Archive for giugno 2008

Serenata

giugno 26, 2008

E’ mezzanotte e co ’sta bella luna

nisciuno sape la ‘ntenziona mia

‘a sape sulo chi s’adda affaccia’

‘a sape sulo chi vo’ bbene a me

Avevo questa in mente, mentre ti guardavo. L’altra sera, sotto il castello.

Ce l’ho in mente da due settimane, dopo che il Principe – lo chiamano così perché è bello e composto, elegante e bello – l’ha cantata e suonata e gli ero così vicina che gli vedevo l’anima muoversi, mentre Andrea – anche Andrea era così bello, ma questo lo sai – seguiva all’organetto. Non la conoscevo.

E poi l’ho cercata, l’ho cercata, l’ho cercata. Fino a trovarla.

Te la lascio sotto la finestra, stanotte.

E’ che la riascolto e mi fa pensare a te.

A te, che compi gli anni.

A te. Tutte le cose belle.

 

A veces sabe que tiene frìo, que sufre, que le pegan.(…) A veces es ternura, una sùbita y necesaria ternura (…).

giugno 23, 2008

Che poi siete grandi e grossi e dunque gli approfondimenti ve li fate da soli, magari leggendo qua, dove ve lo spiegano senz’altro con più compiutezza.

Io invece non so nemmeno come ci sono arrivata, come ci sono scivolata in questo kairos qua.

Dieci giorni fa ho pensato che fosse stato il morso della taranta. Venivo da un piccolo seminario di pizzica, nel corso del quale avevo compreso con sufficiente certezza di non essere tagliata per questo ballo, che mi provoca un dolore immediato al ginocchio destro il quale si ripercuote in modo compensativo sull’anca sinistra, ma di essere terribilmente attratta, per contro, dal fenomeno del tarantismo. E tuttavia i sintomi non erano esattamente quelli. Era invece come un sentimento contemporaneo di dentro e fuori, di stare in piedi in perfetto equilibrio sul bordo tra il tempo esterno e quello interno, che mentre fuori tutto si muove e corre, una forza opposta ti tiene ferma e tu stai.

E mentre stai, sei.

Ma di questo ne parleremo un altro giorno, un’altra volta, dopo che la tremenda pila di libri da iniziare e terminare si abbasserà, e in essa la Morte della Pizia, lo Straniero interno, La Terra del Rimorso e Millàs – soprattutto Millàs – mi daranno senso e conforto. E qui mi verrà incontro il dio delle ferrovie dello stato, lo so, e il rollìo del vagone. E il dio della spiaggia e tutto il pantheon delle divinità estive. Speriamo.

Millàs, ecco.

Che se non esistesse come scrittore, bisognerebbe inventarlo come amico.

Che mi ha fatto compagnia in questi giorni raccontandomi della Calle, quella che osservava da bambino dietro la grata dello scantinato del suo amichetto Vitaminas. La Calle che sarebbe diventata il Mondo – la Calle che è la Cosa – questo mondo in cui attraverso piccolissime porticine si può passare da un lato all’altro della realtà, senza che nessuno dei due lati sia sogno, ma semplicemente percezione diversa e dove si comprende che nulla trama contro di te, nemmeno la morte. E che la morte è solo un desplazamiento, un movimento all’interno della vita stessa.

Questo è stato il pensiero di lunedì passato, quello che mi serviva nella sala d’attesa di ospedale per poter sorridere.

Ma già lì il tempo aveva cominciato a rallentare, a fermarsi.

Poi.

Poi è iniziato il male. Malissimo. Nessuna metafora, proprio un male fisico.

Saranno le aringhe, mi sono detta. Che nemmeno ero atterrata e già mi ci ero fiondata su. Con la panna acida e quintali di cipolla cruda.

E’ che questo paese, questa città, mi danno un malessere. Anche l’altra volta è stato così, ho dato la colpa alle aringhe, anche mio padre me lo ha ricordato al telefono. Quell’altra volta ero svenuta e subito prima, in un bagno di sudore ripetevo: mi sento male, ho perso il cuore, non sento più il battito, non ce l’ho più.

E’ che ancora ci ho dovuto fare pace, con questa cosa, e chiedere all’ingegnere di accompagnarmi ai blocchi di granito, a leggere uno per uno i nomi, a camminare in questo ghetto in cui non resta nulla ma sai che sotto ognuno di quei tumuletti ricoperti di erba secca, in mezzo ai casermoni, ce ne sono trecento, quattrocento e i bambini ci giocano a palla.

