Come un regalo

Questo è tutto quello che posso fare. Tacere da qui, oltre in poi, prima di dirti la verità, mezzo niente e mezzo tutto. Questo è un regalo. Dirti. Dirti le cose.
Dirti le cose così, come stanno.
(Le cose così, come stanno, Luigi Carrino)
—–
Pensavo questa mattina presto, al volante – penso sempre, al volante – alle cose  che si dicono, a quelle che non si dicono, a quando si esagera, a quando lei dice di volermi far leggere il piccolo libro sull’arte di tacere perché il mio dire non conosce pause e spazi e straborda, invade. Più spesso crea barriere.
Pensavo a me e agli altri, agli altri e solo un poco a me, agli equivoci della notte, alle parole che non bastano, alle parole spese male, a certi addii silenziosi ed altri che forse, senza parola, non si sarebbero mai prodotti e ti avrebbero lasciata intatta. Almeno un poco.
O forse procrastinato il crollo, per quando sarebbe avvenuto silenzioso, senza il fragore delle tue parole inevase che ti si schiantano dentro e ci raggiungono come schegge, anche a noi che non c’entriamo e in silenzio ascoltiamo. Se solo stessi anche tu un po’ zitta. Un poco, non di più. Un poco. A te stessa.
A tutto il bene che non ci si dice, o a quello che ci si inventa per cancellare il troppo niente. All’arco di parole tese da un telefono all’altro, da una città all’altra, e la freccia che non sempre colpisce, oppure invece ferisce. Senza volerlo, sulla traiettoria di una gioia riservata ad altri che invece viene stesa, spesa, e raccontata a chi non c’è, non ne fa parte, solo perché in quel momento c’è.
Che sembra un dono e invece è piccolo dolore che gratuitamente si infligge.
Penso al dolore grande. Che per esorcizzare, fin d’oggi mi racconto. A me sola.
Come una nenia di parole ripetute alle quali poco a poco togli il senso.
Io che non so tacere. Oppure nel parlare vano taccio troppo, e non rivelo mai ciò che davvero mi preme e mi vive. Quando racconto di me e dico: un poco mi vergogno.
Tutto trattengo nella carne, in silenzio. Ciò che direi talvolta, mi arabesca il viso, disegna pieghe e macchie o l’espressione da petite mort che da sola ripenso e mi arrossisce.
Non è il tacere o il parlare, è il sentimento del tempo, che sbaglio.
Potrei fermarmi un attimo, soltanto un attimo. Una piccola sospensione.
Potrei tacere, ad esempio. Saggiare il terreno con la punta.
Sentirvi nelle qualità di silenzio inesplorate. Sentirmi ancora in certi scrosci di sangue, come la notte, girandomi nel letto, che rimbombano nelle orecchie e mi fanno paura di morire.
Potrei restare in silenzio anche tutta la vita, non è l’assenza di suono che mi turba.
Parlo per crearmi una pelle. Non uno scudo. Una pelle, uno spessore. Un surrogato da toccare quando non mi si tocca la pelle.
Banalmente, è questo. Come un regalo. La confezione dono.
Ed è da sempre che pasticcio coi fiocchetti del dire.
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39 Risposte to “Come un regalo”

  1. anonimo Says:

    Ecco perché preferisco stordirmi con la musica ad alto volume, in auto.
    Realizzo sempre meglio come stanno le cose, e realizzo che una curva può cambiare l’andamento. Depensare*

  2. Zu Says:

    “non rivelo mai ciò che davvero mi preme”

    Non c’è un troppo o un troppo poco. L’autenticità è la chiave (anche se si parla di quante prese di sale vanno in una focaccia). Il resto è conversazione, uno spreco di tempo per noi mortali.

  3. ilcavaliere Says:

    in principio era il verbo, l’aleph, vac, vox, vaccino, ooomm, mantra suono parola, e parole parole, che fanno la differenza tra uomini e bestie, uomini e uomini, le parole sono pietre costruiscono e fanno male scagliate tirate affilate, le parole fiocchetti, fiocchetti, acchiappano e ci piace parlare scrivere parole, fiocchetti fiocchetti son belli se li sai fare, la pelle di parole, si attira affascina, anche io si, poi sono una delusione, comunque non so cosa c’entra ma anche a me piace la musica a tutto volume nell’auto lanciata contro lo spazio che si muove wow!

