“Se il tuffatore pensasse sempre allo squalo, non metterebbe mai le mani sulla perla”, Abu Muhammad Muslih ibn Abd Allah*

Paure.

(Poi certo sì, parleremo anche di vacanze, racconteremo di mari e monti, pesci, tramonti e notti infuocate e barche e tutto quanto fa da antidoto alla paura e ci zavorra, se è di terra che abbiamo bisogno, o ci libra in alto, lievi, se è di aria e cielo che manchiamo)

Io non ho paura di niente. Lo dico oggi, a volte, sempre più raramente. Non come prima, quando lo credevo, e in questi dieci anni – penso spesso, insistentemente a questi ultimi dieci fatidici anni – penso alle cose di cui, dopo, avrei avuto paura e delle quali, quando ero ritta sulle mie gambe – rigide le mie gambe di allora, incapaci di reggere colpi dieci anni fa, all’apparenza ferree, gambe di generale stolto – non avevo paura. O così pensavo. E’ che se non dai nome alle cose puoi ignorarle. Ed è che spesso, forse anche più spesso, i nomi delle cose non li sai. Sì che ho paura oggi, a volte, che i nomi stessi possano essere infiniti. Che in qualche luogo dentro e fuori di me se ne annidino altri che non so.

(Poi sì, racconteremo di tonni arrosto, di questi spicchi di Sicilia visti nel corso degli anni, che sono ormai, definitivamente, piccole enclave milanesi nel Mediterraneo, dove la cameriera al ristorante si rivolge a te con lo stesso accento del locale trendy dei Navigli e quando si avvede che non sei di quelli, immediatamente cambia lingua, e accento, e registro. E anche in questo un poco c’entra la paura, seppur d’ordine diverso, e il bisogno di un cerchio di omologazione che minimizzi le diversità e massimizzi i fatturati).

Io poi ho iniziato lentamente, ad avere paura. Di cose che prima ignoravo e al cospetto delle quali le cose di cui avevo paura ancora prima, quando agli altri e a me stessa raccontavo di non aver paura, erano nulla. Inezie. Piccole paure preposte ad evitare le grandi. Oggi, per buona abitudine e metodo, nomino gli spaventi, li annovero in lunghi elenchi che frammento e disperdo: di qua le cose che esposte alla luce si disgregano da sole, di là quelle per cui mi occorrono pietre in tasca – se è l’aria che temo – o pensieri e azioni paracadute – se è dall’aria che vengo ed il timore sorge dall’impatto sulla terra.

Fino al giorno in cui ho avuto così tante paure e tutte insieme, che mi occorrevano spade e l’imparare a rivolgerle non più verso me stessa ma fuori, per difendermi dal troppo che non era mio, che mi annegava di acqua e sale e non mi lasciava spazio per far crescere il coraggio.

(E poi ci saranno senz’altro parole per la limpidezza del mare e la morbidezza dei gesti e delle mani. Meno ce ne saranno, come è giusto che sia, per descrivere l’assenza di suoni e clamori, per il buio delle notti ed i milioni di stelle sulle teste, quella forma di vuoto che è ciò che più mi manca e meno temo. A me, che certamente oggi schivo ogni eccesso e le onde che non so affrontare e mi ribaltano e di cui posso oggi finalmente dire che ho paura senza più vergognarmi.)

Io a volte avevo paura di avere paura, o almeno così credevo. Invece avevo solo paura di trovarmi di fronte alla paura e lasciarla sconfitta, ed innalzarmi oltre nella vittoria, in uno spazio vuoto e ventoso e per riuscire a vincerla perdere tutto il resto, quel resto che altro non è che l’origine della paura stessa, che nel tempo ci rimane cara e familiare e che nel tempo si addomestica e mai dorme, che ci abitua e ci stanzia, che ci mitridatizza e ci avvelena.

(Le isole, negli anni mi scopro appassionata alle isole, a questi spicchi di terra circondati da un mare senza scampo, io che le ho sempre evitate, proprio per il terrore degli spazi minuti dove si tocca il centro in un momento e dopo un poco non puoi nasconderti più, a niente e nessuno. Oggi io ci passerei la vita, su un’isola. Via i libri, via gli specchi, gli orologi, le scansioni di ritmo urbano, gli intingoli, le cuvée ed ogni forma raffinata ed esclusiva di ricerca. Via da ogni forma elusiva di ricerca.)

