Archive for ottobre 2008

Del perché riusciamo a sopravvivere anche in condizioni di merda (e massimamente in questa porzione di territorio)*

ottobre 31, 2008

* a dispetto di ogni ragionevole motivazione.

Il  problema  dell’età  moderna – ed  è una cosa  di cui  sono  profondamente convinta a prescindere del lato positivo di tutta la faccenda, che comunque esiste – è la specializzazione dei saperi, il che d’altronde è inevitabile, quale sottoprodotto del capitalismo e dell’alienazione dai mezzi di produzione, intendendosi tra questi anche il proprio cervello e i propri sentimenti.

Ciò fa sì che si gridi al miracolo o allo scandalo laddove si verifichino circostanze che la logica e il buon senso, in assoluto, vorrebbero risolte in altro modo e che invece una conoscenza olistica della faccenda liquiderebbe in modo assai più banale.

Se avete la pazienza di guardarvi questa piccola animazione su DaisyWorld e di pensare che, similmente allo Yin e lo Yang, l’Essere e il Non essere, la legge di Lavoisier, le teorie che fondano l’economia internazionale e quant’altro di scisso vi venga in mente, il mondo esiste solo in virtù della coesistenza dei suoi opposti poli e che questa logica si applica anche al Bene e al Male, sarete dunque d’accordo con me nell’ammettere che tutto funziona secondo un’unica spinta.

In altre parole, come dice Lovelock, il sistema è autopoietico e crea le condizioni per la propria ininterrotta sopravvivenza, anche quando non ce lo si aspetterebbe. E questo vale tanto in biologia, quanto in psicologia, in politica estera ed economia aziendale.

All’indomani di una delle più fallimentari giornate lavorative della mia carriera ritengo che solo una spiegazione di questo genere possa consentirmi di farmene una ragione, ma anche, al tempo stesso, di sentirmi totalmente coinvolta nel tracollo generale di un sistema territoriale, in cui l’idea di comportarsi onestamente e correttamente con la modesta pretesa e l’illusione che ciò contribuisca a migliorare il sistema sia totalmente fallace, giacché nell’ipotesi Gaia tutto contribuisce al mantenimento dell’ecosistema e dunque anche l’essere precisi o rigorosi ha una sua precisa colpa, volendo portare la riflessione ai massimi sistemi.

E’ esattamente quello che dice la Arendt quando parla di banalità del male, del processo ad Eichmann, dei burocrati nazisti, del popolo comune che finisce per applicare le regole e si inibisce la facoltà di pensare a vantaggio dell’emergere del mostruoso.

Ora, il fatto che io non abbia perso la capacità di pensare – ma per quanto tempo ancora? Quanto si potrà resistere prima che le facoltà si modifichino, anche impercettibilmente e ci si trovi dall’altro lato senza accorgersene? – e che tuttavia mi trovi costretta ad accettare compromessi in nome della “sopravvivenza”, similmente all’esecutore che accetta ordini dal superiore sotto minaccia di morte e che fonda sul principio di sopravvivenza la ragione giusta per la sospensione del giudizio morale e di un comportamento che vi si conformi, crea in me una frattura insanabile, qualcosa che genera una schizofrenia del sentire e che può essere risolta solo pagando dei prezzi altissimi per non impazzire o – nella migliore delle ipotesi – suicidarsi.

Il prezzo che personalmente pago si scarica nel privato, dove da sola mi sento finalmente libera di stabilire le regole conformi al mio sentire, in piena legittimità e arbitrio e per nulla disposta ad accettare compromessi che in qualche modo, anche minimamente, scalfiscano la mia interezza o compromettano la mia serenità. Nella mia vita privata, quella intima, che si svolge tra le pareti di casa e le cose che amo, nulla che mi disturbi potrà mai più essere ammesso. Mai più. Equivarrebbe a morirne.

Dopo aver rimuginato una settimana intera sulle parole di una delle mie amiche, che in tono dolcemente provocatorio, davanti a un dolce di nattō e alle mie inquietudini a tutto tondo, mi diceva: alla fine, nella peggiore delle ipotesi, al massimo accadrà l’inevitabile, mi sono finalmente  detta: alla fine, nella migliore delle ipotesi, l’inevitabile non accadrà, al massimo lo faremo accadere.

A differenza dell’ignoto, di cui non conosciamo le forme e che ci tracolla addosso a tradimento, l’inevitabile invece sta là, da sempre, ce lo abbiamo accanto, se siamo onesti lo vediamo. Ci veniamo sistematicamente a patti per cercare di eluderlo, per creare una frontiera fittizia che lo separi dalla nostra esistenza, pur sapendo che è una margherita grigia nel nostro prato mentale.

