Archive for maggio 2008

Gli untori. Una piccola storia di superstizione e razzismo.

maggio 27, 2008

Li avevano riconosciuti.

Erano due uomini, uno abbastanza giovane, sui venticinque, e l’altro sulla quarantina. Indossavano pantaloni scuri e camicie fiorate.

Andavano sempre insieme, come i portatori di un segreto o di una disgrazia.

Da quando erano comparsi nel quartiere non c’era più pace. Come uno strano presagio, l’imminenza di una tragedia sul punto di compiersi.

Finché un giorno era accaduto.

All’improvviso un urlo, nel cortile di Marcel le blanchisseur, il proprietario della piccola lavanderia all’angolo.

Era uscito da casa con la furia del demonio in corpo e gli occhi iniettati di sangue: “Sono stati loro, loro. Li ammazzo se li trovo, assassini, diavoli”, ed era scoppiato a piangere come un bambino.

Perché aveva perduto il suo sesso. E se ne era accorto in modo banale, sentendo lo stimolo a urinare si era aperto i pantaloni e non aveva trovato più nulla di ciò che era stato il suo orgoglio. Solo una specie di pustola, un lembo di pelle rattrappito. “ça lève plus!”, aveva commentato, non si alza più.

Poi, per qualche giorno, gli uomini erano spariti dal quartiere. Nessuno li aveva più visti, ma tutti ne temevano la ricomparsa.

Da quel giorno Marcel non si era più fatto vedere in giro, non aveva voluto vedere neanche il medico, tanto si vergognava. La sua vita era finita, per sempre.

Dopo qualche settimana a Yopugon, altro quartiere di periferia, furono due gli uomini a urlare e piangere per lo stesso motivo.

Gli untori avevano colpito ancora.

Come avessero fatto restava un mistero. Alcuni credevano che bastasse lo sguardo, secondo altri c’era da consumare un rito con le interiora di gallina, ma solo delle galline che avessero da poco covato, perché le altre andavano bene invece per togliere i malocchi.

Qualcuno diceva che da qualche giorno l’aria aveva odori strani e perfino l’acqua, quella in bottiglia, aveva un sapore diverso.

Poi fu la volta di altri due quartieri, per un totale di otto persone. Uomini giovani, padri di famiglia che all’improvviso si erano visti privare della virilità, senza alcun motivo plausibile, senza avvisaglie.

E sullo sfondo sempre quei due, nei loro calzoni scuri e nelle camicie allegre.

Così iniziò la caccia, dopo che il fenomeno era già apparso sulla stampa locale. Destando terrore tra la popolazione e ilarità nella massa degli immigrati europei.

Ilarità e incredulità, soprattutto perché nessuno dei malcapitati aveva voluto vedere il medico e dunque non c’erano testimonianze dell’accaduto.

Una psicosi che si allargava a macchia d’olio, complice la stagione delle piogge, il cantare di uccelli che non si avvertivano più da tempo e il dilagare di una febbre strana che colpiva i bambini e le gestanti.

La sera, nell’afa di giugno, nessuno più aveva il coraggio di passeggiare da solo: la gente si riuniva a gruppetti, come se il numero potesse scongiurare il pericolo, come se la somma delle virilità potesse di per sé costituire una garanzia contro le sparizioni.

Finché accadde che qualcuno li riconobbe, all’imbrunire di qualche giorno dopo.

Si attardavano lungo il ponte, verso Boulevard Delafosse. Stessi visi, stesso abbigliamento.

L’unica nota in più era il sacchetto di plastica che il  più giovane si trascinava dietro mollemente.

In un momento furono più di dieci e gli si avventarono addosso.

Il giovane lasciò cadere il sacchetto e si diede alla fuga, lasciando solo il più anziano che, sporgendosi dalla balaustra del ponte, non si era accorto di nulla.

Gli uomini non erano armati, ma aggredirono a pugni e calci, coprendolo di sputi e di insulti, fino a che il poverino fu ridotto a una maschera di sangue, incapace di ribellarsi e difendersi, dal momento che non conosceva nemmeno l’accusa.

In lontananza una sirena della gendarmeria tagliò l’aria e gli uomini si dispersero poco a poco.

Rimase solo Marcel a sferrare gli ultimi colpi sull’uomo rantolante, definitivamente accasciato al suolo.

