Archive for marzo 2008

Corpo di mille diavoli! (il seguito)

marzo 27, 2008

Avevo detto che sarebbe stato tango, ed eccomi. Ma in realtà non è di questo, che scrivo. E’ un pretesto, è di sensi e senso, di apparenze e consistenze, che sento e scrivo e cancello e riscrivo.

La questione è che si dice che il tango è un ballo sensuale.

E vabbè, direte voi, grazie assai, questa è la scoperta dell’acqua calda.

Invece la cosa è più complessa di come appare. Cioè, è chiaro che lo si sa, non è che lo si scopre all’improvviso. Diciamo che però, a un dato momento, può verificarsi un insight.

L’insight permette di risistemare il tutto che ci circonda secondo una nuova modalità di apprendimento, immediata e tangibile (o tangabile?), che annulla i nessi preesistenti e li rimpiazza con una nuova e più duratura comprensione, che non necessariamente richiede di essere verbalizzata.

Insomma, per non andare troppo per le lunghe, nel nostro caso l’insight si è prodotto a seguito della scoperta del verificarsi di erezioni in corso di ballo, per quanto discrete e compìte esse fossero. Una scoperta accidentale, figlia della serendipità.

Un fenomeno che o ignori, ritenendolo altro da te e continuando bellamente a ballare, o non ignori,  facendoti carico di precise responsabilità personali nella faccenda e innescando una serie di riflessioni tra te e te. Tutt’è  stabilire se una tanda è un banale insieme di componenti elementari e non necessariamente correlate o è una Gestalt.

Ovviamente io mi colloco tendenzialmente nella seconda possibilità, con tutto quel che ne consegue.

Ora,  questo post ha dormito diversi giorni.

Come una sorta di lievito madre è stato quotidianamente alimentato da conversazioni, confronti, carteggi, pratiche sul campo, riflessioni solitarie, incontri casuali e abbracci reiterati.

L’amico mio, che non balla, mi dice: a me fa impressione questa cosa, che si va lì, ci si allaccia corpo a corpo con uno sconosciuto, così vicini come solo a letto si fa, e poi ci si lascia senza nemmeno sapere chi, e come, e perché. Ma com’è, questa cosa qua?

Che se io fossi una intellettualmente disonesta gli risponderei: ma dài, in fondo è solo un ballo, mammamia come sei pesante!

E invece la stessa domanda me la pongo pure io, e un poco mi rispondo che è come quando prendi il treno e parli agli sconosciuti, rivelando dettagli così intimi che non diresti nemmeno a una sorella.

Solo che una volta che uno m’aveva fatto piedino in treno, io avevo reagito come una  pazza.

Che invece uno sconosciuto di cui nemmeno so il nome mi pigli, mi arravogli, si azzecchi faccia a faccia e per dieci minuti abbondanti mi possegga più o meno carnalmente, con mio sommo piacere e devozione, mi pare un fatto non solo normale, ma per lo più assai desiderabile.

In realtà il post sul fotografo non era peregrino, ma propedeutico: il corpo, questo corpo qua, il mio e il vostro, è portatore di verità su noi stessi che non ci verrebbero rivelate altrimenti. Gli uomini con cui ballo meglio, ai quali più mi abbandono, sono decisamente sovrappeso. Oppure hanno una certa età. Oppure la barba che punge, che è una cosa che in condizioni normali mi farebbe venire l’orticaria.

E pur tuttavia.

Pur tuttavia a me mi piacciono. Ma assai. In modo furioso, folle, irrazionale, rapinoso, cannibalesco. Assai.

Se però li avessi incontrati fuori dal contesto milonguero – mettiamo al bar, a una riunione all’isola A6 o al cineclub del martedì – il loro corpo non mi avrebbe prodotto lo stesso effetto, uno sfioramento di guancia mal rasata m’avrebbe fatto venire la dermatite, il dato anagrafico m’avrebbe fatto pensare: vecchio bavoso.