Tutta la vita non è altro che un continuo patteggiamento con l’inevitabile acquattato in ogni singola scelta, in ogni opzione, in ogni azione. Perché non ci aggredisca alle spalle, lo nutriamo con briciole di acquiescenza e false rese, lo intratteniamo con facezie e profferte del tipo “dolcetto o scherzetto?”.

Proprio come l’ignoto, l’inevitabile fa paura anche se è bellissimo, perché in certo qual modo rappresenta una cesura, una svolta, un cambio di rotta, un abbandono, una resa totale, un addio.

Una volta, tempo fa, avevo scritto di addii come produzione autogestita e antidoto alla paura. Stamattina mi sentirei invece di dire che forse non esistono addii o inevitabilità che non siano frutto di co-produzione.

Ma non so ancora se – per questo – sentirmi meglio o peggio.

Per la tua amicizia mi sanguina il cuore | Sii mio nemico – per amicizia. (William Blake)

ottobre 24, 2008

Quelli che non chiedono mai, mai, mai, che non mi strappano nulla prima del tempo, ché sanno che arriverà il momento in cui inizierò a raccontare non sollecitata, e allora le  mie parole saranno pesanti  e gravi, dense e dolenti e nulla avranno a che vedere con la morbidezza del viso o il sorriso, e non si stupiranno del contrasto, non diranno che mai avrebbero potuto immaginare, e nemmeno diranno mi dispiace perché sanno che il mio conforto, l’unico disponibile, l’unico che mi è possibile, il solo che possa accettare è nella possibilità di denudarmi senza chiedere permesso e di non essere interrotta in questo strip-tease dell’anima né essere contraddetta nel flusso della parola e del pensiero.

Semplicemente guardata, ascoltata fino alla fine, seguita nel mio processo di tesi antitesi e sintesi e solo dopo, a prodotto finito, quando inerme giaccio, con i vestiti ai piedi e la pelle d’oca, la mia pelle imperfetta piena di nei e lentiggini, offrirmi un’altra antitesi e forse il sospetto di una sintesi nuova.

O forse nulla, lasciarmi far tutto da sola, semplicemente ascoltarmi, io che quando cado in ginocchio e dico aiutami è proprio questo che chiedo, metodi e insegnamenti per imparare a camminare sola. Non un consiglio, né un appiglio. Ma un sistema con cui contenere il mio annaspare e l’imparare a pescare per nutrirmi.

Ho ricominciato a tenere un diario, dopo non so quanti anni e il pensiero che mai più sarebbe accaduto. Dopo lo scorrere di milioni di parole parlate e scritte in pubblico, e la capacità di sublimare in narrazione ogni piccolo moto dell’animo e adesso invece mi pare di aver perso tutto, ogni pubblica abilità, ogni forma creativa e di  essere tornata indietro, come seguendo una spirale all’inverso.

Ricomincio un diario scritto a mano e come quando accade qualcosa di nuovo e insospettato io mi domando: è cosa bella o brutta?, so che a questo non so rispondermi, o forse mi direi che è cosa buona districarsi da sola una matassa e cosa brutta avere questo nodo, che dallo stomaco profondo mi ingarbuglia, o forse anche il contrario, ché è bene aversi ammatassata e male volerselo sbrogliare in solitudine.

Non lo so, davvero, e all’esercito di domande che io stessa mi pongo e alle risposte che mi metto in fila puntuali come un esercito di soldatini tuttavia non fornisco sufficienti munizioni e nemmeno indicazioni e strategie. Mi osservo, dall’alto, come una veduta aerea, un territorio che conosco a menadito e che non ama più ospitare le battaglie.

La peggior cosa che mi sia stata mai detta è stata mesi fa, a me che non so prendere conforto e nemmeno so offrirlo, se non in forme dure ed impietose, mi è stato detto:  quando frusti qualcuno lasciagli almeno un indumento indosso, usagli almeno questa pietà.

E lo farei, lo giuro, lo farei, se anche io sapessi lasciarmelo indosso, quell’indumento, mentre da sola o davanti ad occhi amati rapidamente mi spoglio e poi mi frusto. O lascio che mi frustino, con quella stessa onestà che vedo in loro. E non mi uso pietà, né indulgenza. Solo a cicatrizzare, dopo, grani di dignità. Di quel contegno che brucia quanto il sale.

(…) e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia (…)

ottobre 20, 2008

Perché vede – mi dice la signora Veronika – i russi altro non sono che degli italiani tristi.

