Archive for aprile 2008

Gennaro Piccolo, classe 1930. Professione: miracolato.

aprile 29, 2008

[On]

Scusate, scusate caposa’, avite visto a Gennaro?

Chi Gennaro?

‘O miracolato. Si ‘o vedite, dicitele che mi serve alla stanza 24, tengo ‘nu paziente grave.

Oggi no, nun l’aggio visto. Ma si ‘o veco, v’o manno.

Ogni mattina, puntualmente alle sei, Gennaro Piccolo, detto ‘o Miracolato, si alza, con calma fa colazione, si rade. Si veste, con un abito classico alquanto malandato, si annoda i lacci delle scarpe e prende con sé una serie di lastre e di referti.

Poi guarda il cielo.

Se il tempo è buono si avvia verso la zona dei grandi ospedali, se è cattivo resta in zona, tra il primo Policlinico e i nosocomi del centro.

Poi ci sono dei periodi in cui anche se fa freddo e piove incessantemente, va lo stesso su in collina. A volte è necessario, come fossero straordinari obbligatori. Missioni speciali.

Qualche volta lo muove un sesto senso. Altre, la maggioranza, una soffiata degli infermieri che conosce da anni.

Genna’, dimane tenimmo un intervento impossibile, vedite ‘e sta’ cca’ massimo alle otto.

Genna’, venerdì mattina. Una sclerosi avanzata e un disordine neurologico grave.

Genna’, domani mattina al Santobono. Purtate ‘a creatura vostra. Una vasculite severa.

E Gennaro si porta la nipotina, la sveglia di buon ora con la promessa di un giorno di festa a scuola ed un gelato. Il copione è sempre lo stesso.

Il prologo vede l’apertura del sipario nella sala d’attesa. Gennaro entra e si siede, come aspettando il turno suo. Intanto osserva, scruta. Intanto ascolta lamenti, parole di conforto, ansie, attese.

Poi un infermiere lo chiama per la visita: Piccolooooo, signor Piccolooooo.

Sto qua, sto qua.

Venite a farvi visitare.

Il prologo è brevissimo, e dura al massimo una decina di minuti.

Poi attacca subito il primo atto, col rientro in sala d’attesa, tra gli altri pazienti che non gli staccano lo sguardo di dosso.

E che vi hanno detto?

Bene, tutto bene, a me è solo un controllo, giusto per scrupolo.

Ma si vede, tenete una bella faccia…mio marito, invece…shhh…guardate ma non vi fate vedere. Sta là. L’avete visto come sta sciupato?

Signo’, e se mi vedevate a me, allora? Morto, ero morto. Mi davano per spacciato, sei, massimo sette mesi di vita.

E poi?

E poi sono venuto qua e che vi devo dire, m’hanno fatto ‘nu miracolo. Signo’, tempo quattro mesi di cura e non tenevo niente più. Adesso nientemeno mi chiamano per andare ai congressi, pe’ ffa’ vede’ questa cura come riesce, insomma, per dimostrare come si sopravvive bene.

Ma voi che dite? Voi state fresco e tosto…Mari’, Mari’…haje sentito ‘o signore? Ma pure voi il pancreas?

Il pancreas? Signo’,  signo’…e che ne sapite? Pancreas e fegato.

Uh, proprio comm’ a mio marito. E siete guarito?

Perfettamente. E vedrete, vedrete, anche vostro marito guarirà. Voi non vi dovete scoraggiare mai: state di buon umore, sorridete, cucinategli cosarelle saporite. E po’…

E po’?

E poi fatelo stare quieto. Signo’, fatelo scherzare, divertitelo. Pazziàte.

Gli si accrocchia intorno, la gente. Chiede, vuole un racconto. E lui racconta, dettaglia. Guarito. Gua-ri-to.

Completamente.

Un miracolo.

Dal lunedì al venerdì Gennaro Piccolo lavora dalle sei alle otto ore al giorno, col consenso e la collaborazione di medici, infermieri e personale addetto alle pulizie. Per non perdere in credibilità va a rotazione in tutte le case di cura, per ogni reparto ha il referto giusto da esibire all’interlocutore incredulo, la lastra del prima e del dopo. E la creatura, la creatura recita la sua parte nei reparti pediatrici più difficili.