Questa volta mi era venuta in mente Alina Reyes, ci ho pensato per tutto il tempo. Di notte, tra un conato e l’altro, sono scesa nella hall dell’albergo, alla postazione internet, per cercare il racconto e scoprire durante la ricerca l’esistenza di un legame tra Varsavia e Cortàzar e che nulla, davvero mai nulla è casuale e che tutto, anche un ricordo, anche un’ispirazione, hanno il loro posto preciso e inequivocabile. Senza Cortàzar Millàs non sarebbe mai esistito, lo sa benissimo anche lui. E così in piena notte stavamo tutti seduti al centro del letto: io, Cortàzar, Millàs, Alina, l’altra metà di Alina, il Vitaminas e ci guardavamo per capire chi dovesse fare la prima mossa, e iniziare un dialogo sensato.

Con buona pace delle aringhe ho annunciato allora che l’altra possibilità è che fossi in preda a un mal d’amore.

Ma non uno di quelli che procedono per sottrazione.

No, no, proprio tutt’altro, il suo contrario.

Un mal d’amore apparentabile a uno shock termico, a un’indigestione, a una bevuta troppo veloce d’acqua fredda, a una cosa alla quale non sei abituata e che ti prende un sacco di spazio intorno al plesso solare, a una tintura per capelli che sul foglietto di istruzioni c’è scritto provala prima nell’incavo del gomito o dietro l’orecchio e poi – se non accade nulla di grave in ventiquattr’ore – procedi. E invece tu non aspetti e procedi, e peggio per te. Oppure meglio. Perché era proprio il colore tuo. Però poi passi davanti allo specchio, ti guardi e sobbalzi. Ché quella sei sempre tu, ma col colore nuovo tocca abituarcisi.

Un mal d’amore da improvvisa accumulazione, senza verifica di messa a terra e rischio.

E poi al centro del letto, a tutta la mia platea letteraria, ho annunciato di avere pure un dolore, come uno strappo nella pancia e una lancia nel cuore. Che mi sentivo orfana di figlia, orfana di padre, orfana di passati morti e che tutti questi orfanaggi reali, presenti, ipotetici, metaforici e futuri li volevo chiamare tutti per nome, uno a uno, una buona volta per tutte. Che poi il nome in fondo è solo uno, ma avevo voglia di dirlo, declinarlo, piangerlo e vomitarlo.

E l’ho detto, finalmente. Detto, declinato, pianto e vomitato.

Ma passando a cose più allegre.

A un certo momento ho indossato la scarpetta e sono andata in una milonga in mezzo a un bosco, una cosa un poco nascosta che se non te lo spiegavano non l’avresti mai trovata.  Non ho avuto il tempo di entrare che già stavo ballando con Igor, Mateo, Wincenty e non so chi altro.

Una cosa bella, ma così bella che non si può immaginare, in un posto che era del tutto fuori dal mondo e dal tempo. Dove non si servono alcolici e tutto restava meravigliosamente sobrio. Un posto di inchini e baciamano e Mateo che mi ha chiesto: sei venuta per restare per sempre? E io ho risposto no, parto domani. Anche se in quel momento esatto sapevo che invece stavo, a prescindere dall’andare e venire. E quindi era anche un po’ per sempre. Ma era troppo complicato da spiegare. E poi su Francisco Canaro non si parla.

E poi sono andata a visitare dei centri commerciali, che al confronto i nostri fanno tanto paese sovietico degli anni ottanta e ho pensato che schifo la globalizzazione, ma poiché ero nell’esercizio delle mie funzioni non lo potevo dire. E poi c’erano gli orsi, tantissimi. Centinaia. E poi il vecchio quartiere Praga, e gli artisti finalmente liberi. O diversamente prigionieri, mettiamola così.

Poi sono partita e arrivata in un posto che aveva la forma mia, come un calco. Preciso preciso.

E mi è venuta in mente una storia che avevo scritto un sacco di tempo fa, questa, che mi aveva divertito moltissimo.

E mi sono venute in mente moltissime cose. Iridescenti e in movimento come le perline di un caleidoscopio. Mentre il tempo, lui, continuava a star fermo, fermissimo.

Eonico.

Il tempo fermo e io seduta in mezzo.

