Archive for luglio 2008

Apelle figlio di Apollo fece una palla di pelle di pollo. Prolegomeni ad una trattazione ufficiale.

luglio 31, 2008

E insomma da qualche mese faccio un altro lavoro. Ossia: in genere penso, progetto, organizzo, eseguo, svolgo, mentre invece questa volta sono stata chiamata a osservare ciò che altri pensano, progettano, organizzano, eseguono e svolgono, sul territorio e all’estero.

Il che, se da un lato sembra terribilmente rilassante, è invece stressante, perché ci sarebbero volte in cui vorrei dire la mia, togliere le cose dalle mani delle persone, farle in modo differente, e invece devo stare buona buona a prenderne nota senza muovere un dito.

Osservare e registrare, registrare e scriverne.

Allora l’altra sera me ne sono andata ad osservare una riunione di un progetto sulla moda: un tot di aziende che producono pellami e un tot di giovani stilisti selezionati a livello internazionale da una commissione piena di nomi altisonanti.

La sfida: prendere ‘sti giovani e mandarli a visitare le aziende per un giorno, fidanzarli un poco con i produttori in nome di affinità e reciproche aspettative e realizzare, in una settimana, quattro o cinque prototipi ciascuno da presentare poi in un concorso nell’ambito di un famoso evento di settore.

Lo stilista che vince ottiene un premio in denaro e la produzione di una collezione a suo nome, che siano abiti, scarpe o borsette.

Pare un reality show. Il Grande Mantello.

I concorrenti, a turno, si presentavano e raccontavano le loro impressioni sulla giornata e descrivevano la loro idea progettuale.

La turca voleva fare una collezione dal titolo Corpo, in cui servirsi della pelle e trattarla a mo’ di pelle femminile. Io volevo approfondire, ma ho avuto un po’ paura.  La turca era ferrigna e preponderante, con una conoscenza dei materiali impressionante. Sono convinta che userà brandelli di pelle umana.

L’americana diceva una serie di beautiful, nice e sweet e poi versatilità versatilità versatilità drappeggi drappeggi e Pier della Francesca e Botticelli e Raffaello e beautiful assai. E poi si schermiva e diceva Oh my God e poi non abbiamo capito che voleva fare. Drappeggi. Forse una tenda.

L’italiana era svampitissima, rideva come una pazza, si emozionava e non finiva le frasi, aveva i capelli lunghi fin quasi a terra e certe idee da lasciare tutti a bocca aperta.

L’inglese era per un prodotto ecofriendly, assai sostenibile, materiali di riciclo, vintage. Se non è biocompatible non ci sto. Dovete essere tutti biocompatibili, il fashion chiede fiori e frutti e farfalle e legno e pietre. Pisenlòve tu evribody.

La danese era assai preoccupata perché la concia delle pelli confliggeva col suo ambientalismo, e dopo averle spiegato che erano pelli ovocaprine, di animali destinati in ogni caso al consumo alimentare, è entrata in crisi perché ciò confliggeva col suo vegetarianismo. Era biondissima, bianchissima, magrissima. Ho cercato di convincerla che si trattava di pelli di animali morti suicidi o di vecchiaia e mi pareva un poco più tranquilla.

E poi c’era lui, unico maschio del gruppo: l’olandese efebico, assai efebico. L’unico con un portfolio di design maschile.

Estratto e traduzione di dialogo tra Stilista Olandese e Produttore di moda femminile:

S: guardi, io nella sua azienda non ci vengo. Io sono stato selezionato per venire in Italia a fare l’uomo.

P: e lo so, lo so, ma non puoi fare pure un poco la donna? Perché nel tuo curriculum ho visto che in passato hai fatto pure la donna.

S: sì, è successo, ma adesso sto qui per fare l’uomo, e per di più non ho mai usato la capra o la pecora. Ho fatto alcune cose col maiale.

P: eh no, qui il maiale non lo trattiamo proprio.

S: è un peccato, perché il maiale dà belle soddisfazioni.

P: lo sento dire, ma è che qui abbiamo altre tradizioni, abitudini antiche. Qui l’uomo preferisce la capra o la pecora…

(forse nella traduzione ho omesso qualcosa, ma grosso modo giuro che era questo)

Certe paurosissime paure. Sottotitolo: sono davvero gli occhi lo specchio dell€’anima?

luglio 28, 2008

In realtà adesso dovrei scrivere un post su questo benedetto festival di tango del sud della Spagna, ma mica ne ho voglia. Macché.

