Archive for settembre 2008

Hse nao: la beauty farm e l’origine del totalitarismo. Tecniche per la fabbricazione del consenso

settembre 29, 2008

Io poi avevo continuato a rimandare il giorno di fruizione del famoso regalo di compleanno soprattutto per mancanza di tempo.

Ma anche perché aspettavo il giorno giusto, alla fine di una settimana particolarmente impegnativa.

E non ultimo perché il regalo era consustanziato a un buono che per circa tre mesi è scomparso dalla mia vista.

I malevoli dicono che è colpa del mio disordine;  la verità è che sono ignoranti e poveri di spirito e non sanno che l’universo si allarga e si restringe a suo piacimento, che la materia può assumere forme distinte e che il disordine – soprattutto il proprio – è un concetto ormai démodé anche per gli studiosi del Caos.

Ma insomma, finalmente venerdì scorso mi decido e prenoto questo percorso di benessere presso la beauty farm cittadina.

E qua bisogna fare una precisazione, ma anche due.

La prima è che io non mi rilasso. Nel senso che la mia stanchezza, il mio stress sono fatti cerebrali. A nulla serve mettermi sdraiata in un luogo silenzioso e tranquillo. Anzi. Nella totale assenza di movimento, il cervello si muove come un criceto sulla ruota e io ne vengo fuori peggio di prima.

Io sono una che si rilassa nel movimento, nell’azione e soprattutto all’aria aperta.

La seconda cosa è che non amo essere toccata da mani appartenenti a corpi che mi siano meno che intimi. E pure quando mi sono intimi, succede che a volte faccio fatica e dico: statt’ quieto!

Vabbè, allora vado.

Tutto un marmo bianco, marmo grigio, marmo rosa, legni asiatici, incensi, petali di fiori di qua e di là, radica, musica di sottofondo, ambienti diversamente riscaldati, luci soffuse.

Dovunque, in ogni sala, una fontana con un filo d’acqua corrente che simulava lo scorrere di una cascata, la pace, il panta rei e che a me faceva venire solo voglia di fare pipì.

Per prima cosa mi hanno portato in un bagno turco, venti minuti, a sudare.

Quando ho pensato che da lì a un minuto sarei morta, che la fine era così imminente da non avere dubbi e le scene della vita passata mi sfilavano davanti agli occhi come un film e io finalmente  avevo perdonato e benedetto tutti, mi hanno preso, avvolto in accappatoio asciutto e bollente e portato in una stanza fredda e da lì sottoposto ad un percorso di docce: la prima, micronizzata e gelida da morire; la seconda, tiepida e con un getto d’acqua che riproduceva la spirale del Dna avvolgendo la vittima in un tunnel di tepore e benessere; la terza, due getti infuocati in forma di maglio sulle clavicole, senza possibilità alcuna di sottrarsi.

Ma quando ho avuto l’esatta percezione che la  pelle fosse sul punto di staccarsi e che avrei visto tendini e nervi affiorare tra i muscoli, la biutyfarmessa è venuta in mio soccorso con un secondo accappatoio caldissimo ad avvolgermi per portarmi all’hammam.

Questo hammam aveva al centro una specie di altare sacrificale in marmo bianchissimo, sul quale mi hanno adagiata e poi aspersa di acqua calda che facevano colare da una ciotola di legno, alternando movimenti di violento sciàààfff a pacati e sensuali schlooott.

Poi è arrivato lo scrub. Le cellule morte volavano dovunque: un’ecatombe. Avrò perso almeno due millimetri di circonferenza corporea.

E poi di nuovo sciàààfff. E poi di nuovo schlooott.

Poi un olio saponoso e le mani della biutyfarmessa che andavano andavano andavano senza chiedere permesso, manco fosse stata intima.

E poi di nuovo sciàààfff. E poi di nuovo schlooott.

E poi ho guardato un orologio ed erano passati in tutto solo quaranta minuti. M’è preso il panico: e che mi faranno nel resto del tempo?

Con un terzo accappatoio profumato e caldissimo mi hanno deportato in una sala con una vasca enorme e un idromassaggio potentissimo.

