(…) e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia (…)

Perché vede – mi dice la signora Veronika – i russi altro non sono che degli italiani tristi.

Eh no, signora Veronika, lei mi generalizza troppo – rispondo io – si fa presto a dire italiani. Non parliamo poi dei russi, che mi coprono la metà dei fusi orari terrestri.

Ha ragione. Volevo dire: i moscoviti sono come dei napoletani tristi.

Signora Vero’, si dice milanesi. Milanesi. I napoletani tristi si chiamano milanesi.

Comincia così l’immersione nel paese triste. Dove, generalizzazione per generalizzazione, si scopre che qui latita il senso dell’umorismo, la signora Veronika non ha mica tutti i torti.

Nelle due ore di trasbordo dall’aeroporto al centro, Denis non ha un solo sorriso che sia uno, qualcosa di minimamente apparentabile a un rictus foss’anche involontario.

Non sorridono i camerieri ai ristoranti, non sorridono i negozianti né i receptionist degli alberghi né le interpreti. L’unica che ho visto sorridere è stata l’addetta al banco frutta del Gastronomico Gum, quando ci ha fatto assaggiare il tamarindo, frutto che per quarant’anni mi sono chiesta cosa fosse e di cosa sapesse, e io ho fatto una pantomima da avvelenamento.

Sa di tamarindo, ovviamente. Tipo un dattero fresco ma meno intenso. Un tipico sapore di tamarindo.

Ma lasciamo perdere la frutta tropicale e addentriamoci nella grande madre Russia.

A un dato momento arriva Andrej, un pezzo d’uomo con una conoscenza impressionante della lingua italiana, con una parola appropriata per ogni circostanza. Andrej sa dire: iconostasi, giostrarsi, bradisismo e pure suffragare. Per dirne alcune.

Nell’accompagnarmi all’interno del Cremlino mi dà tutte le informazioni necessarie: adesso le forze dell’ordine le chiederanno di sottoporsi all’ispezione del metal detector e le chiederanno di aprire la borsa per controllarne il contenuto. Obbedisca a tutto senza parlare e senza opporre resistenza. Immagino non abbia segreti.

Andrej, in verità tengo due o tre armi di distruzione di massa, speriamo che non se ne accorgano.

Signora, non sta bene scherzare su queste cose.

Ha ragione Andrej, scusi. La smetto.

Andrej è un altro che non sorride. Ci ho provato in diversi modi, ma niente. Un piccolo guizzo gli scappa dopo avergli raccontato una barzelletta su Stalin.

Ricambia il giorno seguente con un’altra barzelletta politica che non fa ridere nessuno, nemmeno per cortesia.

Resto lì ad aspettare il seguito: e poi?

E poi è finita.

Ma non fa ridere, Andrej.

A noi russi sì.

Il problema di Mosca è il traffico. Là ci sta veramente poco da ridere. Nemmeno a Giakarta, nemmeno a Bangkok una cosa simile. In certi punti ci sono dodici corsie intasate, un lungo serpente di lamiera. Un sistema di sensi unici fa sì che per raggiungere due punti distanti tre chilometri in linea d’aria se ne debbano fare dodici al volante, a passo d’uomo.

Ci proviamo con la metro, ma non c’è una sola indicazione che non sia in cirillico: tra il decifrare la scritta facendo un raffronto con la mappa, chiedere un’informazione e imboccare la coincidenza giusta, passa ancora più tempo.

C’è un disordine urbano che non so spiegare: non è il traffico, non è lo sporco, anzi. E’ un disordine architettonico e stilistico. I dettagli sono perfetti, gli elementi costitutivi impeccabili. L’assemblaggio fa paura.

Ed è una logica, è evidente dall’offerta di abbigliamento delle vetrine e da come invece gli stessi capi, addosso alla gente, siano mischiati in modo stridente. Sono stata in un grande centro di arredo, enorme, Ikea al confronto è una favela minuscola. E pure là una ‘mmescafrancesca, come si dice a casa mia. La totale assenza di un minimo comun denominatore stilistico.

Ho letto un articolo che parla proprio di questo, di come non  siano stati capaci, pur potendo, di riconvertire l’industria in industria di assemblaggio, lasciando gli Usa nelle mani dei cinesi, che invece son stati bravissimi.

Poi però per converso c’è una bellezza che schiaffeggia, in tutte le sue forme: donne caucasiche con occhi neri bistrati e forme piene, le minuscole uzbeke dai denti d’oro e le ossa eleganti, le longilinee bionde e glaciali, gli uomini dagli zigomi alti e gli sguardi intensi.

Non come quelle facce da mangiatori di patate viste nella bellissima e ordinata Kiev, quelle corporature tozze e sguardi molli, quelle atmosfere da Bruegel. Qua sono bellissimi. Però non sorridono.