Eh no, signora Veronika, lei mi generalizza troppo – rispondo io – si fa presto a dire italiani. Non parliamo poi dei russi, che mi coprono la metà dei fusi orari terrestri.

Ha ragione. Volevo dire: i moscoviti sono come dei napoletani tristi.

Signora Vero’, si dice milanesi. Milanesi. I napoletani tristi si chiamano milanesi.

Comincia così l’immersione nel paese triste. Dove, generalizzazione per generalizzazione, si scopre che qui latita il senso dell’umorismo, la signora Veronika non ha mica tutti i torti.

Nelle due ore di trasbordo dall’aeroporto al centro, Denis non ha un solo sorriso che sia uno, qualcosa di minimamente apparentabile a un rictus foss’anche involontario.

Non sorridono i camerieri ai ristoranti, non sorridono i negozianti né i receptionist degli alberghi né le interpreti. L’unica che ho visto sorridere è stata l’addetta al banco frutta del Gastronomico Gum, quando ci ha fatto assaggiare il tamarindo, frutto che per quarant’anni mi sono chiesta cosa fosse e di cosa sapesse, e io ho fatto una pantomima da avvelenamento.

Sa di tamarindo, ovviamente. Tipo un dattero fresco ma meno intenso. Un tipico sapore di tamarindo.

Ma lasciamo perdere la frutta tropicale e addentriamoci nella grande madre Russia.

A un dato momento arriva Andrej, un pezzo d’uomo con una conoscenza impressionante della lingua italiana, con una parola appropriata per ogni circostanza. Andrej sa dire: iconostasi, giostrarsi, bradisismo e pure suffragare. Per dirne alcune.

Nell’accompagnarmi all’interno del Cremlino mi dà tutte le informazioni necessarie: adesso le forze dell’ordine le chiederanno di sottoporsi all’ispezione del metal detector e le chiederanno di aprire la borsa per controllarne il contenuto. Obbedisca a tutto senza parlare e senza opporre resistenza. Immagino non abbia segreti.

Andrej, in verità tengo due o tre armi di distruzione di massa, speriamo che non se ne accorgano.

Signora, non sta bene scherzare su queste cose.

Ha ragione Andrej, scusi. La smetto.

Andrej è un altro che non sorride. Ci ho provato in diversi modi, ma niente. Un piccolo guizzo gli scappa dopo avergli raccontato una barzelletta su Stalin.

Ricambia il giorno seguente con un’altra barzelletta politica che non fa ridere nessuno, nemmeno per cortesia.

Resto lì ad aspettare il seguito: e poi?

E poi è finita.

Ma non fa ridere, Andrej.

A noi russi sì.

Il problema di Mosca è il traffico. Là ci sta veramente poco da ridere. Nemmeno a Giakarta, nemmeno a Bangkok una cosa simile. In certi punti ci sono dodici corsie intasate, un lungo serpente di lamiera. Un sistema di sensi unici fa sì che per raggiungere due punti distanti tre chilometri in linea d’aria se ne debbano fare dodici al volante, a passo d’uomo.

Ci proviamo con la metro, ma non c’è una sola indicazione che non sia in cirillico: tra il decifrare la scritta facendo un raffronto con la mappa, chiedere un’informazione e imboccare la coincidenza giusta, passa ancora più tempo.

C’è un disordine urbano che non so spiegare: non è il traffico, non è lo sporco, anzi. E’ un disordine architettonico e stilistico. I dettagli sono perfetti, gli elementi costitutivi impeccabili. L’assemblaggio fa paura.

Ed è una logica, è evidente dall’offerta di abbigliamento delle vetrine e da come invece gli stessi capi, addosso alla gente, siano mischiati in modo stridente. Sono stata in un grande centro di arredo, enorme, Ikea al confronto è una favela minuscola. E pure là una ‘mmescafrancesca, come si dice a casa mia. La totale assenza di un minimo comun denominatore stilistico.

Ho letto un articolo che parla proprio di questo, di come non  siano stati capaci, pur potendo, di riconvertire l’industria in industria di assemblaggio, lasciando gli Usa nelle mani dei cinesi, che invece son stati bravissimi.

Poi però per converso c’è una bellezza che schiaffeggia, in tutte le sue forme: donne caucasiche con occhi neri bistrati e forme piene, le minuscole uzbeke dai denti d’oro e le ossa eleganti, le longilinee bionde e glaciali, gli uomini dagli zigomi alti e gli sguardi intensi.