Tenuta là dentro per oltre mezz’ora, con una tale potenza di getto che mi sembrava di aver fatto due ore di aerobica ad altoimpatto: i muscoli totalmente massacrati. Lì ho cominciato a cedere, ho capito che non è possibile sfuggire alle loro logiche di rilassamento, che a un certo punto bisognava arrendersi, pena il peggio.

Nella vasca idromassaggio ho capito che se volevo uscire viva da lì dovevo collaborare e fare tutto quello che mi veniva richiesto.

All’uscita dalla vasca un quarto accappatoio asciutto e caldissimo mi aspettava.

Ho istantaneamente represso il pensiero dell’ecoinsostenibilità delle beauty farm, temendo che potessero decodificarlo telepaticamente e ho seguito la biutyfarmessa in sala massaggio.

Un cocktail di oli che non hanno esitato a definire essenziali, ancorché totalmente superflui, mi ha steso definitivamente. Molto probabilmente la miscela conteneva triptanolo e cloroformio.

Nei trenta minuti a seguire non so cosa sia accaduto, non rispondo di eventuali conseguenze ed eventualmente mi dichiarerò prigioniera politica o invocherò la seminfermità mentale, secondo le accuse che mi verranno mosse.

So solo che quando ho riaperto gli occhi, riavvolta per l’ennesima volta in un accappatoio caldissimo, asciutto e profumato, la biutyfarmessa languida mi ha detto: adesso la accompagno in sala relax.

Un brivido di terrore mi ha percorso la schiena: sala relax? Ma perché, finora che abbiamo fatto?

In sala relax mi aspettava un bicchiere con un liquido rosso sangue, ghiacciato e dal sapore totalmente indefinibile, insieme a due biscottini anch’essi dal gusto raro e inclassificabile. Probabile che si tratti di cibi predisposti dalla Nasa per missioni spaziali, l’equivalente proteico di un pranzo di matrimonio in dodici portate, a giudicare dall’effetto corroborante.

All’uscita – era buio all’uscita, e io ci ero entrata di primo pomeriggio –  anche se sembrava brutto chiedere, perché a caval donato non si guarda in bocca etc etc, ho fatto finta di voler diventare cliente abituale e mi sono informata su quanto mi sarebbe costato ripetere l’esperienza: un niente, considerando tutti i detersivi impiegati nel lavaggio degli accappatoi, le pantofoline in plastica monouso da smaltire, i fisici nucleari coinvolti nella preparazione delle tisane, l’acqua lasciata a scorrere per ore, le foreste disboscate per ricavare mogano e wengè.

Un niente, veramente. Mi hanno fatto subitissimo una tesserina per ottenere favolose agevolazioni e omaggi, che so, un armadietto vista mare, una seduta di aromaterapia al gusto di fungo porcino, o una confezioni di fanghi terapeutici da passeggio con bendage firmato.

Uno dice: eh vabbè, Flounder, lascia perdere le valutazioni morali e dicci se almeno ti sei rilassata veramente. Ti sei rilassata veramente?

E che volete che vi dica? Certo che sì. Rilassatissima. Come no.

Secondo me con un carrarmato facevano prima.

Assenze giustificate

settembre 24, 2008

E’ che settembre è sempre un mese infernale, la rentrée si fa sentire. Tutto un corri-corri, un andirivieni convulso.

Quest’anno mi sa che pure ottobre, a guardare l’agenda: un tot di voli, un sacco di treni, qualche convegno, il compleanno della quasi novenne, svariati passaggi medici, un’udienza civile che non manca mai e ci tempra il carattere e lo spirito, varie ed eventuali.

Ad averci tempo si scriverebbe volentieri qualcosa.

Ad avercene poco, invece, si fa volentieri qualcos’altro. Ma molto volentieri.

Never Let Monkey Eat Bananas

settembre 15, 2008

“La teoria originale era sbagliata: non c’è bisogno di stimoli esterni per restare svegli.

Attraversai intere ore di nullafacenza per dimostrare a me stesso che non era necessario affardellarsi di cattivi pensieri e preoccupazioni, di impegni insostenibili e nemmeno assumere sostanze eccitanti o cose simili per provocarsi l’insonnia.

