con tutte le imprecisioni del caso) che similmente agli elementi della Tavola periodica, oltre al peso atomico abbiamo anche una diversa composizione molecolare: possiamo essere bivalenti, trivalenti, tetravalenti e così via.

Io conosco pure quelli ambivalenti, ma questo mo’ è un altro fatto e non c’entra.

Che succede, dunque?

Succede che ci possiamo combinare con altri cristiani e dare vita a una serie di interazioni, più o meno complesse. Alcune saranno alcaline, e funzioneranno bene. Altre saranno acide, e ci faranno buttare il veleno.

Ma non è tutto. Perdonate le imprecisioni, ma la scienza non è cosa mia. Allora, a questo punto subentra il fatto dell’analisi stechiometrica: se un Pinco pallino si combina con una Sempronia bisogna vedere i due che composizione molecolare hanno, perché se uno è trivalente e l’altra è pentavalente, avanzano due atomi, che avranno delle esigenze tutte loro.

Dove vanno gli atomi della Sempronia?

O Pinco Pallino le fa fare due figli, o Sempronia si deve per forza trovare due amanti. Non ci sono alternative, lo dice la Legge di Proust. Che non è quello delle madeleine, ma quell’altro là, quello che sostiene che: "In un determinato composto chimico gli elementi che lo formano stanno tra loro in proporzioni di peso definite e costanti". E così via.

Se vi sentite sole o troppo esuberanti non è colpa vostra: vi siete messe in una reazione sbilanciata.

A questo punto il mio collega sostiene che una vita felice passa attraverso la creazione di relazioni stabili, dove non ci si deve stressare con le ossidoriduzioni, la perdita di elettroni e il giramento di coglioni, e mi tira in ballo un altro che si chiama Lewis, il quale sostiene che: “L’energia che si libera per effetto dell’aumento di stabilità,  è detta forza di legame. La forza di legame è l’energia che si libera quando i due atomi passano da distanza infinita alla distanza di legame ed ovviamente coincide con l’energia che è necessario fornire al sistema per rompere il legame, portando i due atomi a distanza infinita.”

Voi capite le implicazioni psicologiche e affettive di tutto questo, nevvero? Bene.

A questo punto torniamo al fatto iniziale: non siamo noi che cambiamo, ma sono i diversi composti in cui ci troviamo coinvolti che provocano delle reazioni distinte tra loro, in cui possiamo sentirci bene o male, dare il meglio di noi oppure impoverirci.

Se non siete ancora convinti, vi faccio andare a pranzo col collega mio. Sono sicura che vi convince. O quanto meno, non mi stressa solo a me.

Proverbi

febbraio 25, 2008

Un ormone non fa primavera.

Si accomodi, signora Rita

febbraio 22, 2008

Ebbene sì, iniziano le interviste impossibili.

Su questo palcoscenico, a turno, senza costrizione alcuna, sfileranno tutti coloro che più o meno spontaneamente, ma anche no,  hanno richiesto di essere messi sotto i riflettori.

Qui le domande le faccio io.

E le risposte, pure.

L’ospite di oggi è: Zaritmac.

——-

F: signora Zaritmac, benvenuta qui. Lei è una bloggheressa dai toni accesi e intimi a un tempo, non è facile approcciarla in modo convenzionale. Come posso metterla a suo agio?

Z: sono a mio agio, Flounder, non tema. Qui, in questa casa dove le ombre si intersecano con sanguinose stille e sorrisi radenti, nel lusso di un’eternità sconosciuta che non cessa di ordire imperfetti esiti io mi assesto, ebbra di nostalgie rapaci e confusamente avvinta a riverberi di sguardi tenuti insieme da bave di ornitorinchi spavaldi e dimentichi di sé.

F: bene, signora Zaritmac. Ci parli del suo essere donna e bloggheressa del suo tempo. Del modo esatto in cui concilia la sua crescita professionale e letteraria con i problemi di infiltrazioni idriche nel suo appartamento.

