A veces sabe que tiene frìo, que sufre, que le pegan.(…) A veces es ternura, una sùbita y necesaria ternura (…).

Che poi siete grandi e grossi e dunque gli approfondimenti ve li fate da soli, magari leggendo qua, dove ve lo spiegano senz’altro con più compiutezza.

Io invece non so nemmeno come ci sono arrivata, come ci sono scivolata in questo kairos qua.

Dieci giorni fa ho pensato che fosse stato il morso della taranta. Venivo da un piccolo seminario di pizzica, nel corso del quale avevo compreso con sufficiente certezza di non essere tagliata per questo ballo, che mi provoca un dolore immediato al ginocchio destro il quale si ripercuote in modo compensativo sull’anca sinistra, ma di essere terribilmente attratta, per contro, dal fenomeno del tarantismo. E tuttavia i sintomi non erano esattamente quelli. Era invece come un sentimento contemporaneo di dentro e fuori, di stare in piedi in perfetto equilibrio sul bordo tra il tempo esterno e quello interno, che mentre fuori tutto si muove e corre, una forza opposta ti tiene ferma e tu stai.

E mentre stai, sei.

Ma di questo ne parleremo un altro giorno, un’altra volta, dopo che la tremenda pila di libri da iniziare e terminare si abbasserà, e in essa la Morte della Pizia, lo Straniero interno, La Terra del Rimorso e Millàs – soprattutto Millàs – mi daranno senso e conforto. E qui mi verrà incontro il dio delle ferrovie dello stato, lo so, e il rollìo del vagone. E il dio della spiaggia e tutto il pantheon delle divinità estive. Speriamo.

Millàs, ecco.

Che se non esistesse come scrittore, bisognerebbe inventarlo come amico.

Che mi ha fatto compagnia in questi giorni raccontandomi della Calle, quella che osservava da bambino dietro la grata dello scantinato del suo amichetto Vitaminas. La Calle che sarebbe diventata il Mondo – la Calle che è la Cosa – questo mondo in cui attraverso piccolissime porticine si può passare da un lato all’altro della realtà, senza che nessuno dei due lati sia sogno, ma semplicemente percezione diversa e dove si comprende che nulla trama contro di te, nemmeno la morte. E che la morte è solo un desplazamiento, un movimento all’interno della vita stessa.

Questo è stato il pensiero di lunedì passato, quello che mi serviva nella sala d’attesa di ospedale per poter sorridere.

Ma già lì il tempo aveva cominciato a rallentare, a fermarsi.

Poi.

Poi è iniziato il male. Malissimo. Nessuna metafora, proprio un male fisico.

Saranno le aringhe, mi sono detta. Che nemmeno ero atterrata e già mi ci ero fiondata su. Con la panna acida e quintali di cipolla cruda.

E’ che questo paese, questa città, mi danno un malessere. Anche l’altra volta è stato così, ho dato la colpa alle aringhe, anche mio padre me lo ha ricordato al telefono. Quell’altra volta ero svenuta e subito prima, in un bagno di sudore ripetevo: mi sento male, ho perso il cuore, non sento più il battito, non ce l’ho più.

E’ che ancora ci ho dovuto fare pace, con questa cosa, e chiedere all’ingegnere di accompagnarmi ai blocchi di granito, a leggere uno per uno i nomi, a camminare in questo ghetto in cui non resta nulla ma sai che sotto ognuno di quei tumuletti ricoperti di erba secca, in mezzo ai casermoni, ce ne sono trecento, quattrocento e i bambini ci giocano a palla.

Questa volta mi era venuta in mente Alina Reyes, ci ho pensato per tutto il tempo. Di notte, tra un conato e l’altro, sono scesa nella hall dell’albergo, alla postazione internet, per cercare il racconto e scoprire durante la ricerca l’esistenza di un legame tra Varsavia e Cortàzar e che nulla, davvero mai nulla è casuale e che tutto, anche un ricordo, anche un’ispirazione, hanno il loro posto preciso e inequivocabile. Senza Cortàzar Millàs non sarebbe mai esistito, lo sa benissimo anche lui. E così in piena notte stavamo tutti seduti al centro del letto: io, Cortàzar, Millàs, Alina, l’altra metà di Alina, il Vitaminas e ci guardavamo per capire chi dovesse fare la prima mossa, e iniziare un dialogo sensato.