La polizia lo fermò, chiedendogli cosa fosse successo e alla spiegazione rabbrividirono tutti, combattuti tra l’obbligo di sottrarre l’uomo alla furia di Marcel e il sentimento di volerlo finire  con un colpo di pistola e abbandonarlo lì. In ogni caso terrorizzati dal doverlo toccare, per timore di subire la stessa sorte del giovane lavandaio.

Alla fine uno si decise e fece appello all’ultimo residuo di una legalità garantista non ancora macchiata dalla superstizione.

“Ci penseremo noi – disse – lo laviamo e lo portiamo dal Procuratore”.

Ma Marcel non volle lasciarsi scappare l’ultima occasione.

“A lavarlo ci penso io”, gridò con tutta la rabbia che gli restava e aprendosi la cerniera dei pantaloni, tirò fuori il  sesso, deciso a pulirgli il viso con l’urina.

I gendarmi restarono senza fiato.

Dapprima per la violenza del gesto, poi alla vista di un enorme sesso di nero, laddove si aspettavano il nulla, i resti di ciò che una volta era stato.

Sicché davanti al Procuratore fu Marcel a finire.

Cecil, immigrato togolese in cerca di lavoro, se la cavò con quattro costole rotte, quindici punti al viso e contusioni guaribili in trenta giorni.

Reductio omnium ad unum. Un momento di insopprimibile sessismo.

maggio 25, 2008

Dopo un’intera serata passata a discettare – anche, ma non esclusivamente – di uomini e del come io non capisca niente delle loro modalità comunicative e dopo essermi stato accuratamente spiegato dagli uomini presenti – e del cui giudizio analitico e sintetico normalmente mi fido quasi ciecamente – che è totalmente impossibile pretendere di comprendere la modalità espressiva di un essere umano di sesso maschile, tutte le mie categorie concettuali sono andate a farsi friggere. Tutte.

Dopo l’aggiunta di ulteriori elementi nella giornata di oggi, sento tuttavia di poter ascrivere l’intera modalità comunicativa maschile – e vi aggiungerei anche quella operativa – ad una sola, unica, grande categoria.

Aitan ha detto che non devo dire parolacce.

Non dico parolacce.

Le posso pensare però, vero?

Consigli per gli acquisti

maggio 22, 2008

E’ uscito il nuovo libro di Gianni Solla.

Gianni Solla è Hotel Messico, uno dei miei due blogghèr maschi preferiti.

Accattatavìllo.

Ma prima leggetevi La bellezza perduta, sul suo blog.

Ma poi leggetevi pure il resto. Pure le poesie, per esempio.

Miti e Riti. O anche Miti e Rita. O Mari e Riti. Un post dedicato, insomma.

maggio 20, 2008

Di tutti i film orribili visti nella mia vita, questo non è sicuramente uno dei peggiori.

Inoltre, nel quadro della vasta cinematografia giapponese – di cui a noi per lo più arrivano prodotti già tarati sull’Occidente, un po’ come i ristoranti cinesi delle nostre città – questo qui ha comunque il pregio di una certa leggerezza e una velata ironia.

Che poi mi diceva un’amica giapponese che c’è un gioco di parole segreto, nel titolo. 

Ageman vuol dire aumentare, accrescere, ma è anche una crasi per Ageru e Manco.

Ageru vuol dire offrire, mentre Manco è parola colloquiale per definire l’organo genitale femminile.

Da cui, prima che lo scriva qualcun altro, si può ipotizzare una lenta migrazione culturale dal Giappone a Napoli, avvenuta chissà in quali epoche remote, riconoscibile in alcuni idiomatismi locali che utilizzano il lemma Manco e di cui non sto a dire.

Insomma, per farla breve, la Ageman è una donna che porta fortuna a chi la incontra e la frequenta, e non necessariamente in senso sessuale.

Fatta questa premessa, vorrei a questo punto dire alle signore amiche mie due cose: la prima è che mi pare sia arrivato il momento di cedere all’evidenza dei fatti e accettare senza battere ciglio le mie visioni profetiche e i doni che esse contengono, anche laddove di primo acchito paiano recare rovina e pestilenza; la seconda, un po’ più pressante, è che la resa all’evidenza non vi autorizza tuttavia a proporre addirittura a terzi di palpeggiarmi il posteriore a fini apotropaici e propiziatori.

Ecco.

Meu coração não se cansa etc etc.

maggio 16, 2008

Così ‘sta settimana mi è presa una specie di botta nostalgica per quando ero una giovane d’oggi.

