(Il titolo un’altra volta. Se mi viene in mente qualcosa. Sennò no)

E insomma ci sta poco da fare: sono nata per la televisione, è proprio il mestiere mio. Lo dico con contentezza, e soprattutto con un certo dispiacere che non ho voglia di spiegare.

No, non la soubrette. Per quello occorrono ben altre doti che non posseggo. Grosso modo le stesse che per diventare ministro e io non ambisco a tanto.

Parlo invece della produzione, dei tempi, della ricerca, dei backstage, della regia.

Che ti serve, dimmi a me: un elefante indiano in tre ore? Te lo trovo.

Una famiglia di umpalumpa? Te li trovo.

Una moglie? No, una moglie non te la posso trovare. Come? Una cosa così, per due o tre ore? Per sistemare una faccenda con l’assicurazione? Ma va’ a fa’ un bagno, va’.

Che non scherzavo l’altra volta, quando dicevo dell’agente Flounder e l’industria dolciaria.

Sì, sì, siamo penetrati in un laboratorio di pasticceria spettacolare, abbiamo sbafato questo e quello, ottenuto le ricette, cucinato davanti alla telecamera, andati in giro per mari e monti, limoneti, uliveti, barchette di pescatori. Insomma, ci siamo divertiti moltissimo. Ma non è il divertimento. E’ la bellezza del funzionamento dei meccanismi.

E’ forse che c’entra un architetto di nome Zumthor, di cui non so ancora nulla e di cui mi parlerà Hanging, di fronte alla quale annuirò. Una chiave. Lei ha la chiave. Sono in pochissimi ad averla, non faccio duplicati. Quelli che hanno la chiave poi, quando escono, chiudono anche la porta. La differenza basilare è qui.

L’ago della bilancia si è spostato ancora, non esattamente in modo impercettibile.

Mia madre – oddio, mia madre, quella stessa che ci ha rimpinzate di cibo, me, mia sorella, mia figlia, il cane, quella stessa contro la quale ho iniziato la mia guerra personale contro il cibo, il corpo, contro tutto, che ci son voluti anni per uscirne, abbandonare la trincea, tradire la resistenza, arrendermi con la bandiera bianca, riconoscere che essere donna vuol dire avere curve esterne e meandri interni e che essendo donna il sillogismo è inevitabile, insomma quella stessa donna lì, proprio lei – mi fa: e adesso? adesso vorrai mica diventare una balena?

E io ora dico: e se anche volessi? – ma è ovvio che non voglio – e se volessi offrire spazio alla balena che dorme dentro di me e di notte canta e di giorno si perde tra i flutti, a chi dovrei dar conto? A chi, fuori di me? A chi altri, ancora? Ma soprattutto: se volessi. Ed è una cosa che non vorrò mai, ci sono punti e piattaforme che sono di non ritorno. Per sempre. Isole di dignità che non si possono perdere mai più. Proprio io? Io quella che il corpo è sacro, è tempio, con tutto quel che ne consegue e che non sto qui a sviscerare per la duecentomilionesima volta.

Mio padre dice: lascia, lascia perdere, non rispondere.

Non rispondo. Volendo rispondere, urlerei.

Questo è un fatto.

L’altro fatto è che non riesco più a sopportare l’autolesionismo in chi amo. Non riesco più. Non riesco a sentirmene colpevole o maledettamente complice, non riesco a combatterlo, non riesco a praticare la tolleranza. Non riesco in niente. L’autolesionismo mi danneggia il sentimento, lo depaupera, lo scarnifica, lo uccide per sempre.

Mi procuro uno scafandro in cui impermeabilizzarmi e poi sentirmi in colpa – un poco però, solo un poco – per l’aver scelto di non sentirmi in colpa.

Non sopporto vedere quest’infliggersi inutilmente danno, al peggio il negarlo, il dire che no, non ci si sta facendo del male, quando tutto in realtà dimostra il contrario.

E poi mi chiedo: chi avrebbe potuto salvare me dal male che mi sono fatta, chi?

Credo nessuno. A voler essere onesti nessuno e niente ti salva dalle prigioni.