Innanzitutto perché dovrei ammettere di non essere tipa da festival, e più in generale di non essere tipa da grandi assembramenti. E non per snobismo, attenzione, ma perché nei grandi agglomerati io mi sento terribilmente sola e perduta. Non sola come quando sono felicemente sola a casa mia, tra spazi e terreni conosciuti, ma sola in modo assoluto, cosmico, di quelle solitudini ingestibili dalle quali non riesci a uscire nemmeno col massimo dello sforzo, perché ti inghiottono come sabbia mobile, e allora l’unica alternativa possibile è quella di disanimarti e farti folla, ricorrendo eventualmente a tutto quanto possa aiutarti, che sia alcol, sostanza psicotropa o che volete voi.

E per me che non faccio abuso di nulla, in genere l’alternativa possibile è il rifugio in quelle quattro o cinque persone più intime o, a scelta, un ritiro in me stessa, che in genere culmina in uno svenimento. Tipo qualche anno fa al concerto di Simon e Garfunkel ai Fori Imperiali. Diecimila persone e io patapùm, lunga lunga (si fa per dire) per terra.

Allora in questo festival io un poco avevo l’alibi della caviglia e quindi me ne stavo lì in disparte, occhi bassi, che mai nessuno scambiasse uno sguardo curioso per una mirada e mi invitasse a ballare e mi dicevo che se invece fossi stata nel pieno possesso delle mie facoltà fisiche, allora sì che le cose sarebbero girate in altro modo, perché con la faccia tosta solita sarei andata a destra e a manca ad attaccar bottone. Ma forse non era mica vero, è che proprio questa cosa del sentirsi massa e corpo unico con questa marea di sconosciuti non mi viene facile, la reiterazione e l’importanza della riproducibilità dell’evento, l’unione e la coesione interna, la massa che si apre per perpetuare se stessa e ingloba e ingoia e si frattura e si rimescola e si ricompone e tutti questi fatti qua che se vi leggete Canetti lui ve li spiega meglio di me, ecco, io no. Io proprio non ci azzecco. O forse soffro un poco di demofobia, ma il fatto che solo nella massa l’uomo possa essere liberato dal timore di essere toccato, io non mi sento di sottoscriverlo.

A parte questo fatto della folla, il Festival era bellissimo.

Bello il posto, bella la compagnia ristretta, bella l’alba sul mare. Belli e buoni il Fideuà di capellini d’angelo e l’Albarìn blanco. Un sacco di cose belle.

A parte la massa, io mi porterò tutta la vita addosso l’ultimo tango dell’ultima notte sotto la pioggia e le gocce sulla mia schiena nuda e la mano del mio compagno sulla schiena e questo misto di caldo e freddo che non cancellava il dolore alla caviglia, ma lo anestetizzava almeno un poco.

A parte qualche altra inezia, posso dire che ero assai felice.

Fino a poco fa, quando ho chiacchierato un po’ con il mio collega e raccontandogli della vacanza mi è venuto in mente di dirgli un fatto assai curioso, circa i miei malesseri negli acquari. E’ una lunga storia, iniziata una trentina di anni fa e che per brevità tralascio. Si sappia solo che quando mi trovo davanti a un grande vetro molato, io svengo.

Questa cosa è tipica di una sindrome neuroftalmica rara, ha detto il colleguzzo, ma non si ricordava  il nome, e per cercare di aiutarmi a trovarla mi ha passato questo link in cui ho scoperto che ci sono delle paure paurosissime, alcune delle quali sono proprio mie, tipo quella di lasciare le questioni in sospeso, lisifobia si chiama. E pure quella della caviglia, ci sta: paura dell’immobilità di un’articolazione. Sapere che ogni paura ha il suo proprio nome dà una soddisfazione enorme: la puoi chiamare, assaporare, dondolartici dentro e poi anche farla sparire.

E comunque questa cosa dei vetri molati non c’è.

