No hay nostalgia peor que añorar lo que nunca jamás sucedió…

Che poi le cose, quelle che tu dici che accadono per caso.

Ma quando mai.  C’è sempre un filo da seguire, un motivo sottostante. Qualcosa da individuare e recepire, ne sono certa. Qualcosa che reclama una messa a fuoco.

E’ che questa frase, questa cosa della nostalgia,  è stato un poco il tema portante di queste ultime due settimane, ritrovata espressa allo stesso modo in tre posti diversi: uno spettacolo teatrale, un concerto e un libro.

Lo spettacolo: Manca solo la domenica, con Licia Maglietta che è bellissima e il bajan ucraino di Vladimir Denissenkov, già musicista e arrangiatore per Moni Ovadia. Un divertente monologo che racconta la storia di Liboria Serrafalco detta Borina. Il matrimonio organizzato con il pilorusso Liuzzo dura pochissimo, poi lui partirà per l’Australia e si rifarà una famiglia laggiù.

Borina diventa una vedova non ufficiale, e come tale priva delle gioie della vedovanza, della sua accattivante liturgia: la possibilità di comprare rose rosse da portare sulla lapide in un guizzo di erotismo postumo, di avere un marmo da lucidare ed eleganti abiti da lutto e mezzolutto da sfoggiare durante lo struscio  in piazza, alla fine della Messa.

Ditemi voi: che senso ha essere vedova, se privata di tutto ciò?

E in questo vuoto abitato dal desiderio di ciò che non è stato, si costruisce un mo(n)do suo: dopo un giro per cimiteri di paesi vicini, adotta sei “mariti” defunti ai quali corrispondere le sue amorevoli cure di vedova devota, costruendo giorno dopo giorno la storia che non fu, coltivando le nostalgie di ciò che avrebbe potuto essere e negandosi la vita.

Fino al giorno in cui – improvvisamente dopo quarant’anni – torna Liuzzo a riprendere il suo posto.

E qua non vi dico niente più, se passa dalle parti vostre ve lo andate a vedere.

Ma la frase, la frase vera scritta proprio così, è in una canzone di Joaquìn Sabina, riascoltata sabato sera al concerto di Adriana Varela, che a me veniva voglia di salire sul palco e dirle: io, io, sono io. Io, quella che si faceva mandare i dischi da lontano, quella che ha iniziato ad appassionarsi al tango dopo aver sentito il graffio di questa voce. Sono io. Sono io quella che in un pomeriggio di quindici, sedici anni fa, chiacchierava con l’argentino dagli occhi belli e il cuore fragile e intanto tendeva un orecchio alla musicassetta per inseguire i testi e l’argentino di cui nemmeno mi ricordo il nome me l’ha lasciata, partendo, e io l’ho ascoltata così tante volte da consumarlo, quel nastro, per quella voce di fumo e notti. Per tutte le storie ascoltate in tutte le notti in cui mi avete raccontato delle cose, cose pesanti, dense. Cose che mi hanno insegnato e imparato.

Poi nel frattempo ho iniziato a leggere un libro che mi ero trascinata per tutta l’estate senza mai aprire, e che poi, in due brevi viaggi in treno, ho divorato.

Si tratta di Gioconda Belli, El infinito en la palma di mano.

Ora, la storia è banalmente conosciuta da tutti: Adamo, Eva, il Serpente e tutto quel fatto là.

La bellezza è nel modo in cui la racconta, con la stessa delicatezza mischiata ad erotismo delle sue produzioni poetiche, riuscendo a raccontare la cacciata dal paradiso terrestre come un’avventura di cui in alcuni momenti io stessa dimentico cosa avverrà.

Gioconda Belli è quella che ha scritto una cosa che si intitola: Regole del gioco per uomini che vogliano amare donne donne.

Che già questo titolo basterebbe a farmela amica per tutta la vita.

Ma torniamo al libro e alla frase, che viene durante uno dei dialoghi tra Eva e il Serpente.

