Certe paurosissime paure. Sottotitolo: sono davvero gli occhi lo specchio dell’anima?

In realtà adesso dovrei scrivere un post su questo benedetto festival di tango del sud della Spagna, ma mica ne ho voglia. Macché.

Innanzitutto perché dovrei ammettere di non essere tipa da festival, e più in generale di non essere tipa da grandi assembramenti. E non per snobismo, attenzione, ma perché nei grandi agglomerati io mi sento terribilmente sola e perduta. Non sola come quando sono felicemente sola a casa mia, tra spazi e terreni conosciuti, ma sola in modo assoluto, cosmico, di quelle solitudini ingestibili dalle quali non riesci a uscire nemmeno col massimo dello sforzo, perché ti inghiottono come sabbia mobile, e allora l’unica alternativa possibile è quella di disanimarti e farti folla, ricorrendo eventualmente a tutto quanto possa aiutarti, che sia alcol, sostanza psicotropa o che volete voi.

E per me che non faccio abuso di nulla, in genere l’alternativa possibile è il rifugio in quelle quattro o cinque persone più intime o, a scelta, un ritiro in me stessa, che in genere culmina in uno svenimento. Tipo qualche anno fa al concerto di Simon e Garfunkel ai Fori Imperiali. Diecimila persone e io patapùm, lunga lunga (si fa per dire) per terra.

Allora in questo festival io un poco avevo l’alibi della caviglia e quindi me ne stavo lì in disparte, occhi bassi, che mai nessuno scambiasse uno sguardo curioso per una mirada e mi invitasse a ballare e mi dicevo che se invece fossi stata nel pieno possesso delle mie facoltà fisiche, allora sì che le cose sarebbero girate in altro modo, perché con la faccia tosta solita sarei andata a destra e a manca ad attaccar bottone. Ma forse non era mica vero, è che proprio questa cosa del sentirsi massa e corpo unico con questa marea di sconosciuti non mi viene facile, la reiterazione e l’importanza della riproducibilità dell’evento, l’unione e la coesione interna, la massa che si apre per perpetuare se stessa e ingloba e ingoia e si frattura e si rimescola e si ricompone e tutti questi fatti qua che se vi leggete Canetti lui ve li spiega meglio di me, ecco, io no. Io proprio non ci azzecco. O forse soffro un poco di demofobia, ma il fatto che solo nella massa l’uomo possa essere liberato dal timore di essere toccato, io non mi sento di sottoscriverlo.

A parte questo fatto della folla, il Festival era bellissimo.

Bello il posto, bella la compagnia ristretta, bella l’alba sul mare. Belli e buoni il Fideuà di capellini d’angelo e l’Albarìn blanco. Un sacco di cose belle.

A parte la massa, io mi porterò tutta la vita addosso l’ultimo tango dell’ultima notte sotto la pioggia e le gocce sulla mia schiena nuda e la mano del mio compagno sulla schiena e questo misto di caldo e freddo che non cancellava il dolore alla caviglia, ma lo anestetizzava almeno un poco.

A parte qualche altra inezia, posso dire che ero assai felice.

Fino a poco fa, quando ho chiacchierato un po’ con il mio collega e raccontandogli della vacanza mi è venuto in mente di dirgli un fatto assai curioso, circa i miei malesseri negli acquari. E’ una lunga storia, iniziata una trentina di anni fa e che per brevità tralascio. Si sappia solo che quando mi trovo davanti a un grande vetro molato, io svengo.

Questa cosa è tipica di una sindrome neuroftalmica rara, ha detto il colleguzzo, ma non si ricordava  il nome, e per cercare di aiutarmi a trovarla mi ha passato questo link in cui ho scoperto che ci sono delle paure paurosissime, alcune delle quali sono proprio mie, tipo quella di lasciare le questioni in sospeso, lisifobia si chiama. E pure quella della caviglia, ci sta: paura dell’immobilità di un’articolazione. Sapere che ogni paura ha il suo proprio nome dà una soddisfazione enorme: la puoi chiamare, assaporare, dondolartici dentro e poi anche farla sparire.

E comunque questa cosa dei vetri molati non c’è.

Ora non è che uno vada negli acquari tutti i giorni, e infatti a me capita anche altrove, ovunque ci sia un vetro ricurvo: devo tenere lo sguardo fisso avanti, concentrato su un punto, senza permettere alla visione periferica di insinuarsi nel campo visivo principale, sennò sono fregata. In genere informo in anticipo i miei accompagnatori, come ogni volta in cui svengo.

E invece, di fronte al vetrone dell’acquario di Barcellona, dietro il quale scorrevano pesci, pescetti e pure gli squali a due piselli (lo sapevate voi che gli squali hanno due piselli? Io neppure, e la cosa mi turba non poco), ecco che mi viene fornita una spiegazione filosofica e scientifica al malessere, forse non esattamente plausibile, ma che mi è piaciuta moltissimo: perché il vetro non è un solido, bensì un liquido. Per la precisione un liquido sottoraffreddato, èttici, èttici.

Una cosa vischiosa, insomma, in stato di non equilibrio termodinamico. Una cosa che assomiglia paurosamente all’eternità, fissa e mutevole a un tempo, statica e dinamica.

Una cosa che fluisce in modo lento e impercettibile e ti inganna.

Mammamia, a questa cosa qua ci devo pensare moltissimo, mi è stato dato come compito per le vacanze e sono terribilmente indietro.