Z: il mio lavoro è un do di petto che espando nell’intensa illusione di un breve gocciolare. Pungono, come piastrelle sbreccate, le note tristi di un salato conto idraulico che dovremo pagare, nostro malgrado, perché la vita, questa vita che può anche persuaderci ad agganciarci allo strascico di toccanti melodie, è anche l’esaurirsi spasmodico di un’ora segnata da una campanella, di abbrivi e ricorsi in salita, che ci zittiscono come guard-rail dei nostri desideri…

F: signora Zaritmac, del problema della sua auto parliamo dopo. Adesso stavamo parlando del lavandino che perde.

Z: ha ragione, Flounder, mi sono fatta prendere la mano dal toccante bisogno di un capitombolo furtivo, mentre tra queste braccia aride e mai consunte stringo il boiler del mio cuore disfatto e il tracciato irregolare di una conduttura dal silenzio eloquente e troppo rumoroso ai più.

F: vabbè. Passiamo al fatto della macchina, via. Quando pensa che la farà immatricolare e come pensa che ciò modificherà la sua vita di pendolare e quanto questo influirà sulla sua scrittura?

Z: negli ingranaggi scoscesi delle mie giunture che sanno di sale e sterpi ritroverò il disegno di un destino roboante. Io, che sono passata sotto il ponte di un Grumo nebbioso senza stringere patti col vento, adesso mi muovo come viandante testardo, che attende l’assicurazione per abbandonare il suo sudario, come tra le mani amorose di un boia che simile a un coro monocorde sussurra preghiere blasfeme nelle inesatte geometrie di una polizza con sogghigni smussati.

F: è vero che all’improvviso ha scoperto una nuova passione nella sua vita? Ce ne racconti.

Z: sì, è vero. Ho invertito le rotte di un rettilineo andare per ritrovarmi nell’anagramma di passi trattenuti, nell’ocho infinito dove incontro gli avvallamenti della mia anima, di sostantivi non più astratti. Ho appreso movimenti di disgiunzioni e agganci, per ripercorrere con azzardo antistatico l’inusitato scivolare di-pendenze e imp(r)udenze verso un dadovengoedovetango di impercettibile foga.

F: signora Zaritmac, purtroppo il tempo a disposizione è pochissimo. Ci dica solo un’ultima cosa: che c’è per cena a casa sua, stasera?

Z: nei piatti color malva che abbozzano un pasto di scialbi intenti mi stenderò cagliata,  schiumando  in rapide  inflessioni acidule,  nella  disuguaglianza  di po(r)zioni che restano impigliate tra rebbi impietosi, lasciva d’oli e di umori. Il basilico ci sarà coperta, a noi, nudi e troppo distratti per fingerci in un altrove di denti aguzzi. Finché arriveranno le formiche a incamerare le briciole di un tempo smarrito.

F: cioè, terra terra, caprese?

Z: sì, però non dica cosi, che suona volgare.

Acqua storta, con ragione e sentimento.

febbraio 21, 2008

Devo dire di Luigi Romeo Carrino e di Acqua Storta.

Io non lo so chi è Carrino, non lo so, non lo conosco. So solo che l’ho incontrato due volte e su di me esercita un fascino magnetico. So che la sua voce – che sia registrata, dal vivo o al telefono – mi ipnotizza.

So che la sua scrittura, conoscendo la sua voce, mi prende attraverso un canale uditivo.

So che conoscendo i luoghi e le ambientazioni del suo romanzo, io vedo la storia, la vivo.

E dunque so che quello che per gli altri può essere un romanzo, per me è un film. Più di un film: qualcosa che mi inghiotte.

La morte di Michele io la vedo dal pontile che porta a Nisida, a sinistra c’è uno scoglio enorme, a destra la terrazza di un ristorante dove ho cenato l’estate scorsa, col vento nei capelli e una gioia che non poteva durare.