A questo punto dobbiamo affermare, con sufficiente certezza, che la bellezza non ha nulla ha che vedere con l’indice di gradimento, che la proporzione aurea impatta solo visivamente, ma a livello tattile, umorale non ha alcun potere. Che ciò che agisce nel piacere e nel desiderio è una cosa riposta, inconfessabile e innominabile. Un mistero. Una cosa che o si rifugge per timore, o la si osserva con sgomento o alla quale ci si abbandona con improvviso senso di liberazione.

Direte voi: e vabbè, sapevamo pure questo.

Lo sapevo pure io, che c’entra. Ma ultimamente mi pare che lo so un poco meglio.

E più ne so, meno so di me.

E meno so di me, più lieve vado. Quest’è.

Le diable au corps

marzo 24, 2008

Robert Fischer era un pittore che in realtà voleva fare lo psicologo.

E’ lui stesso a raccontarlo, ma lo si capisce subito, guardando le sue fotografie. Un pittore decadente, di toni carichi e drappi  in seta, di squarci e morte. Di sangue e vita.

Mi sono imbattuta in lui per puro caso, cercavo foto che ritraessero corpi fuori dagli schemi.

Ne è derivato piccolo scambio epistolare in cui mi ha raccontato della censura alla quale è sottoposto. I suoi siti e i suoi account sistematicamente cancellati. E’ pazzesco, considerando la quantità di materiale pornografico che anche un bambino tirerebbe fuori da internet e che sopravvive indisturbato.

Robert Fischer è stato sposato per una trentina d’anni con Paula, una donna che ha poi lasciato.

Non ci sarebbe niente di strano in questo, se non fosse che erano già anziani e lui ha scoperto di desiderare un uomo. Ciononostante lei è rimasta la sua modella di sempre.

Le sue foto disturbano, ne sono consapevole.

Drag queen, gay dai sessi enormi, obesi, anoressiche, vecchi travestiti, anziani senza alcuna forma di saggezza, lussuria, amplessi sontuosi.

E’ incredibile come io non riesca a staccare lo sguardo dalle sue immagini, dalla raffinatezza che contengono, nonostante ciò che ritraggono. Mi sono chiesta che cosa sia a infastidire tanto i censori e attrarre tanto me.

Credo che sia la voluttà alla quale proprio malgrado si soggiace. L’incredibile attrazione che esercitano corpi imperfetti, orribili, ai quali restituisce esistenza e sensualità. Corpi autentici, portatori di verità che non possono essere mascherate da altro.

In questo mondo patinato e asettico in cui è vietato essere brutti, la sua opera è uno schiaffo alle costruzioni della ragione.

Mi piace molto, moltissimo.

Qui il suo sito, bella anche la musica che lo accompagna. Qui un’altra raccolta.

Frohe Ostern, Herr Freud

marzo 20, 2008

Quella mattina in cui non mi hanno trovato li ho sentiti urlare: è vivo, è vivo.

Sebbene non vedessero il mio corpo, sebbene non avessi lasciato tracce del mio passaggio, erano certi che fossi ancora lì tra loro.

E’ vivo, diceva la donna che appena un paio di giorni prima avevo guardato negli occhi, in un commiato troppo brusco per offrire conforto. E’ scappato, ma è vivo. Lo ritroverò, dovessi cercarlo fino alla fine dei miei giorni.

Seduto nell’erba alta, nascosto ai cani e ai soldati, sapevo di aver fatto la cosa giusta.

Non ero un traditore, ero solo uno che amava troppo la vita.

Voi volevate un soldato, padre mio.

Io solo essere amato.

Voi volevate un figlio.

Io rinnegarvi, per quanto vi assomiglio.

E dopo, solo dopo, ritrovarne l’orgoglio.