  4. biancanera Says:

    il sentimento del tempo, Flou, quello della “giusta distanza”, è errore comune e fragilissimo.
    siamo in molti, t’assicuro, a sbagliarlo.
    non il dire o il tacere.
    ma il dire quando. il tacere quando.

  5. Flounder Says:

    mammamia, mammamia, fatemi stare ferma e zitta. sennò chiamo Merleau-Ponty e vi faccio mangiare.

  6. anonimo Says:

    “non rivelo mai ciò che davvero mi preme”

    E’ paura. Solida paura. Vuoto da pieno.
    Pare che i maiali avvertano la propria morte giorni prima. Allora si agitano e si spingono nei recinti. A farli salire sui carri, li si deve bastonare con forza. E di fronte al coltello che taglierà loro la gola, allora hanno un senso di dignità e abbassano il muso. Non emettono alcun suono. E’ meglio morire una sola volta di solida paura che morire stancamente ogni parola.

  7. ArimaneBis Says:

    Mi viene in mente:
    “… mi presenti un regalo/
    ed attraverso ci vedo/
    le tue mani contenenti/
    lo scarti prima sciogli/
    questi fiocchetti inestricabili/
    ti imbrogli e fai cadere e credere/
    in un danno incalcolabile/ e l’aria vulnerabile/ raccogli…”

    (L’autore, però, lo lascio indovinare. E niente Google, pls!)

  8. anonimo Says:

    Moravia?

  9. farolit Says:

    tu dici che l’amore è questione di packaging? …
    può essere…
    .-)

  10. Flounder Says:

    ah, no, eh.
    io con un anonimo che mi dà della maiala proprio non ci parlo 🙂

    con gli altri invece domani. o forse dopodomani.
    che qua teniamo da fare.

  11. anonimo Says:

    dietro casa mia, a Napoli, fino a qualche anno fa, in ottobre, dopo le bottiglie di pomodoro, dopo la (s)premitura del vino, tra tutte le mosche che ne conseguivano, si sgozzava il maiale. Tra la scarpata della collina e lo Zoo, le grida agghiaccianti del suino dìsperato echeggiavano altissime nei toni e nel silenzio che si faceva intorno. Un rivolo di sangue ed acqua correva sotto le mie finestre, verso via Terracina, e per quel giorno mi orientavo sul vegetale.

  12. finazio Says:

    Compagna dei pasticci coi fiocchetti del dire!

  13. Flounder Says:

    esiste solo un bloggh̬r Рuno solo Рche possa scrivere tutto questo fatto qua del maiale.
    per ragioni di privacy rispetterò il suo anonimato. ma per confermare le mie capacità esegetiche gli chiedo conferma con domanda intima assai.
    domanda intima: dove andavi quando marinavi la scuola? 😉

    (o se no, se non ho capito niente ed esiste un’altra persona in grado di parlarmi di maiale accussì, che si palesi, si presenti. mi inviti a cena, per dire)

  14. Flounder Says:

    finazio, ma a te quando eri piccolo te lo dicevano: parla quando piscia la gallina?
    ecco. parliamone 😀

    farolit, ho insinuato questo?
    no, no, no. nient’affatto.
    la seduzione, è un fatto di packaging.(vorrei approfondire, ma oggi vado un poco di corsa. intanto mi sono letta o riletta tutti link che hai lasciato da hanging. mammamia, come mi sono piaciuti)

    arimane, dovresti sapere che in genere non so nulla e che le cose che sapevo le ho dimenticate 😀
    (stasera la cerco con google)

  15. Flounder Says:

    zu, tu devi essere benedetto per la pazienza che hai nell’ascoltare tutti i fatti di tutta la mia vita, tutti gli sfoghi, i deliri, le gioie e quant’altro.
    ti darei dell’orecchione, se il vocabolo non si prestasse infelicemente a degli equivoci. 😀

    mf e cavaliere: ma come fa la musica a distrarvi?
    forse perché non siete multitask comm’a mme? 🙂

    bianca, io prima o poi mi vorrei imparare il senso dell’opportunità. negli ultimi dieci anni sono moltissimo migliorata, ho perduto il cosiddetto parlare a schiòvere.
    ma da qui al corretto tempismo secondo me ce ne vuole ancora assai.

    mo’ vado, jà.
    tengo un’attività figliescamammescacasalinghescapublicrelationeresca in corso che non ce la posso fare.