Ora non è che uno vada negli acquari tutti i giorni, e infatti a me capita anche altrove, ovunque ci sia un vetro ricurvo: devo tenere lo sguardo fisso avanti, concentrato su un punto, senza permettere alla visione periferica di insinuarsi nel campo visivo principale, sennò sono fregata. In genere informo in anticipo i miei accompagnatori, come ogni volta in cui svengo.

E invece, di fronte al vetrone dell’acquario di Barcellona, dietro il quale scorrevano pesci, pescetti e pure gli squali a due piselli (lo sapevate voi che gli squali hanno due piselli? Io neppure, e la cosa mi turba non poco), ecco che mi viene fornita una spiegazione filosofica e scientifica al malessere, forse non esattamente plausibile, ma che mi è piaciuta moltissimo: perché il vetro non è un solido, bensì un liquido. Per la precisione un liquido sottoraffreddato, èttici, èttici.

Una cosa vischiosa, insomma, in stato di non equilibrio termodinamico. Una cosa che assomiglia paurosamente all’eternità, fissa e mutevole a un tempo, statica e dinamica.

Una cosa che fluisce in modo lento e impercettibile e ti inganna.

Mammamia, a questa cosa qua ci devo pensare moltissimo, mi è stato dato come compito per le vacanze e sono terribilmente indietro.

E che questo malessere profondo davanti al vetro non sia altro che una paura dell’eterno? E’ che non sia che per tutta la vita mi sono impegnata per acquisire solidità e piccole certezze terra terra per timore dell’abisso vertiginoso dell’eternità fluida e immutabile? E se questa cosa avesse a che fare con il mio cattivo rapporto con gli specchi? E se se fosse vero che c’è una realtà oltre lo specchio di cui noi siamo solo il riflesso? E se fossimo prigionieri di una massa vischiosa che ci limita il movimento e il sentimento e di cui non ci avvediamo…? E se…? O se…?

C’è stato un tizio, uno studioso di ottica, che sosteneva che nell’evoluzionismo darwiniano, il miope sarebbe considerato l’avanguardia dell’umanità, per aver ottimizzato le risorse visive ed essersi trasformato da cacciatore in stanziale addomesticando anche l’occhio e adattandolo alle mutate esigenze. Come dire che la società tecnologica non richiede di guardare lontano, ma di accontentarsi delle vicinanze, di annullare ricerca e senso del pericolo?

Non lo so, sto un poco preoccupata. Come si chiamerà questa paura qua?

Intento che ci pensate e poi me lo fate sapere e mi dite pure il nome di questa sindrome neuroftalmica gravissima, io vi lascio un’altra cosina da leggere. Cosina è riduttivo. Una cosa, via.

No voy a llorar y decir que no merezco esto/porque es probable que lo merezco pero no lo quiero*

luglio 14, 2008

Un’intera giornata per una lastra a una caviglia, al pronto soccorso di un ospedale di nota cittadina balneare del basso Lazio. Ci sono arrivata alle undici della mattina, alle tredici e trenta sono andata via sconsolata, ci sono ritornata  nel pomeriggio per ricominciare la mia bella trafila, ardimentosa e motivata, e nientemeno non avevano ancora esaurito i codici rossi del mattino e ancora non era arrivato il turno mio. Insomma, ne sono uscita alle sette di sera, definitivamente sconfortata.

In compenso ho imparato i bioritmi del pronto soccorso.

Al mattino ci sono gli infortuni da spiaggia: tagli sotto le piante dei piedi, bambini coi dentini rotti, dita dei piedi spezzate in un corpo a corpo con le sdraio, dita delle mani schiacciate dalle stecche degli ombrelloni.

Verso ora di pranzo i malori da calore: popolazione molto anziana, qualche straniero nordico, cali di pressione, svenimenti e così via.

Nel pomeriggio è il turno dei malori digestivi: vomiti, diarree, nausee, auree post-prandiali, congestioni.

Nel tardo pomeriggio gli incidenti sportivi: tra calcetto, pallacanestro e bicicletta ci sono un sacco di ginocchia, sebbene il must dell’estate 2008 resti la caviglia tumefatta.

Se restavo un altro poco iniziava la sagra degli incidenti del sabato sera e magari mi trovavo pure ad assistere a qualche luogo comune sugli effetti collaterali degli eccessi sessuali, quelle cose da leggenda metropolitana, m’ha detto un amico di mio cugino che alla ragazza di un amico suo gli avevano trovato in casa un pitone e non ti dico il resto, e tutti questi fatti qua.