O di ieri. Ma insomma, non importa, ci siamo capiti. Per quando avevo intorno ai venticinque anni.

Ma non una botta nostalgica sul tempo che passa, le rughe che vengono, le opportunità perdute e la falsa consolazione della saggezza acquisita.

No, no, proprio fatti pratici.

Tipo che volevo ritrovare la cassetta di Elizeth Cardoso – data per dispersa da oltre dieci anni –  per ascoltare Naquela mesa e Barracão e sono andata a casa di mia mamma a mettere sottosopra cassetti, scaffali e ante per cercarla, peraltro inutilmente. E mentre la cercavo mi sono chiesta: ma una volta che la trovo, dove diamine la ascolto? Dove esistono più i mangiacassette?

E già qui la nostalgia è dovuta scendere a patti con la realtà e farsi piccola piccola.

Poi ho capito che forse non la volevo ascoltare veramente, è solo che volevo ritrovare tutto un pezzo di storia personale e che questa frenesia nostalgica è iniziata l’altro giorno su quel benedetto pontile di Bagnoli, sotto quel cielo plumbeo e la pioggia e il ricordo dei Mondiali del ’90 e Lisandro e quell’altro là di cui non mi ricordo il nome che mi aveva regalato una cassetta di tango che pure vorrei ritrovare assai e che era nipote di un nazista fuggito a Buenos Aires e si vergognava moltissimo per via di questo fatto e soprattutto poi, pensando a quegli anni e alla musica, mi è venuto in mente Mario.

E insomma mi è preso l’attacco di nostalgia e non mi ha mollato più.

Dentro questa cassetta della Cardoso – e poi in terza battuta cercavo anche quella di Mysterious Barricades di  Andy Summer, che pure conteneva un abbondante pezzo di vita vissuta andata spersa in chissà quale altrove – c’era tutto il fatto di Mario Lima Brasil. E poi me l’aveva regalata lui al mio compleanno.

Questo tizio era un mio compagnello di studi e di casa, che all’epoca dei fatti io avrò avuto ventidue anni e lui una trentina ed era un musicista e pure un musicologo. Piccolo piccolo, col faccino da indio, magrissimo e barbuto. Credo che mi abbia insegnato a ballare la lambada, erano gli anni in cui si ballava la lambada, era difficile sottrarsi a quest’incombenza.

Insomma questo Mario Lima Brasil, che il padreterno o chi per esso lo benedica mo’ mo’,  dovunque egli sia, faceva degli studi complicatissimi, con tutta un’attrezzatura che non finiva mai, per creare musiche sintetizzandole a partire dai battiti cardiaci, dai respiri, dai rumori della natura.

Così ogni tanto noi dovevamo fare delle cose per lui, tipo una corsa fin quasi a morirne e poi affannarci al microfono, o passare un guaio e piangere in diretta per campionare il suono. Sull’ultimo punto ci accordammo per affittare dei film lacrimevoli e sul più bello lui fermava la riproduzione per acchiappare i pianti e i sospiri e qualche volta le risate. Mi ricordo benissimo di una sera che ci siamo visti Il Laureato in lingua originale coi sottotitoli in portoghese e forse quella sera abbiamo sintetizzato musicalmente il russare.

In cambio di tutti gli algoritmi che inducevamo, lui ci preparava certe colazioni brasiliane, la domenica mattina, che bastavano al fabbisogno calorico di tutta la giornata. Poi lavava pure i piatti.

E insomma un poco alla volta Mario ci disse tutto il fatto: lui era nato e cresciuto nella foresta amazzonica e ne era uscito solo a diciotto anni. Non sapeva cosa fossero un televisore, un semaforo, un telefono. Non sapeva niente. Uscì dalla giungla e stava morendo investito sotto una macchina perché non sapeva che si doveva guardare a destra e a sinistra.

E tutto questo perché i suoi genitori – una scrittrice e un sociologo, o uno scrittore e una sociologa, chi si ricorda più – si erano sottoposti volontariamente a un esperimento di isolamento per fare non so che ricerca e scrivere un libro sulla storia di famiglia. Una specie del bel film di Shyamalan, The Village.

Poi lui era uscito ed era diventato antropologo musicale e nel frattempo faceva pure non so che arti marziali. Un indio civilizzato.

Insomma, un personaggio unico.