Io pensavo che esistessero paure per sé e paure per gli altri. Oggi so che è sempre la stessa: non si protegge nessuno se non per proteggere se stessi ed è tutto terribilmente vano, l’ennesimo inutile girare intorno a ciò che non compete, non è evitabile.

Al fondo delle cose so che ho paura dei fantasmi, di ciò che sembra scomparso e del suo possibile ritorno, di certi mali che credo di aver definitivamente debellato e di cui pure temo improbabili congiure, come nemici nell’ombra.

Al fondo delle cose non è di voi che ho paura, ma di me. Di quel bastarmi appena, a me, e del timore che non basti a chi amo, o che venga in fretta divorato e ancor meno mi basti.

Al fondo delle cose è questo.

(Poi avremo giorni e ore per raccontarci le arancine in riva al mare, i sonni sugli scogli,  i risvegli con onde e abbracci in sottofondo e i retroscena del consiglio comunale. La mafia non esiste, il problema della Sicilia è il tciàffico.)

* Sa’di per gli amici

Annunci

40 Risposte to ““Se il tuffatore pensasse sempre allo squalo, non metterebbe mai le mani sulla perla”, Abu Muhammad Muslih ibn Abd Allah*”

  1. proteus2000 Says:

    Questa magnifica eloquenza, in un discorso sulle paure, è già da solo un potente scongiuro, se non proprio un antidoto alla paura. E dici cose che vorrei tutti/e leggessero.

    Non ricordo chi ha detto che non si ha paura di niente quando tutto ciò che poteva accadere è accaduto. Se questo sia vero, lo sanno solo i morti. Noi, vivi, dobbiamo far accadere le cose, e affrontare (la paura del)lo squalo, se vogliamo la perla.

    I miei più ammirati complimenti per la tua scrittura.

  2. riccionascosto Says:

    (Poi parleremo di paure, e anche di più, che ognuno ha le sue e a volte per nascondersi da esse va loro incontro, come con la vecchia di Samarcanda. Intanto vedo con piacere che hai imparato a scrivere arancine)

  3. Tittyna Says:

    Se ogni volta che torna ci dona questi scritti, orsù riparta subito.

  4. Flounder Says:

    (l’impatto del rientro è terribile. son senza parole)

  5. aitan Says:

    “Angst essen seele auf”. La paura mangia l’anima.

    E di tutte l più terribile è la paura di se stessi (la paura di ‘se stesi’, m’era venuto di scrivere). Terribile più della paura dela paura.

    (Scuisami la sintesi banalizzante, ma a volte banalizzare mi serve per capire.)

  6. Flounder Says:

    di sé stesi mi pare enormemente riassuntivo, altro che banalizzante.

    (si tratta poi di vede’ se da soli o in compagnia, e sono seria, serissima. nessuna concessione alla goliardia)

    tittyna, non sono le partenze.
    sono le assenze e/o le presenze.
    certe vicinanze o certi vuoti.
    i buoni compagni di viaggio, le belle amiche.
    quando sono lontana e non scrivo, ascolto e penso, mi condenso. mi compenso.
    [so’ ‘na palla, insomma :-D]

    caro proteus,
    grazie di tanta stima.

  7. anonimo Says:

    la parola nascosta è solitudine. E’ stato il motivo di fondo di questa estate, a cominciare da quella dei numeri primi che s’è letta un pò tutti, a quella che si incontra negli interlcutori stazionanti ed esteri, a quella che si sperimenta anche in una specie di colonia di amici e parenti in una isola greca dal mome cerebrale. All’inizio ed alla fine di ogni vacanza,parola di origine latina che significherebbe vuoto, faccio un lugo bagno al largo, e mi ricordo sempre un film che si chiamava Chimere, e mi ricordo che da ragazzino smisi di fare nuoto, perchè nuotando nel desrto del mare, mi viene un fiatone che è ansia, che sarebbe paura, ma la paura viene prima dello squalo, la paura è la solitudine di fronte all’elemento che ti sbatte in faccia la presenza di te stesso. La paura che non è degli altri ma di te stessa, è (oggi non uso imiei forse) paura del vuoto intorno, è la solitudine che ci piglia in qualche punto, al cuore, al fegato, al pensiero, o dappertutto. Ma tu non aver paurache veramente sola non lo sarai mai

  8. anonimo Says:

    non è uscito il nome, sono quel pisaturo del cavaliere

  9. ArimaneBis Says:

    Paura di nulla. Paura del Nulla.