La vedete a questa qua? E’ nata che nun se puteva manco mòvere. E guardatela adesso, guardatela,‘sta palummella.

Va avanti così da nove anni, per una promessa fatta sul letto di morte a sua moglie, che si spense in pochi mesi e non volle vedere lacrime intorno.

Genna’, tu mi devi fare una promessa.

E dimmi.

Tu mi devi promettere che non piangi.

E nun ‘o ssaccio si so’ capace.

Invece tu me lo prometti. E ti chiedo pure di più.

Parlottarono per una mezz’oretta, fitto fitto. Poi lei gli dette la buonanotte e si addormentò per sempre.

Piccoloooooo, Piccoloooo, tocca a voi. Vi dovete fare il controllo.

Piccolo, ma comme facite a sta’ sempre così di buon umore? Ma non vi scocciate mai di fare questa commedia?

Quale commedia, infermie’. Io so’ miracolato.

Vabbuò, ja. Miracolato.

Infermie’, io so’ morto nove anni fa e ancora me ne vado in giro camminando. Che altro ancora vi devo dimostrare?

L'abito non fa il monaco. Figuriamoci la monaca.

aprile 28, 2008

Nella migliore delle ipotesi – perché questa era la faccia della farmacista, grosso modo mia coetanea, alle nove della mattina di domenica – avrà pensato, vedendomi vestita da dark lady e non capendo se fossi appena uscita dalla notte, se avessi sbagliato fuso o che altro: questa vuole la pillola del giorno dopo, e mi toccherà pure fare questioni di primo mattino perché non ha la ricetta.

Oppure, nella peggiore delle ipotesi, magari pensava che volessi le siringhine monodose, con la scusa del diabete, ‘ste tossiche. Calza a rete e anfibi, capello aerodinamico, ma tu vedi un poco, vedi. E noi qua a sopportare tutto questo, senza un minimo di tutela. E ci è andato contro pure il Governo con il fatto delle licenze. E questi, beatamente fuori con l’indulto.

Che poi invece la faccia da tossica non ce l’avevo per niente, avendo dormito esattamente dodici ore di fila, risvegliatami paffuta come un cherubino.

Prego?

Ho la tosse e un principio di laringite. Vorrei il Fluimucil, quello più potente. E’ il seicento?

C’è rimasta male, poverina. E allora a quel punto, visto che avevo comunque un’angustia montata nelle ultime ore, le ho chiesto anche di dirmi tutto ciò che sapeva di una malattia rara, parlando con una certa cognizione di causa maturata in internet la sera precedente. Poi le ho anche spiegato i motivi del mio abbigliamento e ha riso molto.

Ma del resto era accaduto anche il giorno prima.

Ecco, io invece a quella del giorno prima le avrei tirato il collo.

C’era quel vestitino. Quel vestitino doveva essere mio, non esistevano altre possibilità. Portava inciso il mio nome.

Eh no, signora, non vi va.

Ma come, non mi va!?

Vi andrà stretto, con tutto il seno che avete.

Tutto il seno? Io? Ma dove sta? Questo qua? Ma quando mai, questo è un volgarissimo push up, ma quale seno, le giuro. Me lo faccia misurare.

Non vi va, guardate che braccio avete, guardate.

Che braccio io?

Non vi va nemmeno in vita, si vede a occhio.

Ma cosa dice, signora, guardi lei, piuttosto. Guardi il sistema giapponese della vita intorno al collo, guardi. Ma sì che mi va.

Insomma, io sarei stata disposta anche ad affettarmi più di una fetta di coscia per non darle la soddisfazione che il vestito non mi andasse. Alla fine si è convinta: vabbè, misuratevelo.

Con l’ausilio di mani amiche entro nel vestito, che miracolosamente si dilata e si adatta, come una seconda pelle.

Esco, sfilo. A mezzogiorno come se stessi a mezzanotte. Uau. Me te magno.

Ha visto, signora?

Eh, ho visto, eppure non l’avrei mai detto. E come vi sta bene!…ma voi fate un lavoro un poco…un poco particolare?

Un poco particolare? Signo’, ma come vi viene? Qua siamo tre laureate, tre signore serissime. Anzi, fateci pure lo sconto, perché voglio sapere dove la trovate un’altra che vi entra in questo vestito.

Ma tu vedi un poco che gente che ci sta al mondo.

