Fluxus

C’è una notte fredda, a Berlino, gelida.

Il vento taglia le facce e spazza le piazze.

Io non lo so, non lo so più come siamo capitati qui.

Ricordo solo che abbiamo bevuto molto, lì’ ad ovest, in compagnia di venezuelani e una coreana con un abito cortissimo, nonostante il gelo, e un altissimo colbacco bianco neve. Ricordo che abbiamo preso una metro allo Zoo e poi un tram. E poi un altro ancora. Abbiamo attraversato un confine che sulla carta già non c’è più ma che per me, sulla pelle, negli sguardi, continua ad esistere.

Un confine che a volte, ancora oggi, traccio tra me e me, per separare parti che non voglio si incontrino. Talvolta immersa nella mia profonda Stasi, dove non mi uccido ma mi esercito a comprimermi fino ad essere insensibile al dolore.

Mi hai portato in un sottoscala e per un momento ho avuto paura.

Sono amici, mi hai detto. Hai sorriso impercettibilmente sotto il taglio dei tuoi occhi a mandorla di sangue misto e bellissimo.

Talvolta ti chiamo Taro, altre David. Non mi ricordo il momento esatto della serata in cui ho incrociato il tuo sguardo per la prima volta. So solo che sei svedese di madre giapponese. Più tardi saprò altri dettagli, intimamente legati all’arte e al socialismo. Di più no.

Nel sottoscala c’è un bar, una stanzetta minuscola dilatata da specchi.

Tu mi spingi oltre, c’è una porticina che dà su un ampio cortile riparato.

Si continua a bere lì, tra sanitari dismessi, enormi tele, musiche squarcianti, dove ragazzi in jeans scoloriti ci guardano come se venissimo dall’altro capo del mondo, dove noi stessi siamo installazione di un’arte che ancora non riescono a comprendere, troppo espressiva, troppo ridondante.

Ci osservano senza parlarci, come se fossimo spie.

Ma noi non siamo spie. Non spiamo nemmeno noi stessi, stanotte. Nessun gesto segreto, nessun’attesa. Non conosciamo prudenza.

Solo azzardi.

Ci baciamo, in questa notte di vento. Ci baciamo come se dovessero separarci al check-point e fucilarci alle spalle.

Ci baciamo, come fosse nostra invenzione, finché non resta più niente.

Solo un pezzetto di foto, ritrovato qualche giorno fa, in cui ho un sorriso che non mi assomiglia, che interrogato si rifiuta di confessare. O forse parla una lingua che ho scelto di disimparare.

Andrea mi dice: in questi giorni hai parole e frasi che sono campanelli d’allarme. Ti ascolto e temo di vederti rompere in pezzi, nonostante le apparenze serene, nonostante il sorriso.

Sono frasi come una contraerea, penso io.  Intente a proteggermi da un dolore che non riesco a tollerare, che cerco di ridurre a zero. Finché forse, se insisto, non resta più niente, come una vecchia foto. Si fa silenzio intorno. Tutto fermo.

Ed è quel niente – dice Andrea –  che un giorno torna a galla e fa male, che ti farà in pezzi quando meno te l’aspetti.

E tra me e me penso che anche saper soffrire è un’arte.

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43 Risposte to “Fluxus”

  1. MosakSlot Says:

    Si, Flo. Ma una soluzione ci deve essere.

    In giro, nella testa di qualcuno, nel mondo, nello spazio. Un’arte che ti faccia dimenticare l’arte della sofferenza.

    In bocca al lupo, comunque.

  2. Flounder Says:

    ma no, mosak, a me serve proprio il contrario.
    io sono esperta nell’inutile e vana arte dell’elusione della sofferenza, dell’arzigogolo teso a edulcorarmi.

  3. hobbs Says:

    forse è la più sublime di tutte, e la più ingannevole, più della musica. perchè il dolore l’arte la genera. per questo ho conosciuto persone (come me) incapaci di guarire dalle proprie malattie dal proprio dolore, e restarci aggrappate per sempre, come fosse salvezza.

    il post è lucido e brilla.