Con buona pace delle aringhe ho annunciato allora che l’altra possibilità è che fossi in preda a un mal d’amore.

Ma non uno di quelli che procedono per sottrazione.

No, no, proprio tutt’altro, il suo contrario.

Un mal d’amore apparentabile a uno shock termico, a un’indigestione, a una bevuta troppo veloce d’acqua fredda, a una cosa alla quale non sei abituata e che ti prende un sacco di spazio intorno al plesso solare, a una tintura per capelli che sul foglietto di istruzioni c’è scritto provala prima nell’incavo del gomito o dietro l’orecchio e poi – se non accade nulla di grave in ventiquattr’ore – procedi. E invece tu non aspetti e procedi, e peggio per te. Oppure meglio. Perché era proprio il colore tuo. Però poi passi davanti allo specchio, ti guardi e sobbalzi. Ché quella sei sempre tu, ma col colore nuovo tocca abituarcisi.

Un mal d’amore da improvvisa accumulazione, senza verifica di messa a terra e rischio.

E poi al centro del letto, a tutta la mia platea letteraria, ho annunciato di avere pure un dolore, come uno strappo nella pancia e una lancia nel cuore. Che mi sentivo orfana di figlia, orfana di padre, orfana di passati morti e che tutti questi orfanaggi reali, presenti, ipotetici, metaforici e futuri li volevo chiamare tutti per nome, uno a uno, una buona volta per tutte. Che poi il nome in fondo è solo uno, ma avevo voglia di dirlo, declinarlo, piangerlo e vomitarlo.

E l’ho detto, finalmente. Detto, declinato, pianto e vomitato.

Ma passando a cose più allegre.

A un certo momento ho indossato la scarpetta e sono andata in una milonga in mezzo a un bosco, una cosa un poco nascosta che se non te lo spiegavano non l’avresti mai trovata.  Non ho avuto il tempo di entrare che già stavo ballando con Igor, Mateo, Wincenty e non so chi altro.

Una cosa bella, ma così bella che non si può immaginare, in un posto che era del tutto fuori dal mondo e dal tempo. Dove non si servono alcolici e tutto restava meravigliosamente sobrio. Un posto di inchini e baciamano e Mateo che mi ha chiesto: sei venuta per restare per sempre? E io ho risposto no, parto domani. Anche se in quel momento esatto sapevo che invece stavo, a prescindere dall’andare e venire. E quindi era anche un po’ per sempre. Ma era troppo complicato da spiegare. E poi su Francisco Canaro non si parla.

E poi sono andata a visitare dei centri commerciali, che al confronto i nostri fanno tanto paese sovietico degli anni ottanta e ho pensato che schifo la globalizzazione, ma poiché ero nell’esercizio delle mie funzioni non lo potevo dire. E poi c’erano gli orsi, tantissimi. Centinaia. E poi il vecchio quartiere Praga, e gli artisti finalmente liberi. O diversamente prigionieri, mettiamola così.

Poi sono partita e arrivata in un posto che aveva la forma mia, come un calco. Preciso preciso.

E mi è venuta in mente una storia che avevo scritto un sacco di tempo fa, questa, che mi aveva divertito moltissimo.

E mi sono venute in mente moltissime cose. Iridescenti e in movimento come le perline di un caleidoscopio. Mentre il tempo, lui, continuava a star fermo, fermissimo.

Eonico.

Il tempo fermo e io seduta in mezzo.

E mentre disfo la valigia penso che tra meno di una settimana forse riparto. E che stavolta mentalmente mi farà compagnia Safran Foer e che passeggerò con Brod. E che sono anche un po’ Brod. E che mi piacerebbe imparare l’yiddish. E che forse mi verrà di nuovo mal di stomaco. E che ho la testa piena di musica e sono catastroficamente felice. E che dopo che per tutto l’inverno mia figlia mi ha cantato quella canzone di Jovanotti, con gli occhi lucidi e mamma senti quant’è bello quando dice così e così, e te la dedico mamma, adesso la canto pure io. E che.

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21 Risposte to “A veces sabe que tiene frìo, que sufre, que le pegan.(…) A veces es ternura, una sùbita y necesaria ternura (…).”