  16. cf05103025 Says:

    cara Floù,
    “…Io che non so tacere. Oppure nel parlare vano taccio troppo, e non rivelo mai ciò che davvero mi preme e mi vive. Quando racconto di me e dico: un poco mi vergogno…”

    Ecco in questo mi sono rispecchiato e mi vado domandando: ma perché cazzo a quest ‘età mia avanzata vado ancor girando attorno a le cose, non dette chiare?
    E’ che mi rimane il dubbio che le cose non stiano davvero così come le vedo e le sento, e che siano più sfumate, più girate di lato che non le vedo, le colgo tutte;
    e poi che davvero la vergogna o il timore di far male mi frena, forse giustamente.
    Ma le cose stanno davvero così, o sono solo mal dette, male appoggiate, mal messe, insomma da sistemare?
    Diceva quello, vostro:
    Gesùùù fate luce!!!
    Ma pure Gesù è morto
    e mi si è scassata la pila, a me.

    MarioB-(

  17. carrino Says:

    […] ma poi alcuni di noi esercitano la loro purezza con ferocia […]
    op.cit :))))

    sulla storia del maiale, mi sa che puoi anche sbagliarti :))) cioè, non so.


    … Passeremo anche vicino alla masseria dei nonni e tutti quelli vicino al porcile si bloccheranno impietriti, allenteranno il gancio di ferro dalle mascelle del maiale per la riverenza e il porco si ritroverà libero per mia intercessione anche da morta.

    Io me li ricordo gli occhi dei maialini il giorno in cui li tiriamo fuori dal porcile per macellarli. Io continuo a ripetere che il salame non mi piace, anche quando una metà del porcello guarda l’altra metà come fosse di profilo in uno specchio, come se la mia rinuncia alla sua carne servisse a farlo rivivere. Mi ricordo di questo qui, in un giorno di dicembre. Non è come gli altri. Tutti i maiali sembrano sapere la fine che li aspetta e strillano e grugniscono disperati, impotenti, ma questo qui no, è pacato, dignitoso. Non è ignaro del suo destino, capisce il sangue che deve versare per il sanguinaccio, la carne che deve diventare per le salsicce, la cotica che gli dobbiamo scuoiare e che ti lecchi i baffi se la metti nel sugo. Ma, c’è, l’ostinazione alla vita, nella sua rassegnazione superiore a qualunque dignità, a qualunque paura della morte. L’ostinazione del silenzio. La sua marcia verso il patibolo e, silenzio. Lo mettiamo sul tavolaccio coricato su un fianco e, ancora silenzio. Dentro ai suoi occhi vedo riflessa la mia immagine di carnefice e la dolcezza del suo destino. Non chiede nemmeno pietà. Nemmeno l’inutile pietà. Soltanto quando il coltello gli affonda nella gola un grugnito acuto, altissimo, riempie l’aria. Poi, lentamente, il suono della sua morte si confonde nel gorgheggio del sangue che veloce fluisce dal suo corpo, piano, il suono si fa più debole e flebile fino a diventare, silenzio.
    (Amore di donna – perdona la becere autoreferenzialità)

  18. AntigoneStella Says:

    Superba narrazione di un Anima meravigliosa in cerca di se stessa.
    Mi sono commossa, grazie.
    Pat

  19. Flounder Says:

    aiuto. sto distrutta.