    (Splendido post. E mi associo alle congratulazioni per il corretto genere delle arancine: non è da tutti).

  10. Flounder Says:

    arimane,
    quella è la vostra conterranea riccionascosto che mi diffida dal dire arancino al maschile, come spontaneamente si direbbe qui a napoli.
    (nell’intimità – quando nessuno mi ascolta – io continuo a dire e pensare arancini)

    cavaliere pisaturo (ma mai pisaturo quant’a ‘mmé),
    giusto per sdrammatizzare un poco vi voevo dire che quello il dramma sta proprio là, nel sapere che non sarò mai sola e che mi devo sciroppare una pletora di parenti, amici e cumpagnelle.
    (sto scherzando, ummammamia come siete permalosi, che brutto carattere che tenete, mammamia)

  11. hobbs Says:

    qualcuno tempo fa mi disse che la differenza tra arancine/i era ed è meramente geografica. A Messina dicono arancine, e pare anche con una certa soddisfazione. Nel palermitano la i finale sembrerebbe distinguerli dai cugini insieme ad una miriade di altre cose. Il buon Camilleri scrive arancini, altro non so.

    il post è bellissimo, al punto che a me, fai paura te. Ma non da oggi.

    H.

  12. anonimo Says:

    e io proprio a quelli mi riferivo 🙂
    cav

    (nel senso degli amici e parenti non di quelli che a forma di cono capovolto si fanno a napoli e sono maschi e a forma di palla si fanno a messina e sono femmine)

  13. Flounder Says:

    adesso qui vorrei sapere se la questione è puramente nominalistica o sostanziale: arancine a arancini fanno ingrassare nella stessa maniera? 😀

    (hobbs, mi fa paura che ti faccio paura. ma non da oggi)

  14. riccionascosto Says:

    Hobbs, dissento sentitamente dal fatto che i palermitani adottino la finale i. Al contrario. Forse ci confonde con i catanesi (il che non è una bella cosa, da dire a un palermitano. In genere, perché io ho amici catanesi cui sono affezionatissima, ma sono evidenti eccezioni :P)
    Concordo invece sul fatto che la signora qui a volte faccia paura. Ma è quella paura di essere messi di fronte a noi stessi, forse più a nudo di quando vorremmo. Perché la signora, che dice di avere uno sguardo corto (ma questo, forse, lo capiamo in pochi) ha un occhio lungo. O forse, a raggi X.

  15. riccionascosto Says:

    Invece (oggi sono a rilento) la differenza tra arancine e arancini non è solo nominale: variano anche ricetta, forma e contenuti. Spesso, anche dimensioni.
    Quindi la risposta è che sì, è possibile che facciano ingrassare in modo diverso.
    Per esempio, le arancinE che fa mio padre sono palle di cannone (vere bombe caloriche). 😉

  16. Flounder Says:

    La verità, vi prego, sul ripieno

    ma anche

    Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono, / fate tacere il cane con un osso succulento, / chiudete i pianoforti… / L’arancino è pronto

  17. Flounder Says:

    riccio, io dico che la paura è soprattutto figlia dello sguardocortocapisc’ammè.
    è lo sguardo corto che seziona e nota i dettagli, che teme di inciampare e fa le ricognizioni del territorio.
    (ma su questo possiamo poi aprire decine di dibattiti, tutti per lo più inutili se non per scongiurare o fomentare le paure)

  18. ArimaneBis Says:

    Ma la volete davvero la disquisizione storico-filologico-antropologico-botanico-gastronomica sul genere di arancin* ?
    Guardate che è una minaccia: è lunga assai!
    (Forse, però, quella psico-socio-antropologica sulla/e paura/e merita di più).