E’ solo che non riesco a stare a guardare senza provare dolore e rabbia. L’autolesionismo altrui è la trappola che ti tendono quando non hanno più niente da offrirti o quando pretendono senza dare.

Ho iniziato El mundo di Millàs, mi pare la cosa migliore che abbia finora letto di lui, forse per il fatto di essere così spudoratamente autobiografico, senza mediazione. Dice una cosa, all’inizio. Più o meno questo: compresi che la scrittura aveva molto in comune con il bisturi elettrico di mio padre, apriva ferite che cicatrizzava nello stesso momento. Intuii così perché ero uno scrittore.

(Dice anche: Si se ha tenido frío de niño, se tendrá frío el resto de la vida, e di questa frase fatene ciò che volete, io ho male a conservarla.)

Comunque sì, è questo. La scrittura è un lavoro sporco e manuale. Si deve essere pronti a farsi male e si deve acquisire la capacità di autocicatrizzarsi prontamente, senza sbavature di sangue da usare impropriamente nel mondo.  Mi sono chiesta se valga per la scrittura sui blog e non mi so rispondere.

Mi sono chiesta quanto di autolesionismo ci sia ancora in me e mi sono risposta poco. Pochissimo. Almeno spero.

Soprattutto mi sono chiesta di quanto autolesionismo negli altri io abbia ancora bisogno e ho gridato: nulla, no. Non lo voglio. Non mi serve più.

Basta tutti: tu, tu e tu. Divento cieca e sorda, basta. Non mi avrete, nessuno.

Stanotte pensavo a una storia da scrivere, una storia così macabra che mi ha fatto paura. Sempre, le mie pulsioni si trasformano in paesaggio interiore, in racconto. Nel bisturi che apre e cicatrizza nel medesimo istante.

Vorrei che mi si dicesse: sono felice di esserci, felice di averti accanto, felice che tu sia felice di avermi qui. Insensatamente e immotivatamente felice, come deve essere. Oppure infelice, e mi muovo in cerca di altro. Oppure chiedo aiuto, ma un aiuto vero, non la solita finta per giocare ancora una volta a nascondino. Se l’infelicità non ti rende proattiva a che cazzo ti serve? Me lo sai dire, tu?

Basta.

Mi sento motivatamente incattivita e con picchi di immotivata felicità. Di cosmica felicità, a prescindere da tutto, per il solo fatto di essere, di stare.

La sera parlo a lungo con Cristina, la più vecchia amica che abbiamo in famiglia. Sua figlia viene ricoverata di nuovo, dolori invalidanti senza motivo. Ormai non ha più il ciclo. E’ più giovane di me, più giovane di mia sorella. Una parola la salverebbe, una soltanto. Quella che tutti, lei per prima, si rifiutano di pronunciare.

A volte penso che le persone sono come quei cubi che si danno ai bambini piccoli, quelli in cui i lati hanno dei fori in cui infilare formine geometriche. Come fai ad infilare una stella in cubo, me lo dici? Me lo dici, tu?

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37 Risposte to “(Il titolo un’altra volta. Se mi viene in mente qualcosa. Sennò no)”

  1. batgirl Says:

    Mi riconosco in molti punti di questo post. Mi sono permessa di citarne un passaggio.

  2. manginobrioches Says:

    Non so, dev’essere la parola “autolesionismo” che m’ha attirata come un’ape sul polline avvelenato. Ecco, una questione di pollini e di veleno: siamo cresciuti a pollini nutrienti e veleni anche loro nutrienti, nel loro modo perverso.
    Non conosco nessun amore che non sia, a un certo punto (ma anche prima, o dopo di quel certo punto, o anche durante), un pungiglione velenoso al quale non si può rinunciare, come alla dose di miele (e questo miele e queste api mi ronzano in testa dopo aver letto un post di aitan sulla monnezza e la caduta degli dèe, che non so come ma oscuramente c’entrano).

    A volte penso che l’amore sia accettare che non hai stelle da infilare nel cubo, o non hai cubi da metterci le stelle. O anche che non puoi farlo e basta. E’ che non puoi infilare i tuoi desideri nella forma di un altro (e mi rendo conto che è una metafora a rischio, questa), ma ci provi per tutta la vita.