Non sorride nemmeno la manageressa di soli ventiquattro anni, un orologio francese di brillanti, anelli italiani a tutte le dita e abiti da migliaia di euro. Non sorride, ci sta poco da fare.

Andrej mi racconta un sacco di storie.

Per esempio come fu smascherato il falso zar Dimitri per colpa degli svarioni culturali. Per prima cosa organizzò un ballo per i boiardi: nessuno mai aveva fatto ballare quei nobili tutti d’un pezzo. Poi organizzò un barbecue con carni di vitello, contraddicendo l’antico insegnamento russo secondo cui il vitello deve diventare adulto e dare latte e pelle prima di essere mangiato. E infine, per non indulgere nel pisolino dopo pranzo, suscitando lo stupore di tutta la corte.

Vabbè, Andrej, passi per i primi due fatti, ma il pisolino che c’entra? Mo’ lo zar deve fare il pisolino per contratto?

Tutti gli zar hanno sempre fatto il pisolino, dice serissimo.

Ambè, Andre’, è per questo che so’ arrivati i bolscevichi. Lo zar faceva la siesta e intanto la rivoluzione stava sveglia. La rivoluzione non russa, Andrej caro.

Non ride, è inutile.

La ricchezza di questa città è uno scandalo, uno schiaffo alla miseria. Ho visto un letto che costava sessantamila euro e una poltrona di coccodrillo. Ho visto automobili che con un colpo di acceleratore si fumavano due serbatoi della mia utilitaria, ed erano tante, tantissime. La maggioranza. Ho visto gente elegantissima strafocarsi di salmoni, aragoste e ogni ben di dio con un viso così triste da far pena. Ho visto l’uomo che da qui a un anno rifornirà di carne tutti i McDonald del paese, ed era enorme, grassissimo, disumano. Con una risata che pareva scuotere le fondamenta della terra. Ho visto cose che voi umani.

Per un attimo ho avuto una visione. Si chiama craving, mi pare. In italiano si traduce con appetizione compulsiva, ed è la base di tutte le dipendenze. Non è desiderio, non è voglia, è quando proprio non puoi fare a meno di una cosa, quando perdi il controllo sul tuo stesso desiderio e allora prendi, compri, fumi, giochi, bevi, mangi, accumuli, scopi senza più sapere a quale logica obbedisci, senza riuscire dopo a ricostruire mentalmente il prima, senza riuscire a monitorare il percorso che ti conduce all’azione e dunque senza riuscire ad interromperlo, infrangendo in un istante tutto il sistema di valori in cui a freddo ritieni onestamente e sinceramente di credere.

Mi è sembrato di vedere un’intera umanità in preda al craving, un’incontrollabilità in cui si mischiano impulsi individuali e sociali e tutto muove nella direzione della soddisfazione di questo impulso, a prescindere da cosa accadrà dopo. Con lo stupore di chi diceva che non sapeva che c’erano deportati, e gente che moriva di fame. Che loro non sapevano. Con lo stupore di chi un giorno scopre tramite un romanzo documentario la potenza di un’associazione criminale e si sente in colpa almeno fino al prossimo impulso irrefrenabile. Con lo sguardo perso di chi casca dalle nuvole e non coglie certe connessioni elementari.

A ben pensarci, effettivamente non c’è un cazzo da ridere.

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23 Risposte to “(…) e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia (…)”

  1. aitan Says:

    Bentornata.
    Molto interessante il report.
    Il resto vorrò sentirlo a voce.

    Ed ora che ho saputo che i moscoviti non ridono, diventa ancora più forte la curiosità di assistere all’ultimo di Moni Ovadia, LA BELLA UTOPIA, che a quanto leggo dovrebbe far ridere del comunismo sovietico basandosi su barzellette dei tempi del regime e classico umorismo ebraico.

  2. Zu Says:

    Bel reportage, nennella.

  3. zaritmac Says:

    Ma la voglia compulsiva e irrefrenabile era di Cremino? Spaventoso che l’unico moscovita che rideva era il futuro spacciatore da Mac Donalds…

  4. anonimo Says:

    E poi? Insomma, finisci di raccontareee! Non puoi lasciarmi così! E tutto il resto del viaggio? E come mai eri lì? E perché e perquando e comemai? Sì, non sono fattazzi miei… maaa Flou mi hai messo addosso vaghezza di paesi lontani… (o non così lontani?); mi ricordi moltissimo il Tiziano Terzani di “Buonanotte, Signor Lenin”, ci hai presente? Piacerebbemi sì sentire dalla tua voce vociferante codesti riporti. Vabbuò… Un sorriso.
    EnArcheEnOLogos

  5. Flounder Says:

    e così, Aitan, la storiella che ho raccontato ad Andrej l’ho presa proprio da quel libro lì.
    alla fine un po’ ha sorriso. proprio poco.
    ma si vedeva che voleva sorridere di più, potendo.

    zu, grazie assai. hai avuto il privilegio di essere stato il primo ad ascoltarlo, hai la semi esclusiva 🙂

    zarit, l’uomo che rideva è un italiano. un pacioccone satanico.

    enarchè, e non posso scrivere tutto.
    poi magari nei prossimi giorni, quando esco dal tunnel di questa settimana, vi racconto di Dianetics, il giardino verticale, il cochinillo di Segovia e pure dell’ammore mio.