  19. Flounder Says:

    la vogliamo!

  20. doonadwlvwnto Says:

    ciao

  21. 8e49 Says:

    hei, bentornata, dopo il post aspetto altri racconti 🙂

  22. BellaLu Says:

    ma la bellezza della perla non sta forse un po’ anche nel pensiero dello squalo? (eh? cosa? boh, mi è venuta così)

  23. arduous Says:

    “Se ogni volta che torna ci dona questi scritti, orsù riparta subito.”

    signurina flundèr, secondo me tittinella del numero #3 è stata troppo fetente co’ vvoi… ma che ci ha voluto dire, che non sapete scrivere? ch’è meglio che levate mano a ‘ccunciare le scarpe se dovete rompere le scatole alle semmenzelle?

    se volete che ve l’accide nun facite cumplimenti… servo vostro

  24. zaritmac Says:

    “Al fondo delle cose non è di voi che ho paura, ma di me. Di quel bastarmi appena, a me, e del timore che non basti a chi amo, o che venga in fretta divorato e ancor meno mi basti.” E’ per frasi come queste, Flou’, che non sono frasi come queste, ma il tuo sentirle e il fatto che esisti a pensarle e sentirle che non saprei immaginare uno spazio d’amicizia che non ti contenga. E qui ci vorrebbero quei fiumi di parole che ci teniamo ciascuna per sé. Perché, anche, abbiamo paura. E paure.A presto. E’ un desiderio imperativo categorico.

  25. anonimo Says:

    su paura bellezza e qualcosa di molto vicino, voglio citare francesco otto e quarantanove “invece di aver paura di quello che non poteva vedere, pensò che quando una cosa è perfetta, quando è troppo bella e non si può immaginarla più bella con la fantasia, quella cosa dà malinconia e basta. ”
    Questa cosa è troppo bella e vera o viceversa

  26. anonimo Says:

    ero sempre il cav, ma cosa ha la rete? Allora è vero che bastano 15 giorni di agosto per perdere qualcosa?

  27. elsecretario71 Says:

    Cavaliè:
    andate su http://www.splinder.com e rifate il loggin !

  28. ArimaneBis Says:

    A richiesta, ecco – a puntate, benché sia solo il compendio di un’opera in quattro volumi – il fondamentale saggio sul fondamentale problema dell’arancin*

    De arancinis 1

    Indice:
    1. L’oggetto
    2. Questioni di genere
    3. Il contesto
    4. Conclusioni

    1. L’oggetto

    Stuff
    La ricetta palermitana: riso, uova, poco sugo di pomodoro, eventualmente farina e poco pecorino. Si lessa il riso, si lascia raffreddare, poi si mescola il tutto.
    Per il ripieno: battuto di cipolla e sedano in cui rosolare carne sfilacciata, aggiungere estratto di pomodoro diluito, piselli.

    Step by step
    Lunga cottura, fino a ottenere un ragù molto denso. Si mescola poi del primosale a pezzetti. Nella ricetta originaria si aggiungono anche dell’uvetta e dei pinoli, tipici della tradizione araba, ma questo uso è ormai raro. I piselli sono un’intrusione più recente, ma entrata pienamente nell’uso.
    Preso un po’ di impasto di riso a coppa sulla mano, si riempie abbondantemente con il ragù, si copre con altrettanto riso, si compatta a formare una palla di 5-6 cm di diametro (un’arancia, appunto). Si passa nell’uovo battuto, poi nel pan grattato e si frigge in olio caldissimo, abbondante (si consiglia in pentola, in maniera da annegare le a. nell’olio e garantire la frittura uniforme). Alla doratura della panatura (fino al color arancio, appunto), si fanno asciugare, raffreddandole su fogli di carta. Alternativa per il ripieno (in questo caso si dicono al “burro”): bechamel, dadini di salame o prosciutto e di formaggio.

    Further things
    La versione orientale è invece spesso a punta, conica all’estremità superiore. In genere il ripieno è diverso: non ragù, ma pomodoro, carne tritata, formaggio, piselli.
    “Degenerazioni” modernissime (e ormai diffusissime): l’uso del risotto (con brodo e zafferano) invece dell’impasto di riso e uovo; parmigiano invece del pecorino, altri formaggi invece del primosale; aggiunta di prosciutto nel ripieno.