    Pat, grazie assai per l’anima meravigliosa (ma ce l’avevi con me o con carrino?), ma io oggi sono un’anima a zabaione.

    carri’, ma allora…allora…eri tu il maiale?
    ..oops…volevo dire: eri tu il commentatore anonimo del maiale?
    mai, me lo sarei creso. 😀
    (cioè mi credevo che era Mauro FuoriDaidenti che siccome aveva chiuso il blog ci pareva brutto di sceivere un commento che poi la gente ci diceva: ma quarda a questo, ha chiuso il blog però il vizio non l’ha perso.)
    e comunque mi serve la risposta alla domanda intima assai, perchè dove andava Mauto Fuoridaidenti quando marinava la scuola io lo so.
    eh eh.
    certo che lo so.
    (e comunque, carri’, tu sì autoreferenziale, ma sì bell’assai. sei scrittore vero)

  20. carrino Says:

    infatti non ero (né fui né sono) io quell’anonimo del maiale di prima (che detta così pare n’offesa ma nun è:).

    appunto dimostrante venni a dimostranvonsi.

    🙂

    e grazzie po’ bello.
    gj

  21. Flounder Says:

    mariù,
    oggi finalmente ho finito di leggere uno dei libri che avevo in sospeso.
    e senti qua che ho trovato (parla di uno a cui la famiglia viene sterminata dai nazisti, ma lo possiamo usare pure noi): Imparò a convivere con la verità. Non ad accettarla, ma a conviverci. Era come vivere con un elefante. La sua stanza era piccola, e ogni mattina doveva aprirsi faticosamente un varco nella verità solo per andare in bagno. Per raggiungere l’armadio e prendere un paio di mutande doveva strisciare sotto la verità, pregando che non scegliesse propsio quel momento per sedergligli in faccia. Di sera, quando chiudeva gli occhi, se la sentiva addosso, incombente
    (per inciso, è un personaggio che costruisce la sua fortuna su una menzogna e per tutta la vita chiacchiererà, per distrarre sua moglie e il mondo intero da quella bugia)

    a me piace assai dire le cose chiare. quelle proprio in cui non riesco sono quelle che denunciano le mie vulnerabilità.
    confesso anche i miei difetti, ma la dolcezza.
    la dolcezza è irriferibile.

  22. Flounder Says:

    (comunque , carri’, maiale o meno, io avanzo ancora un invito a cena. da quel di roma. nun te scurda’)

  23. carrino Says:

    pe’ ammore ‘e ddio, e chi se scorde. sarrà nu piacere ‘ruosso pe’ me, vuje ‘o sapite. appena vengo giù, o venite voi su, subbito si deve mettere rimedio a questa grave mancanza e scostumatezza da parte mia.
    m’acalo ‘o cappiello. buona sera a vuje.

    gj

  24. anonimo Says:

    ‘E’ meglio morire una sola volta di solida paura che morire stancamente ogni parola.’

    mmhh. La vita è beffarda.
    Nella teoria del lavoro sufficiente e utile, si dice che una sola torsione del giravite serva a una perfetta tenuta, ma l’uomo, in genere, gira la testa svasata della vite fino in fondo, fino a che sia impossibile un qualsiasi ulteriore avvitamento. E’ fatica inutile accanirsi nello spingere qualcosa in elementi che terrebbero la tensione comunque. Sarebbe meglio accontentarsi di un solo giro di vite e bordare il mozzicone che spunta con un nastro color azzurro marea.

  25. Flounder Says:

    (cioe? a parole tue che volevi dire?)

  26. anonimo Says:

    (cioe? a parole tue che volevi dire?)

    Flounder. E’ sera e sei stanco. Di sicuro hai i pedalini e la cuffietta pronta sul cuscino ricamato.
    Rileggi domani, dopo il caffè.
    Immagina la fatica e pensa alla fatica utile.
    Hai parlato, bene e intensamente. Un pezzo del tuo corpo è evaso per essere riacciuffato.
    Hai faticato a pensare e a scrivere. Fatica utile? Inutile?
    Perché? Perchì? Fino a dove? Fino a quando?
    ‘Tutto trattengo nella carne, in silenzio….’ Sei certo di questo. Allora ciò che scrivi cos’è.
    Solo fatica? Utile o inutile? O è saldatura? Non hai fiocchetti azzurri da appendere? Come scorre la tua penna sul foglio? Graffia o liscia?
    ‘Quando racconto di me e dico: un poco mi vergogno.’
    Perché? Perchì? Fino a dove? Fino a quando?
    La vergogna è un sentimento inutile, una fatica utile, un rossore imbarazzante. Dove? Non vedo
    Cordialità