La casa del padre la vedo attraverso i cumuli di immondizia e le puttane della Domiziana, come quella sera che andavo a una festa di imprenditori e mi sono perduta nel Villaggio Coppola, ed ero da sola e avevo paura e sapevo che ogni  movimento era guardato, spiato, controllato. E penso che viaggio sempre da sola, io, sempre. Di notte. E ogni notte ho paura, una paura che altrove non proverei: quella dei proiettili vaganti.

E vedo Mariasole. Mariasole che non parla e scrive parole difficili. Che dice al marito: andiamo via da questa città che non ci vede riparati, e quando lui non capisce cambia registro e urla: jammuncénne, mo’ mo’. Come un grido che squarcia tutto. Ha la faccia di Licia Maglietta in Luna Rossa e la sostanza della più pura tragedia greca, che si chiami Medea, Ifigenia o Antigone. Ha la faccia di donne che ho conosciuto da bambina e che oggi incontro sempre più raramente.

La casa di Salvatore la vedo nel ricordo di una serie di piani fatti di corsa, col fiatone, per arrivare in un vecchio appartamento sopra piazzetta Nilo. Era la casa di un amico, ma prima ancora era appartenuta ad altri: una torbida storia di amori omosessuali tra un ragazzo di ambienti malavitosi e un architetto, che gliel’aveva ristrutturata per farne un nido d’amore. Poi spariti entrambi, non si sa come o dove. In quella casa ho letto il mio primo libro di De Silva, accovacciata per terra

E poi il mare.

C’è il mare, in Acqua Storta. E a chi gli ha chiesto se una storia così avrebbe potuto ambientarla a Milano, a Bologna, lui ha risposto di sì.

Ma non è vero, Carri’, non è vero. In questa storia c’è questo mare qua, la segna così in profondità che non potrebbe mai svolgersi altrove: fattene una ragione, è così.

Di questo romanzo mi piacciono gli intermezzi piccoli, quelli che raccontano i pensieri che il protagonista non dice mai. Mi piace la lingua sporca, quell’italiano carico di spagnolismi che usiamo qui quando non parliamo in dialetto e ci sforziamo di tradurre espressioni intraducibili. Mi piace la lingua bastarda nell’uso delle preposizioni e in altre sottigliezze. Mi piace la scansione dei tempi, l’andare a ritroso nel tempo che mi ricorda appunto De Silva, i cui libri sono tra i pochi che riesco a ricordare, di un’asciuttezza che non lascia sbavature neppure nella memoria.

Mi piace il modo in cui Luigi lo ha presentato a Napoli, a una platea che rappresentava tutte le possibili sfumature sessuali esistenti.

Ma soprattutto mi piace la totale assenza di pretesa, in questa storia: la narrazione bruta dei fatti senza l’indulgere nel giudizio. Mi piace l’assenza di note esplicative.

E nel dramma che rappresenta, pure ho riso, ho riso moltissimo nel figurarmi la scena in cui l’amante porge le cuffiette del lettore mp3 all’amato per fargli ascoltare una delle loro canzoni, in una scena che potrebbe essere il Tempo delle mele, se non fosse che la canzone è questa cosa qua, una delle cose più trash che abbia mai ascoltato e di cui questo video è un grandioso rifacimento, che vi dovete sentire fino alla fine. Un rap dei Quartieri Spagnoli: è arrogante e prepotente, chill’ è ‘nfame, è ‘n’ommo ‘e niente, chilo è surdo, nun te sente, nun ‘e tène ‘e sentimenti…

 

V’o giuro, v’o ggiuro ‘ncopp’o bbene d’e figli che nel  giro di un mese me la imparo e ne faccio pure io una cover. Perché quest’uomo lo amoooooo, terribbbilmente lo amoooo.

e poi quando passa Carrino, vorrei che si leggesse questo qua, che mi piacerebbe che fosse come una pagina sua e stessero vicine vicine, azzecate azzeccate.