    Insomma, non lo so. Però è bello leggere quello che hai scritto: apre e cauterizza, e dopo è tutto come prima, eccetto la cicatrice, che a guardarla bene è un segno, come una parola.

  3. essenziale Says:
  4. Flounder Says:

    ovverossia?
    la Felicità non ha la chiave?
    e nemmeno un piede di porco?

    (non si fanno di queste cose in un martedì che ha la consistenza terrosa del lunedì. 😀 )

  5. elsecretario71 Says:

    E’ facile: spezzi le punte…

  6. Flounder Says:

    secret, e tu ti credi che hai scritto una stronzata, ti credi?
    è proprio così che fanno. è così che si fa, per lo più.
    ma tu lo sai, che te lo dico a ffa’.
    mi fai perdere tempo inutilmente 😀

    batgirl, cita tutto quello che vuoi tu.
    [e dopo la falanghina, passa alla coda di volpe :-)]

    brioscia, ma che ci avrà ‘sta parola dentro? che ci avrà?
    e perché a scuola non insegnano l’amor proprio, perché non tengono corsi di autostima fin dalla materna?
    (diciamo tutta la verità: che ci può fare mai a noi, la diossina con tutti i veleni che ci hanno passato nel latte, nella pasta e fagioli, nella crostata di compleanno?)
    la settimana scorsa dicevo all’amico mio storico: giuse’, l’amore è che uno vuole essere il tamagochi di qualcun altro e quando non ci riesce dice che è colpa di quell’altro che non sa giocare.

  7. riccionascosto Says:

    …oppure la infili in un cubo più grosso, così le punte ci stanno e non le devi spezzare.
    (mi veniva in mente una stella marina, la fai avvolgere intorno a un uovo e poi la infili; ma deve essere viva, per poterlo fare).

    No, è che ci voglio vedere il bianco, nelle cose (e pure l’azzurro – pardon, meglio il blu – e il verde, e un poco di rosso; che di cose nere ce ne sono anche troppe).

  8. elsecretario71 Says:

    no no, lo sapevo che non era una stronzata, l’ho scritta scientemente…a parità di cubo !
    Se puoi aprire un pò il cubo, invece, le cose cambiano…ma la possibilità di variare le dimensioni del cubo mica è da tutti, avercela è un gran cubo !

  9. hobbs Says:

    io volevo essere il tamagochi di qualcun altro. E’ che poi si scordava di darmi da mangiare, e allora me lo davo da solo. perchè mi pare che non è mai il giocattolo a scegliersi il padrone. credo.

    è in un altra vita che sono stato un uomo, in questa sono un cetaceo.

  10. didolasplendida Says:

  11. anonimo Says:

    sull’altro post Keywords ha aperto un dibattito che si faceva interssante, la tua risposta è come spesso capita quello che penso ma con parole più chiare, insomma è la cosa della diegesis, la parola “forte” è diegetica, appartiene al mondo del personaggio, la parola neutra allegorica descrittiva anagogica metaforica è extradiegetica, come la voce off nel cinema.
    Ma quando vuoi infilare qualcosa nel cubo, il mio amico Nicola comincia a ridere come un cretino.

  12. aitan Says:

    io poi proprio per questo combino sempre un sacco di guai coi sentimenti miei e altrui, perché mi credo sempre che il cubo si può allargare un poco qua e un poco là per ospitare la stella danzante e che la stella quando vuole si rannicchia tutta quanta per entrare nel cubo, e poi quando sta dentro s’allarga come un purpo e si prende tutto lo spazio che puote con rispetto parlando del cubo e della stella danzante; anche perché lo diceva pure quello la che si deve avere il caos dentro per partorire una stella danzante o per poterla ospitare come si deve e non farla scappare né desiderare che essa stessa scappi e se ne vada un po’ a ballare da un’altra parte; ma forse sto solo un po’ confuso perché dopo il film (che secondo me il Divo è un gran bel film) ho fatto troppe chiacchiere co’ alfar o mi è andata in testa una giornata ultrapiena di cose varie e monnezze per la via e nei meandri della coscienza campana, pe’ cui qua mi fermo per non usurpare oltremodo gli spazi non stecheometrici ma igualmente lineari di questa finestrella parallelogrammatica

  13. FiocoTram Says:

    >Che ti serve, dimmi a me: un elefante indiano in tre ore? Te lo trovo.