Fatti non foste a viver come bloggher

marzo 17, 2008

Che ci fosse qualcosa che non andava, era evidente. Io ho scritto di un virus, l’altro giorno, e mica scherzavo. E’ qualcosa di contagioso.

Il mio blog per esempio si è ammalato nel pieno dell’estate, e nonostante le trasfusioni, le vitamine, i tentativi di rianimarlo, non è mai stato più bene come prima. Ci ho ballato dentro, sopra, sotto, intorno, ma è stato del tutto inutile. Si è dissociato da me, passa le sue giornate rincantucciato su un divano e non gli va di uscire. Non gli va di venire con me a vedere cosa accade fuori. Non si affaccia nemmeno più dalla finestra.

L’amico Fuoridadenti pure è astenico da mesi, frequenta scritture infantili per recuperare vigore e giovinezza. Di tanto in tanto si risveglia e parla di morte. Poi cala di nuovo in letargo.

Il fratello Aitan mi si è depresso nelle profondità invernali, con una scrittura sempre più smagrita. Si siedono a tavola, lui e il suo blog, e mangiano riso in bianco e petto di pollo arrosto. Così, di malavoglia.

Alcuni hanno chiuso e riaperto altrove, rifacendosi una verginità o un tumblr.

Nei dintorni di 8 e 49 si respira un’aria di controllata trascuratezza con picchi di regressione infantile. Dev’essere il destino dei numeri, era accaduto lo stesso anche a Quarantuno, che non è mai più tornato.

Ma che anche Herzog chiuda bottega è inaccettabile, è come quando ha chiuso Gutteridge a via Toledo, uno storico negozio di abbigliamento, enorme, che importava cachemire e tweed da sempre. Al suo posto una miseranda catena di vestiti fetenti made in qualchecosa, tutta copertura e riciclaggio.

La cosa più triste è che quando un blog sparisce non è che ci cambi poi molto la vita. Ci si abitua alla perdita di genitori e figli, figuriamoci a quella di un blog.

L’altra cosa triste è il giorno in cui mi sono accorta che a dispetto di quanto credessi, per qualcuno io ero solo un blog, nonostante avessi una sostanza fisica, un luogo, un nome, un viso, una somma di sentimento che non era puramente letteraria.  Credo che il mio blog si sia ammalato quel giorno lì.

La cosa bella è che quando alcuni blog scompaiono, ti restano le persone. Quelle non le devi linkare, non le devi commentare, non le devi mettere tra i preferiti.

Ti limiti a farci cose banali, di pura quotidianità. Come una notte in autostrada e un cornetto alle prime luci dell’alba, come una telefonata che ti riferisce il benessere di un amico comune, come la cura delle piccole cose per chi in un modo o in un altro sta male.

Non credo in un paradiso o in un inferno ultraterreni. Penso che ci si reincarni continuamente, penso che il paradiso e l’inferno non siano altro che qui, sulla terra, come prezzo delle nostre scelte o mancate scelte. E so per certo che non vorrei mai, mai, morire a un blog e reincarnarmi in un twitter.

Mi sento fredda fredda, dotto’. Non è che tengo un principio di algor mortis?

marzo 13, 2008

Io poi certe sere vorrei essere una che si vede la tv: bella, sistemata sul divano, con la copertina come le vecchierelle, il bicchierino di porto, la luce bassa, un pezzettino di cioccolata fondente.

Ma proprio non ce la faccio, non ci riesco, mi viene l’artéteca. Mi alzo, mi siedo, vado in cucina, prendo il telefono, leggo la posta, sfoglio un libro, mi risiedo, mi rialzo.

Così alla fine non ci provo nemmeno. Mai. E’ l’unica cosa che ha il serio potere di deprimermi all’istante. Per me la televisione e il senso di solitudine cosmica nell’universo sono la stessa cosa.

Ci riesco solo se sto in compagnia, azzeccata azzeccata, che la tv diventa un pretesto. Ma da che io mi ricordi, pure questo fatto qua è successo così poche volte che nemmeno fa testo per una valutazione obiettiva dei piaceri della vita.