Poi se la prendono con me per quelle due o tre gaffes al giorno che involontariamente faccio.

E poi mi tocca pure stare a spiegare che non so’ scema e nemmeno oca. Che sono una falsa magra o una falsa grassa, secondo il lato da cui si guarda, che sono la femmina più pesante che il padreterno abbia messo sulla faccia della terra ma che negli anni ho capito che ai buffoni tutto è concesso, e nel riso passa qualunque contenuto, anche la verità più scomoda. Ma mica posso sta’ a spiega’ ogni volta tutta la faccenda?

E senti, non è che ti vorresti fidanzare un poco con me?

Quanto poco?, chiedo per farmi un’idea.

Poco poco. Pochissimo.

E che benefici ne trarrei? Che valore aggiunto apporterebbe questo alla mia vita? Mi conviene, fiscalmente?

Una volta ogni quindici giorni ti porto al cinema e pago io?

Mmmhh, ci posso pensare un attimo?

Qualche mese? Due o tre giorni? Senti, io sto disperato: nessuna si vuole fidanzare con me.

E mi devo fidanza’ io? Così, a freddo? Non ho capito.

Per pietà. Nemmeno per pietà?

E che faccio, la crocerossina? La dama di San Vincenzo?

Sì, quella. Proprio quella.

Ma mi faccia il piacere, mi faccia. Ma quale fidanzata e fidanzata. Non posso: mi drogo, prendo la pillola del giorno dopo e faccio pure un lavoro un poco particolare.

Ma che stai dicendo?

Niente niente, un fatto mio: non mi voglio fidanzare co’ tte, no.

Beata (In)Coscienza

aprile 24, 2008

Cara Flounder,

quest’anno volevo essere la prima ad augurarti Buon Compleanno e rimanerti accanto tutta la giornata.

Tua onnipresente e genetlìaca Coscienza.

 

Cara Coscienza,

temi qualche gesto inconsulto da parte mia in occasione della ricorrenza?

Tua "semel in anno licet insanire" Flounder

 

Cara Flounder,

immagino che la sopraggiunta età ti doni saggezza. Lo spero, almeno.

Tua "ove mai" Coscienza

 

Cara Coscienza,

ma di quale età parli? Di che vaneggi?

Tua evergreen Flounder

 

Cara Flounder,

mi ripeteresti quanti anni compi?

Tua retorica Coscienza

 

Cara Coscienza,

sono appena quaranta.

Tua "non ammetto repliche" Flounder

 

Cara Flounder,

ma non erano quaranta lo scorso anno? E dunque quest’anno non sarebbero quarantuno, se la matematica non è un’opinione?

Tua progressiva Coscienza

 

Cara Coscienza,

l’anno scorso era una prova generale. I quaranta sono andati bene, sicché faccio il bis. Qualcosa in contrario?

Tua "coattiva a ripetere" Flounder

 

Cara Flounder,

e se andiamo di questo passo quand’è che ti tocca il 41 bis?

Tua guardasigillante Coscienza.

 

Cara Coscienza,

mi starai mica augurando di innamorarmi? No, eh?