  6. aitan Says:

    Superati i sensi di colpa, il Cochinillo di Segovia è buono, è buono assai, però il Leitão Assado portoghese è ancora meglio (sarà che questo lo mangiavo nel secolo scorso e quello l’ho mangiato or ora, nel primo decennio XXI secolo.)

  7. cassiera Says:

    wow… come al solito sei un film in 3D … la proddima volta ferma le macchine “al volo” per circolare ..metti una mano fuori e sali in una specie di tassi cumulativo che pero’ arriva a meta agile e veloce. sai che c’hai ragione su quella mischung senza l’anima ? dici che è per quello che non riesco a insegnare a dasha a fare una torta ? invece di carezzare la spuma burro/zucchero e aggiungere la farina setacciata a pioggia mischia tutto col minipimer e dice che il risultato è lo stesso. deve esserlo. lo dice senza sorridere. mai. torno volentieri a viaggiare qui da te … insieme a te e ai tuoi occhi.

  8. Flounder Says:

    io questa settimana vorrei essere Caterina II. poi la settimana prossima torno ad essere una scema qualunque, lo giuro.

  9. anonimo Says:

    non è che eri dalle mie parti con codesta descrizione di visi seriosi??

    ci hai raccontato la russia, ma tu in russia che ci sei andata a fare ?
    (anastasia curiosa alias donna gravida in maternità con ozio a iosa alias blulu)

  10. anonimo Says:

    ieri ti ho comprato un libro. è lo stesso che sto leggendo da qualche giorno. non l’ho ancora finito, eppure quello che ho letto mi è bastato a convincermi che dovevo regalartelo. quello che hai scritto qui mi impone di dartelo subito. mo’ te lo devi leggere, secondo me. parla di città generiche, di junkspace, di bigness (e forse un poco anche dell’ammore tuo)

  11. Flounder Says:

    ebbene blulu, per quanto favolistico e impensabile possa sembrare, ero a fare la spia.
    per la precisione: La spia che venne dal caldo

    gatta, leggo qui: nella Bigness, la distanza tra nucleo e involucro cresce al punto che la facciata non può più rivelare ciò che avviene all’interno.
    leggo e rifletto, e incredibilmente stamattina, senza sapere nulla di tutto questo, tratteggiavo un disegno proprio su questo tema, sulla separatezza tra forma e sostanza, sulla distanza dal Sé imposta dall’ampiezza delle forme. un’ampiezza non necessariamente fisica, semplicemente una sorta di dilatazione del contenitore, fosse anche in termini di moda e semplice apparire. un’ampiezza di tipo concettuale.
    (l’ammore mio è ‘nu Bigne’, sia detto. io e te abbiamo troppo una telepatia)

  12. didolasplendida Says:

    voi due non dovete fare così
    chè io mi sento trooooppppo esclusa
    e mo mi leggo questi qua

  13. didolasplendida Says:

  14. Flounder Says:

    uh, dido, ma che belli 🙂

    (ps: oggi non ci sono, nemmeno domani. venerdì sì, ma con spazi di manovra assai limitata. dal primo novembre tutta vostra, anche più di quanto possiate desiderare)

  15. blulu Says:

    zerozeroflounder??? 🙂

  16. e.l.e.n.a. Says:

    dalla russia con ammore? 🙂

  17. Flounder Says:

    una volta il nome in codice era Agente ZeroZeroTette.
    quante cose cambiano nella vita non potete sape’ 😀

  18. varasca Says:

    agente flou,
    ottimo rapporto: dovessi capitare lassù so già che mi dovrò far raccontare le loro barzellette :-)))
    (oltre a visitare il mio locale, s’intende!)

  19. cassiera Says:

    sientammé …tovarish flò …non è che con le influenze della smorfia li in loco puoi cacciare qualche numero buono ? sai che da me …non ci inzerta nisciuno…tutti troppo milanesi e tristi.

  20. ipsediggy Says:

    e i milanesi loschi si chiamano napoletani. così, per continuare a non generalizzare..

  21. sabrinamanca Says:

    Però che voglia di andare a Mosca che mi hai fatto venire, mannaggia, sarà che ho riso troppo nel leggere il tuo resoconto!

  22. Flounder Says:

    i milanesi sono già loschi di loro 😀

    (i numeri, cassie’, i numeri ci vogliono per sopravvivere, altro che!)

  23. ipsediggy Says:

    solo quelli con l’accento partenopeggiante e/o con le tele_visioni (e/o tifosi suoi).
    trad: ci ha ragione: il 70% dei consensi.

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