  1. ilcavaliere Says:

    Bon voyage madame,
    vorrei consigliarti il normix, è fatto apposta per questi malori da viaggio:)
    Vorrei poter leggere tutti questi autori pieni di consonanti mi sembra che tu li sappia scegliere con un senso che supera e ottimizza la paura, a cui non sono estraneo, di perdere l’occasione di leggere il libro giusto, leggendone di sbagliati:)
    Non so come scegli gli uomini, ma ricordati che quelli li puoi scegliere, per cui scarta tutti quelli che non sanno tacere. 🙂

  2. Flounder Says:

    cavalie’, a me mo’ il personaggio virtuale mi farebbe rispondere: ma addo’, addo’ stanno cchiù l’uòmmene?

    però stasera non tengo genio di far parlare il personaggio.
    stasera sto troppo applicata appresso a una canzone che non conoscevo e che oltre a commuovermi assai, è una vera e propria griglia di selezione del personale 😀

    (questo qua, voglio solo questo qua della canzone. o questo o niente)

  3. aitan Says:

    (è bellissima quella canzone, di quelle che vorresti aver sentito e scritto tu)

  4. essenziale Says:

    un mio vecchio amico direbbe: me lasciat carico ‘e meraviglia!
    Un racconto di viaggio bellissimo, intenso, e quanta istruzione classica trasuda da quel tempo non frazionabile… soppa se sei acculturata!
    E poi quel pezzo a me sconosciuto (come spesso accade sono d’accordo con Aitan).
    Dovrò cercare subito gli accordi perché è da cantare assolutamente, specialmente quella strofa che dice:
    Impresentabile ai tuoi genitori
    Così coerente anche negli errori
    Proprio a te che fino all’altroieri
    Ti controllavi anche nei desideri

  5. Flounder Says:

    essen, io e acculturata siamo due parole incompatibili.
    sono solo curiosa e so cercare le cose: pochissime le faccio mie, la maggior parte me le dimentico subito.

    perbacco, nessuno la conosceva questa canzone?
    meno male, va.
    mi sento meno sola.
    (a me mi piacciono tutte, le strofe, mi trovo che piango e non so nemmeno come)

  6. riccionascosto Says:

    E che bello leggerti così, Flo’.
    Che certi dolori – certi mal di pancia – a volte sono meglio delle gioie.
    E che. 🙂

  7. Flounder Says:

    pensavo in termini di bilancio, alle soglie dell’estate, che è stato un semestre durissimo, difficile e doloroso.
    e che tuttavia posso contare sulle dita di una sola mano quei giorni in cui io non sia stata immotivatamente felice, a prescindere dal contorno.

    quella felicità propria dell’esserci e di sapere che nessuna alternativa era possibile e che ogni azione era quella perfetta, senza forzature né ritardi. che tutto, anche le cose peggiori, si svolgeva nel migliore dei modi, il più efficace.

    è che non ho capito come ci sono arrivata, qua. però non mi fate andare via, pe’ piacere 🙂

  8. zaritmac Says:

    Lo vedi, Flou’? Io penso che la porta sia quella: quella, la sola, quella dalla quale si passa senza sapere come ci si è arrivati. Oddio, io sto da un’altra parte, oltre un’altra porta, o sopra, come quando l’hai buttata giù con una spallata e ci sali sopra, a gambe aperte, gli occhi un po’ da fuori, i denti a metà tra il riso e il ghigno, un’onda di ritorno dentro che è una marea e anche il dolore ci sta, ci trova posto. Perché a volte bisogna lavare, lasciarsi perdere.Ma mi piace rivedermi in frammenti di specchio attaccati alla tua borsetta, come quella borsa ancora piena d’India che mi si è scucita e si stinse di pioggia, che è un bel modo per stingersi. Sono decolorata anch’io, come lei; non ho provato la tintura della tinta mia nell’incavo del gomito; sto urlando così forte che è tutto un frastuono, ma oggi va bene così. E tu, così, Flou’. Non te ne andare. Un giorno magari torno anch’io. In realtà a volte penso che non sia mai decollato quell’aereo cancellato a Katmandu.E poi ho un appuntamento. Ma ci tengo appese parole che non sono ancora sufficientemente al largo per dire. C’è sempre un filo sottile e se lo sapessi suonare forse saprei ascoltare la vera musica, invece no. Che ti voglio bene si può dire in pubblico, no?