A tavolaaaaaaa, è pronto. A tavolaaaaaa.

febbraio 18, 2008

A un dato momento ci siamo detti che sì, il prodotto ci sembrava buono.

Ma chi eravamo noi, chi eravamo veramente, per poterlo valutare ed essere credibili?

Così lo abbiamo mandato in un laboratorio di analisi, che ci ha confermato il tutto.

Possiamo dunque affermare, con orgoglio e sicurezza, che Buràn, consumato secondo corrette modalità, è considerato un alimento bilanciato, completo, privo di effetti collaterali.

Compatibile con  tutte le latitudini e i regimi alimentari, assicura un senso di sazietà che può durare fino a diverse settimane e favorisce il quotidiano transito cerebrale.

Da studi effettuati in doppio cieco, risulta adatto anche a diabetici, intolleranti al glutine, al lattosio, alle illusioni, alle speranze e alle false promesse.

In piccoli quantitativi può essere indicato per lo svezzamento dei lettori neonati: in quel caso verrà somministrato in cucchiaiate giornaliere subito dopo i pasti.

La pratica versione monodose scaricabile vi consentirà di avere sempre a portata di mano la razione necessaria per uno spuntino a tutte le ore.

Non lasciatevi spaventare da racconti che vi appaiono troppo lunghi: sono altamente digeribili e non stucchevoli al palato.

Ci preme tuttavia precisare, in nome della responsabilità del produttore, che Buràn non è un prodotto light:  un eventuale abuso o un impiego non corretto può provocare attività neuronali ed emotive incontrollate che tuttavia nelle ore tendono spontaneamente alla normalizzazione.

Vogliamo altresì precisare che Buràn è prodotto selezionando le migliori materie prime, sottoposto a rigorosi controlli di laboratorio, non effettua test sugli animali, non impiega bambini nei processi lavorativi,  non produce imballaggi con effetti negativi sull’ambiente e favorisce la globalizzazione buona.

E per finire, da questo numero l’esimio nutrizionista dr. Fuoridaidenti – mai nome fu più adatto – l’ha reso disponibile anche in versione liquida, validata dalla Literary Food and Drug del Web, per palati esigenti e raffinati e perché anche l’occhio vuole la sua parte.

Adesso basta chiacchiere: Buràn n. 4  – Il Cibo – è in tavola…oops…on line.

(Avvertenze per il consumatore: per un corretto stile di vita è opportuno abbinare una sana alimentazione alla giusta dose di attività fisica. Buràn fa’ del suo meglio. Tu però dopo averlo letto spegni il pc, vai al parco, a passeggio, a ballare, jésce, arrubba, tuocca ‘e femmene).

Lezioni di tango per giovani samurai. Sottotitolo: scene da un matrimonio.

febbraio 16, 2008

Ti siedi, dice la maestra, ti siedi. Continui a sederti, a mollare, a cedere nella gamba.

Tu che sei così leggera dovresti solo crescere, allungarti. Spingere verso l’alto, tenerti dritta sulla tua schiena, e spingere verso il basso e dietro, allungare, allungare ancora, tenderti. Lascia  il tacco a terra, non voglio dire allungarsi in quel modo, sulle punte. E’ un allungo teso ma affondato nel terreno, un’estensione stabile. Non separarti dalla radice. Tu e il tuo asse, da soli, senza bisogno di appoggiarti a niente, a nessuno. Non così, non così. Mantieni il controllo degli addominali, non deve esserci niente che possa farti cedere. Nel momento in cui lui ti sbilancia e ti porta fuori asse, fuori dal tuo centro, ecco, quello è il momento in cui devi farti forza;  serviti di lui, usalo, usa la sua spalla come una leva per rialzarti e non mollare. Nel momento in cui l’impressione che hai è che lui voglia farti cadere, fingi di cadere, ma solo con la sinistra. La destra resta tua, solida, piantata. Disegna, con la sinistra, disegna il cerchio del tuo spazio, marcalo, delinealo. Seguilo, ma mantieni la distanza. La caduta è un’illusione, un artificio, un falso cedimento. Quando lui ti riconcede il centro, l’asse, quando lui ti riconduce a casa tu lo assecondi, ma in realtà già ci sei, ci sei sempre stata.