E mentre disfo la valigia penso che tra meno di una settimana forse riparto. E che stavolta mentalmente mi farà compagnia Safran Foer e che passeggerò con Brod. E che sono anche un po’ Brod. E che mi piacerebbe imparare l’yiddish. E che forse mi verrà di nuovo mal di stomaco. E che ho la testa piena di musica e sono catastroficamente felice. E che dopo che per tutto l’inverno mia figlia mi ha cantato quella canzone di Jovanotti, con gli occhi lucidi e mamma senti quant’è bello quando dice così e così, e te la dedico mamma, adesso la canto pure io. E che.

Atti di dolore. Sottotitolo: i bambini ci guardano.

giugno 13, 2008

E’ che ieri sera volevo scrivere una cosa tipo una legge di Murphy, circa il modo in cui le persone si lasciano.

Insomma, esiste una proporzionalità inversa tra la cura,  il tatto, la delicatezza e la sensibilità che si impiegano nel mollare qualcuno di cui non ci frega nulla e la sostanza dei sentimenti e del rispetto che si provavano fino a poco prima. Quasi che si trattasse di un risarcimento, un tributo postumo a qualcosa che non si capisce bene cosa sia.

Terra terra: più ti vuoi sbarazzare di qualcuno che non ti interessa, più ti senti in colpa per via di questo fatto, più finisci con lo spendere parole vuote e tempo inutile, e ti incarti in una cosa senza fine, una specie di negoziato che non porta a niente perché niente contiene, se non un’ossessione esegetica sulle inutilità che si sono dette e fatte. Soprattutto dette.

Perché il problema si pone soprattutto in quei casi in cui con l’altro si è intrattenuta una relazione casuale e di superficie, non priva di una certa bellezza e intensità,  per carità,  ma priva di spessore e progetto.

Di questo sono assolutamente certa: la fine di un amore profondo e ben strutturato nel tempo non produce simili aberrazioni, non genera questo senso di stridore tra il prima e il dopo.

E’ che la gente però ci tiene, ci tiene assai a non essere giudicata male, laddove una sana sincerità tagliente farebbe sanguinare l’altro nell’immediato, ma in prospettiva garantirebbe anche un maggiore rispetto all’immagine di noi che abbiamo inflitto quel dolore.

Per esempio: il tizio che mi ripeteva tutta la sequela di “perché non dipende da te sono io che non sono capace di amare e mi sento così e ho bisogno di stare solo e di ritrovarmi e tu sei meravigliosa e io la fetenzìa di sotto i piedi tuoi” secondo me faceva più bella figura – non solo con me, ma soprattutto con se stesso – se mi diceva “sienti, piccere’, a me fino a mo’ mi è piaciuto passare del tempo insieme a te, ma quell’altra là a me mi fa sbattere ‘o core, me leva ‘o suonno, mi fa venire voglia di volare, è una cosa che proprio non si può capire e che mi trascina; purtroppo ti farà soffrire, ma non ci posso fare proprio niente”.

Che uno là per là soffriva assai, questo è vero, e diceva pure una serie di maleparole, però poi nel tempo passava, si guariva, si apprezzava la lealtà, si conservava una specie di fiducia.

Nella peggiore delle ipotesi si poteva sconfinare in una cosa che avevo letto mesi e mesi fa in un libro di Proust, allorquando la donna, scoprendo che egli, il suo amato,  ama profondamente un’altra, soffre, ma pure un poco si conforta, al pensiero che non aveva sbagliato completamente la valutazione su di lui, e che tutto quest’amore che lui prova adesso per un’altra è comunque la prova provata che lui abbia in sé questo dono d’amore e che il fatto di non averlo tirato fuori con lei non dipendeva da lui, ma da lei stessa che non si era mossa a sufficienza ispirandogli siffatto sentimento.

Perché poi le donne pure so’ fatte un poco così, che nel dire: “è stata tutta colpa mia” da un lato si flagellano, ma dall’altro lato si consolano grazie al fatto che si autoattribuiscono un’onnipotenza che manco il Padreterno.

Allora io ieri sera cercavo di far capire questo fatto qua a un amico mio d’infanzia, che ci raccontava un fattariello in viva voce, ma ci stava poco da fare. E più ci diceva che si muoveva così, spinto dal senso di colpa per la sua felicità nascente e insopprimibile, più io controbattevo cercando di dirgli che non erano il senso di colpa e la nobiltà d’animo a muoverlo, ma la paura del giudizio e che quella là andasse in giro dicendo che lui era un chiachiello.

Uhm, diceva l’amico mio, che là per là si convinceva. Poi stava un poco e tornava alla carica: e se va in depressione e si suicida?