Superato il primo tunnel di desiderio di sonno, il bisogno pian piano scompariva e ci si poteva addentrare in una dimensione dall’apparenza artefatta, ma che dopo un poco appariva molto più reale e concreta di quelle conosciute fino a quel momento.”

John C. Lilly, Il Centro del Ciclone

 

Oliver: e fu così, dopo la lettura di questa pagina, che io e la signora Eva Godall decidemmo che non avremmo più dormito.

Tra noi non furono nemmeno necessarie le parole, o una qualsiasi forma di concertazione.

Aspettavamo il buio, e intanto dal lampeggiare dei nostri occhi l’eccitazione di un gioco nuovo si propagava a tutto il corpo. L’ultima cosa altrettanto divertente che ricordavo era stato l’apprendimento della formula leucocitaria.

Lei insisteva che per impararla a memoria io dovessi usare la frase mnemonica: Never Let Monkey Eat Bananas. La trovavo davvero comica, anche se fingevo di non volerla apprendere per una questione di principio.

All’inizio questa cosa del sonno durò tre giorni. Poi, stremati dal freddo e dalla stanchezza, ci assopimmo per un periodo che ci parve eterno, mentre non furono che poche decine di minuti.

 

Miss Godall: al risveglio lui mi accarezzò col gesto sicuro di chi conosceva ogni cellula del mio corpo, quel gesto che aveva pianificato minuziosamente per giorni, mesi e pur senza esercitare aveva la consistenza della conoscenza perfetta.

Sorrisi. 

Al mattino – ma avrà ancora un senso parlare di mattino, ormai? – la luce inondava tutto e restavamo a farci sommergere. Giravamo su noi stessi, simili a grosse corolle.

Oliver: con l’affievolirsi dei colori sgranchivamo le gambe, passeggiavamo a lungo senza una meta, incapaci di offrirci il benché minimo progetto.

Nei giorni ci accorgemmo che veniva meno anche l’appetito, anche la sete.

Attraversammo ore intere di digiuno per approdare a uno stato in cui non avevamo bisogno di nulla.

 

Miss Godall: nel tempo le sue mani diventavano più lievi, diafane. A memoria ripercorrevano sentieri sulla mia schiena: potevo sentirne il tocco ossuto e contare le mie vertebre. Era piacevole.

Qualcuno ci informò che stavamo morendo.

Sentivamo la sua voce a distanza, come ovattata.

Ma noi ridevamo, in preda a euforia incontenibile. Non stavamo morendo, eravamo solo transitati in un’altra dimensione, difficile da spiegare.

 

Oliver: rifiutammo ogni proposta e i tentativi di farci addormentare.

Resistemmo.

Quando ci offrirono una mela, la accettammo. Non la mangiammo.

La mettemmo da parte, solo per accontentarli.

 

Al settimo giorno di esperimento, le due cavie non danno segnali di cedimento.

Risulta alterata la percezione dei tempi di veglia e sonno, sicché  ritengono di aver trascorso l’intero periodo in totale privazione di sonno, mentre invece il rallentamento delle pulsazioni cardiache e l’ampliamento della frequenza respiratoria rivelano uno stato di addormentamento di cui essi stessi sono inconsapevoli.

Da quarantott’ore hanno smesso volontariamente di alimentarsi e i primi segnali di dimagrimento sono evidenti, ancorché non sia sopravvenuta disidratazione.

L’esemplare maschio continua a sfregarsi, per quanto con maggiore delicatezza, sul corpo dell’esemplare femmina, che reagisce positivamente e non mostra ostilità.

Il rifiuto di alimentarsi correttamente viene meno di fronte alla possibilità di un approvvigionamento di tipo vegetariano, al quale accedono concordi.

Allo scadere dei sette giorni l’esperimento si considera concluso e la due cavie saranno rimesse in libertà.

 

All’uscita ci aspettava la macchinetta del caffè, una stanzetta in cui permetterci un adeguato riposo e un abbondante buffet. C’erano molti giornalisti e la signora Eva Godall rispose compitamente alle loro domande.

Non avevamo fame: chiedemmo un taxi, intascammo la paga e tornammo a casa.

Il primo reality nella storia dell’umanità ci vedeva vincitori assoluti.

Io e la signora Godall stabilimmo di continuare a vivere insieme.