Costanti nel corso della giornata gli infarti, le epilessie e gli extracomunitari ammalati di scabbia.

Lava’, ve dovete lava’. E basta’ dormi’ tutt’inzieme.

Singh ride: abiamo solo uno materasso, prima dormo io, poi dorme tuti, poi dormo io.

Ride e si gratta. Io mi scanso un attimo. Mica per razzismo. Solo la scabbia mi manca, già l’ho avuta una volta e m’è bastata.

Morale della favola: circa otto ore per appurare che non si è rotto nulla, ma che si tratta solo di una brutta tendinite, cattivissima.

Una tendinite di tipo vendicativo, permalosa, diffidente. Una tendinite insicura che ha deciso di tirare fuori il peggio di sé per darsi importanza ed esercitare un poco di potere. Come se a fare crac crac nella caviglia e a provocare un dolore lancinante si vincesse il premio Nobel o si dimostrasse chissà che.

Esci da questo corpo, cretina!

Insomma: riposo assoluto, antinfiammatorio, pomata e domopak sulla parte. Questo il diktat sanitario.

Dottore’, io il riposo assoluto non me lo posso permettere. Io come minimo devo poter guidare, salire e scendere da un treno, da un aereo, da una metro, da un pullman.

Signora, deve stare ferma, le posso dare fino a quindici giorni giustificati.

Ma no, per carità, io devo partire, poi mi arriva la visita fiscale, come faccio?

Otto giorni?

Ma non se ne parla nemmeno!

Tre, almeno tre, fino a martedì.

No, no, e no. Devo tornare a casa, leggere ventisette documenti sul pc dell’ufficio, incontrare il grafico, chiudere una contabilità, preparare la valigia, ripartire, non posso, non posso proprio…dottoressa, ma fra quattro giorni posso ballare il tango?

Come no, signora, pure il tip-tap!

Dottore’, ma mi state prendendo in giro?

Noo-o. E’ proprio un protocollo di cura specifico, sperimentale, provare per credere. Poi torna e mi racconta.

Poi torno e vi racconto. Vuol dire che se non ballo, guardo e fotografo. Guardo e chiacchiero. Guardo e mangio. Guardo e bevo. Guardo e basta.

Uffà, qualcosa dovrò pur fare in questo benedetto posto in cui sto andando.

Voi però indirizzate un pensiero miracoloso, taumaturgico, apotropaico, scaramantico e adda muri’ chi ce vo male alla caviglia mia. La sinistra. Quella che uso di più, mannaggia la morte. Mannaggia.

(*)

La poetessa, fate entrare la poetessa.

luglio 10, 2008

E insomma, accade che uno dei versi maniacali e perversi di recentissima produzione della signora Monodose venga citato in casa Valesi, per gentile proposta di una poetessa vera.

Sicché per  tirarmi un poco su dall’incombenza dei dati macroeconomici e soprattutto per distrarmi dal dolore di una caviglia ridotta in polpetta e sotto ghiaccio da stamattina,  sotto questo cielo afoso e circondata da immondizie che ormai vivono di vita propria, prosperano e si riproducono, sono stata ad intervistare la poetessa Monodose, che secondo alcuni ha la vena, secondo altri si fa in vena.

F: E così, signora Monodose, dicono che lei sia una potessa.

M: Eehhh, seee, una poetessa, mo’. Non esageriamo, su. Poi detto da lei, signora Flounder, mi fa pure un poco di impressione, lei che scrive tutte quelle cose complicate che io mi dico: ma che ci tiene lei in quella testa, che ci tiene? Mi dica che non ci tiene niente e mi tranquillizzi. Tanto siamo sole, io e lei, me lo dica. Giuro che non lo dico a nessuno, nemmeno ai suoi commentatori del cuore.

F: Signora Monodose, non si schermisca e non svicoli. Ci racconti, piuttosto: quando ha scoperto la sua vena poetica?