  9. Climacus Says:

    il post è bellissimo, davvero. Però…
    Lasciamo stare, oggi non voglio fare il guastafeste o addirittura incrinarti di un nulla la felicità dell’esserci. Che poi io non posso capire la felicità dell’esserci, la posso solo biasimare. Un po’ mi commuovi, è vero. Ma.
    Ecco, meglio arrestarsi alla considerazione che il bello scrivere è consolante, vero o falso che sia, e che il tuo è uno scrivere bello.

  10. Flounder Says:

    però 😀

    (se non ci fosse sempre un però saremmo bell’e che fottuti. sempre. nel bene e nel male)

  11. aitan Says:

    …E che… su quelle note di Francisco Canaro hai scritto uno dei momenti più autenticamente tango della tua vita. È tanghica tutta la scena e il diaolgo. Anche nella sua secca brevità. E aiuta il parlare la lingua di un altro.

    ….E poi che io stanotte, appena ho sentito Un Uomo, li ho cercati quegli accordi. Sono in rete. Ci sono. E l’ho pure suonicchiata, anche se erano le 3. Ma mi mancava una voce che sopperisse alle mie carenze.

  12. Nonostantetutto Says:

    Mi corre l’obbligo di segnalare un riferimento cinefilo sulla pizzica, il ballo delle donne tarantolate, (anche la città di Taranto pare porti questo nome in ragione di ciò), ed è “Pizzicata” di Edoardo Winspeare, un regista leccese formatosi alla scuola di cinematografia di Berlino.

    Il film merita e se ti capita guardalo.

    Tra l’altro, prima o poi, dovrebbe uscire un nuovo film del regista (il quarto dopo Pizzicata, Sangue vivo e Miracolo tutti ambientati in Puglia), che vive in un paesino salentino di nome Depressa, e l’argomento a quel che ne so dovrebbe quanto mai di moda: le legge.

    Un argomento un po’ in disuso, ultimamente, nel nostro paese, non trovi?

    Questo post trasuda felicità da ogni riga che sono quasi tentato di non scrivere questo commento. Mi pare quasi di sciuparlo, ma l’incipit mi ha portato alla mente questo film e questo regista che meritano ecco. Tutto qui.

    Rob.

  13. elsecretario71 Says:

    A me questo fatto qua dell’esserci (e della sua felicità) mi fa sempre venire in mente lo zio Martin, secondo periodo…quello in cui la vecchiaia l’aveva addolcito e si andava abbracciando gli alberi nel parco dell’università di Heidelberg:

    Se l’uomo (che è Dasein: “esserci”) scopre autenticamente il mondo, se dischiude a se stesso il suo essere vero, rimuove con ciò stesso velamenti e oscuramenti e chiarifica le contraffazioni con cui si rendeva prigioniero. Pertanto conquista se stesso e con ciò si progetta in base alle sue possibilità. In particolare, ha come possesso stabile, di fronte alla mutevolezza del divenire, il suo passato e quello dell’umanità. Non è trasportato dal mondo (non ‘scade’ nella quotidianità) perché consapevolmente, seguendo la coscienza (Gewissen), se ne distacca e, pur finito com’è, se ne innalza al di sopra. Da progetto gettato e deietto, l’esserci diventa ‘scelta di sé’ e ‘voler aver coscienza’ e dunque è risolutezza che comporta la ‘cura’ (Sorge:‘assunzione di responsabilità’) autentica di fronte alle cose. In altre parole, da una partecipazione irriflessa e acritica a un certo mondo storico-sociale, l’uomo perviene all’appropriazione, che implica un rapportarsi diretto ed essenziale con le cose: ecco il progetto deciso dell’esistenza autentica (Existenz).

    [M. Heidegger, Il senso dell’essere e la “svolta”, a cura di A. Marini, Firenze, La Nuova Italia, p. LXXIV; p. 84; pp. 96 ss.]