Al mattino mi avrebbe annodato la cravatta, almeno per i primi tempi. Non più di un paio di settimane.

Noi scimpanzé impariamo in fretta.

In cambio le avrei grattato la schiena ogni sera, l’avrei accompagnata al cinema e in vacanza.

L’amore sarebbe venuto nel tempo, ne ero certo.

[a mia figlia, che mi ha spiegato a parole sue la differenza tra creazionismo ed evoluzionismo, tra Dio e Darwin e che quando leggerà questa storia mi dirà: mamma, dài, ma sei scema?]

Scienza, letteratura e tecnologia. E anche di più, toh.

settembre 10, 2008

Io poi non è che ami parlare o scrivere a vanvera, e anche se poi dico un sacco di fesserie ciò non toglie che un pochino abbia cercato di documentarmi, prima di riferirle.

Allora, la questione è che mi pare che i Cronopios e i Famas altro non siano che la trasposizione narrativa dei bosoni e dei fermioni. Cortàzar era un fisico letterario, ne sono certa.

I fermioni sono ordinati, occupano ciascuno il suo posticino, ognuno il suo stato quantico.

I bosoni invece fanno casino, entrano, escono, si muovono. Tutti insieme appassionatamente nello stesso recinto quantico.

Paradossalmente, tuttavia, a dispetto del loro ordine, i fermioni  permangono in condizioni asimmetriche e sospese, un poco tristanzuole.

Invece i bosoni, quando stanno insieme, sono sempre felici e in equilibrio.

Alcuni bosoni – ma forse in realtà sono le Speranze – sono eccitoni.

Cito, eh: un eccitone può essere considerato come lo stato eccitato di un atomo o di uno ione. (…) A condizione che l’interazione sia attrattiva, un eccitone può legarsi con altri eccitoni per formare un bieccitone.

Inutile precisare – a questo punto – la questione dei buchi neri. Credo che la mamma vi abbia detto.

Se così non fosse, vi riepilogo  tutti gli elementi del passaggio: bosone à eccitone à buco nero à bigbang

Costruitevi da soli il vostro universo.

Io devo andare, mi aspettano all’LHC*

Se proprio non ci riuscite, leggete come fanno gli altri**

 

* Loredana Hair Coiffeur

** su segnalazione di Zu, il link dal volto umano

No hay nostalgia peor que añorar lo que nunca jamás sucedió…

settembre 8, 2008

Che poi le cose, quelle che tu dici che accadono per caso.

Ma quando mai.  C’è sempre un filo da seguire, un motivo sottostante. Qualcosa da individuare e recepire, ne sono certa. Qualcosa che reclama una messa a fuoco.

E’ che questa frase, questa cosa della nostalgia,  è stato un poco il tema portante di queste ultime due settimane, ritrovata espressa allo stesso modo in tre posti diversi: uno spettacolo teatrale, un concerto e un libro.

Lo spettacolo: Manca solo la domenica, con Licia Maglietta che è bellissima e il bajan ucraino di Vladimir Denissenkov, già musicista e arrangiatore per Moni Ovadia. Un divertente monologo che racconta la storia di Liboria Serrafalco detta Borina. Il matrimonio organizzato con il pilorusso Liuzzo dura pochissimo, poi lui partirà per l’Australia e si rifarà una famiglia laggiù.

Borina diventa una vedova non ufficiale, e come tale priva delle gioie della vedovanza, della sua accattivante liturgia: la possibilità di comprare rose rosse da portare sulla lapide in un guizzo di erotismo postumo, di avere un marmo da lucidare ed eleganti abiti da lutto e mezzolutto da sfoggiare durante lo struscio  in piazza, alla fine della Messa.

Ditemi voi: che senso ha essere vedova, se privata di tutto ciò?

E in questo vuoto abitato dal desiderio di ciò che non è stato, si costruisce un mo(n)do suo: dopo un giro per cimiteri di paesi vicini, adotta sei “mariti” defunti ai quali corrispondere le sue amorevoli cure di vedova devota, costruendo giorno dopo giorno la storia che non fu, coltivando le nostalgie di ciò che avrebbe potuto essere e negandosi la vita.