E tu, dice a lui, bloccala nelle reni. Non permetterle di sedersi. Nel momento in cui la attiri a te apriti leggermente verso destra: lascia che trovi il punto esatto per abbandonarsi a te e seguirti senza doversi affrettare. Girale intorno, tienila sospesa. Sospesa e tesa. Tesa e cedevole. Lascia che si fidi. Se non si fida non ti seguirà. Se non si fida non verrà.

Count down

febbraio 14, 2008

Il precedente numero di Buràn – quello sul conflitto – ci aveva stancato molto, per l’intensità emotiva. Non sono solo quella trentina di racconti, ma  la massa di quelli cercati e letti per arrivare a questi trenta.

Su questo numero, quello che uscirà a giorni, pensavamo che ci saremmo rilassati, data la maggiore leggerezza del tema.

Macché.

E’ che questa volta gli autori si sono scatenati nei convenevoli e nel social network. Decine e decine di mail, questa volta anche con gli autori delle foto.

Perché una volta effettuata la selezione, chiediamo i permessi, e ogni volta tocca spiegare perché e per come. E ogni volta io vorrei fare dei copia e incolla, ma poi non ce la faccio, e a ognuno scrivo qualcosa di personalizzato.

In questo numero c’è gente pazzesca, c’è gente che si conosceva tra loro anche prima di trovarsi insieme su Buràn, al di là degli oceani. C’è gente che da sperdute, glaciali e remote province del mondo mi scrive in un italiano perfetto, appreso chissà dove e perché e mi racconta di pezzi di vita, inverni freddi, traslochi e famiglia lontana. C’è gente che racconta della sua estate a Capri, del suo inverno a Pompei, di quella volta che.

C’è gente.

Ecco, è questo.

C’è un sacco di gente. C’è un reticolo stretto che è insieme contenimento e prigione. Che la rete non è infinita, e per quanto lontano tu pensi di arrivare, trovi sempre uno che è amico di un amico tuo e al quale in qualche modo – tuo malgrado – risulti legata.

Non mi sbagliavo, quando giorni fa scrivevo che siamo tutti qui, affacciati su questo pianerottolo di esistenza.

Ed è per questo che ultimamente sono molto più silenziosa.

Mi perdo in serate di ballo mute, totalmente mute. Nelle quali non voglio sapere nulla, nemmeno il nome dei miei compagni. Come se cercassi angoli depurati dalla parola, dallo scambio verbale, abitati solo da gesti e movimenti, privi di interazione sonora.

Sei timida?, mi ha chiesto uno qualche sera fa.

Sono quello che vuoi tu, basta che non chiacchieriamo e balliamo. Che sono piena di parole, delle parole di tutto il mondo.

Sono piena di parole, in un momento in cui le parole non mi servono a niente.

My funny Valentine

febbraio 11, 2008

Caro San Valentino,

non li pensare più a tutti questi qua, non sprecare energie. Mo’ ti dico io quello che devi fare.

A tutti quelli che dicono che non sono più capaci di amare, fanci cadere il pisello (se sono maschi) e fanci venire tutta la cellulite alle cosce (se sono femmine). Se sono gay, fancili diventare etero però bruttissimi.

A tutti quelli che si sentono aridi dentro, fanci allagare la casa.

A chi non riesce a trovare se stesso, fancili sperdere per sempre e fanci perdere pure i documenti.

A chi dice ti amo ma non ti merito, fanci togliere la tredicesima e le ferie. Se sono liberi professionisti, fanci togliere la possibilità di scaricare l’IVA.

A chi ti vuole convincere che non è colpa sua se non riesce mai a trovare l’anima gemella, fancilo diventare un corpo omozigote a due teste.