Allora, se io ieri fossi stata una che si accuccia a guardare la televisione, avrei seguito la prima puntata della nuova serie della Squadra, per due motivi: il primo è che volevo risentire la colonna sonora, già ascoltata l’altra sera in anteprima, il secondo per sapere se Pietro Taricone ha imparato a recitare oppure no. Così, per banale curiosità.

Poi c’è che ultimamente non so scrivere, non tengo voglia, non tengo pazienza. Mi scoccio.

Una volta scrivevo quelle belle storie, tutti quei fatti. La passione, il sentimento, il desiderio. Le metafore, le antifone. Mo’ no. Mo’ sto fredda fredda, ho le parole semistecchite. La paralisi verbale. Mi scoccio troppo.

Secondo me ho contratto una specie di virus che mi ha compromesso le cellule narrative. Quelle poi, le malattie non è che ti avvertono prima. Un giorno ti metti davanti al tuo pc, come al solito,  e non succede niente. Un piccolo sentore lo avevi già avuto nei giorni precedenti, per esempio durante i tragitti autostradali, quando invece di partorire fantasie e trame, come di consueto, ascoltavi la musica e non pensavi a niente.

E’ che uno poi i sintomi all’inizio li trascura. Un giorno, due. Una settimana. Un mese.

Ti dici: e che fa, nun fa’ niente, poi torna tutto come prima.

E invece fa, eccome. Spariscono tutte le storie, pluf, e nessuno le trova più.

La natura però ha dei meccanismi compensatori molto forti: per la perdita di un senso o una capacità ti ripaga con qualche altra cosa. Come i ciechi col tatto o gli impotenti con… (non ve lo dico, no)

Sicché in questo momento all’incapacità di raccontare storie sopperisce regalandomi un orecchio enorme.

Tutta la voce che io non ho me la porta dall’esterno. Sono invasa dai suoni, da una serie di circostanze musicali, io che non ho mai amato particolarmente andare ai concerti e non sono capace di ricordarmi il nome di un cantante nemmeno se me lo tatuo sulla mano.

L’altra sera eravamo all’auditorium della Rai, dove appunto suonava Lino Cannavacciuolo, che è un animale, in senso buono, il violino più carnale e ferino che io abbia mai sentito. E poi c’erano altri musicisti che non conosco personalmente, però ultimamente mi è capitato di doverli contattare e quindi mi ero tutta emozionata e sembravo la groupie dell’ultim’ora.

E lì per lì ho pensato che se è arrivato il tragico momento in cui il fato ha previsto che io debba soccombere al fascino del musicista, che avvenga, dunque. Anche stasera, anche adesso. Mo’, subito. Soccombiamo e non ci pensiamo più.

Che il male prima lo vedi e meglio lo affronti. E in fondo, peggio di come è andata finora è difficile.

A meno che non sia: come i ciechi col tatto o gli impotenti con l’archetto.

Ma non lo voglio nemmeno pensare, no.

(Signo’, voi tenete il languor, no l’algor. Ma che vi fanno a voi questi musicisti, che vi fanno?)

U™ntaisj, kur mietzel sprat.

marzo 10, 2008

Antèm os kovatij liuminskj unt umer alles minehr. Ferntic ias fihr iat ònome, kai poszij kundurma lievantik ùrdem.

Magis yac, magis, temor tuva matrish eis patrish indimor ac eneverish miet.

Magis.

Otenòi ac fordem poièc tenvish, mùordem kerman tenvishi. Frigor lùim. Prughna dulmish foreser anthèmac.

Ieet.

Ierevet Ziegler, amish fèti.

Kolophonor sic Cain-bell umertenz zur dir’aiec forbintes eyenor.

Siamak ononsè, mud perhap albondig yanash. Yanash mòi.