    (continua)

  29. Flounder Says:

    (è ovvio che chiediamo anche le fonti nonché una bibliografia ragionata)

  30. Flounder Says:

    BellaLu, quanto ci hai ragione, quanto. è da ieri che ci rimugino. e se il tuffatore usasse la perla come alibi solo per incontrare lo squalo?

    (mi viene in mente, un poco, Acido solforico, di Amélie Nothomb)

  31. ArimaneBis Says:

    Quella occupa un quinto volume ;))

  32. Flounder Says:

    seconda puntata, seconda puntata

  33. riccionascosto Says:

    Aggiungerei che in alcuni casi, nella versione orientale sono presenti anche delle verdure (tipo il ripieno del pitone messinese, per intenderci).

    Ma lei, ArimaneBis, nell’arancina un poco di caciotta di caciocavallo fresco ce la mette? Perché ci sta bene, assai.

  34. Flounder Says:

    scusate, ma mo’ ‘stu pitone messinese che è?

    (c’è qualcosa di profondamente allegorico in questa vostra cucina. zozzoni!)

  35. ArimaneBis Says:

    Calma, Riccio! Il pitone arriva al cap.4 (Il contesto)

    Flounder, non hai ancora visto niente, quanto a zozzerie! Aspetta il cap.3

    Ecco, intanto, la seconda puntata:

    De arancinis 2

    2. Questioni di genere

    Antefatto (ma “ante” assai!)
    L’Oriente e l’Occidente della Sicilia, oltre che per vocazioni produttive e strutture economiche, sono molto diversi quanto a caratteristiche linguistiche (pronuncia, lessico, locuzioni). La differenza è originaria: l’isola era più grecizzata (bizantina) a Est; a Ovest fu maggiore l’influsso arabo-berbero, che si innestò su una latinizzazione più accentuata.

    Il nome della cosa
    “Arancina” è la versione palermitana, femminile, con riferimento “corretto” (secondo l’uso italiano) al frutto dell’arancio, per l’evidentissima analogia di forma, dimensione e colore. Ciò è in contraddizione con l’uso del siciliano, che usa indiffrentemente il maschile per per la pianta e il frutto.
    Il plurale suona “arancini”, ma non è affatto maschile.
    “Arancinu”, al maschile, è la versione orientale. E’ linguisticamente più coerente con l’assimilazione arancia-arancio (frutto-pianta) di tutto il siciliano.

  36. ArimaneBis Says:

    Avendo dimenticato il “continua”, vista l’aspettativa che si è creata (eccerto! parlando di zozzerie! 😉 ), non ritardo oltre il terzo capitolo.
    Non prima della nota bibliografica richiesta, però, almeno per il cap.1:
    unica opera affidabile, l’ormai introvabile Anna Pomar, La cucina tradizionale siciliana,
    Brancato editore, 1984.

    De arancinis 3
    3. Il contesto

    Ovviamente non c’è primogenitura, né versione “corretta”; in tempi recenti, l’arancin* si è diffus* in tutta la regione. Ma è un fatto che nelle provincie orientali sia meno forte la tradizione della Friggitoria, vivissima invece nel palermitano. Sono locali a piastrelle, dove si producono e vendono mille specialità gastronomiche molto popolari: panelle (farina di ceci cotta in acqua, spianata e tagliata a quadrati, fritta; si mangiano in mezzo al pane), cazzilli (crocchette di patate con menta e prezzemolo), broccoli (cavolfiori) in pastella (sic.: pastetta), quaglie (melanzane intagliate e fritte intere). Il mangiare di strada, a Palermo, è tradizione antichissima (gli strifiziarii, venditori ambulanti di interiora e carni ovine, bovine e suine di seconda scelta cotte in vario modo, sono documentati almeno dal Trecento). Inoltre, l’uso del riso ha nella tradizione palermitana un forte radicamento: in ricordo di una carestia seicentesca, il 13 dicembre, giorno di S. Lucia – alla quale viene attribuito il miracolo dell’arrivo di una nave carica di frumento proprio nel giorno a lei dedicato – tradizionalmente non si vendono pane né pasta e si mangiano appunto arancinE di riso, oltre alla cuccìa (crema di latte con frumento bollito e spezie – ma prima era un piatto salato, di grano lesso e verdure – in ricordo del festeggiamento fatto con il frumento appena giunto, che non si fece in tempo a molire).
    Insieme alle panelle, l’arancinA è immancabile, nelle friggitorie.