Che io lo so che a voi stimati lettori di questo blog non ve ne può fregare di meno di Mario Lima Brasil, ma io in questo blog ci dovrò pur scrivere qualcosa, e soprattutto quando tengo il flusso di coscienza e nostalgia è meglio che lo scrivo, piuttosto che alzare il telefono e raccontarlo a qualcuno per condividerlo, che poi di là non so mai se faccia piacere o meno, nemmeno di qua, ma tanto di qua nessuno vi obbliga a leggerlo, però almeno io mi sfogo, mi passa la crisi di rimembranza acuta e prontamente rientro nel presente con prospettive di breve termine sul futuro.

Mi è preso un tale attacco di nostalgia che ho passato la serata di ieri a cercarlo nel web, ‘sto tipo,  e l’unica cosa che ho saputo è che ha diretto un’opera sinfonica di straordinaria grandezza, sulla lotta del popolo dello stato di Acre: Aquiry, a luta de um povo. E mi piacerebbe tanto ritrovarlo, sapere che ne è stato di lui, quanti figli ha, se ha messo qualche chilo, se si ricorda di quella volta o di quell’altra.

E soprattutto dirgli che la lambada mi ha sempre fatto schifo.

E anche che poiché nulla si crea, nulla si distrugge e mai, mai niente si perde veramente, io sono fiera di aver dato un mio battito, un mio sospiro, una mia lacrima e una risata per la costruzione di tutto quello che è venuto dopo.

Che io in realtà volevo scrivere tutto un altro post, ma la nostalgia non mi ha dato tregua. Ho tirato fuori tutte le foto, quelle di Mario al toga party, e poi è uscita fuori Catherine e poi un altro argentino che faceva il veterinario e mammamia come mi piaceva. E poi sono andata avanti così tutta la settimana. Abbiate pazienza.

[Meu coração não se cansa etc etc.]

“Seduci Divertendoti”™ – Questionario

maggio 12, 2008

Caro blogghèr, ti avevamo lasciato alle tue pene amorose. Ma non ti abbiamo dimenticato, no. Siamo qui per sostenerti e aiutarti. Ricordi la nostra presentazione?

Adesso siamo nuovamente con te per invitarti a compilare questo piccolo questionario.

Si tratta dell’innovativo sistema di autovalutazione previsto dal metodo “Seduci Divertendoti”™: grazie ad esso ogni giorno potrai controllare da solo gli incredibili progressi effettuati e valutare le tue prestazioni.

Non ringraziarci.

Ringrazia te stesso.

Tu, vali.

Non sappiamo quanto, ma sappiamo che vali.

Almeno un poco.

Forse.

 

QUESTIONARIO

(cerchiare una sola risposta)

(data _______________ora________________)

 

1) Mi sento solo?      Sì –  No – Non lo so – Chi ha parlato?

2) Da quanto tempo non riesco a divertirmi come vorrei?   1 settimana – 2 mesi – 6 anni – Come vorrei?

3) Quand’è l’ultima volta che ho corteggiato una donna?  Oggi – 3 mesi fa – Al secondo anno di scuola materna – Toccare il sedere in metro vale?

4) Da quanto tempo non faccio l’amore?   2 settimane – 3 anni – Non mi ricordo – Sono illibato

5) Perché?  Non ho tempo – Mi respingono – Voglio la mamma – Complotti internazionali, shhh, non mi fate parlare

6) Cos’è che mi impedisce una sana vita sentimentale e sessuale?  La timidezza – La paura delle malattie – Il cilicio – Il mio psicologo

7) Provo imbarazzo riferendomi a qualche parte del mio corpo?  No, mai – Sì, qualche volta – Non ho parti, sono tutto intero – Chi parte?

8) Cosa voglio ottenere davvero da questo corso? Una compagna per la vita – Due compagne per i fianchi – Un harem rinnovabile – Una promozione sul lavoro

9) Quanto sono disposto a investire in quest’impresa? Da 15 a 30 minuti al giorno -Da tre a cinque giorni la settimana – Non più di 100 euro a botta – Non guido

10) Come immagino che migliorerà la mia vita dopo questo corso? Non cenerò più da solo – I miei amici mi guarderanno ammirati e invidiosi – Il mio capufficio smetterà di seguirmi al bagno – Mia moglie chiederà il divorzio

 

Hai risposto a tutte le domande?

Sei pronto?

Bene, stai per entrare in questa grande avventura che cambierà radicalmente la tua vita.

E’ tutto nelle tue mani.

Solo nelle tue.