Tua "è ‘na passione cchiù forte ‘e ‘na catena?" Flounder

Come un regalo

aprile 22, 2008
Questo è tutto quello che posso fare. Tacere da qui, oltre in poi, prima di dirti la verità, mezzo niente e mezzo tutto. Questo è un regalo. Dirti. Dirti le cose.
Dirti le cose così, come stanno.
(Le cose così, come stanno, Luigi Carrino)
—–
Pensavo questa mattina presto, al volante – penso sempre, al volante – alle cose  che si dicono, a quelle che non si dicono, a quando si esagera, a quando lei dice di volermi far leggere il piccolo libro sull’arte di tacere perché il mio dire non conosce pause e spazi e straborda, invade. Più spesso crea barriere.
Pensavo a me e agli altri, agli altri e solo un poco a me, agli equivoci della notte, alle parole che non bastano, alle parole spese male, a certi addii silenziosi ed altri che forse, senza parola, non si sarebbero mai prodotti e ti avrebbero lasciata intatta. Almeno un poco.
O forse procrastinato il crollo, per quando sarebbe avvenuto silenzioso, senza il fragore delle tue parole inevase che ti si schiantano dentro e ci raggiungono come schegge, anche a noi che non c’entriamo e in silenzio ascoltiamo. Se solo stessi anche tu un po’ zitta. Un poco, non di più. Un poco. A te stessa.
A tutto il bene che non ci si dice, o a quello che ci si inventa per cancellare il troppo niente. All’arco di parole tese da un telefono all’altro, da una città all’altra, e la freccia che non sempre colpisce, oppure invece ferisce. Senza volerlo, sulla traiettoria di una gioia riservata ad altri che invece viene stesa, spesa, e raccontata a chi non c’è, non ne fa parte, solo perché in quel momento c’è.
Che sembra un dono e invece è piccolo dolore che gratuitamente si infligge.
Penso al dolore grande. Che per esorcizzare, fin d’oggi mi racconto. A me sola.
Come una nenia di parole ripetute alle quali poco a poco togli il senso.
Io che non so tacere. Oppure nel parlare vano taccio troppo, e non rivelo mai ciò che davvero mi preme e mi vive. Quando racconto di me e dico: un poco mi vergogno.
Tutto trattengo nella carne, in silenzio. Ciò che direi talvolta, mi arabesca il viso, disegna pieghe e macchie o l’espressione da petite mort che da sola ripenso e mi arrossisce.
Non è il tacere o il parlare, è il sentimento del tempo, che sbaglio.
Potrei fermarmi un attimo, soltanto un attimo. Una piccola sospensione.
Potrei tacere, ad esempio. Saggiare il terreno con la punta.
Sentirvi nelle qualità di silenzio inesplorate. Sentirmi ancora in certi scrosci di sangue, come la notte, girandomi nel letto, che rimbombano nelle orecchie e mi fanno paura di morire.
Potrei restare in silenzio anche tutta la vita, non è l’assenza di suono che mi turba.
Parlo per crearmi una pelle. Non uno scudo. Una pelle, uno spessore. Un surrogato da toccare quando non mi si tocca la pelle.
Banalmente, è questo. Come un regalo. La confezione dono.
Ed è da sempre che pasticcio coi fiocchetti del dire.

Ma tu me vuo' bbene? …assaje…

aprile 18, 2008

Ci conosciamo da anni, da sempre, da quando eravamo ragazzini. 

Tredici, quattordici  anni, marinavamo allegramente la scuola e le mattine di primavera volavano, sotto l’ombra dei tigli.

Abbiamo continuato a frequentarci, in venticinque anni ne sono successe di tutti i colori. Oggi abbiamo le nostre famiglie, i figli, un lavoro rispettabile, una casa al mare, tutto in ordine, tutto in perfetta regola.

Continuiamo a parlarci e ad essere amici come tanti anni fa, o almeno così appare nella forma.

La prima volta capitò una quindicina di anni fa.

Ero a cena da Luigi e Claudia, subito dopo il matrimonio organizzato in tutta fretta per mascherare la gravidanza alla famiglia di lui. Tornando a casa mi infilai nella borsetta un paio di CD e un candeliere d’argento.

Da allora non ho mai smesso di rubare.

No, non sono cleptomane. E nemmeno invidiosa. Semplicemente rubo, in attesa che qualcuno di loro mi smascheri. Sono diventata abile e destra. Mi bastano pochi istanti per appropriarmi delle cose più disparate: maglioni, libri, gioielli, telefonini.

A casa ho grandi ceste e svuotatasche appoggiati dappertutto. E’ lì che deposito la roba, e poi me ne dimentico. Non mi interessa davvero appropriarmi delle loro cose.

Nel corso degli anni sono diventata più sicura, sfacciata. Se vengono a casa mia non mi preoccupo di nascondere, è tutto in bella mostra, in bell’evidenza. Se qualcuno domanda, lo fa in modo discreto, senza spingersi troppo oltre.

Toh, ma questo è uguale all’orecchino di ametista che mi ha regalato mia suocera e non trovo più…

Prendilo – dico io – a me non serve, ne ho uno solo

No, no, sto dicendo solo che assomiglia.

E ancora:

Il mio telefonino…l’ho lasciato qui la volta scorsa, ecco dov’era!

Ma dalla volta scorsa sono passati due mesi, e tutti e due facciamo finta di niente. Sento la rabbia che sale e piano piano torna al suo posto.

Io osservo, senza muovere un dito, senza spostare un sopracciglio.