    (Ah, poco fa m’ero confuso: il pitone compare solo nel IV atto).

  37. Flounder Says:

    arimane, ma tu sei l’eminenza grigia dell’arancin*

    (ed è inutile che continui a piazzare quest’asterisco facendoci presupporre una certa neutralità circa il genere, quando è evidente che la pensi femmina, quest’arancin*. la Concetta Freud che è in me voleva leggerci un che di edipico, dietro questa femminilità della palla di riso, ma poi ha pensato che voi siculi chiamate al femminile il sesso maschio e al maschile il sesso femmina e allora si è confusa un poco e aspetta nuove e scottanti rivelazioni)

  38. ArimaneBis Says:

    *Flounder:
    di grigio c’è la chioma, di eminenze non lo so (me ne intendo poco, di porporati).

    *Cuncettì:
    ‘un ti cunfunniri: masculu u fimmina, sempri ddannu fannu, tutti ddui!

    E per sovrappiù, ecco la quarta e ultima parte del saggio, dove si svela il mistero dell’opinione dell’autore, argutamente anticipata dalla promettente terapeuta austro-partenopea.

    De arancinis 4
    4. Conclusioni e nota

    Quanto detto – insieme alle evidenti radici arabe (il riso, uvetta e pinoli della tradizione) e iberiche (ancora il riso), induce a considerare l’arancin* una specialità più propriamente occidentale e dunque a ritenere più appropriata la versione femminile del nome.
    A Catania, pochi locali simili vendono piuttosto crespelle (panzerotti di pasta cresciuta, fritti, ripieni di pecorino o ricotta e acciuga), a Messina i pitoni (panzerotti con verdura, pomodoro e formaggio); a Ragusa-Siracusa prevalgono invece prodotti da forno, le scacce (pure di tradizione catanese): pasta all’olio o strutto, con ripieni svariatissimi (melanzane, cavolfiore, ricotta e salsiccia, pomodoro e prezzemolo).
    Ma qui si inizia davvero a divagare. Grazie della vostra attenzione.

    Nota
    L’uso, da parte di Camilleri del termine al maschile sembra una sorta di captatio benevolentiae: essendo più noto “sul Continente” il siciliano orientale, lo scrittore (o l’editore?) ha optato per quella versione, pur appartenendo all’area linguistica occidentale.

    Un’aggiunta bibliografica finale:
    G. Coria, Profumi di Sicilia, Cavallotto, Catania, 2007
    (670 pagine, carissime, filologicamente abbastanza corrette; sull’a. non ho verificato, ma è una voce orientale, che bilancia quella citata prima).

    (Gratissimo alla padrona di casa per l’ospitalità di una tanto verbosa disquisizione).

  39. Flounder Says:

    arimane, noi qui per l’ammirazione siamo a bocca aperta, tanto che ci passerebbe dritta dritta un’arancina.

    si sappia tuttavia che, nonostante la dotta dissertazione, nell’intimità io continuerò a chiamarli arancini, quando nessuno mi sente.
    come faceva la nonna mia e la nonna della nonna, che li imbottivano di carne alla genovese o di ragù con il poco di sugna e la tracchiulella – e qua, sulla genovese, si potrebbero scrivere fiumi e fiumi di inchiostro.
    arancini piccoli, con l’uovo nel riso, e pezzettini di salame napoletano.

    e il sartù, il sartù.
    ah, signori miei, che tempi d’oro, quelli delle nonne.

  40. ArimaneBis Says:

    Signora Flounder, consideri la mia modesta disquisizione un omaggio al pregevole sollazzo che da tanto tempo i Suoi scritti ci regalano.
    Servo Suo,
    Arimane
    ;))

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: