Archive for agosto 2008

“Se il tuffatore pensasse sempre allo squalo, non metterebbe mai le mani sulla perla”, Abu Muhammad Muslih ibn Abd Allāh*

agosto 27, 2008

Paure.

(Poi certo sì, parleremo anche di vacanze, racconteremo di mari e monti, pesci, tramonti e notti infuocate e barche e tutto quanto fa da antidoto alla paura e ci zavorra, se è di terra che abbiamo bisogno, o ci libra in alto, lievi, se è di aria e cielo che manchiamo)

Io non ho paura di niente. Lo dico oggi, a volte, sempre più raramente. Non come prima, quando lo credevo, e in questi dieci anni – penso spesso, insistentemente a questi ultimi dieci fatidici anni – penso alle cose di cui, dopo, avrei avuto paura e delle quali, quando ero ritta sulle mie gambe – rigide le mie gambe di allora, incapaci di reggere colpi dieci anni fa, all’apparenza ferree, gambe di generale stolto – non avevo paura. O così pensavo. E’ che se non dai nome alle cose puoi ignorarle. Ed è che spesso, forse anche più spesso, i nomi delle cose non li sai. Sì che ho paura oggi, a volte, che i nomi stessi possano essere infiniti. Che in qualche luogo dentro e fuori di me se ne annidino altri che non so.

(Poi sì, racconteremo di tonni arrosto, di questi spicchi di Sicilia visti nel corso degli anni, che sono ormai, definitivamente, piccole enclave milanesi nel Mediterraneo, dove la cameriera al ristorante si rivolge a te con lo stesso accento del locale trendy dei Navigli e quando si avvede che non sei di quelli, immediatamente cambia lingua, e accento, e registro. E anche in questo un poco c’entra la paura, seppur d’ordine diverso, e il bisogno di un cerchio di omologazione che minimizzi le diversità e massimizzi i fatturati).

Io poi ho iniziato lentamente, ad avere paura. Di cose che prima ignoravo e al cospetto delle quali le cose di cui avevo paura ancora prima, quando agli altri e a me stessa raccontavo di non aver paura, erano nulla. Inezie. Piccole paure preposte ad evitare le grandi. Oggi, per buona abitudine e metodo, nomino gli spaventi, li annovero in lunghi elenchi che frammento e disperdo: di qua le cose che esposte alla luce si disgregano da sole, di là quelle per cui mi occorrono pietre in tasca – se è l’aria che temo – o pensieri e azioni paracadute – se è dall’aria che vengo ed il timore sorge dall’impatto sulla terra.

Fino al giorno in cui ho avuto così tante paure e tutte insieme, che mi occorrevano spade e l’imparare a rivolgerle non più verso me stessa ma fuori, per difendermi dal troppo che non era mio, che mi annegava di acqua e sale e non mi lasciava spazio per far crescere il coraggio.

(E poi ci saranno senz’altro parole per la limpidezza del mare e la morbidezza dei gesti e delle mani. Meno ce ne saranno, come è giusto che sia, per descrivere l’assenza di suoni e clamori, per il buio delle notti ed i milioni di stelle sulle teste, quella forma di vuoto che è ciò che più mi manca e meno temo. A me, che certamente oggi schivo ogni eccesso e le onde che non so affrontare e mi ribaltano e di cui posso oggi finalmente dire che ho paura senza più vergognarmi.)

Io a volte avevo paura di avere paura, o almeno così credevo. Invece avevo solo paura di trovarmi di fronte alla paura e lasciarla sconfitta, ed innalzarmi oltre nella vittoria, in uno spazio vuoto e ventoso e per riuscire a vincerla perdere tutto il resto, quel resto che altro non è che l’origine della paura stessa, che nel tempo ci rimane cara e familiare e che nel tempo si addomestica e mai dorme, che ci abitua e ci stanzia, che ci mitridatizza e ci avvelena.

(Le isole, negli anni mi scopro appassionata alle isole, a questi spicchi di terra circondati da un mare senza scampo, io che le ho sempre evitate, proprio per il terrore degli spazi minuti dove si tocca il centro in un momento e dopo un poco non puoi nasconderti più, a niente e nessuno. Oggi io ci passerei la vita, su un’isola. Via i libri, via gli specchi, gli orologi, le scansioni di ritmo urbano, gli intingoli, le cuvée ed ogni forma raffinata ed esclusiva di ricerca. Via da ogni forma elusiva di ricerca.)

Io pensavo che esistessero paure per sé e paure per gli altri. Oggi so che è sempre la stessa: non si protegge nessuno se non per proteggere se stessi ed è tutto terribilmente vano, l’ennesimo inutile girare intorno a ciò che non compete, non è evitabile.

Al fondo delle cose so che ho paura dei fantasmi, di ciò che sembra scomparso e del suo possibile ritorno, di certi mali che credo di aver definitivamente debellato e di cui pure temo improbabili congiure, come nemici nell’ombra.

Al fondo delle cose non è di voi che ho paura, ma di me. Di quel bastarmi appena, a me, e del timore che non basti a chi amo, o che venga in fretta divorato e ancor meno mi basti.

Al fondo delle cose è questo.

(Poi avremo giorni e ore per raccontarci le arancine in riva al mare, i sonni sugli scogli,  i risvegli con onde e abbracci in sottofondo e i retroscena del consiglio comunale. La mafia non esiste, il problema della Sicilia è il tciàffico.)

* Sa’di per gli amici

Buone vacanze

agosto 6, 2008

 Buone vacanze

Il fuoco per esorcizzare, l'acqua per purificare.

agosto 4, 2008

E allora: la mia  macchina fotografica era avvoltolata in un sacchetto di plastica che era infilato in una tracolla di pelle più o meno impermeabile.

Più o meno.

La questione è che l’impermeabilità non è sempre un concetto assoluto e lì di acqua ne scorreva davvero tanta.

Sicché prendo in prestito le foto altrui: qui, qui, qui e qui.

Come avranno fatto, non lo so. Un tempismo perfetto, in totale spregio del pericolo.

Ordunque: arrivati a una cert’ora di un certo giorno, si aprono le chiuse e il fiume inonda la città.

Dietro i muri, seminascosti dagli angoli, procedendo di soppiatto,  i cecchini in agguato non hanno pietà di nessuno: la secchiata, che ti colpisce sulla schiena come frusta ghiacciata, è totalmente democratica ed egalitaria.

L’acqua è fredda, ma veramente fredda. Ma proprio fredda. Ma quant’è fredda?

Il percorso lungo il fiume, con i piedi a mollo, è stupendo.

Le montagne intorno, maestose.

Noi zuppi e felici. Ma proprio zuppi. Ma proprio felici.

(D’inverno il fuoco, d’estate l’acqua. C’è ancora tempo per andarci: purificatevi, penitentiagite! Ma soprattutto: lavatevi)