    Ok.
    Tre ore a partire da quando leggerai questa replica.

    >Una famiglia di umpalumpa? Te li >trovo.

    No, ‘spetta, ‘spetta. Meglio questi.

  14. FiocoTram Says:

    >Io quella che il corpo è sacro, è tempio

    Io ad esempio sono ateo, però questo non significa nemmeno che sono un fanatico iconoclasta.

    >che secondo me il Divo è un gran bel film)

    >Mi sono chiesta se valga per la scrittura sui blog e non mi so rispondere.

    Se è scrittura come piace a me, ossia misto contorto tra bisogno interiore e messaggi affidati alla bottiglia nell’oceano, sì.
    Anche qui è questione di pratica nell’autocicatrizzazione. C’era uno che conoscevo ( in un romanzo ) che le prime volte si spaventava per il sangue e doveva chiamare al telefono qualcuno.

    >Come fai ad infilare una stella in cubo, me lo dici? Me lo dici, tu?

    Ma perché inserire la stella dentro qualcosa?
    Non potrebbe stare così com’è?
    In quel modo hai due giocattoli, non uno.
    Una stella che va dove vuole, e un cubo pieno di fori dalle tante forme.
    La stella si avvicina e fa: ” ma quanti buchi, tutti diversi che hai?”
    E il cubo dice : ” Eh, fatti i fatti tuoi, che sei stella volante, stella vagante, e non hai la concreta stabilità di noi rispettabili solidi platonici! ”
    E alla fine parlano e ridono insieme, e giocando passa il pomeriggio.
    E magari pure la nuttata.

    Eccome, e pure di più!

  15. FiocoTram Says:

    Piccola spiegazione per rendere comprensibile il post precedente: c’è stato un refuso, volevo scrivere quotando:

    >che secondo me il Divo è un gran bel film)
    Eccome, e pure di più!

    Ma per un disguido è finito tutto sparpagliato.
    Visto che succede a non abituarsi a infilare le formine nei fori, fin da bambini?

  16. elsecretario71 Says:

    Ma poi, fuor d’immagine e di metafora, ma quant’è granitico stò concetto di male e di bene con tutti i suoi derivati (tipo l’idea di danno) ? E quali saranno mai ‘ste dimostrazioni del contrario, sottintese e sepolte nel senso comune ?
    L’autolesionismo altrui può pure non coinvolgerti per niente, nonostante l’amore.
    Ché, come dice il poeta, due non è il doppio, ma il contrario di uno.
    Sono fatti di chi si autolesiona…certo, purché non scassi la minchia…ma nell’auspicabile caso contrario, la tua ( ‘tu’ generico) insofferenza di rimando resta un puro pregiudizio estetico. Nel senso dell’aisthesis che ne ricavi.
    E poi che è ‘sto fatto tutto deve servire a qualche cosa ? che è sta fissazione dell’immediata utilizzabilità ? Sta logica del profitto… l’infelicità è come una settimana di pioggia in primavera: fa male all’uva e bene alla peronospora…è tutto un fatto di punti di vista !
    Come diceva l’amico mio quando gli chiedevo:
    – ma tu sei felice ?
    – solo se mi distraggo !

  17. elsecretario71 Says:

    …ummadò, ma che ho scritto ? Ma si capisce ? boh

  18. pispa Says:

    tu, tu e tu, hai ragione.

  19. Flounder Says:

    uh mammamia, e che vi siete fidati di scrivere.
    mo’ vi leggo, eh.
    fra poco.

    ma non tenete niente che fa’? 😀

  20. Flounder Says:

    fondamentalmente vorrei dire che state un poco esagerando.
    anagogico
    diegetico
    stecheometrico
    parallelogrammatico
    aisthesis
    peronospera.

    [ah no, peronospera la so. è quella delle patate.]

    ma andatela a piglia’ un po’ nel cubo! 😀

    (poi torno, seria. serissima. cioè un poco. quel tanto che basta. )

  21. Flounder Says:

    e allora a me quello che un poco non mi piace di questi blog – e che però è il prezzo da pagare – è che uno scrive un fatto così come lo tiene in quel momento che gli girano un poco le balle e poi deve spiegare questo e quello ai suoi affamati ed esegetici commentatori.

    mo’ a grandi linee e fuori da qualunque esigenza estetica e diegetica, il fatto è che chi si autolesiona scassa sempre pure un poco la minchia.
    diciamo che nella maggioranza dei casi lo fa apposta.
    nei residui casi in cui uno si autolesiona tutto solo, in grazzieddio e senza da’ fastidio a nessuno (e che comunque io non ci credo, l’esibizionismo è intimamente connaturato all’autolesionismo), ci sta sempre quel poco di affetto maternopaternofilialefraternoamicaleamoroso che ti fa intervenire anche quando non ti è richiesto a dire a qualcun altro che la deve smettere, per il suo bene. che invece molto spesso è il tuo bene, un bisogno di controllo e di sicurezza.

    ma soprattutto nell’ottica di non modificare nulla, giacché l’autolesionismo è uno dei tanti copioni che si giocano nei rapporti strutturati e non voglia mai iddio che uno all’improvviso decida di cambiare la parte e lascia tutta la compagnia teatrale nel panico, aperta all’improvvisazione e ad improvvisi cambi di finale. non sia mai.

    voi poi lo sapete che io ho una passione per Berne e la teoria dei giochi relazionali, per cui osservando dall’esterno mi rendo conto che dopo tutta una vita in cui quando mi offrono un dolce io rifiuto e dico: no, non mi piace – e mi devo sentire a mamma’ che dice: e mangiatelo, jà, che stai secca secca e io rispondo: ma non è perché ingrasso, è che non mi piace il sapore dolce e lei fa: no, no, a te ti piace, è solo che tieni questa malattia mentale della dieta, e io dico: ma qua’ dieta, e se facevo la dieta bevevo così e mi facevo di maionese e panna di questa maniera? preferisco il salato, e si va avanti per ore a cercare di convincermi che sono anoressica nonostante siamo al ristorante dove ho mangiato antipasto due primi secondo e contorno e il punto dolente resta il dolce – insomma, il giorno in cui io rompo il copione ed entro volontariamente in pasticceria per comprarmi una cosa, l’ordine è totalmente destabilizzato.
    dire: uh, ti stanno cominciando a piacere i dolci!, sarebbe facile, ma non è appagante. interrompe il gioco.
    un’altra possibilità potrebbe essere: hai visto, hai visto? te l’avevo detto che ti piacevano e che fingevi, per non ingrassare? ma si tratterebbe di un cambio di gioco, che richiede un poco di tempo per strutturarne le regole.
    l’alternativa per proseguire il dialogo – che è sempre un finto dialogo – è ribaltare il copione mantenendo lo stesso ruolo: dal gioco dell’anoressica si passa al gioco della bulimica. i vaffanculo restano sempre gli stessi, la falsa preoccupazione per il tuo bene correttamente esternata, la distanza di sicurezza assicurata.

    l’amica di famiglia e la figlia giocano a un gioco simile, che non riguarda il cibo ma l’identità di genere. il groviglio è lo stesso, la dinamica pure.

    e qui, giunti a questo punto, l’insofferenza di rimando non è più una questione di estetica o di trascinamento del trauma infantile fuori dai tempi massimi consentiti, ma è invece la domanda sincera se sia possibile – con gli esseri umani, con gli esseri umani che vorremmo amare, che amiamo, dai quali siamo amati o vorremmo esserlo, o lo siamo stati, giovani, vecchi e piccirilli, estranei e consanguinei – relazionarsi duraturamente senza incorrere in queste torture. se sia possibile evitare di costruire un copione immodificabile e come fare.

    tu, tu e tu : dicite ‘a verità.
    [e non mentite, se no poi mi suicido. ma non prima di avervi scritto una lettera per regalarvi un senso di colpa a vita e aver telefonato a quelle due/trecento persone che mi devono venire a salvare sul più bello, che se non fosse per loro voi, voi, voi invece mi fareste morire, dopo tutto quello che ho fatto per il vostro bene. :-D]

  22. filang Says:

    io poi mi pare che tutte queste belle cose che dici nel commento-post-illa le avevo capite già leggendo il post, ma forse mi confondo.
    (su stechiometrica non ti sbattere è una parola sbagliata messa lì apposta per non smentire la pedanteria che riconosciamo al personaggio aitan (che firma questo commento anche se momentaneamente è loggato strano))

  23. Flounder Says:

    aita’, e certo che le avevi capite.
    questa mo’ era la post-illa didascalica pe’ fa’ ‘nu poco ‘e show.

    resta inteso che se mi chiedete pareri e consigli su fatti che non mi competono vi schiatto tutto l’autolesionismo 😀

  24. FiocoTram Says:

    e allora a me quello che un poco non mi piace di questi blog – e che però è il prezzo da pagare – è che uno scrive un fatto così come lo tiene in quel momento che gli girano un poco le balle e poi deve spiegare questo e quello ai suoi affamati ed esegetici commentatori.

    >Io di solito aggiro il problema… >mi piace confonderli ancora di >più. In tempi di parcheggi >introvabili, ingorghi incredibili e >targhe alterne, un po’ di >confusione non fa male a
    >nessuno! La riflessione fa passare >il tempo!

    mo’ a grandi linee e fuori da qualunque esigenza estetica e diegetica, il fatto è che chi si autolesiona scassa sempre pure un poco la minchia.

    >E’ vero!
    >Ma in fin dei conti è molto più >diretto, esplicito. E’ meglio della scenetta:
    >” Ah, ciao… ti chiamo per… ti >disturbo?
    >” Beh… uh… no, a dire la verità >stavo cucinand… ma non mi >disturbi, dai, che c’è ? ”
    >” Oh meno male, senti ti volevo >raccontare di ieri che io ero lì e >poi bla bla bla bla bla bla…”
    >Ho detto che è meglio, >registicamente parlando, mica che >produce le conseguenze migliori!
    >Di certo, tra uno che mi scassa la >minchia piangendomi davanti per >un pomeriggio intero e poi >facendosi di peso portare nel >luogo dove non vuole andare per >paura ( ogni riferimento a fatti a >me accaduti è puramente >testuale^^) e uno che invece di >scassarmi la minchia passa a >misure più drastiche preferisco il >primo caso, come del resto dici >pure tu. Poi, certe cose trovano >sempre il modo di compensarsi a >vicenda
    >Alla fine decidi di stare con gli >altri, perché non vuoi stare solo >anche tu. Fa parte del prezzo. E >sono energie che si compensano a >vicenda.

    e qui, giunti a questo punto, l’insofferenza di rimando non è più una questione di estetica o di trascinamento del trauma infantile fuori dai tempi massimi consentiti, ma è invece la domanda sincera se sia possibile – con gli esseri umani, con gli esseri umani che vorremmo amare, che amiamo, dai quali siamo amati o vorremmo esserlo, o lo siamo stati, giovani, vecchi e piccirilli, estranei e consanguinei – relazionarsi duraturamente senza incorrere in queste torture. se sia possibile evitare di costruire un copione immodificabile e come fare.

    >Boh… mi viene in mente soltanto >che la formalità è una compagnia >indispensabile ai rapporti di >lontananza. Anche quella che citi >può essere considerata una forma >di affetto formale. La formalità si >vince con la vicinanza.
    >Ossia, stai il più vicino possibile a >una persona che ci tieni ad amare. >Vivi il più sinceramente possibile, >davanti a lei, discipline personali >e lati spinosi del carattere >compresi. Vi scontrerete giorno >per giorno, litigio dopo litigio, >finché prima o poi firmerete un >qualche armistizio, un qualche >compromesso che farà da >apripista, forse, a un modo più >equilibrato di vivere il vostro >affetto reciproco.