Fino al giorno in cui – improvvisamente dopo quarant’anni – torna Liuzzo a riprendere il suo posto.

E qua non vi dico niente più, se passa dalle parti vostre ve lo andate a vedere.

Ma la frase, la frase vera scritta proprio così, è in una canzone di Joaquìn Sabina, riascoltata sabato sera al concerto di Adriana Varela, che a me veniva voglia di salire sul palco e dirle: io, io, sono io. Io, quella che si faceva mandare i dischi da lontano, quella che ha iniziato ad appassionarsi al tango dopo aver sentito il graffio di questa voce. Sono io. Sono io quella che in un pomeriggio di quindici, sedici anni fa, chiacchierava con l’argentino dagli occhi belli e il cuore fragile e intanto tendeva un orecchio alla musicassetta per inseguire i testi e l’argentino di cui nemmeno mi ricordo il nome me l’ha lasciata, partendo, e io l’ho ascoltata così tante volte da consumarlo, quel nastro, per quella voce di fumo e notti. Per tutte le storie ascoltate in tutte le notti in cui mi avete raccontato delle cose, cose pesanti, dense. Cose che mi hanno insegnato e imparato.

Poi nel frattempo ho iniziato a leggere un libro che mi ero trascinata per tutta l’estate senza mai aprire, e che poi, in due brevi viaggi in treno, ho divorato.

Si tratta di Gioconda Belli, El infinito en la palma di mano.

Ora, la storia è banalmente conosciuta da tutti: Adamo, Eva, il Serpente e tutto quel fatto là.

La bellezza è nel modo in cui la racconta, con la stessa delicatezza mischiata ad erotismo delle sue produzioni poetiche, riuscendo a raccontare la cacciata dal paradiso terrestre come un’avventura di cui in alcuni momenti io stessa dimentico cosa avverrà.

Gioconda Belli è quella che ha scritto una cosa che si intitola: Regole del gioco per uomini che vogliano amare donne donne.

Che già questo titolo basterebbe a farmela amica per tutta la vita.

Ma torniamo al libro e alla frase, che viene durante uno dei dialoghi tra Eva e il Serpente.

Curiosamente il Serpente in spagnolo è la Serpiente, al femminile, il che modifica molto il senso delle cose e della storia, sottintendendo con levità la possibilità di una dualità antecedente alla Creazione, un Dio che non è solo, ma ha fin dall’inizio qualcuno con cui dialogare e litigare, come tra moglie e marito. La Serpente è la voce con cui Eva cerca di confrontarsi per tutta la durata del romanzo, alla quale pone domande, con la quale ha un rapporto di ambivalenza totale, odiandola per averle proposto di mangiare all’albero della Conoscenza e ricercandola, tuttavia, per le forme di conoscenza che possiede.

Dio ti ha infuso la nostalgia per ciò che non conoscevi, per ciò che non era accaduto. E’ per questo che hai mangiato dall’albero.

E perché mai avrebbe dovuto farlo?

Credo che si annoi. Immaginati come riesca a distrarsi creando creature che priva della conoscenza e segue poi passo passo, per vedere come se la cavano, e se riescano con l’ingegno e i mezzi a disposizione a tornare al punto di partenza.

Stamattina avevo voglia di mettere insieme tutti i pezzi, come un collage.

E poter  dire un giorno anch’io: non mi pento di niente. Adesso sono qui, lo voglio io. Non mi pento di niente.

C’è un filo conduttore che vedo ed ha a che fare con tutti i pesi dei desideri monchi, con certe cose che non ho mai voluto mie e che ho desiderato a volte per copione, con le sfide perdute in partenza lanciate o raccolte a un dio annoiato.

Lo guardo, questo filo. Poi sogno di tagliarlo e di volere solo quello che c’è. Adesso, qui, intorno a me.

[Sto entrando in un anno in cui mi serve molto meno, mi servono poche ed essenziali cose. Un anno con più formosità e meno formalità. La nostalgia di ciò che non è mai accaduto è inutile piombo alla cintura, è un vezzo vanitoso. Non mi serve.]

Si metta a verbale, si metta.

settembre 4, 2008

Volevo andare a ballare a Marechiaro io, stasera. Alla faccia dei piedi piagati.