Continuano a frequentarmi, come se nulla fosse. Abbiamo un accordo tacito, un legame implicito.

E intanto io alzo la posta, passo ai portafogli, agli oggetti preziosi.

Non nascondo nulla.

Mi trattano con la bonomia di sempre, mi fanno le loro confidenze, come venti anni fa. So che Francesco ha un’altra, ed è la moglie di Stefano, che all’improvviso non è più depressa. So che Marco sta facendo investimenti sbagliati con i soldi di Paolo, e spera che le borse si riprendano prima che venga a scoprirlo. So che Silvana è incinta per la terza volta ma Gianni è fuori per lavoro da quattro mesi. So che Federico paga le rate dell’auto falsificando le fatture dell’azienda.

So tante di quelle cose che faccio fatica a ricordarle tutte.

Continuo a rubare. Per il gusto di osservare i loro sguardi spaventati e il modo in cui reprimono la rabbia, per vedere fino a che punto possiamo arrivare. Nessuno ne parla.

E’ il prezzo che abbiamo stabilito per preservare il valore più alto che possediamo.

Si chiama amicizia, no?

———-

Questo vecchio racconto è dedicato oggi, improrogabilmente, ad HangingRock. Segue messaggio: le parole non sempre si ammalano. A volte vengono rubate o prese in ostaggio da altri. Sappi che non è stata torta loro una sola virgola. Domenica sera porta la refurtiva e tenteremo uno scambio. Non voglio testimoni.

Tua Flounder.

Fluxus

aprile 16, 2008

C’è una notte fredda, a Berlino, gelida.

Il vento taglia le facce e spazza le piazze.

Io non lo so, non lo so più come siamo capitati qui.

Ricordo solo che abbiamo bevuto molto, lì’ ad ovest, in compagnia di venezuelani e una coreana con un abito cortissimo, nonostante il gelo, e un altissimo colbacco bianco neve. Ricordo che abbiamo preso una metro allo Zoo e poi un tram. E poi un altro ancora. Abbiamo attraversato un confine che sulla carta già non c’è più ma che per me, sulla pelle, negli sguardi, continua ad esistere.

Un confine che a volte, ancora oggi, traccio tra me e me, per separare parti che non voglio si incontrino. Talvolta immersa nella mia profonda Stasi, dove non mi uccido ma mi esercito a comprimermi fino ad essere insensibile al dolore.

Mi hai portato in un sottoscala e per un momento ho avuto paura.

Sono amici, mi hai detto. Hai sorriso impercettibilmente sotto il taglio dei tuoi occhi a mandorla di sangue misto e bellissimo.

Talvolta ti chiamo Taro, altre David. Non mi ricordo il momento esatto della serata in cui ho incrociato il tuo sguardo per la prima volta. So solo che sei svedese di madre giapponese. Più tardi saprò altri dettagli, intimamente legati all’arte e al socialismo. Di più no.

Nel sottoscala c’è un bar, una stanzetta minuscola dilatata da specchi.

Tu mi spingi oltre, c’è una porticina che dà su un ampio cortile riparato.

Si continua a bere lì, tra sanitari dismessi, enormi tele, musiche squarcianti, dove ragazzi in jeans scoloriti ci guardano come se venissimo dall’altro capo del mondo, dove noi stessi siamo installazione di un’arte che ancora non riescono a comprendere, troppo espressiva, troppo ridondante.

Ci osservano senza parlarci, come se fossimo spie.

Ma noi non siamo spie. Non spiamo nemmeno noi stessi, stanotte. Nessun gesto segreto, nessun’attesa. Non conosciamo prudenza.

Solo azzardi.

Ci baciamo, in questa notte di vento. Ci baciamo come se dovessero separarci al check-point e fucilarci alle spalle.

Ci baciamo, come fosse nostra invenzione, finché non resta più niente.

Solo un pezzetto di foto, ritrovato qualche giorno fa, in cui ho un sorriso che non mi assomiglia, che interrogato si rifiuta di confessare. O forse parla una lingua che ho scelto di disimparare.

Andrea mi dice: in questi giorni hai parole e frasi che sono campanelli d’allarme. Ti ascolto e temo di vederti rompere in pezzi, nonostante le apparenze serene, nonostante il sorriso.