  4. Flounder Says:

    (comunque questo è un post molto Fluxus, asimbolico e caotico)

  5. Flounder Says:

    hobbs, in certi giorni penso alla maledizione/benedizione del talento, quale che sia, anche i microtalenti, come i nostri.
    che finché nelle parole, nel disegno, nel suono, nel movimento troveremo valvola di sfogo a dolori grandi, sarà un modo per sopravvivere, ma non il giusto modo, sarà una specie di trasferimento esterno, di anestesia.
    sarà una cosa anche un poco sporca, perché non vuole il ritorno del flusso, vuole solo portare fuori e cedere, senza completare il giro del ritorno del dolore a se stessi.

    (si capisce che voglio dire? che mi fa un po’ difficile, dirlo. che anche nel post, alla fine, quando dico che ci vuole arte per soffrire, intendo proprio il completare il giro su di sé, nel modo giusto, senza lasciare nulla di incompiuto. vabbè, lo scrivo meglio un’altra volta)

  6. Zu Says:

    Sì, perché sdrammatizzare può essere utile e sa essere bello, ma non va sempre bene: qualche volta il dramma va vissuto e se ci maciullano un piede bisogna dire Ahia! e magari anche piangere anziché rispondere con una battuta come gli eroi dei film d’azione.

  7. Flounder Says:

    c’era un tempo in cui ogni reazione era appropriata alla circostanza, ed era giusta, come nella poesia Lied vom kinndsein.

    c’era un tempo – quello appunto delle foto trovate l’altro giorno – in cui i sorrisi erano più puri, perché non si sforzavano di coprire nient’altro. si sorrideva bene perché si sapeva piangere.
    mi ha fatto impressione questo, più di tutto. il modo in cui quando non si piange lo sguardo è più sfuggente, il movimento più rapido e al tempo stesso più controllato, si assiste alla perdita dell’azzardo e all’acquisizione della prudenza, per timore che un’emozione troppo forte scoperchi il vaso di pandora.

    (quante cose ci stanno, in questo post, caro zu, non lo puoi immaginare. quante cose e quante persone. avrei voluto poterlo scrivere meglio, ma tengo quella specie di malattia che ha anche Hanging, in forma diversa. oggi mi ha fatto una diagnosi molto accurata e precisa. devo bere molta acqua, ma tu del resto me lo hai sempre detto.)

  8. 8e49 Says:

    “che finché nelle parole, nel disegno, nel suono, nel movimento troveremo valvola di sfogo a dolori grandi, sarà un modo per sopravvivere, ma non il giusto modo, sarà una specie di trasferimento esterno, di anestesia.”

    ecco, mi sa questa serata la passerò a riflettere su questa frase (almeno finché non è pronta la cena)

  9. mrka Says:

    Lo credo anche io. forse si tratta di piccoli trasferimenti indispensabili e di cure dolorose a malattie antiche e nuove. impossibile non voler bene a quelle malattie.

  10. zaritmac Says:

    Mi pare che invece tu l’abbia scritto benissimo, senza dover aspettare un’altra volta. Ché ci son certe volte che tira vento dentro i corridoi dei nostri blog e alzare gli occhi e poi coprirseli con le mani in un gesto che riconosce e saluta e protegge è un modo di spargere sul tavolo i talenti e dividersi i pezzi del mantello di micro o macro sofferenze: un frammento a te, uno a me…, e il fruscio della condivisione copre il silenzio. Negli angoli aspettano le polveri inesplose.

  11. anonimo Says:

    Ma perché non il giusto modo?
    Nelle parole, nel disegno, nel suono, nel movimento – nel respiro, nel battito, nel tatto – c’è tutto il mondo e tutto il modo.
    Vieni qui, occhi di rana, che il modo giusto è cosa da ambigua e tetra da costernata televendita e sono più belli i modi sbagliati, molto.

    (Sto imparando a ballare il tango, ma lentissimamente e da totale principiante. Poi ti racconto. Ma mi dicono che non sento il ritmo, solo la melodia. Me l’han sempre detto. Il modo sbagliato, appunto. Come mi piace.)

  12. elsecretario71 Says:

    uh…ma tu guarda…esperienze uguali uguali 🙂

  13. RobertoTossani Says:

    Un’arte che non imparerò mai.
    Non ho abbastanza coraggio, non ho abbastanza palle.
    Per quello dico nella risposta al tuo commento di essere un disastro di scrittore: mi nego la profondità, fuggo dallo specchio appena si incrina troppo.
    Saper interrompere la sofferenza non è un’arte: puro istinto di sopravvivenza.