A tutti quelli che scrivono che sono pieni di paure, fanci trovare il mammone nell’armadio.

A chi non sa dire parole d’amore, fanci rompere lo scilinguagnolo.

A chi sa dire solo parole d’amore e si perde tutto il resto, fancili diventare cacagli.

A chi non si sente mai pronto, fanci prendere la Dolce Euchessina.

A quelli che sono indecisi, fanci una colata di cemento sopra ai piedi.

A quelli che sono farfalloni, fanci incontrare la donna ragno.

A quelli che sono rattusi, fanci venire la forfora e la psoriasi.

A chi è in cerca di facili avventure, fancili andare in Afghanistan.

A chi non riesce a provare emozioni, fanci mettere le dita nella presa della corrente.

A chi cerca solo emozioni e niente più, fancilo rapire dall’Anonima Sequestri.

A quelli che causano sofferenze, fanci venire una risipola facciale.

A quelle che pensano che ce l’hanno solo loro, fancene crescere altre due, di cui una in faccia (questo per gli uomini non vale, perché spesso già ce l’hanno)

A chi fa la faccia melliflua e dice quanto sei dolce, fancelo rimanere azzeccato a una carta moschicida.

A quelli che tengono il piede in due scarpe, fanci venire l’alluce valgo.

A chi ti dice mi piaci perché sei solare, fanci staccare il contatore dell’Enel.

A quelli che si mettono paura delle responsabilità, fanci avere l’infermità mentale e l’interdizione dai pubblici uffici, ma senza pensione di accompagnamento.

A chi tiene i traumi infantili fuori tempo, fanci venire una dermatite rosacea e abboffalo di fissan.

A chi vorrebbe qualcosa di particolare, fancili fidanzare con un ferrero rocher e fanci venire il diabete.

A quelli che dicono che l’amore non esiste, fancili fare capa e muro.

A quelli che non sanno che vogliono, fancili capitare in un labirinto che rimangono chiusi per sempre là dentro e non possono mai più uscire e se ti avanza tempo fanci venire pure un herpes.

A tutti gli altri, fancili fare a loro soli e se non sono capaci, peggio per loro.

Quando hai finito, mi vieni a prendere e ce ne andiamo a cena solo iettè.

A me fancimi stare quieta, che in questo momento già tengo troppi pensieri.

Narcissus Angustifolii, bot.

febbraio 8, 2008

Il signor Narciso Fioravanti negli ultimi tempi non era più lo stesso. Un frequente senso di malessere che lo pervadeva improvvisamente e un’astenia che lo accompagnava fin dal primo mattino.

Si tastava la faccia, sentendo sotto i polpastrelli la ruga che gli si approfondiva tra le sopracciglia.

Però lo specchio no, non gli confermava nulla di tutto questo.

Lo specchio gli restituiva un’immagine serena, un bell’aspetto, un sorriso piacente.

Questa cosa lo metteva ancora più di cattivo umore, come se il suo riflesso vivesse una vita segreta che non gli era dato di conoscere.

Gli sembrava che di giorno in giorno diventasse più bello di lui.

Era una cosa che lo faceva impazzire: aveva sempre amato la sua immagine, ma non al punto di esserne geloso.

Perché in fondo il signor Narciso Fioravanti era un tipo dabbene, checché ne dicessero le donne.

Le sue fidanzate, per esempio, erano tutte concordi nell’opinione che fosse un uomo arido, interessato solo a se stesso, che avesse giocato con i loro sentimenti per mollarle sul più bello, improvvisamente attratto da nuove passioni.

Ma le cose non stavano affatto così: era un uomo fedele. Totalmente innamorato del suo riflesso.

E a lui, a lui soltanto, concedeva la sua piena e totale dedizione.

Come avrebbe potuto dunque tollerare il tradimento da parte della sua immagine?

E soprattutto: ammesso e non concesso che la sua immagine avesse deciso di ribaltare i ruoli e prendere l’iniziativa, come avrebbero gestito tutto questo?