Sono frasi come una contraerea, penso io.  Intente a proteggermi da un dolore che non riesco a tollerare, che cerco di ridurre a zero. Finché forse, se insisto, non resta più niente, come una vecchia foto. Si fa silenzio intorno. Tutto fermo.

Ed è quel niente – dice Andrea –  che un giorno torna a galla e fa male, che ti farà in pezzi quando meno te l’aspetti.

E tra me e me penso che anche saper soffrire è un’arte.

In fondo la vittoria della destra è sinistra. Canta che ti passa, va'

aprile 15, 2008

Tutti noi ce la prendiamo con la storia ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

Fare il bagno nella vasca è di destra far la doccia invece è di sinistra
un pacchetto di Marlboro è di destra di contrabbando è di sinistra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

Una bella minestrina è di destra il minestrone è sempre di sinistra
tutti i films che fanno oggi son di destra se annoiano son di sinistra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

Le scarpette da ginnastica o da tennis hanno ancora un gusto un po’ di destra
ma portarle tutte sporche e un po’ slacciate è da scemi più che di sinistra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

I blue-jeans che sono un segno di sinistra con la giacca vanno verso destra
il concerto nello stadio è di sinistra i prezzi sono un po’ di destra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

I collant son quasi sempre di sinistra il reggicalze è più che mai di destra
la pisciata in compagnia è di sinistra il cesso è sempre in fondo a destra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

La piscina bella azzurra e trasparente è evidente che sia un po’ di destra
mentre i fiumi, tutti i laghi e anche il mare sono di merda più che sinistra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

L’ideologia, l’ideologia malgrado tutto credo ancora che ci sia
è la passione, l’ossessione della tua diversità
che al momento dove è andata non si sa
dove non si sa, dove non si sa.

Io direi che il culatello è di destra la mortadella è di sinistra
se la cioccolata svizzera è di destra la Nutella è ancora di sinistra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

Il pensiero liberale è di destra ora è buono anche per la sinistra
non si sa se la fortuna sia di destra la sfiga è sempre di sinistra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

Il saluto vigoroso a pugno chiuso è un antico gesto di sinistra
quello un po’ degli anni ‘20, un po’ romano è da stronzi oltre che di destra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

L’ideologia, l’ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è il continuare ad affermare un pensiero e il suo perché
con la scusa di un contrasto che non c’è
se c’è chissà dov’è, se c’é chissà dov’é.

Tutto il vecchio moralismo è di sinistra la mancanza di morale è a destra
anche il Papa ultimamente è un po’ a sinistra è il demonio che ora è andato a destra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

La risposta delle masse è di sinistra con un lieve cedimento a destra
son sicuro che il bastardo è di sinistra il figlio di puttana è di destra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

Una donna emancipata è di sinistra riservata è già un po’ più di destra
ma un figone resta sempre un’attrazione che va bene per sinistra e destra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

Tutti noi ce la prendiamo con la storia ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Basta!

Giorgio Gaber

Uno/a busca lleno/a de esperanzas el camino que los sueños prometieron a sus ansias

aprile 11, 2008

Un po’ credo che sia colpa mia, perché io non sono una buona seguidora. Non lo sono proprio nella vita, come mai lo potrei essere nel tango?

E’ che sono poco dimessa, poco paziente e dunque se vado in milonga è per ballare e tutto questo fatto del fare tappezzeria non lo posso concepire, è impensabile; sicché se vedo qualcuno che mi pare piacevole da ballare (uso il verbo ballare in modo transitivo. Sì, lo so, grammaticalmente è scorretto, ma ha una sua precisa valenza alla quale non intendo rinunciare per compiacere due accademici della crusca da strapazzo), dicevo, se vedo qualcuno che sta fermo io mi avvicino, che lo conosca o meno e dico qualcosa tipo: ma che è? Battiamo la fiacca? Siamo venuti per contemplare?

Oppure: ma io e te non abbiamo mai ballato?

No.

E non pensi che sarebbe il momento di iniziare?

E se invece lo conosco, ma poco, esordisco con un: ma tu pensi di invitarmi nella serata di oggi o per il mese prossimo?

Ora, lo scenario che può generare un modo di fare simile, è il seguente.

Il tanghero può pensare, a freddo: chésta è scema.

A quel punto può decidere di rifiutare applicandomi un bollino di repulsione.