Enri’, ma che dici? Si suicida per te? Ma ti sei visto bene?

E che ne sai, la gente reagisce male, perde la cervella. Posso mai stare col senso di colpa per tutta la vita per una malata di mente?

Allora lo vedi che non te ne importa niente? Stai tranquillo, non si suicida: al massimo ci viene a dire che sei ‘n’ommemme’!

Ma secondo te so’ ‘n’ommemme’?

Secondo me un poco, ma non specificamente adesso. Già da prima, jà, non te ne importava proprio e facevi lo splendido.

Umh, ripeteva l’amico mio in uno sforzo di ricognizione intellettuale ed emotiva. Uhm. Ma se poi viene da te e ti dice che sono un ommemme’ tu glielo spieghi tutto questo fatto qua che mi hai detto a me e mi fai riabilitare un poco?

Assolutamente, Enri’ Ma dimmi una cosa: a te che te ne importa di essere riabilitato?

Uhm, non lo so. Così. Pare brutto.

Tornando a casa il piccolo clone ha ritrovato sotto il sedile dell’auto il quaderno di catechismo.

Mamma, mi ricordi che cosa sono gli atti impuri?

In generale, le schifezze. Dalle parolacce a tutte le cose sconce.

Mamma, lo sai che nell’atto di dolore c’è un errore?

Dove?

A un certo punto si dovrebbe dire: dai e invece si dice dei.

Fammi sentire.

Mi pento e mi tolgo dai miei peccati.

Rido. No, è giusto. E’ che si dice: mi pento e mi Dolgo dei miei peccati.

E che vuol dire dolgo?

Che mi dispiace.

Ma se mi dispiace mi Tolgo anche dai miei peccati. Se no non serve a niente. Ti trovi, mamma?

Il clone ha uno spirito pragmatico e un’impeccabile coerenza. Glielo scrivono anche nei giudizi di fine anno, insieme alla dignità, al senso di socialità e al rispetto delle norme.

Al suo amichetto del cuore che mostrava un atteggiamento un poco titubante, mesi fa ha detto: o sei innamorato di me o di Paola, di tutte e due è impossibile. Deciditi e fammi sapere, che non ho tempo da perdere.

La mamma del suo amichetto del cuore – che è una mia compagna di liceo – ne era sconvolta. Mi ha detto che il figlio non ha mangiato per un paio di giorni, tormentato dall’indecisione. Poi ha scelto. Il clone, ovviamente.

Hanno delle discussioni di una tale serietà e impegno da lasciarmi interdetta. Una capacità di parlare di sentimenti – anche dolorosi – da fare invidia.

E poi lui le scrive poesie d’amore commoventi, paragonando le esili braccine a bastoncini di zucchero e gli occhi a rilucenti smarties.

Comincio a pensare che oltre alla serietà, questi bambini ci diano punti anche sull’immaginario erotico.

Secondo me sono più fantasiosi di noi. Credetemi.

Causa latet, vis est notissima (Ovidio)

giugno 8, 2008

Miao.

Core de mamma

giugno 5, 2008

E’ che poi magari uno mi guarda dall’esterno, con un occhio disattento e superficiale, e pensa che io sia una mamma un poco snaturata. Ma non è vero. Non è vero.

O forse solo un poco, ma pochissimissimo. Impercettibilmente.

Sì, lo confesso, è capitato un paio di volte, lo scorso inverno, che svegliandomi alle sette di domenica mattina per portare la creatura a fare una gara a un bel tot di chilometri da qui, dopo essere rientrata in casa da nemmeno due ore – leggi milonghina del sabato – ecco, è capitato che io, ma non ero la sola, che si sappia, abbia desiderato che la creatura non si qualificasse per gare federali interregionali, né tantomeno per le nazionali, che c’è da andare a Catania poi a Fiuggi poi chissà dove.

Amoooore della mamma, sei stata bravissima, che peccato che non vi siete qualificate. Vedrai, la prossima volta ci riuscirete.

Amoooore della mamma, non importa che sei arrivata penultima al concorso ippico che ti ci ha iscritto tuo padre ma ha preteso che ti ci accompagnassi io alle otto della mattina del giorno dopo il mio compleanno che abbiamo dormito tre ore, abbiamo la casa sottosopra, avanzi di cibo dovunque e ci trasciniamo anche Mariangela che poverina ha commesso l’errore di dormire da noi ma l’anno prossimo ci pensa due volte.

Non è che sono snaturata, è solo che trovo che i saggi di fine anno – che siano essi recite, eventi sportivi, attività musicali o che vi pare – siano una forma di tortura che sfugge alle codifiche della Convenzione dell’Aja sui diritti umani.

Tra l’altro oggi ci ho incontrato un mio exexexexexexissimo fidanzato del liceo, padre di tre figlie femmine, esaltatissimo nel ruolo di genitore delle atlete e di colpo mi sono ricordata del perché lo avessi lasciato e di colpo, come si addice ai migliori insight, mi son detta che minimalista lo sono sempre stata. Ecco, minimalista, non snaturata.

Anche la creatura è minimalista.

Sei emozionata, amore?

Per niente, mamma.

Nemmeno un pochino pochino?

Ma mamma, dài. E’ un saggio, mica le Olimpiadi.

Ti trucco un poco gli occhietti?

Ma no, ho già gli occhi a mandorla.

Che carine, però. Tutte vestite da cinesine, con gli ombrellini, i ventaglini, gli abitini, i cosini nei capelli. Dopo due ore di musiche stile cin-cin tang-tang capisci anche perché ci avranno. E’ una questione di capacità di sopportazione. I saggi di fine anno li hanno inventati in Cina.

Al ritorno parliamo di cani, in auto.

Mamma, quelli che abbandonano i cani per strada sono dei vigliacchi.

Tesoro, se pensi che abbandonano i neonati nei cassonetti, come puoi stupirti per i cani?

Hai ragione. Come sono fortunata ad avere una mamma così.

(Rido). Lo dici perché non ti ho abbandonato in un cassonetto quando sei nata?

(Ride). Per questo, sì, e anche eccetera. Per esempio che non mi dimentichi in macchina e non mi uccidi senza un motivo.

Mi vuoi bene?

Moltissimo, mamma.

(Il titolo un'altra volta. Se mi viene in mente qualcosa. Sennò no)

giugno 3, 2008

E insomma ci sta poco da fare: sono nata per la televisione, è proprio il mestiere mio. Lo dico con contentezza, e soprattutto con un certo dispiacere che non ho voglia di spiegare.

No, non la soubrette. Per quello occorrono ben altre doti che non posseggo. Grosso modo le stesse che per diventare ministro e io non ambisco a tanto.

Parlo invece della produzione, dei tempi, della ricerca, dei backstage, della regia.

Che ti serve, dimmi a me: un elefante indiano in tre ore? Te lo trovo.

Una famiglia di umpalumpa? Te li trovo.

Una moglie? No, una moglie non te la posso trovare. Come? Una cosa così, per due o tre ore? Per sistemare una faccenda con l’assicurazione? Ma va’ a fa’ un bagno, va’.

Che non scherzavo l’altra volta, quando dicevo dell’agente Flounder e l’industria dolciaria.

Sì, sì, siamo penetrati in un laboratorio di pasticceria spettacolare, abbiamo sbafato questo e quello, ottenuto le ricette, cucinato davanti alla telecamera, andati in giro per mari e monti, limoneti, uliveti, barchette di pescatori. Insomma, ci siamo divertiti moltissimo. Ma non è il divertimento. E’ la bellezza del funzionamento dei meccanismi.

E’ forse che c’entra un architetto di nome Zumthor, di cui non so ancora nulla e di cui mi parlerà Hanging, di fronte alla quale annuirò. Una chiave. Lei ha la chiave. Sono in pochissimi ad averla, non faccio duplicati. Quelli che hanno la chiave poi, quando escono, chiudono anche la porta. La differenza basilare è qui.

L’ago della bilancia si è spostato ancora, non esattamente in modo impercettibile.

Mia madre – oddio, mia madre, quella stessa che ci ha rimpinzate di cibo, me, mia sorella, mia figlia, il cane, quella stessa contro la quale ho iniziato la mia guerra personale contro il cibo, il corpo, contro tutto, che ci son voluti anni per uscirne, abbandonare la trincea, tradire la resistenza, arrendermi con la bandiera bianca, riconoscere che essere donna vuol dire avere curve esterne e meandri interni e che essendo donna il sillogismo è inevitabile, insomma quella stessa donna lì, proprio lei – mi fa: e adesso? adesso vorrai mica diventare una balena?