M: Ma che le devo di’, che le devo di’. Ero bambina e scoprii la rima cuore-amore, poi lo sa certe cose come succedono, dopo amore ci entra fiore, poi calore, poi dolore, poi tremore, poi malore…e non la si finisce più, signora mia. Sta poesia c’entra dentro, ci invade, ci pervade – si dice così? – ci attraversa, imperversa, segue una sorte avversa, prende una via traversa, fa un giro per Aversa…

F: Va bene, va bene, adesso si fermi. Passiamo a un’altra domanda: lei definisce "psicanalitica o maniacale" la sua collezione di versi. Perché? Cosa intende veramente?

M: Quando dico "siccanalitica o maniacale" io penso a tutte quelle cose che non si vedono e non si dicono, quelle che ci stanno e non ci stanno, non so se mi capisce, quelle che si deve scavare un poco, quelle di prima e quelle che poi diventano qualche altra cosa ma mantengono sempre un poco di quella cosa che c’era prima. E poi pure a quelle cose che uno le vorrebbe dire ma poi pensa che è meglio che non le dice, che un poco poi ci fa la figura da scema, allora riflette e conclude: mo’ ci faccio una poesia e le dico lì dentro. Però poi il rischio è che una volta messe nella poesia non si capiscano più, perché la poesia ha questa caratteristica criptica, introversa, introflessa, introdotta, supposta…

F: Signora Monodose…

M: Non si intrometta, la prego, mi lasci continuare…e ‘nzomma, m’hanno detto che la poesia se non è "siccanalitica o maniacale" non va bene, non piace a nessuno e allora io la faccio così.

F: Non si alteri, signora Monodose. Passiamo a un’altra domanda. La sua ultima produzione lirica pare indirizzarsi a un interlocutore amoroso. Ci dica, ci dica in assoluta confidenza: è reale o immaginario?

M: Signora Flounder, queste sono informazioni che non si possono rivelare, perché la poesia "siccanalitica o maniacale" ha degli ingredienti segreti, come le ricette. Mi dica lei: lo sente che tra la Coca Cola e la Pepsi Cola c’è una bella differenza? Poi veda lei. Ci so’ pure quelli che fanno il vino col metanolo o colle cartine, ma lei se lo berrebbe? Io le dico solo che se non c’è trippa per gatti la poesia "siccanalitica o maniacale" ci fa du’ palle così. E mo’ che ho finito di fa’ la poetessa "siccanalitica o maniacale" me ne posso andare a fare la spesa, che devo ancora compra’ le costolette per la cena? Perché pure le poetesse mangiano, signora Flounder. Che si credeva?

Come se. Sottotitolo: sentirsi eterni ed essere buoni comunicatori non sempre coincidono, come si scopriràleggendo.

luglio 8, 2008

A Kiev il tango non si balla. E neppure ci sono ebrei da ricordare o ghetti da visitare.

O forse c’è tutto, ma non mi hanno voluto mostrare né questo né quello. Anzi, sul secondo punto confesso addirittura di aver sentito una certa riprovazione, nel negozio di dischi in cui cercavo musica klezmer, jewish, judìa e pure in russo l’ho chiesto – ce l’avevo scritto su un foglietto con la pronuncia esatta di ciò che dovevo chiedere – ma niente, mi hanno fatto una faccia come a dire: non t’azzardare mai più a chiedere una cosa così, e infatti mi sono comprata un disco di un cantautore russo con la faccia di Serge Gainsbourg e uno di un  gruppo di classica che proprio non si può sentire, e anche uno di lirica contaminata con non so che.

Pure la signora Gala mi ha detto di andare a Odessa, per queste cose, e poi ha ripreso a parlare dei giorni di Chernobyl e di come a volte in aeroporto ancora ti misurino le radiazioni, a campione, e non aver paura se il rilevatore schizza al massimo, tra qualche giorno calano e non ti farà più male di tutto il male che hai sotto casa tua.

Al posto del ghetto che non c’era mi ha portato a visitare il monastero Lavra, pieno di cupole dorate e preti ortodossi che mi hanno sollevato una questione perché avevo i pantaloni – larghi, si badi bene – mentre c’era una specie di fotomodella con una minigonna inguinale (in questo benedetto paese sono tutte fotomodelle, per quanto il signore all’aeroporto, accento napoletano, viso arabo e statura sarda sostenesse che l’unica razza rimasta pura a questo mondo sia quella bielorussa, e difatti lui andava a Minsk e non a contaminarsi con questi caucasico mongoli zozzosi) alla quale non rimproveravano nulla e dopo le mie vibrate proteste mi hanno fatto rilevare che la sua era comunque una gonna innocente, mentre i miei erano blasfemi pantaloni alla pescatora, e io ho risposto un: ma annàtevene affanculo, però l’ho detto in un dialetto stretto che si parla tra Erevan e Baku e così non m’hanno capito.