(sì, però adesso lascia e smettila di toccarti)

Nel caso in cui le risposte fossero inadatte al tuo caso, ti preghiamo di segnalarci la tua posizione precisa.

Cosa? La Fenice che gioca in una grotta rossa?

Vabbè, va. Va’ a gioca’ a sceriffi, va’.

Vai, vai. Vai. Cammina, vai.

Bullshit Marketing

maggio 8, 2008

Questa cosa me l’aveva detta mia figlia, dopo che per mesi aveva pensato che essere "regolare" volesse dire avere le tettone e il vitino di vespa, come quella là che fa la pubblicità di quello yogurt e spingendomi dunque all’acquisto per migliorare la nostra situazione.

Invece il fatto è questo: tu te lo compri e se dopo due settimane non fai la cacca, loro ti rimborsano.

Con regolare regolamento pubblico.

Cose serie, insomma.

Ma come faranno a sapere che non fai la cacca?, chiedeva giustamente la creatura.

E che ne so, ti mandano un controllore a casa, forse. Un custode delle toilettes, che ti segue tutto il giorno, come il cobrador cortese.

Il cobrador cortese è una cosa carinissima che si è inventata un signore spagnolo per il recupero dei crediti: tu devi avere dei soldi da uno e ti rivolgi a quest’agenzia che gli mette alle calcagna un tizio travestito da pinguino, da vampiro, da antico romano, da mago Gandalf. Lo segue passo passo e lo tozzoléa sulla spalla ogni tanto per ricordargli che deve saldare un debito. Lavora per scuorno e sfinimento.

Soddisfatti o rimborsati, come il fatto dello yogurt.

Insomma, dopo un corpo a corpo al supermercato – sì, no, sì, no – alla fine lo compriamo  e ci leggiamo il regolamento: in pratica di tratta di collezionare 16 punti, uno per ciascuna confezione di prodotto, per un totale di sessantaquattro vasetti da ingollare in un determinato periodo di tempo, ovviamente limitato.

Una volta fatto ciò, i talloncini si attaccano su una scheda, si correda la stessa dei relativi scontrini – che non vale mica se te lo regalano, te lo devi proprio comprare – e si inviano con almeno cinque parole che spiegano il perché della tua insoddisfazione.

Le cinque parole potrebbero essere: non faccio ancora la cacca, oppure la mia stipsi è incurabile, se si è un po’ più beneducati.

Io non ci casco conta solo quattro parole e non vale.

A me non mi riuscite a fare fesso è troppo lungo e in ogni caso vi hanno già fatti fessi.

Vabbè.

Fatta questa cosa, loro ti mandano un assegno del valore di 14,50 euri, entro sessanta giorni dal ricevimento.

Considerando l’investimento inziale, il rimborso massimo ottenibile e i tempi, secondo me con un clistere si faceva prima. Tanto le tette comunque non crescono!

Agritango, o della selezione naturale della specie

maggio 6, 2008

Quel giorno di fine inverno in cui per la prima volta sentii nominare quella cosa chiamata Agritango,  seppi all’istante che vi avrei partecipato.

Quello che all’epoca non sapevo, e che ho continuato ad ignorare fino al primo maggio, è che non si trattava di una vacanza, ma di un progetto di eugenetica per il controllo e la selezione della specie tanghèra, con un durissimo percorso di prove fisiche e psicologiche alla fine delle quali solo i migliori sarebbero sopravvissuti, anche se non del tutto indenni.

Agritango non è un progetto casuale: alle sue spalle un protocollo di indagine serissimo, la cui finalità è quella di creare il tanghèro perfetto. Non alto, non bello, non biondocchiazzuri, ma bionico, al di là di ogni sensibile apparenza.

Ma andiamo per ordine.

Le cavie…oopps…i partecipanti: in numero di 120, di età compresa tra i cinque e i settantadue più due canilli, di provenienza geografica varia e diversificata, venivano fatti salire su convogli con la promessa di un futuro radioso e intere tande di Fresedo e Pugliese. Venivano accolti amorevolmente al loro arrivo e successivamente indirizzati sulla prima escursione, che, come da programma, offriva due opzioni: a cavallo e in carrozza.

E qui il programma subiva la sua prima variazione.

Causa problemi di viabilità il gruppo veniva  dirottato su un facilissimo sentiero di montagna, a piedi. E che sarà mai il monte Bulgheria con i suoi milleduecento metri? Che sarà mai un dislivello di 900 metri sotto il sole dell’ora di pranzo e senza avere le scarpette adeguate o una sufficiente scorta d’acqua? Che sarà mai?