Non come quelle facce da mangiatori di patate viste nella bellissima e ordinata Kiev, quelle corporature tozze e sguardi molli, quelle atmosfere da Bruegel. Qua sono bellissimi. Però non sorridono.

Non sorride nemmeno la manageressa di soli ventiquattro anni, un orologio francese di brillanti, anelli italiani a tutte le dita e abiti da migliaia di euro. Non sorride, ci sta poco da fare.

Andrej mi racconta un sacco di storie.

Per esempio come fu smascherato il falso zar Dimitri per colpa degli svarioni culturali. Per prima cosa organizzò un ballo per i boiardi: nessuno mai aveva fatto ballare quei nobili tutti d’un pezzo. Poi organizzò un barbecue con carni di vitello, contraddicendo l’antico insegnamento russo secondo cui il vitello deve diventare adulto e dare latte e pelle prima di essere mangiato. E infine, per non indulgere nel pisolino dopo pranzo, suscitando lo stupore di tutta la corte.

Vabbè, Andrej, passi per i primi due fatti, ma il pisolino che c’entra? Mo’ lo zar deve fare il pisolino per contratto?

Tutti gli zar hanno sempre fatto il pisolino, dice serissimo.

Ambè, Andre’, è per questo che so’ arrivati i bolscevichi. Lo zar faceva la siesta e intanto la rivoluzione stava sveglia. La rivoluzione non russa, Andrej caro.

Non ride, è inutile.

La ricchezza di questa città è uno scandalo, uno schiaffo alla miseria. Ho visto un letto che costava sessantamila euro e una poltrona di coccodrillo. Ho visto automobili che con un colpo di acceleratore si fumavano due serbatoi della mia utilitaria, ed erano tante, tantissime. La maggioranza. Ho visto gente elegantissima strafocarsi di salmoni, aragoste e ogni ben di dio con un viso così triste da far pena. Ho visto l’uomo che da qui a un anno rifornirà di carne tutti i McDonald del paese, ed era enorme, grassissimo, disumano. Con una risata che pareva scuotere le fondamenta della terra. Ho visto cose che voi umani.

Per un attimo ho avuto una visione. Si chiama craving, mi pare. In italiano si traduce con appetizione compulsiva, ed è la base di tutte le dipendenze. Non è desiderio, non è voglia, è quando proprio non puoi fare a meno di una cosa, quando perdi il controllo sul tuo stesso desiderio e allora prendi, compri, fumi, giochi, bevi, mangi, accumuli, scopi senza più sapere a quale logica obbedisci, senza riuscire dopo a ricostruire mentalmente il prima, senza riuscire a monitorare il percorso che ti conduce all’azione e dunque senza riuscire ad interromperlo, infrangendo in un istante tutto il sistema di valori in cui a freddo ritieni onestamente e sinceramente di credere.

Mi è sembrato di vedere un’intera umanità in preda al craving, un’incontrollabilità in cui si mischiano impulsi individuali e sociali e tutto muove nella direzione della soddisfazione di questo impulso, a prescindere da cosa accadrà dopo. Con lo stupore di chi diceva che non sapeva che c’erano deportati, e gente che moriva di fame. Che loro non sapevano. Con lo stupore di chi un giorno scopre tramite un romanzo documentario la potenza di un’associazione criminale e si sente in colpa almeno fino al prossimo impulso irrefrenabile. Con lo sguardo perso di chi casca dalle nuvole e non coglie certe connessioni elementari.

A ben pensarci, effettivamente non c’è un cazzo da ridere.

Vado, mi ammazzo e torno

ottobre 12, 2008

http://quikmaps.com/ext2/82015?t=1&ln=0&sn=1&zb=0&d=1&o=0&lat=48.18158585&lng=16.971130350000003&zl=4&mt=2

Eurisma

ottobre 5, 2008

Tra ciò che so e quel che invano credo di sapere si apre lo spazio enorme della punta delle dita, dove è l’apprendimento dei contorni, negli spazi riempiti, dove è mistero e soluzione, raggio infrarosso, dove la notte si fa impronta digitale, dove un tumore mai dichiarato prende forma e un male oscuro miracolosamente guarisce.

Ed è la forma di un neo, una percezione di sudore, la consistenza di un muscolo, lo scivolare di saliva.

Di tutti i sensi – il tatto – l’unico che mi rimandi a un senso.

In quelle notti che servono a disperdere, dimenticare. Notti che ingoiano e cancellano.

E di più ancora in quelle notti per imparare a memoria, per marchiarsi a fuoco e incamerare.

Di tutti i sensi, l’unico che spogli le mie mentite spoglie.