Con estrema certezza e a meno di non volermi del tutto immedesimare nel personaggio – e lo potrei fare, si badi bene, lo potrei fare benissimo ma non lo voglio fare – Brod non c’era da nessuna parte.

In compenso c’era l’uomo di Kolki.

No, più precisamente: l’uomo di Kolki era in un’immaginaria stanza di fianco, ed io potevo guardarlo attraverso il buco nella parete che separava i nostri spazi e tempi e provare a descrivermelo, mentre accanto a me, sul sofà, la mia amica di sempre mi raccontava ancora una volta di lei, di me, di noi, di ciò che fummo e che siamo e io pensavo che si è sempre sopravvissuti a qualche cosa e quando lo si riesce a raccontare con distacco si è già abbastanza altrove, in un posto migliore, o quanto meno sulla buona strada, e che la cosa terribile adesso è guardare gli altri e vederne i grovigli in trasparenza e sapere senza possibilità di errore che chiunque si avvicini a noi ha un nodo che si incastra perfettamente con i nostri, e che anche quando i nostri ci sembrano totalmente districati, pure un poco ancora si attorcigliano, talvolta di notte, talaltra in certi tardi pomeriggi o in certi risvegli – pochi, ormai pochi, pochissimi, sempre meno, potremmo contarli sulle dita di una mano, per quanto radi si sono fatti, fortunatamente – che non sanno di nulla, privi di gusto.

Privi di tatto, talvolta il problema è questo. Il senso che manca è spesso il tatto, banalmente.

Il non sentirsi  – e il non trovarsi, o il perdersi – appartengono alla sfera del tatto, più che ad altro.

Che poi per inciso e casualità ho pure scoperto che Lacan, questo benedetto Lacan che un giorno prima o poi dovrò leggere, chiama "la Cosa" quel desiderio inconscio che ruota intorno a un vuoto di senso. La chiama la Cosa, esattamente come la chiamo io, quella sorta di mancanza che ci fa da tratto costitutivo, quella mancanza che può riempire tutto e soffocare. Il tatto. C’entra il tatto,

Poi pensavo anche a un altro fatto sul piacere e non piacersi, ma non ho voglia di scriverne ora.

E riflettevo invece sull’altro grande tema di questi giorni, mentre leggo un libro sulla paura che mi dà angoscia e sollievo allo stesso tempo, e racconta di come, perduti nel gorgo del maelstrom o di quello che volete voi purché sia spaventoso, ci si possa salvare solo rinunciando al conosciuto, a ciò che si sa di sé e accettando invece l’idea di procedere come se. Come se si sapesse. Come se. Come se non si avesse nulla da perdere. Rinunciando alle associazioni e ai nessi sperimentati.

Come se si possedessero i mezzi per uscirne.

E pagando poi, al ritorno dall’abisso, il prezzo della diversità, anche agli occhi di chi ci era affine, che senza aver mai visto il gorgo in cui siamo precipitati, ci trova d’improvviso cambiati e un poco spaventosi, in questo come se che fa paura perché ha il marchio di una frontiera attraversata, di un inferno varcato, di ciò che ai più continua a restare straniero.

Così che – muovendosi esattamente come se – tutti i non ti amo che si sono detti,  quelli di Brod, ma anche i miei e i vostri, per intenderci, i non ti amo rivolti a sé e poi al mondo, possano diventare,  per capovolgimento, dei ti amo.

Come se.

Ma non un bluff , un come se autentico.

Come se non ci fossero alternative, e di fatto non ce ne sono. Non esistono altre soluzioni possibili.

Come se potesse funzionare. Come se arginasse la caduta, lo strapiombo, il vuoto.

E funziona.

E poco importa se a Kiev non si balla il tango. Per quello c’è tempo, c’è tutto il tempo.

Ci sono dei momenti ultimamente in cui mi pare di essere eterna. O come se. Il che fa lo stesso.