Ad oggi non è mai accaduto, pe’ grazia ‘e ddio. Per lo più lo stupore è tale che la mia sortita non ammette repliche, anche perché chi mi conosce non fa una piega, ma chi non mi conosce resta sempre un poco interdetto dal fatto che quando tiro fuori la faccia tosta sono sempre di una serietà mortale, senza concedere spazio al riso.

Una volta iniziato il balletto, il tanghèro può provare due sensazioni: o pensa che non so proprio ballare, e dunque conclude allora chésta è proprio scema ‘overo e mi rimette il bollino che si era risparmiato prima.

Oppure un poco gli piace e pensa: meno male, jà, poteva capitarmi di peggio.

E così dalla volta seguente io me lo trovo nei ballerini di fiducia senza dover fare più sforzi.

Diciamo che la tecnica mi ha ripagato di tutta la mia principiantitudine; un poco alla volta ho conquistato piccole parti di maschio territorio tanghèro, ottenendone un doppio beneficio, il primo di sottopormi a un costante e progressivo apprendimento, il secondo di suscitare un effetto emulativo, sicché il pincopallino che vede ballare l’amichetto suo con una perfetta sconosciuta che ogni tanto lo muove a riso, pensa: e se ci balla lui, ci devo ballare pure io, ecchecca’, innescando una spirale di azzeccamento virtuoso che produce sostanziali benefici nella principiante avida di perfezione che sarei io medesima.

Adesso apro e chiudo in fretta una piccola parentesi per dire che forse questa modalità di approccio ha pure degli effetti collaterali che finora non avevo preso in considerazione e che cominciano un poco a emergere, ma magari ne parliamo in dettaglio un’altra volta.

La vera questione che invece qui si pone – e che in parte è collegata agli effetti collaterali – è una questione di natura squisitamente economica. Di teoria economica.

Ci pensavo  ieri mattina, che non mi riuscivo a ricordare com’era il fatto. Poi mi hanno suggerito: utilità marginale.

Sì, ecco, utilità marginale.

Questa la definizione: il concetto di utilità marginale, la cui definizione potrebbe essere “utilità dell’ultima unità consumata di un dato bene”, discende dalla “legge di utilità decrescente”. Secondo questa legge, il consumo di ciascuna unità successiva di un dato bene accresce la soddisfazione o utilità totale, ma sempre più lentamente, finché viene raggiunto il punto in cui il consumo di un’unità addizionale non darà più alcuna soddisfazione.

Ma la definizione non è completa se non ci abbiniamo l’altro concetto, il Saggio marginale di sostituzione, ossia la quantità di beni a cui si è disposti a rinunciare per ottenere un’ unità aggiuntiva di un altro bene e mantenerne costante l’utilità.

Ora, anche se non sapete di economia, capite bene la gravità degli enunciati: arriva un momento in cui se ne ha bisogno sempre di più, proprio come fosse una droga, e tuttavia la soddisfazione massima sarà sempre più difficile da raggiungere, fino a che o succede qualche cosa che ci sconvolge o tutto quello che accadrà non ci farà né caldo né freddo. Ma soprattutto: a cosa sarò disposta a rinunciare per massimizzare la mia soddisfazione in quella cosa là?

Sicché forse ne concludo che il mio approccio non fa altro che accelerare i tempi della flessione della curva di utilità, avvicinandomi pericolosamente al punto di sazietà, prima del quale sarò disposta a tutto – pure a sacrificare la dignità – pur di procacciarmi un’unità di bene tanghèro supplementare.

E chiedo dunque a  voi economisti, o esperti e professionisti milongueri che avete più esperienza di me: come fluttuerà il mio tango market nei prossimi mesi?

Mi troverò a firmare cambiali, mutui? A contrarre obbligazioni che non sarò poi in grado di onorare?

E’ che gli effetti collaterali mi stanno cominciando a fare un poco preoccupare.

Casa di bambola

aprile 9, 2008

In principio è stato qui che ho conservato il male. Qui, in questa stanza che ospitava altre stanze e altre vite, dove tutto si fermava e nulla più poteva accadere.

Era qui, che di ritorno dall’esterno, dalla strada, venivo a purificarmi, a lasciare ogni scoria, a depositare ogni orrore.

Pensano di me che sia un angelo, che mai nessun pensiero peccaminoso mi sfiori.