A metà percorso la sottoscritta cadeva e ancora reca un ginocchio distrutto e gonfio. Per timore dell’eliminazione fisica a vantaggio di altri concorrenti fingeva che nulla fosse accaduto, proseguendo impeccabilmente e con stoicismo, senza una goccia di sudore  e con tanghèra eleganza fino alla cima.

Da lì il gruppo, ad eccezione di un infortunato che rientrava sconfitto a casa sua e un paio di svenimenti poco gravi, proseguiva per il pranzo, consumato ad ora convenzionale di merenda e successivamente per un Piazzettango con elementi di Tammurriango.

Non paghe dello sforzo, le cavie continuavano fino a notte inoltrata con il favore delle popolazioni locali e di sindaci compiacenti che offrivano spazi e luoghi. In piena notte raggiungevano infine i luoghi adibiti al riposo, scoprendo con raccapriccio che non esisteva acqua calda.

Si concludevano così le prove attitudinali del primo giorno.

Il secondo giorno vedeva la defezione di un cospicuo gruppo di partecipanti, che molto mollacciosamente si schiantavano sulla spiaggia di Camerota senza guardare in faccia a niente e nessuno.

Il protocollo di studio di Agritango ha dunque previsto di analizzare separatamente i due gruppi, per valutarne, in serata, similitudini e differenze secondo i principi del darwinismo sociale.

Mentre i tanghèri stanziali si abbrustolivano, quelli nomadi venivano condotti sul pianoro di Pruno e portati a pascolare. I più ardimentosi si introducevano in una dolina, scortati dalle guide montane, trovando resti e fossili di tanghèri primitivi. Talaltri  si calavano nelle sabbie mobili a colpi di ocho o penetravano rocce pivoteando a mo’ di trivella. Alcuni sfortunati finivano nelle copiose cacche di vacca, in un tentativo di Escrementango, nuova frontiera del tango rurale.

Si informa inoltre il lettore che nell’area di Pruno risiede una comunità di pastori, stile Amish, che vive in stato di totale autosufficienza e isolamento e che solo nel ’92 è stata raggiunta dall’energia elettrica. Si ipotizza una loro specializzazione in Ricottango.

Dopo il secondo pranzo iniziato alle quattro del pomeriggio si è compreso che in realtà non si era affatto in ritardo sulla tabella di marcia come i più ipotizzavano, ma che l’intero programma era stato modulato sul fuso orario di Buenos Aires, per essere più vicini ai nostri fratelli porteñi.

Una breve parentesi di Digestango e poi si proseguiva fino a notte inoltrata in quel di Camerota, sottoposti all’umido di un teatro all’aperto di montagna per la prova di artrosi cervicale e reumatismo, brillantemente superata dalla maggioranza dei partecipanti.

Il terzo giorno i tanghèri si autoselezionavano spontaneamente per sottoporsi a differenti prove di laboratorio.

Un primo gruppo percorreva un sentiero di montagna di circa otto chilometri, destinazione spiaggia.

Un secondo gruppo raggiungeva la stessa spiaggia a mezzo barca, per poi sottoporsi alla prova di Swimtango.

Un terzo gruppo, infine, si sottoponeva alla prova costume.

E qui bisogna aprire una parentesi sul tanghèro nudo o seminudo. Tipo che io mi aspettavo di vedere mutande a rete, slippini con cravatta, infradito a tacco dodici e scarpette da scoglio di vernice. E invece no. La spiaggia è il momento di desacralizzazione del tanghèro. E’ il momento in cui, lontano dall’orpello, esso si esibisce con tutta la sua panza, essa con le sue morbidezze.

Ebbene, signori, il tanghèro e la tanghèra nudi non sono sexy, no.

Essi sono come voi: umani, bianchicci, col piede raso terra, qualche alluce valgo, peli superflui. E siccome a mio avviso i tanghèri migliori in assoluto sono quelli un po’ sovrappeso, dotati di panza portante e seducente a un tempo, è evidente che ciò rende esteticamente incompatibili il tanghèro da spiaggia e quello da milonga. Ulteriori approfondimenti saranno oggetto di apposito seminario.

Ma torniamo a noi, pazienti e pacifici lettori.