Curiosamente il Serpente in spagnolo è la Serpiente, al femminile, il che modifica molto il senso delle cose e della storia, sottintendendo con levità la possibilità di una dualità antecedente alla Creazione, un Dio che non è solo, ma ha fin dall’inizio qualcuno con cui dialogare e litigare, come tra moglie e marito. La Serpente è la voce con cui Eva cerca di confrontarsi per tutta la durata del romanzo, alla quale pone domande, con la quale ha un rapporto di ambivalenza totale, odiandola per averle proposto di mangiare all’albero della Conoscenza e ricercandola, tuttavia, per le forme di conoscenza che possiede.

Dio ti ha infuso la nostalgia per ciò che non conoscevi, per ciò che non era accaduto. E’ per questo che hai mangiato dall’albero.

E perché mai avrebbe dovuto farlo?

Credo che si annoi. Immaginati come riesca a distrarsi creando creature che priva della conoscenza e segue poi passo passo, per vedere come se la cavano, e se riescano con l’ingegno e i mezzi a disposizione a tornare al punto di partenza.

Stamattina avevo voglia di mettere insieme tutti i pezzi, come un collage.

E poter  dire un giorno anch’io: non mi pento di niente. Adesso sono qui, lo voglio io. Non mi pento di niente.

C’è un filo conduttore che vedo ed ha a che fare con tutti i pesi dei desideri monchi, con certe cose che non ho mai voluto mie e che ho desiderato a volte per copione, con le sfide perdute in partenza lanciate o raccolte a un dio annoiato.

Lo guardo, questo filo. Poi sogno di tagliarlo e di volere solo quello che c’è. Adesso, qui, intorno a me.

[Sto entrando in un anno in cui mi serve molto meno, mi servono poche ed essenziali cose. Un anno con più formosità e meno formalità. La nostalgia di ciò che non è mai accaduto è inutile piombo alla cintura, è un vezzo vanitoso. Non mi serve.]

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21 Risposte to “No hay nostalgia peor que añorar lo que nunca jamás sucedió…”

  1. anonimo Says:

    Ogni volta che vengo qui mi sento in colpa, perché me ne vado sempre molto più ricca di quando sono arrivata, e mi sembra di non lasciarle nulla…

  2. Euridicea Says:

    La nostalgia di ciò che non è mai accaduto è inutile piombo alla cintura, è un vezzo vanitoso. Non mi serve.

    me lo ripeterò, fino ad impararlo a memoria.

  3. anonimo Says:

    C’ è calore e valore anche nella nostalgia, ma solo quando non è che un lieve innocuo languore, sporadico ed intermittente.

  4. anonimo Says:

    Scusate, pensavo di essere logata..o come si scrive 😉
    Blablac

  5. ilcavaliere Says:

    come il deisderio, la paura, l’appetito, la curiosità e la libertà,
    la nostalgia che non diventa rimpianto è nell’aria che riempie e svuota i polmoni dell’essere ogni attimo che passa
    ps
    Ho amato senza immaginare di sperarlo Licia Maglietta per diversi lustri in cui la ho incontrata, incrociata, ritrovata, e oggi è una signora distinta che saluto ai funerali, ma senza nostalgia

  6. zaritmac Says:

    La frase è bellissima. Una di quelle frasi che la leggi e ti viene immediatamente da dire che è bellissima. E’ una frase fatta apposta per piacere, piena di lusinghe, come certe donne che non possono non far girare tutti i passanti perché son uscite di casa fatte così, per piacere. E sorprendere tanto nel piacere da far dimenticare d’esser state fatte per piacere, il che – a ricordarselo – le renderebbe meno belle e meno sorprendenti.Anch’io, stamattina, l’ho letta a titolo del tuo post e ho detto “Cazzo, come è bella questa frase”, struggentemente l’ho detta, anche con quella nostalgia commovente che fanno le cose già sentite o percepite.Ma non ci credo. Ma non ci credo al modo perentorio in cui usa gli assoluti e i mai. Non ci credo perché è troppo efficace per esser vera. Non ci credo perché non esiste una vera nostalgia di ciò che non si è mai vissuto, ma un ingannevole nostalgia di ciò che si crede d’aver vissuto e in realtà non è così; non è mai così. Perché – mi hanno ricordato ed io ci credo e ci ho creduto – che in ogni storia, anche quelle ridotte ai minimi termini in numero di due, ciascuno vive e vede il proprio film. E se potesse, ciascuno, fissarne la trama in una di quelle statue magiche che nella mitologia classica si animano, o di persone che nella mitologia classica si pietrificano, verrebbero fuori due sculture e due sequenze diverse. Tanto da chiedersi se tutti e due erano davvero nello stesso posto, nello stesso tempo, e si dicevano e sentivano dire le stesse parole. Poi certi attimi sì, sono coincidenze. Di tutti gli altri, creduti vissuti, si prova una nostalgia struggente. La vera nostalgia per ciò che non è mai accaduto.