  27. ilcavaliere Says:

    pardon,
    l’anonimo che sentiva le grida agghiaccianti del maiale sgozzato sono io, ma non mi ero accorto e non intendevo rendermi tale.
    Delusa? penso di si come dicevo prima, le mie parole in genere portano alla delusione del me soggetto. Per esempio io quando marinavo la scuola facevo politica, che spreco. 😉
    La musica non mi distrae, è il lavoro purtroppo che mi distrae dalla musica, dall’amore, dalla bellezza.
    Quanto mi piace Merleau Ponty!
    m’hai provocato e mo te ce piazzo na citazione da “l’occhio e lo spirito” gallimard 1964: ” La musica è troppo al di qua dal mondo e del designabile per poter raffigurare altro che intelaiature dell’essere, il suo flusso, il suo riflusso, la sua crescita, le sue esplosioni, i suoi vortici.” 🙂
    Cav

  28. Flounder Says:

    (cavalie’, voi non mi deludete. caso mai mi inibite, mi fare sentire piccola piccola. il che – diciamolo – il giorno del proprio compleanno aiuta non poco. e mi scagionate anche il Fuoridadenti dall’accusa di incoerenza. insomma, mi salvate tutto il cucuzzaro)

    utenteano’,
    cuffietta e pedalini ce lo dici a ‘soreta.
    no, così, giusto per capirci. 🙂

  29. cf05103025 Says:

    cara Floù
    grazie assai pe’ la citazione che scennemi quale balsamo salutare ne le vene,
    sono fatato da quelle parole;
    poi mi dici chi è,
    se no dico di nuovo mezze verità….

  30. Flounder Says:

    è Nicole Krauss, La storia dell’amore.
    è la moglie di Safran Foer, ne parlvo qualche post fa

  31. Zu Says:

    Leggendo Everything Is Illuminated mi stupisco tra l’altro nel notare quanta esperienza d’amore (erotico, romantico, di coppia) trasmetta come sottotesto lo scrittore, un’esperienza assai profonda considerando la giovane età (l’ha scritto a 25 anni). A quanto pare, sono davvero in due.

  32. Flounder Says:

    invidia, eh? 😀

  33. Flounder Says:

    zu, io penso che la vera verità è che lei ha qualche anno (quattro o cinque) più di lui. gli avrà fatto da educatrice.
    ah, finalmente qualcuno ribalta il mito del pigmalione 😀

  34. sphera Says:

    Dicevo giusto ieri sera a una mia amica che deve stare zitta, un po’, a volte. Ogni tanto. Mica con me, eh, con l’amore suo. Mica per altro – non per acquiescenza, non per rinuncia, non per mancanza di voglia – ma perché parlare a volte, o spesso, è una presa di potere. Parlo e ti dico un sacco di cose e ti aggroviglio in un canestro di legacci che ti obbligo a districare rispondendomi. Stare zitti – ogni tanto, mica sempre – mi dà sempre la sensazione di dar fiato, di lasciare aria e spazio. Il problema è il quando e quanto, dici?
    Boh, quando ne hai voglia.
    È ancora il miglior criterio che mi venga in mente, di solito.

  35. varasca Says:

    vengon bene i tuoi fiocchetti. perché non distraggono troppo dal senso delle tue parole, che son chiare, sai 🙂

  36. ArimaneBis Says:

    Oddio, oddio!
    Qui si cita Merlopontì, Nicòlcraus e Sàfranfoer.
    Come faccio a rivelare che le parole sui fiocchetti sono di Pasquale Panella, scritte per Lucio Battisti (L’apparenza)?
    E io che le citavo perché sennò mi dicono che faccio sempre l’intellettuale!
    (Scherzo, è perché son belle assai).
    Saluti.

  37. Flounder Says:

    ecco. per esempio.
    pasquale panella mi era sconosciuto. al massimo arrivo a mogol. 🙂

  38. AntigoneStella Says:

    Con te Flounder, è la tua Anima che mi commuove.

  39. Flounder Says:

    (mi posso imbarazzare?)

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