    >Certo che sono proprio una bestia >sanguinaria.

  25. Flounder Says:

    ma queste cose, queste parentesi con le punte, queste qua >, ma che male ho fatto per doverle sopportare?

  26. FiocoTram Says:

    A volte ci facciamo male a vicenda, tentando erroneamente di fare del bene, come ad esempio rendere graficamente più semplice l’idea del botta e risposta tramite simboli di interpunzione.
    E tutti siamo vittime dei beffardi giochi di un dio più grande. La lentezza del Grande Motore di Splinder.

  27. Flounder Says:

    fiochi’, troviamo un compromesso 😀

  28. FiocoTram Says:

    Sì, lo voglio!
    Anche a costo di compro-metterci!

  29. Flounder Says:

    non esageriamo, giovanotto.

  30. Su Says:

    Un umpalumpa, sì grazie!

    Lo sapevo che c’era qualcosa che mi serviva…
    Disponibilità immediata, anche a noleggio per una decina di giorni. Cosa fatta?

    Ci sono tante cose in questo post… ma per un commento approfondito devo attendere la consegna degli umpalumpa, che nel frattempo facciano altro al posto mio.

    Nell’attesa ti lascio intanto una vignetta che non c’entra tanto, forse, ma che le tue parole finali mi hanno fatto tornare in mente:

    io la trovo geniale. è di silvia ziche, tratta da un libretto esilarante e acuto: “due” ( di picche).

    ciao 🙂

  31. Flounder Says:

    su, ma pensaci bene.
    io se alzandomi di notte per andare a bere incontrassi in casa mia un umpalumpa morirei di infarto.

    la vignetta è bellissimissima.
    (secondo me sui buchi e le formine si potrebbe trovare un accordo. ci deve essere una soluzione tipo pensiero laterale 😀 )

  32. riccionascosto Says:

    see, brave voi due con gli umpalumpa notturni (in effetti, farebbero un po’ impressione anche a me).
    E intanto, chi me la toglie dalla testa questa?

  33. Flounder Says:

    ricciooooo, io mi ci sono ingrippata ieri sera, pure coi video.

    (hobbs, mio cetaceo preferito, io vorrei che tu mi scrivessi questa storia qui, quella del giocattolo che voleva scegliersi il padrone. a mo’ di fiaba da leggere prima di dormire. io nel frattempo sto di là, con Biancaneve, che non trova pace)

  34. sabrinamanca Says:

    valanga, uragano, tifone, tempesta, slavina, tsunami (tanto per essere alla moda), “ma che te sei magnata”? (tanto per fare la burina), fatto sta che questo calderone pieno di bolle sbottanti altrettante idee mi fa venire una voglia matta anche me: di che? mangiare, dimagrire, leggere, scrivere, riscaldarmi un po’, procurarmi un elefante in salsa rosa per la lezione di cucina minimalista.
    Ho dimenticato qualcosa? Ah, si, anche mio padre diceva sempre “lasciala perdere tua madre, lo sai come è fatta”…

  35. Flounder Says:

    sì, hai dimenticato di dirci come stai, come sta la bimbina e tutto.
    (che mi eri venuta in mente proprio ieri sera parlando di un’altra bloggheressa neomamma. a me le coincidenze così mi piacciono troppo)

  36. Su Says:

    flo’, ci hai ragione.
    ma mi serve.
    anzi una squadra intera.
    che lavori al posto mio.
    che vada in gita in val d’aosta con 20 undicenni al posto mio.
    che magari scriva il blog, e risponda alle mail, e mi aggiorni anobii e tutte le altre cose che non riesco a seguire.
    ne ho bisogno urgente.
    sono anche disposta a sopportare i loro terribili balletti.

    (tutto quel fumetto sulla coppia lo consiglio. Alle donne che riescono ancora a riderne :-))

  37. harveyz Says:

    flou, ma mi spieghi cos’è l’umpadumpa?

    e hai posta in pvt.

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