Dopo aver affrontato il maestrale e il mare urlante e biancheggiante, una nuova prova gastronomica attendeva i nostri eroi. Ancora una volta veniva splendidamente superata senza difficoltà alcuna.

E per la prima volta veniva concessa una mezz’oretta di fatequellochevolete. Noi per esempio, io e la mi’ figliola,  ci siamo fatte la doccia.

Perché la giornata non era finita, no.

Ci aspettava una salita ripida fino al borgo abbandonato di San Severino, sulla valle del Diavolo, con un percorso tolkeniano da Terra di Mezzo, dove i nostri si sottoponevano alla prova di Spiritango, con mia grande delusione nello scoprire che lo spirit era riferito agli ectoplasmi e non ai gin tonic.

E ci aspettava ancora la milonga, sotto le stelle di Palinuro, dove il sindaco mica aveva capito che noi volevamo solo ballare, no. Aveva fatto montare un palco, lui.

Aveva chiamato a raccolta la popolazione, lui. Aveva fatto portare decine e decine di sedie, lui.

Siamo rimasti di sasso, noi.

Ovviamente era solo un’ennesima prova da superare. Il signore seduto dietro di me era curiosissimo: ma questo corpo di ballo è internazionale?

Mmm…diciamo di sì, va’.

E siete in tournée?

Eh, più o meno.

E poi dove andrete?

Non sappiamo, non sappiamo ancora, deciderà il nostro impresario. Sa com’è, noi gente di spettacolo, oggi qui, domani lì.

Vabbè.

Il quarto giorno comprendeva invece le prove di cultura.

I tanghèri superstiti venivano condotti alla casa del pittore Josè Ortega, allievo di Picasso. Io questo pittore un poco lo conoscevo, perché me ne aveva parlato il Provezzore ed è un personaggio assai assai interessante, uno che è stato in carcere per la ferma posizione antifranchista, ignorato dai suoi connazionali e tante altre cose che ora non vi riferisco per non tediarvi. Con una casa che io ne avevo tanti anni fa una molto simile e mi sono emozionata troppo a entrarci, soprattutto a vedere il letto in muratura che era uguale al mio e qua chiudiamo l’argomento sennò poi mi metto a raccontare tutt’il fatto della colla nelle serrature della macchina e non ne usciamo più.

E ‘nzomma. Adesso mi fermerei. Vi ho dato tanti di quei link che state a posto per un mese. Vi faccio vedere solo dove abbiamo terminato. In questo Pratango vista mare, scalzi e assolati. Felici e contenti. Baci e abbracci. E poi ci vediamo, ci scriviamo, ci sentiamo. Sì, sì, Smack, smack. All’anno prossimo. Sì. E’ stato un piacere. No, il piacere è tutto mio. E chiùppete, e chiàppete.

Facciamoci l’ultimo Salutango e ce ne andiamo, jà.

Io mi sono divertita assai. Ho scoperto che ho una figlia più bionica di me. Siamo sopravvissute entrambe.

E ho scoperto che il tango viene anche da qui, dal Cilento. Lo si sente nei cognomi del luogo, simili a quelli dei grandi musicisti, lo si vede in piccole cose che ho appreso per strada o da chi vive lì. Da un cinema che si chiama Bolivar, da un chioschetto che vende Perros calientes e hamburguesas.

Ne avevo parlato tempo fa con Giuliana, a proposito dell’arpa viggianese e della sua diffusione in America Latina. Di tanghi e milonghe inventati dagli emigrati lucani per sopravvivere.

Dal 1871 al 1881 la popolazione dell’area cilentana subì un decremento di circa il 21%. Una vera tragedia per l’economia locale. Partirono tutti alla volta della Mèrica, in particolar modo Venezuela e Argentina. Per oltre dieci anni ho avuto una capufficio che faceva parte di quelli che erano tornati, e si muoveva costantemente lungo percorsi di nostalgia e lingua mista.

Don Antonio Daconte, originario di Scalea, era amico del papà di Marquez e i suoi racconti hanno riempito le pagine di Cento anni di solitudine.

Don Cristoforo Pepe, un sacerdote tra Basilicata e alta Calabria, scrisse La moglie dell’americano nel 1885, per raccontare del dolore delle donne lasciate qui da uomini partiti a far fortuna e che da lontano, dalla Mèrica al Pollino, cantavano la loro solitudine, la dispedida, l’amor.

Io, senza andare alla Mèrica, vi ho raccontato un sacco di cose. Siete contenti?