Bulghurd umer posdommjat. Llhuc untiman trinkalo, selemat magisz.

(Perché se non si riesce a dormire si può sempre chiedere una storia. Io posso raccontarti una storia. E non importa se ti sembrerà di non capire tutto, non importa. Io te la racconto lo stesso, sono certa che capirai.)

Otto marzo

marzo 8, 2008

Partendo già disillusa dal genere maschile, mi rincresce dunque riconoscere che negli ultimi mesi siano state invece alcune donne, a deludermi. Una vigliaccheria e una sporcizia che non immaginavo. Brutte. Bruttissime. 
A loro tuttavia la mia comprensione: non è facile essere squallide quando il mondo si aspetta da voi rigore e pulizia morale. E soprattutto non deve essere facile esserlo, dopo esservi descritte come sante e creature integerrime. Coraggio. Brave. Bis.

Invito a cena con delitto

marzo 5, 2008

Invito a cena con delitto

Uno soltanto è l’assassino. Quello più attento a sushitare meno sospetti.

Sex and Tango

marzo 2, 2008

Il mio amico psichiatra dice: capisci? Capisci quello che intendevo dire quando ti dicevo che il tango non è un ballo come gli altri? Che è come una pratica zen,  richiede un controllo corporeo totale, l’assoluta attenzione sul centro. Capisci? Il tango è un ballo in cui devi usare il diaframma.

Allora vado in farmacia e compro ‘sto benedetto diaframma. Inserire quattro ore prima e togliere quattro ore dopo.

E poi mi chiedo: ma se uno va a ballare all’improvviso, senza adeguata preparazione?

Vabbé, correremo il rischio, pazienza.

Poi parlo con la tizia che dà lezioni di tecnica e mi dice: vedi, la cosa importante è concentrarsi sulle possibilità che derivano dal perno. Facendo perno su di te puoi permetterti di tutto. Perché per il tango occorre la spirale.

Allora torno in farmacia e dico: scusi, dottoressa, volevo anche una spirale.

Ma come, signora, ieri ha preso il diaframma.

Lo so, lo so, ma non basta. Ci vogliono entrambi.

La farmacista è perplessa, vorrebbe aggiungere qualcosa, ma non si azzarda.

Con diaframma e spirale dovrei essere a posto. Almeno spero.

Invece poi incontro un amico che all’improvviso se ne esce con un’ulteriore informazione: per non entrare in concorrenza con gli altri locali, ho deciso che organizzerò la nostra serata tanghèra una volta al mese.

Anto’, una volta al mese? Solo una volta al mese?

Sì, perché?

No, niente: pensavo al fatto della spirale e del diaframma.

Che cosa?

No, no, niente. Un fatto mio. E come mai questa decisione?

Così. E’ che le cose non devono essere inflazionate. Sennò la gente poi si stufa. Invece noi ci organizziamo ogni 28, 30 giorni, di modo che ogni volta creiamo l’aspettativa, il desiderio, facciamo una sorpresa. Un intervento preservativo, più o meno.

Preservativo?

Sì.

Torno in farmacia.

La farmacista è sempre più perplessa: signora, posso permettermi?

Dica, dica pure.

Ma non è che sta esagerando? Perché non prova una contraccezione differente? Ha mai pensato di prendere la pillola?

La pillola? Dottoressa, forse non ci siamo capite: non è per il controllo delle nascite. E’ per via del tango, mi serve per il tango.

Ah. Per il tango? Ho capito. Sì, sì, il tango.

Sì, dottoressa, per il tango. Il tango, il tango, quel fatto là, quello dell’espressione verticale di un desiderio orizzontale.

Sì, ho capito. Per caso le serve pure un poco di Viagra?

No, no, grazie, quello già ce l’ho.

E’ che la gente si fa idee strane, pensa sempre a una cosa. Malati.

Brian Weeks, The Two Inch Tango (The Viagra Song)