  14. Flounder Says:

    roberto, ti ho risposto di là. non intendevo essere fraintesa. ma in ogni caso è a questo che mi riferisco esattamente quando parlo di microtalento. non è riferito alle abilità espressive, ma proprio all’incompletezza che deriva da questa paura.
    non credo tuttavia che ci sia negazione della profondità, né in te, né in me, né in altri.
    la si tocca, anche più d’altri, ma non si ha il coraggio di permanerci. è una toccata ossimorosa, che va in profondità e resta in superficie.

    secretario, ma fosse che io sono tu e tu sei me? le insonnie, i berlin bar.
    comunque questi tre giorni che passai a Berlino meriterebbero non una una scrittura, ma la sceneggiatura di un film di Virzì: il modo e la ragione per cui ci arrivai, la gestione del tempo, le persone incontrate. tre giorni – poi diventarono quattro per un disguido aereo – in cui ricordo di non aver mai dormito, scorre tutto come un film confuso, per certi certi pezzi pure bianco e nero. e birra, un sacco di birra. ma quanta birra, mammamia!

    sphera, occhi di rana a chi? ma tu vedi un poco, vedi.
    so’ contenta che stai qua. so’ contenta che quoque tu ti impari il tango.
    e però ti devo contraddire assai. il modo sbagliato c’è è come, ed è sbagliato non in forza di un principio teorico o di una necessità estetica.
    è sbagliato quando il rifiuto della sofferenza che ha una sua precisa necessità funzionale diventa tale da impedirti di godere del resto, quando tutte le energie che impieghi per distrardi da un momento di dispiacere e di dolore non lasciano spazio perché tu possa accogliere qualcosa di nuovo. è sbagliato quando questa che dovrebbe eventualmente essere una fase, si trasforma in una prassi.
    non sto parlando di edonismo puro, magari fosse quello.
    sto parlando dello svicolare quotidiano da angustie e della mancata soddisfazione che deriva da questo svicolare, che non porta niente e nemmeno riporta al punto che si cerca di fuggire.

    rita, come una vecchia filastrocca da bambini: una a te, una a me, una al figlio del re.
    (gli amici – certi amici – sono proprio la mia ricchezza)

    mrka, sì. voler bene alle cause, ecco. la chiave è lì.
    ma non troppo, se non ci si affeziona e si fa della sofferenza una produzione artistica, come si diceva con hobbes.

    franci, ma poi per cena che c’era?
    (perché secondo me fa la differenza sulla percezione esatta della sofferenza, può aumentarla o diminuirla)
    lo so che quella frase ti avrebbe toccato, ma non l’ho fatto apposta, giuro.

  15. RobertoTossani Says:

    Anch’io ti ho risposto di là, ma senza fare troppi giri e rigiri copia la mia risposta anche qui (chiedendo scusa ai tuoi lettori per l’OT).

    Guarda che avevo capito benissimo, eri stata chiara. Solo che la tua affermazione scherzosa, che era un complimento, mi ha fatto pensare a che razza di scrittore sono davvero. Da qui un’autocritica che ritengo corretta, tutto qui. Stai tranquilla. Un abbraccio.

  16. Flounder Says:

    e un bacio no? 😉

    (ma a voi uomini belli vi si deve sempre pregare?)

  17. RobertoTossani Says:

    Ma no, è che un bacio mi sembrava eccessivamente confidenziale, ecco.

    (uomini belli a chi?)

  18. biancanera Says:

    negli eterni cicli di morte/rinascita il vissuto del dolore è indispensabile passaggio.
    ma scrivo questo, in fondo, con molto pudore – anche se può sembrare anacronistico –
    ce lo siamo dette da vicino qual è la distanza, nostra, davanti a certe cose. negare una condizione non fa sì che questa, miracolosamente, si risolva. il rischio è quello dell’implosione.
    bisognerebbe accoglierlo nelle conche delle mani, il nostro dolore. con un bisturi incidergli il ventre, farlo spurgare, macchiarci.
    sporcarmi di ogni schifezza possibile è il solo modo che io conosca di ripulirmi.
    agli altri possiamo dire molte bugie. farlo con noi stessi, a lungo andare, risulta sconveniente.
    (ti do un bacio al posto di Tossani: non è gran cosa, ma ti tocca accontentarti 😉

  19. Flounder Says:

    lo sai che è, bianca?
    è che a furia di dissacrare l’esposizione del dolore, mia e altrui, di prendere per i fondelli il dolore esposto e sminuirlo, alla fine pare sempre ‘na pazziella. pure quando non lo è.