  7. zaritmac Says:

    io, poi, per esempio, ho già nostalgia dell’apostrofo che non c’è nel mio precedente commento 😉

  8. elsecretario71 Says:

    uhm…qua i fatti sono due: o la signora Varela è stata una cultrice delle divinità Cananee *, e ora rimpiange la sua vecchia fede…oppure vi manca una J nel titolo, onna Flò

    😀

    * Cfr.: http://www.jewishencyclopedia.com/view.jsp?letter=B&artid=12

  9. elsecretario71 Says:

    :-D…ma anhe no
    (comm’ so’ criptico)

  10. ilcavaliere Says:

    vai col criptico secretà, me gusta mucho!

  11. Flounder Says:

    ANGOLO DEI RINGRAZIAMENTI

    secreTanto, grazie per la cultura che spargi e spalmi in questo blog. erigerò tosto (si può dire tosto?) un altarino al dio Peor.
    tuttavia tengo a precisare che a me non mi manca proprio niente, tengo tutte le cose al posto loro. 😀
    (e grazie, grazie. grazie ancora di avermi portato a vedere la Varela, che da sola io non ci sarei andata mai)

    per la signora Tittyna, vorrei dire invece due cose: la prima è che mi può fare un vaglia, insieme al signor Arduccio che pure mi deve qualche cosarella 😀

    la seconda – che invece è un poco poco pù seria – è che vorrei ringraziarla di aver ospitato me e la poetessa Monodose nel suo magazine BlogTime.
    la rubrica in cui ci ospita si chiama Pirle…ehm..volevo dire Perle nella rete.

    volevo precisare inoltre, a beneficio dei lettori affezionati, che per detto omaggio non ho pagato nulla, né mi sono state richieste foto compromettenti in cambio.
    vorrei infine precisare che la produzione poetica di Monodose non viene testata su animali, ma solo su bloggher consenzienti.

    mi dispiace per il signor o signora Blabac che si è slogata pur di passare di qua.
    una buona fisioterapia rimetterà tutto a posto.
    grazie.

    ringraziamo ancora la signora Euridicea per lo sforzo mnemonico, che a noi smemorate appare uno sforzo di dimensioni titaniche.

    ringraziamo il Cavaliere per il suo momento di outing con e senza Maglietta

    ringraziamo infine la signora Zaritmac per profondere tutte queste energie a casa nostra e affermare perentoriamente di non credere alla perentorietà e assolutamente di non credere nell’assoluto ed essere tuttavia amica nostra

  12. elsecretario71 Says:

    Eh già ! nella mia ignorantità credevo che peor si scrivesse pejor, come mejor…ma era evidente, per essere peggio doveva pure tenere quaccheccosa di meno 😀
    Quando si dice persistere nell’errore…anzi: divinizzare il male…per banale che sia 😉

  13. Flounder Says:

    chiederei conforto al prof. aitan, ma credo che così come per izquierda/derecha esista una versione siniestra/destra, è possibile che anche peor possa dirsi come pejor, magari limitato all’america latina, non so.

    (aitan, aiuto!)

  14. aitan Says:

    Non potrei dirlo ni mejor ni peor que tú; ma, visto che mi hai tirato in ballo, aggiungo con tono adeguuatamente pedante che peor si dice peor (dal latino peior), mejor si dice mejor (dal latino meliore con la ‘l’ trasformata in ‘j’). Non conosco varianti; così come peior non si diceva in latino pelior, nonostante la possibile assonanaza con melior.
    Analogamente in portoghese, all’altro estremo di pior, troviamo melhor (e in italiano pegliore e migliore o peggiore e miggiore. Ma forse qui mi confondo. È meggio che mi fermo che qua già rischio di pestare i piedi.)