E che questo malessere profondo davanti al vetro non sia altro che una paura dell’eterno? E’ che non sia che per tutta la vita mi sono impegnata per acquisire solidità e piccole certezze terra terra per timore dell’abisso vertiginoso dell’eternità fluida e immutabile? E se questa cosa avesse a che fare con il mio cattivo rapporto con gli specchi? E se se fosse vero che c’è una realtà oltre lo specchio di cui noi siamo solo il riflesso? E se fossimo prigionieri di una massa vischiosa che ci limita il movimento e il sentimento e di cui non ci avvediamo…? E se…? O se…?

C’è stato un tizio, uno studioso di ottica, che sosteneva che nell’evoluzionismo darwiniano, il miope sarebbe considerato l’avanguardia dell’umanità, per aver ottimizzato le risorse visive ed essersi trasformato da cacciatore in stanziale addomesticando anche l’occhio e adattandolo alle mutate esigenze. Come dire che la società tecnologica non richiede di guardare lontano, ma di accontentarsi delle vicinanze, di annullare ricerca e senso del pericolo?

Non lo so, sto un poco preoccupata. Come si chiamerà questa paura qua?

Intento che ci pensate e poi me lo fate sapere e mi dite pure il nome di questa sindrome neuroftalmica gravissima, io vi lascio un’altra cosina da leggere. Cosina è riduttivo. Una cosa, via.

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15 Risposte to “Certe paurosissime paure. Sottotitolo: sono davvero gli occhi lo specchio dell’anima?”

  1. zaritmac Says:

    Io, per esempio, ho paura di non saper rispondere a tutte le domande che apre la scatola cinese del tuo post. E’ una paura che mi ricorrre, quella di non saper rispondere alle domande. Però alle mie. Sarà grave o gravissimo? [Però, prima d’altro, ben tornata, eh!]

  2. anonimo Says:

    ti dirò: il fatto che la paura di lasciar le cose in sospeso si avvicini terribilmente al mio nome mi rivela scenari di autocoscienza ancora inesplorati.

    :))

    lisa

  3. Scoglieraapicco Says:

    ma non è che sei stata al festival di Sitges?

  4. aitan Says:

    Io comincio a vederti come una di quelle eteree figure di Mucha (o di Beardsley) in deliquio accanto ai tendaggi damascati di un salotto Biedermeier; come una Duse, una Bertini o una Bernhardt sempre sul punto di svenire mentre dal pubblico si alza un’onda d’applausi in bianco e nero.

    cfr.

    http://cache.eb.com/eb/image?id=67986&rendTypeId=4

    (Però non mi ricordo se tu appoggi la parte superiore del polso sulla fronte lasciando arcuate le dita in una languida posa di lassatezza muscolare.)

  5. Flounder Says:

    Io, per esempio, zarit, mi metto paura di questa e di altre cose. Questa è la ragione principale per cui – in tutta onestà – credo di essermi messa dal lato di quella che le domande le fa 😀

    uh, lisa, è terribile. tipo un destino da geco o da ululone, sospesa alla parete.
    (pensa se fosse Ergofobia, paura di lavorare…)

    scogliera, ma non è che c’eri pure tu, nascosta in mezzo alle tapas del tapadero basco?

    aitan, la prima foto sono io, con quella manella appusata sulla fronte. Mucha, la mucella, insomma 😀
    mi chiedo solo se mai riuscirò a tornare eterea e fortemente ne dubito, il che compromette tutta l’estetica della sincope.
    (che non si può essere tondetti e svenire, non è elegante, perde fascino, charme e pure i vicini forse non la sorreggono nella caduta)

  6. ilcavaliere Says:

    io ho paura dei vigliacchi e de codardi che hanno paura di tutto e ancor di più di chi non ha paura di niente che sono poi gli stessi diversamente ignoranti.
    Gl occhi sono sempre lo specchio dell’anima e lo specchio si appanna sempre quando ci soffri sopra anemon fiore dell’anima

  7. pispa Says:

    ammàrpatefobia!
    solo alla lettera a due o tre ce l’ho, ma lascio correre se no mi viene la fobo-fobia.. spero che l’ingegnere ne esca, comunque, spero per lui 🙂

    a proposito di svenimenti: com’è che si sviene dalla fame senza accorgersene? gira gira patapém.
    sarà il caldo umido? arrf.

  8. dirtyinbirdland Says:

    ma pensa– ieri Canetti imperversava nella mia testa, come un piccolo temporale. Inconscio collettivo, si dice. E così pure questa incursione nei significati. Incantata sempre, a casa tua, come una che sia salita coi cornetti di vicolo del cinque, al mattino, ma presto, e si sia messa ad ascoltarti. Esiste ancora il forno di vicolo del cinque?

  9. Flounder Says:

    se il vicolo del cinque è un luogo dello spirito – ancorché materialmente provvisto di maritozzi e bombe – ebbene sì, esso esiste.
    altrimenti non saprei 🙂

    pispa, lo svenimento per fame mi manca.
    (però sono campionessa olimpica per svenimenti d’altra origine e natura)

  10. anonimo Says:

    Lei è una sogliola a piede libero, è per questo che viene meno dinanzi a un acquario

  11. ilcavaliere Says:

    si ma statt’attenta pure a pesci, gemelli e bilancie

  12. anonimo Says:

    ma infatti, col tempo, mi sono munita di ventose per non cadere e di maglie gialle per far paura.

    🙂

    lisa

  13. Flounder Says:

    cavalie’, vorrei scrivere: meno male che m’hai lasciato fuori il cancro.

    in tutti i sensi.

    (proprio ieri dicevo a un collega: potendo scegliere je vulesse murì in buona salute, sana come un toro :-D)

  14. Flounder Says:

    utenteano’, sogliola lo fui.
    mo’ mi sto avviando verso il modello focena. 🙂

  15. ilcavaliere Says:

    mi raccomando senza confondere la f con la L

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