  20. Flounder Says:

    (questa è una metà del fatto. l’altra metà è la disabitudine a trattare seriamente col dolore per timore di ciò che ci dirà)

  21. elsecretario71 Says:

    ho dato al mio dolore / la forma di abusate parole / che mi prometto di non pronunciare mai più
    (firulì firulà)

  22. Flounder Says:

    famme chello che vvuo’
    indifferentemente
    tanto ‘o ssaccio che so’
    pe ‘tte nun so cchiù niente
    e damme ‘stu veleno
    nun aspetta’ a dimane
    ca indifferentemente
    si tu mi’accide je nun te dico niente

    questa ci azzecca sempre e fa sempre la sua bella figura, pure quando pare che non ci azzecca.

  23. zaritmac Says:

    Per me quella canzone c’azzecca sempre. E ogni volta mi stringe il cuore come – posso giurararci – a nessuno al mondo.

  24. ilcavaliere Says:

    e rire pure
    mentre me scipp’a pietto chistu core
    nun sento chiù dolore
    e aggio fernut’ellacreme pttè……

  25. Flounder Says:

    adesso diventerò impopolare, ma qui affermo che nel mio personale catalogo delle sofferenze, quella amorosa fa parte di quelle meno rilevanti.

    come dice Vincenzo Malinconico, il protagonista dell’ultimo romanzo di De Silva, nella maggior parte dei casi ciò che chiamiamo amore non è altro che una malattia della dignità

    (e però, cavalie’, io ti sto immaginando mentre canti questa cosa avanti e indietro per il pontile di Nisida o sulla terrazza dell’Ilva e la trovo assai struggente)

  26. ilcavaliere Says:

    grazie per il video, anche se non la farei deambulando ma a piedi piantati in terra alla toni astarita, con la cad(a)enza di segio bruni con la chitarra come gragnaniello
    Ti auguro che nessuana altro dolore tu possa soffrire più dell’amore, perchè questa è l’unica sofferenza che per quanto grande sia, dopo ti lascia qualcosa di più, tutti gli altri sono dolori che ti tolgono sempre qualcosa senza lasciarti il resto di niente

  27. zaritmac Says:

    Cavaliere, è che mipiace assai e assai condivido questa cosa che tutti gli altridolori tolgono e l’amore comunque dà anche quando “lascia”. E’ dolore anche il parto. E’ amore ogni parto. Ogni amore è anche un parto. Tutti gli altri una colica.

  28. ZoeLog Says:

    Per rispondere al Malinconico Vincenzo, e siccome oggi mi ha preso la mania di Barthes, e siccome anche questa frasetta è da sempre uno dei miei cavalli di battaglia:

    “(Rovesciamento storico: ciò che è indecente non è più la sassualità, ma la sentimentalità – censurata in nome di ciò che, in fondo, non è che un’altra morale).”
    [da: Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso]

    😉

  29. Flounder Says:

    zoe, e tu capiti a fagiolo. qua la mania di barthes ce l’abbiamo connaturata. mannaggia a lui e a chi l’ha inventato.

    (la sassualità invece è un concetto da esplorare. credo che rinvii al più noto >se sei bello ti tirano le pietre, che è un vero e proprio rovesciamento culturale rispetto all’ideale della kalokagatìa. ma sul punto – zoettina – aspetto lumi 😀 )

  30. Flounder Says:

    mi sono appena accorta che il signor Splinder mi ha già aggiunto un anno, chissà da quanto tempo.
    credo che sia una forma di protesta per il fatto di aver disdetto l’abbonamento pro.

    ho disdetto l’abbonamento pro. ebbene sì, da oltre un mese.
    io e il mio blog stiamo divorziando.
    col cavolo, che gli pago pure gli alimenti.

    resta il fatto che il signor Splinder è uno scorretto.