La mattina del 12 febbraio, una mattina tersa come poche, il signor Narciso Fioravanti decise a bellaposta di non sbarbarsi.

Imboccò la galleria di vetrate e specchi che conduceva al suo ufficio e nel rimirarsi scorse un uomo elegante, dall’andatura spedita. La basetta curata e il viso glabro.

Entrò in ascensore come seguito dal diavolo e anche lì, dallo specchio, la sua immagine lo guardava con evidente intento di contraddirlo.

Non mi sento bene, pensò tra sé e sé.

E avrebbe voluto chiedere a quanti condividevano con lui il tragitto, che cosa vedessero riflesso nella lastra argentata. Però un po’ si vergognava e allora restò zitto.

La cosa andò avanti per giorni.

Peggiorò il suo aspetto, peggiorarono le sue condizioni.

Pensò a una strategia. Avrebbe cercato – non visto – di sorprendere il suo riflesso e coglierlo in castagna.

Si appostava dietro gli angoli di certi grattacieli altissimi e lustri, e di colpo buttava uno sguardo, ritirando subito la testa, con una lieve fitta occipitale.

Ma il riflesso non si faceva fregare: lo aspettava lì, al varco, con un sorriso sornione e il fermacravatta dorato. Un giorno lo scoprì addirittura con i capelli tirati a lucido dalla brillantina.

C’è qualcosa che non va, Fioravanti?, gli chiese un giorno il suo capo.

Va tutto benissimo, rispose. Con una voce ben poco convinta.

Cominciò a ricoprire ogni superficie lucida con drappi opachi, evitando accuratamente tutte le strade del centro. Negli ascensori ormai entrava di spalle e compiva dovunque movimenti strani, dissimulati da passetti di ballo, per non doversi mai più confrontare con uno specchio.

Il viso, rasato a memoria, recava piccoli taglietti dovunque. Talvolta tracce di dentifricio intorno alle labbra.

Ma quella mattina, quella mattina che si trovò costretto a far visita a un cliente lontano, in un quartiere di cui non conosceva gli ostacoli, fu attratto dalla vetrata di un negozio di orologi, nella quale vedeva riflessa una donna bellissima.

Si voltò di colpo, intuendo di ritrovarsela alle spalle, però la donna non c’era. Non c’era nessuno.

Si avvicinò alla vetrina, incuriosito.

La donna gli venne incontro.

Alzò il braccio destro, lei mosse il suo sinistro.

Il negoziante gli fece un sorriso divertito dall’interno e lui scappò.

Nell’anticamera del cliente si avvicinò allo specchio per risistemarsi il nodo della cravatta, mentre il suo riflesso dai lunghi capelli ramati si passava il rossetto.

La sera si incantava per ore, con un misto di terrore e attrazione, davanti all’anta dell’armadio. Si sfilava con lentezza i calzini, si sbottonava uno a uno i bottoni della camicia, facendola scivolare languidamente dalle spalle.

Di fronte lei faceva altrettanto, con reggicalze e bustier ricamati.

Io non sto bene, si disse un pomeriggio. E fissò un appuntamento con il medico, un neurologo di chiara fama.

Non riuscì mai ad arrivare allo studio: nel corridoio della metropolitana colse il suo sguardo riflesso dal vetro del dispenser delle bibite. Per un attimo, solo per un attimo, gli sembrò che quello di lei deviasse minimamente dalla traiettoria per poggiarsi su altro.

La polizia lo prese così, con i pantaloni slacciati. Il viso e il corpo schiacciati contro il vetro, in un amplesso irrefrenabile e violento.

I passanti guardavano da lontano, riuscendo a cogliere di traverso solo il riflesso di un volto maschile, un po’ emaciato e stravolto da un misto di sentimenti.

Narciso Fioravanti fu processato e condannato per atti osceni in luogo pubblico e resistenza a pubblico ufficiale. Però con la condizionale, perché era incensurato.