Invece sono andata alla riunione di condominio.

Io non ci vado mai, in genere delego. Delego, delego. Delego al condomino R., mio dirimpettaio di origine calabrese, puntiglioso e un poco tirato di mano e di lui mi fido ciecamente.

Solo che il condomino R. ha detto che ci dovevo essere. Addirittura pure l’amministratore mi ha telefonato mentre ero a Filicudi, tra una palla di riso e una granita.

Per favorire un’ampia partecipazione si è stabilito di usare un locale condominiale, ancorché sprovvisto di sedie. Tanto era una cosa veloce.

Tre ore e un quarto all’impiedi.

Poi di colpo si è interrotta, la riunione, perché dovevano tutti scappare a vedere la gara di fuochi d’artificio. Fino a venti minuti fa sembrava di stare a Mostar.

Abito in un quartiere di fuochisti.

Difficile immaginare cosa sia un quartiere di fuochisti per chi non abita in un quartiere di fuochisti.

Abbiamo anche una banda musicale di quartiere, noi.

E una chiesetta che suona le campane a distesa a tutte le ore.

E un parroco con i capelli tinti e le camicie hawaiane nonostante i settant’anni.

E per finire è un quartiere edificato su un’antica cava di tufo, dove le case sprofondano, lente e inesorabili.

Anche la mia.

Ma stasera eravamo tutti riuniti ad accogliere l’avvocato M., latore di una felice notizia: abbiamo vinto la causa contro il costruttore, per lo sprofondo e tante altre cose.

La cattiva notizia è che la società è in liquidazione e forse non riusciamo a recuperare un solo centesimo di risarcimento e continueremo a sprofondare, ma con la giustizia dalla nostra.

C’è anche un’altra cattiva notizia: lo sprofondo crea un danno alle condotte del gas, se non si interviene subito possiamo saltare in aria come niente. Quelle cose che si leggono sui giornali, onesta famiglia, tot di figli, etc etc. Ma con diecimila euro ci passa la paura.

L’amministratore vuole un Presidente a dirigere la riunione.

Nessuno fiata, nessuno si propone.

Il condomino A., marito della maestra, dice: una donna, per la par condicio, e indica me.

No, no. Io no. Io per oggi ho già dato.

All’unanimità scegliamo il Preside N., che sa scrivere, è un oratore reboante, ha una voce stentorea e di tanto in tanto sbatte il pugno sul tavolo ed è autorevolissimo, panzuto e baffuto.

Ma il vero problema di questa riunione non è lo sprofondo: è il condomino Z., che in qualità di caposcala, ha fatto pervenire giorni addietro una lettera aperta a tutti i condomini.

Il condomino Z. è uno di quelli che non hanno un cazzo da fare, presumibilmente un baby pensionato dell’esercito con velleità da sergente maggiore. Il ruolo di caposcala gli sta stretto, aspira a cariche importanti, a una rapida ascesa gerarchica.

Negli anni ha avocato a sé il ruolo di giardiniere, che esercita abusivamente, ancorché in modo gratuito. Poi ha corrotto l’elettricista, occupandosi di sostituire in sua vece le lampadine e ritarando i timer notturni sull’ora legale. Ricusato dal postino, al quale si era offerto per la distribuzione delle corrispondenze, si è prontamente riconvertito al controllo di gestione delle manutenzioni ordinarie, creando alleanze strategiche in tutte le scale.

Il condomino Z., con bermuda, cinesina e polo arancio, oggi vuole di più.

Cito dalla sua lettera: i problemi da affrontare nel governo del condominio sono analoghi a quelli che si incontrano nella guida di un paese. Si comprende allora, per analogia, quale debba essere la mia missione […] Siccome mi ritengo una persona tenace ho deciso, per il bene della salvaguardia e della nostra proprietà, di propormi NON come caposcala, ma come consigliere, cioè una persona dotata di CARISMA.

Segue programma elettorale dettagliatissimo e successivo comizio nel corso del quale frequenti sono le autocitazioni – non prive di una certa eleganza – alla sostanza e consistenza dei suoi virili attributi.

E tutto ciò in cambio di un compenso che non vogliamo definire tale, giacché tale non è.