E io ora dico: e se anche volessi? – ma è ovvio che non voglio – e se volessi offrire spazio alla balena che dorme dentro di me e di notte canta e di giorno si perde tra i flutti, a chi dovrei dar conto? A chi, fuori di me? A chi altri, ancora? Ma soprattutto: se volessi. Ed è una cosa che non vorrò mai, ci sono punti e piattaforme che sono di non ritorno. Per sempre. Isole di dignità che non si possono perdere mai più. Proprio io? Io quella che il corpo è sacro, è tempio, con tutto quel che ne consegue e che non sto qui a sviscerare per la duecentomilionesima volta.

Mio padre dice: lascia, lascia perdere, non rispondere.

Non rispondo. Volendo rispondere, urlerei.

Questo è un fatto.

L’altro fatto è che non riesco più a sopportare l’autolesionismo in chi amo. Non riesco più. Non riesco a sentirmene colpevole o maledettamente complice, non riesco a combatterlo, non riesco a praticare la tolleranza. Non riesco in niente. L’autolesionismo mi danneggia il sentimento, lo depaupera, lo scarnifica, lo uccide per sempre.

Mi procuro uno scafandro in cui impermeabilizzarmi e poi sentirmi in colpa – un poco però, solo un poco – per l’aver scelto di non sentirmi in colpa.

Non sopporto vedere quest’infliggersi inutilmente danno, al peggio il negarlo, il dire che no, non ci si sta facendo del male, quando tutto in realtà dimostra il contrario.

E poi mi chiedo: chi avrebbe potuto salvare me dal male che mi sono fatta, chi?

Credo nessuno. A voler essere onesti nessuno e niente ti salva dalle prigioni.

E’ solo che non riesco a stare a guardare senza provare dolore e rabbia. L’autolesionismo altrui è la trappola che ti tendono quando non hanno più niente da offrirti o quando pretendono senza dare.

Ho iniziato El mundo di Millàs, mi pare la cosa migliore che abbia finora letto di lui, forse per il fatto di essere così spudoratamente autobiografico, senza mediazione. Dice una cosa, all’inizio. Più o meno questo: compresi che la scrittura aveva molto in comune con il bisturi elettrico di mio padre, apriva ferite che cicatrizzava nello stesso momento. Intuii così perché ero uno scrittore.

(Dice anche: Si se ha tenido frío de niño, se tendrá frío el resto de la vida, e di questa frase fatene ciò che volete, io ho male a conservarla.)

Comunque sì, è questo. La scrittura è un lavoro sporco e manuale. Si deve essere pronti a farsi male e si deve acquisire la capacità di autocicatrizzarsi prontamente, senza sbavature di sangue da usare impropriamente nel mondo.  Mi sono chiesta se valga per la scrittura sui blog e non mi so rispondere.

Mi sono chiesta quanto di autolesionismo ci sia ancora in me e mi sono risposta poco. Pochissimo. Almeno spero.

Soprattutto mi sono chiesta di quanto autolesionismo negli altri io abbia ancora bisogno e ho gridato: nulla, no. Non lo voglio. Non mi serve più.

Basta tutti: tu, tu e tu. Divento cieca e sorda, basta. Non mi avrete, nessuno.

Stanotte pensavo a una storia da scrivere, una storia così macabra che mi ha fatto paura. Sempre, le mie pulsioni si trasformano in paesaggio interiore, in racconto. Nel bisturi che apre e cicatrizza nel medesimo istante.

Vorrei che mi si dicesse: sono felice di esserci, felice di averti accanto, felice che tu sia felice di avermi qui. Insensatamente e immotivatamente felice, come deve essere. Oppure infelice, e mi muovo in cerca di altro. Oppure chiedo aiuto, ma un aiuto vero, non la solita finta per giocare ancora una volta a nascondino. Se l’infelicità non ti rende proattiva a che cazzo ti serve? Me lo sai dire, tu?

Basta.

Mi sento motivatamente incattivita e con picchi di immotivata felicità. Di cosmica felicità, a prescindere da tutto, per il solo fatto di essere, di stare.

La sera parlo a lungo con Cristina, la più vecchia amica che abbiamo in famiglia. Sua figlia viene ricoverata di nuovo, dolori invalidanti senza motivo. Ormai non ha più il ciclo. E’ più giovane di me, più giovane di mia sorella. Una parola la salverebbe, una soltanto. Quella che tutti, lei per prima, si rifiutano di pronunciare.

A volte penso che le persone sono come quei cubi che si danno ai bambini piccoli, quelli in cui i lati hanno dei fori in cui infilare formine geometriche. Come fai ad infilare una stella in cubo, me lo dici? Me lo dici, tu?