    Però…che cosa vuol dire [però]
    ? 😀

  14. Flounder Says:

    ecco.
    ancora una volta si dimostra che la mia ignoranza paga. che io senza conoscere lo zio Martin lo avrei detto tale e quale. non proprio tale e quale, ma quello era il concetto di base.
    (ma so’ un poco filosofa, secreta’?
    un poco poco, almeno?)

    e poi Pizzicata, Roberto, lo so, lo voglio troppo vedere. me ne hanno parlato male e bene, più bene che male. bene per aver raccontato la tradizione, male per aver volutamente esasperato una dimensione erotica che alla pizzica pizzica manca del tutto.
    (tu le sai sempre tutte, tu)

    aitan, manda gli accordi. o quanto meno il link.
    (e mi viene in mente una barchetta davanti ‘a nasa ‘e cane, e la chitarra e ‘a luna. è che stasera tengo un magone che non riesco a digerire, e sono sveglia e giro per casa come una tarantata. mo’ dico un rosario a santu Paulu e vedo che succede)

  15. elsecretario71 Says:

    è solo che chi si guarda nel cuore sa bene quello che vuole … e prende quello che c’è
    (si tu si filosofa, io sò cantautore ! 😉

  16. Modesta Says:

    leggo e sorrido, poi seguo il link, ascolto il pezzo, e mi commuovo ad ogni parola.
    Mi fa piacere leggerti così, un abbraccio.

  17. Nonostantetutto Says:

    Traggo da un’intervista ad Edoardo Winspeare:

    Questo nuovo amore per la pizzica, per i ritmi tribali, per le culture che si erano un po’ perse, può essere provocato anche involontariamente dalla globalizzazione?

    Secondo me è una reazione perché chi ama la pizzica, chi ama la cultura popolare, non folklorica, ma veramente popolare, generalmente ha connotazioni politiche di sinistra…

    Oppure non ha riferimenti politici definiti, trova sensitivamente il proprio percorso nella musica.

    Chi ama la pizzica o sa di trovare o percepisce l‘archetipo, qualcosa di molto profondo, il battito del proprio cuore.

    Si sono messi in discussione molti valori ed è giusto che sia così perché quello che abbiamo prodotto fra l’800 ed il ‘900 sono guerre, odio, morti, in nome della famiglia, in nome della chiesa, in nome dello stato, della patria, del lavoro. Quindi è comprensibile che tutto sia stato messo in discussione, soprattutto dal ’68 in poi; però capisco anche che ora è il momento di ritrovare qualcosa che comunque è valevole, importante, delle sicurezze. E’ tutto così semplice: è l’amore per la famiglia, per la terra, la gioia di vita… ritrovare tutto ciò al di là del denaro, al di là dell’interesse. Penso che tutte le ansie che vive l’uomo contemporaneo sono dovute al fatto che si è perso tutto questo ed io so che attraverso la pizzica (che poi è una metafora), comunque attraverso il ballo e l’amore per la terra ho ritrovato una sorta di equilibrio.

    Questo non fa altro che incitarmi a dire: cercate la pizzica, ballate la pizzica.

  18. aitan Says:

    accordi di un uomo
    (sperando che presto ce la suoni e ce la canti)

  19. Flounder Says:

    al massimo ve le suono.
    di santa ragione 🙂

    comunque questa versione live è così così. poi quando ho tempo carico quella bella bella.

    buongiorno, eh.

    per globalizzazione vs. localizzazione vi lascio invece nelle mani di Davide.
    soprattutto tu che sei a Roma, Roberto, cercalo. non te lo puoi perdere: è energia pura, una forza della natura.
    una voce possente, un senso del ritmo che mi farei tagliare un dito, per averne anche meno della metà.
    una simpatia sconfinata, un compagnone.

  20. Flounder Says:

    (aitan, non riesco né a cantarla né a suonarla. ma come fai, tu?)

  21. aitan Says:

    (io un po’ la suonicchio (anche se l’ho sentita solo su youtube, e è poco, pe’ mme), ma m’aspettavo che la cantassi tu. Chillo alfar se n’è turnato a Bologna, pecché si no la voce sua ce lo vedevo (ce la sentivo) in questa parte. Ma qua si sta, si va, si parte… Mi pare il porto di Porto, anche se ancora io no, non parto e mi sparto tra lavoro e porta di casa. Uffà!)

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