E’ un rimborso spese, foss’anche in forma di schede telefoniche e buoni benzina.

Il condomino S., emaciatissimo, sbraita: basta, non ho tempo per queste idiozie, io domani mi devo fare una chemio.

La condomina F. ne approfitta per raccontarci un’altra volta della sua passata malattia e degli effetti collaterali delle terapie.

Il condomino Ing. T. sostiene la proposta del condomino Z., citando eclatanti episodi in cui lo stesso si è distinto, salvando il condominio tutto da truffe sicure o da gravi minacce provenienti dall’esterno. Ricorda con commozione l’interposizione umana del condomino Z. – similmente a Rachel Corey – che col suo corpo bloccò una ruspa incaricata di spostare proditoriamente i contatori dell’acqua dalla scala B alla scala C.

L’amministratore ribadisce che non esistono riferimenti normativi per la creazione di una simile figura professionale di consigliere carismatico.

Il condomino I. approfitta del bailamme per ricordare che la gente dei piani alti gli butta le schifezze sul terrazzo, ivi incluse palle di peli di gatto, che lui tollererebbe se il gatto in questione fosse di pelo azzurro, ma poiché è nero e bianco, come il suo proprietario,  lui oltre al danno non si può pigliare pure la beffa juventina.

Il Preside N. coglie la palla di pelo al balzo e tiene una lezione sull’etica che pare Benedetto Croce, il marito della condomina P. freme al pensiero della parmigiana di melanzane che lo aspetta, i fuochisti incombono.

Bisognerebbe affrontare per la milionesima volta la questione irrisolta del condomino L., che ha costruito su una porzione di terrazzo condominiale una garçonnière abusiva e prende la corrente dai pianerottoli. Il condomino L. è lì presente, con la moglie strafatta di Prozac, come se la cosa non lo riguardasse. Lui è le Varie ed Eventuali di tutte le riunioni di questo spettabile consesso.

Fino a pochi anni fa picchiava selvaggiamente il figlio quasi trentenne e poi lo chiudeva in terrazza perché studiasse, senza possibilità di rientrare in casa. Tutto quel che so di diritto l’ho imparato da lui, nelle lunghe ore di ripetizione ad alta voce al freddo e al gelo o sotto un sole di pazzi.

Ma sta per iniziare la gara di fuochi, non c’è tempo per discutere di queste cose.

Il condomino Z. sente che il suo carisma non è condiviso e fa un’uscita di scena teatrale, alla Leopoldo Mastelloni, alla Enzo Moscato. Io e la condomina P. prorompiamo in un applauso.

In sottofondo i primi botti.

Il condomino L. dice: noi li guardiamo dal terrazzo condominiale, venite anche voi?

E un po’ ci strizza l’occhietto, magari ci offrirebbe pure un’orzata.

Una volta ha provato a spiegarmi che l’abusivismo edilizio non esiste, che è solo l’invidia della gente.

Gli volevo rispondere che la Lebensraum parlava di nuove terre e orizzonti, e non di terrazze e orizzonti, ma poi ho pensato al figlio e son stata zitta.

Non sono io ad essere paranoica, sono loro ad essere inaccurati e disattenti

settembre 1, 2008

Nel dolore sordo e costante che si è trasferito dalla caviglia alla pianta del piede e all’anca, decido di procedere – come da antica abitudine – ad autodiagnosi, che poi discuterò con il medico prescelto.

Questa posizione dialettica e assolutamente critica nei confronti degli eredi di Asclepio e dei suoi figlioli deriva da una reiterata serie di episodi di malasanità di cui siamo stati vittime in famiglia, nonché da una generica sfiducia nel genere umano e nelle sue capacità di studio e applicazione.

Seguendo questa metodologia, negli anni mi sono autodiagnosticata spesso sindromi rarissime da cui sono miracolosamente guarita grazie all’espressione sprezzante del medico di turno, e mi sono altresì specializzata nel riconoscimento di sintomi delle più svariate patologie.