  15. Modesta Says:

    ogni volta che passo di qui mi guardo sempre un pò allo specchio… l’ho vista domenica Adriana Varela, mi ci hanno portato e ne sono stata felice e ora me la riascolto e mi immergo nella nostalgia.
    Qualcuno me lo disse una volta che uno il tango se lo porta dentro finchè un bel giorno, quando ti reputa pronta è lui, il tango, che ti viene a bussare.
    Un abbraccio querida

  16. anonimo Says:

    [Ma dove sono? Sono già passato da questo non-luogo di parole?]

    Oh! Ho amato anche io disperatamente senza speranza (l’unico modo di amare una donna?) Licia Miglietta, soprattutto in “Pane e Tulipani”. Attrice incantevole, donna incantata.

    [Ma dove sono stato tutti questi anni? Non sarò mica andato a letto presto?]

    Se è per questo ho anche adorato la Sandra Ceccarelli di “Luce dei miei occhi” e la Juliette Binoche di “Chocolat” e la Andie McDowell di “Sesso, bugie e videotape” e di “Crimini invisibili” e…

    [Ma cosa è questo elenco femminil-filmico fuori tema?]

    Ed oltretutto mi piace moltissimo il libertango (ballarlo no, non mi oserei giammai).

    [Ma che ci faccio io qui?]

    Comunque è sempre dolorosente bello leggere blog come il tuo: un sacco di idee/voglie/versi/versacci/rabbie/ricordi/dolcezze/scritture/fritture sbroccano fuori dalla mia brocca-capoccia, come se non bastassero le mie autoctone. E’ che ci ho la capa piccola e non ci sta tutto dentro.

    [Ma che la bellezza generasse dolore lo sapevi, perché continui a ripeterlo?]

    Una sola moltitudine e molta nostalgia di vita non vissuta.

    EnArcheEnOLogos

  17. Flounder Says:

    caro EnArchéecceteraecce’,
    tu mi entri dritto dritto nei ringraziamenti. ma sono anni che non passavi di qua!
    e che è ‘sta coincidenza?

    sulla domanda: se lo sai che la bellezza genera dolore perché continui a ripeterlo?

    ci pensavo stamattina, al risveglio.
    è perché me lo dimentico. me lo dimentico davvero.
    la bellezza ha questo privilegio, di rinnovare ogni volta il mondo come fosse la prima volta, del caricarlo completamente di sé e del suo contrario.
    (avevo pensato una cosa più articolata a onor del vero, ma in definitiva alquanto ripetitiva).
    me lo dimentico.
    se ce lo ricordassimo, che fa male, non andremmo mai più in cerca della bellezza, non staremmo ad aspettarla, non l’accoglieremmo.

    modesta,
    ci incontreremo in milonga?
    eddài, eddài, sì.

  18. ilcavaliere Says:

    o vero? E perchè?
    Rinunciare alla bellezza perchè fa male?
    A parte gli abusti aforismi di Oscar Wilde che vi risparmio, mi piace ricordare la metafora (tropica) della vita che faceva Eduardo De Filippo come di una sala di attesa in uno studio medico. E in questa sala di attesa dove il dolore è il principio e la fine voi volete rinunciare all’unica cosa che può dare senso allo star lì?
    Allora Orfeo perchè mai perde se e la sua amata per non perdere uun momento della bellezza di lei?

  19. harveyz Says:

    fluond, avevi letto che in cina fanno sposare i morti? cioé, se una ragazza muore senza riuscire a prendere marito, ne prende uno morto. si accordano i parenti. e si pianta un albero per loro. a volte, se non si trova l’uomo, si mercanteggia uno già sposato (morto) che viene spostato.

    nostalgia.

  20. Flounder Says:

    serve per rimettere al posto il karma ed evitare che tu nasca zitella anche in altra vita?

    ‘sti cinesi non finiranno mai di stupirmi.
    adesso ne voglio sapere di più, di questo fatto.

  21. harveyz Says:

    io te lo cerco. se lo ritrovo te lo racconto meglio. posso dirti che lo vogliono vietare. ma cosa si può contro il rito, il mito, l’immaginifico?

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