Sembri una bambola, mi dicevano da bambina, e io abbassavo lo sguardo e sorridevo. Sotto gli occhi il sorriso, sotto il sorriso il corpo.

Candido, immacolato, puro.

Tutto il male appoggiato di là, nella stanza delle bambole, in quei piccoli corpi duri e fermi in posizione, incapaci di reagire e protestare.

Vedete, è stata una valvola di salvezza, per certi versi.

Quando mio padre la notte si avvicinava a sfiorarmi le gambe e poi più su, senza fermarsi.

Quando la pancia mi si è gonfiata e mi hanno fatto mentire.

E’ stato facile fingere di non esistere, e regalare il male ai miei piccoli pupazzi.

Una bambina con molta fantasia, hanno detto le maestre nel corso degli anni.

Una prodigiosa immaginazione. Il senso esatto e perfetto del gioco, la costruzione di regole e la loro trasgressione. Ed il mio sguardo limpido. Ed il corpo pulito e immacolato.

Anche il giorno in cui ho comprato il veleno per topi ed ho spostato il bambolotto più anziano nella stanza da pranzo, l’ho messo a letto e poi in una piccola bara di cartone.

E’ morto di vecchiaia, poverino.

Così hanno detto di mio padre, improvvisamente spirato nel suo letto.

E nei giorni in cui picchiavo i miei figli – sapete? A volte c’è una necessità di picchiare i propri figli, contro ogni logica e buon senso, è una necessità della carne, come un desiderio di ucciderli che devi stemperare in altro modo. Li picchiavo, dunque, e poi spolveravo la stanzetta dei giochi, con quei cavallini e le giostre in latta colorata. Che se togli a uno devi dare a un altro, e i conti tornano, tornano sempre. Ogni carezza tolta a loro era una cura per le mie bambole.

Chi dice che non hanno anima? Che sono vuote?

Che in fondo forse siamo noi le bamboline, né più né meno.

Il male è tutto lì, confinato in quella stanza, dove io muovo i pezzi, li scompongo, dove metto un senso. Dove a volte lo perdo.

Fuori da lì il mio sguardo d’angelo, il sorriso.

Quel mio corpo puro e immacolato dalle giunture mobili e il cuore termosaldato.

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Un ringraziamento a Biancanera, per la foto, e a Zaritmac, che in questo e in altri modi titilla la mia immaginazione.

Proposte(lle) indecenti

aprile 4, 2008

In attesa del test autoconoscitivo, ci sarebbero una serie di propostelle a breve e medio periodo per residenti e non, che oggi l’amichetta della Capitale ha detto che qua le partenopee latitano e non invitano.

E se…

…e se domenica pranzaste da me o in alternativa andassimo a pranzo di fronte al mare per esempio a Bacoli o al Borgo Marinari?

…e se nella stessa giornata rinunciassimo a Satana (o al limite lo posticipassimo) e ci andassimo a vedere e sentire Alessio al Canto Libre, che così poi un giorno diventa famoso e noi diremo che c’eravamo anche prima?

…e se durante la prossima settimana facessimo un’improvvisata a casa 8e49 e ci bevessimo tutti i loro vini?

…e se sabato prossimo, a prescindere dalle condizioni atmosferiche, ci schiantassimo tutto il giorno alle Stufe di Nerone?

…e se organizzassimo la lunga notte dei risultati elettorali con fiaschi di vino, frittate di maccheroni e lunghe ole ogni volta che la doxa ci dice che il nano sta sotto di due punti e se perde le elezioni usciamo con gli striscioni e se le vince il giorno dopo non andiamo a lavorare in segno di protesta civile?

…e se qualcuno si facesse venire fin d’ora un’idea carina per il mio compleanno che non sia la solita festa dove io cucino l’impossibile e dopo sono così stanca che odio gli invitati e voglio solo andare a dormire?

…e se in alternativa qualcun altro si facesse venire fin d’ora un’altra idea carina per i giorni dopo il mio compleanno in modo che non mi deprimo che ho superato i quaranta e sono anche più contenta?

…e se qualcuno fosse interessato a venire con me ad Agritango, dal primo al quattro maggio, se volete il programma ve lo mando, che ci può venire anche chi non balla il tango che tanto il tango è un pretesto e il Cilento è bellissimo e costa 190 euro tutt’incluso?

…e se…?

…e se domani, sottolineo seeeeeee….