  31. 8e49 Says:

    eh, trattavasi di pasta funghi e pomodorini (per rispondere alla tua domanda sulla cena)
    però oggi ti pensavo mentre leggevo una cosa di ugo cornia sulle tristezze buone e su quelle cattive, magari te la faccio leggere
    (splinder è cattivo e basta, non si aggiunge mica un anno così)

  32. didolasplendida Says:

    il dolore non ce lo dobbiamo far raccontare, lo dobbiamo aspettare e accettare e non cercare di ostacolarlo, lasciarlo fare, e la cosa più brutta sarà accorgersi che tutto quel dolore non sarà servito a niente

  33. anonimo Says:

    ritorno parzialmente a galla, rimanendo con più della metà del cuore sott’acqua. la parte esposta, a mo’ di boa, è minima rispetto a quella sommersa, diventata zavorra e bilanciere allo stesso tempo.

    (per dirti che ci son cose qui dentro che si rincorrono, sfuggendosi e rimbalzando. le vedo. e le sento)

    lisa

  34. Flounder Says:

    lisa,
    il lettore di blog ordinario e distante non ha le chiavi di accesso e la conoscenza dei dettagli delle vite altrui.
    questo talvolta rende più facile per me scrivere. sapere che invece con voi ogni parola viene pesata, scandagliata e vista in trasperenza, con tutto il carico che si porta, ha una sua bellezza e al tempo stesso una sua difficoltà.
    che è poi la ragione per cui ho chiuso l’altro blog, per eccesso di pudore.
    (grazie)

    dido,
    è che io sono troppo, troppo portata alla sdrammatizzazione. mo’ per esempio a leggere questa cosa che hai scritto penso a una che ieri sera mi ha pestato la parte molle del piede con un tacco a stiletto.
    il tuo commento descrive perfettamente la situazione 😀
    (io però ho continuato, imperterrita, a ballare, soffrendo in maniera silenziosa e virile, non ce la volevo dare troppa soddisfazione a questa qua)

    franci, ma se ti dico che non so chi è ugo cornia faccio troppo una brutta figura?
    e me la fai leggere giovedì sera a casa mia? 😉

  35. riccionascosto Says:

    No, no, io non le posso leggere queste cose qua.

    Che poi, avendo una chiave interpretativa, leggo te che soffri “in maniera silenziosa e virile” e penso:

    a)che la maniera virile di soffrire di solito è piuttosto lamentosa, e non ti ci vedo
    b) che poi ti compenetri nella virilità e ti metti a guidare, con effetti devastanti sulla virilità del ballerino

    e mi viene da ridere.

    (vabbè, torno a leggere in silenzio, che è meglio)

  36. aitan Says:

    (che io torno spesso a cliccarci sull’url di quell’altro blog là, contando che prima o poi torna anche lui)

  37. Flounder Says:

    riccio, mi hai fatto troppo ridere pure a me.
    (proprio oggi che non avevo alcuna velleità sessista e denigratoria, per di più. che me ne stavo buona buona al posto mio, con femminea ritrosia e sguardo basso)

    aitan, apro scrivo chiudo cancello riapro riscrivo richiudo sto penso ritratto. poi riguardo e mi pare di stare tutta ignuda e mi avergonzo.

  38. ZoeLog Says:

    Flou, riguardo alla sessualità credo che sarebbe auspicabile, assai più di un ribaltamento culturale, un ribaltamento posturale: per la maggiore soddisfazione di tutte le parti sociali in causa. D’altra parte questo concetto, come ben saprai, si rifà a quell’altro famoso ideale: quello della kalokaKazzia… 😀

  39. Flounder Says:

    cara Zoe, io sono annichilita da questa tua tanto profonda quanto pragmatica analisi che va studiata e approfondita – e già mi vengono un turbinio di idee a riguardo.
    (tanto per cominciare il concetto di kalokakazzia lo faccio mio all’istante, insieme a un altro che ho rubato ieri sera alla signorina HangingRock come risposta a tanghèri troppo insistenti)

  40. anonimo Says:

    e pensa, flo, che parlavo di me.
    dei riflessi – di me – che leggo qui.
    (grazie a te, invece)

    lisa

  41. pispa Says:

    saper soffrire un’arte?
    oddio, ce n’è di migliori così che adesso le contiamo..:)

  42. Euridicea Says:

    boh, io non c’ho nessuna analisi da fare.
    So solo che questa cosa che hai scritto è abbastanza una meraviglia.

  43. Flounder Says:

    grazie.
    io invece stamattina mi sento come una che avrebbe bisogno di un week-end per riprendersi dal week-end.
    che anche stancarsi moltissimo è un’arte.
    forse metto su addirittura una permanente.

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