Fatta la premessa, ieri sera ho deciso che volevo dare finalmente un nome a questa plantalgia di cui soffro ormai da mesi – fine aprile, per la precisione, insorta verso l’una del mattino di una domenica, non mi chiedete come faccia a ricordarmi questi dettagli, io che non ho memoria dei fatti e più in generale di niente, però questo me lo ricordo e mi ricordo anche tutta la serata, sicché potrei stupidamente concludere che si tratti di un male psicosomatico, ma non lo voglio pensare nemmeno per un istante – e dunque attribuirmi un neuroma di Morton o un morbo di Kohler variante II, non sapendo se prediligere la prima o la seconda possibilità.

Forse, lasciata a me stessa, la prima mi pare sicuramente più interessante. Certo l’idea di affrontare un intervento chirurgico non è cosa da poco, ma il piacere segreto dell’autodiagnosi non si ferma certamente di fronte a queste bazzecole.

La seconda è più facile da curare, un plantaretto e via. Però non mi dà sfizio, diciamolo chiaramente.

Io poi mi ricordo che da piccola, a casa di parenti e amici, circolavano quelle enciclopedie mediche, in stile Garzantine.

La includevo nella lista dei regali da richiedere a Babbo Natale e Befana, ma niente, non sono mai stata accontentata. Ho dovuto accontentarmi di becere divulgazioni su settimanali femminili leggiucchiati dal parrucchiere e rari aggiornamenti.

E per di più, negli anni a seguire, invitata più volte a giocare al dottore e all’ammalata, ho via via incontrato difficoltà nei pazienti, imputabili primariamente a tre cause: la prima, dovuta a una certa rigidità nel ruolo, che mi voleva sempre dottoressa in quanto io l’ammalata proprio non la volevo fare, nemmeno con il metodo Stanislavskij, la seconda, che i miei pazienti non avevano la mutua e neppure potevano permettersi parcelle private, e infine soprattutto il fatto che lamentassero sistematicamente dolori alle parti basse con complicanze di tipo urologico-genitale richiedendo una mia precisa specializzazione nel settore alla quale non ero interessata, preferendo invece praticare un tipo di medicina olistica.

Sicché per molto tempo ho abbandonato la pratica clinica, dedicandomi unicamente alla scienza,  e solo recentemente sono rientrata in corsia con competenza e cognizione di causa ed ampia soddisfazione del paziente che mi è stato assegnato. Un caso abbastanza semplice ma che comunque necessita di continuo monitoraggio e richiede attenzione e precise terapie. Un caso che intendo seguire personalmente senza affidare a terzi, sacrificando vacanze, fine settimana e quant’altro.

Si chiama deontologia.

In ogni caso, senza perdere tempo in altre ciance, nell’andare incontro al mio destino di paziente plantalgica, ho scoperto che c’è chi sta peggio di me.

E’ il caso del paziente Pietro, ad esempio, che su un forum di consulto, così scrive:

Salve, mi chiamo Pietro.
Da 4 anni mi capita una cosa strana, di tanto in tanto mi capita di avvertire dei forti dolori alla pianta dei piedi, come dopo molte ore passate sulla neve, e nello stesso tempo mi si occlude la narice sinistra. Questi sintomi spariscono, solitamente, o dopo avere digerito o dopo essermi liberato in bagno.
Vi chiedo gentilmente, cosa mi sta succedendo?
Grazie
Pietro

Non appena avrò un po’ di tempo studierò il caso Pietro, che mi pare ricco di spunti.

Ma qualunque contributo è del tutto insignificante rispetto alla traduzione in italiano di un articolo sulle metatarsalgie, che nell’individuazione delle cause e dei sintomi del  male, nonché delle terapie, oltre a quanto comunemente conosciuto, riporta quanto segue:

Cause: Povera fornitura di anima ai piedi

Sintomi: Dolore tagliente o di fucilazione in vostre punte

Terapia: Applicando un pacchetto del ghiaccio o un pacchetto di piselli frozen al luogo affected parecchie volte durante le prime 24 ore possono ridurre l’infiammazione e contribuire ad alleviare il dolore.

A questo punto mi resta solo da capire – insieme a pochi, pochissimi altri dettagli – se invece dei piselli extra fini posso usare anche la busta di fagiolini congelati o se rischio di compromettermi ulteriormente la quarta punta.

Sul fatto della povera fornitura di anima ci sono invece rimasta male, malissimo.

Non mi sarei mai detta questo, di me.