Archive for novembre 2008

Pendolare significa non dover mai dire mi dispiace

novembre 27, 2008

Stamattina, nel mio solito treno affollato di studenti che vanno all’Università in orario comodo e di impiegati che prima portano i figli a scuola e vanno in ufficio in orario comodo e poi si stressano a fine mese per recuperare le ore perse, il signore che mi sedeva di fronte, che poi era pure giovane, anche più di me, solo che era uno di quelli che sono vecchi già da giovani e mostrano un certo modo di fare nevrotico che si rivela nel modo in cui si accomodano e nella disposizione che danno ai loro effetti personali sul sedile strettissimo, qua la valigetta, qua la giacca, qua il fodero degli occhiali,  insomma, il signore in questione, alle 8.43, ha  tirato fuori un breviario e ha pregato per sei, sette minuti. Anche dieci.

Poi lo ha rimesso in borsa e ha tirato fuori un libro di Lowen. Anzi, per la precisione, il libro era: Il linguaggio del corpo. Il che era incredibilmente coerente con tutto il personaggio.

Poi forse a seguire leggerà Amore e Orgasmo, però non li potrà riporre nella stessa tasca del borsello –  Amore e Orgasmo e il breviario delle preghiere – perché non vanno mica bene insieme, gli fa una cosa nello stomaco mescolare il peccato e il suo antidoto. Invece sì, ci starebbero benissimo, ma lui ancora non lo sa. Io glielo avrei anche detto, al signore nevrotico che era con me sul treno, ma non mi pareva il caso.

E un poco mi ha fatto pure tenerezza, ‘sto signore nevrotico che c’era un sole fortissimo e aveva con sé anche l’ombrello e non so perché, non so perché, in quel momento esatto ho messo insieme tutti gli elementi e ho pensato che quel signore lì soffrisse di problemi sessuali, anzi, ho pensato più precisamente che soffrisse di problemi sessuali a causa dei sensi di colpa e di una forte educazione religiosa e che la bioenergetica ne avrebbe fatto un maniaco sessuale o un assassino di donne in minigonna o un rapinatore di elemosine o, al peggio, si sarebbe castrato con le sue stesse mani e avrebbe finito i suoi giorni come chierichetto, quel signore che aveva anche la barba, da nevrotico. Quelle barbe tutte curate che seguono il profilo del mento lasciando tutto il resto pulito pulito senza un pelo e anche delle isole glabre sulle guance, perfettamente simmetriche.

Così ho pensato stamattina che quando viaggiavo in auto, e tutta da sola mi costruivo mentalmente le mie storie, rischiando sempre di frenare all’ultimo momento sull’ignaro automobilista che mi precedeva, perdevo un sacco di tempo, visto che le storie si fa prima a costruirle in compagnia, un po’ si guarda e un po’ si inventa. 

Che  in treno mi posso guardare il signore di fronte e pure la ragazzetta accanto mentre completava le frasette del libro di Giapponese I e a un tratto ha fatto un errore grossolano e inevitabile che mi è venuta voglia di correggerla. Ma non l’ho fatto. Cioè l’ho fatto dopo, alla seconda volta che ha commesso lo stesso errore. E ho cercato di spiegarle la regola, ammesso che esista, perché in realtà è più una regola d’uso che di teoria. E il signore con Lowen in quel momento ha alzato lo sguardo, quello sguardo perduto dietro gli occhiali da ipermetrope che gli facevano due occhioni così e gli avrei voluto dire: prima di Amore e Orgasmo legga La spiritualità del Corpo, sennò si spaventa.

Oppure avrei voluto chiedergli: senta, ma lei nel Presepe dove me lo piazzerebbe san Giuda Taddeo? Ma soprattutto: lei lo prega san Giuda Taddeo, che si occupa dei casi disperati, dei miracoli impossibili e delle cause senza rimedio?

Invece non ho chiesto niente e mi sono tirata un po’ giù il bordo della gonna.

Che questi qui che pregano e poi leggono Lowen a me mi fanno un  po’ paura. Ecco perché andavo al lavoro in auto, ora che ci penso.

Metodologia investigativa per la creazione di un futuro sostenibile/bis. Più che altro, l'inevitabilità.

novembre 24, 2008

(…) eppure gli Azande non si accorgono che i loro oracoli non predicono proprio un bel nulla! La loro cecità non è dovuta a stupidità: essi ragionano in modo eccellente nell’idioma delle loro credenze, ma non possono ragionare al di fuori o contro queste credenze, non disponendo di nessun altro idioma in cui esprimere il loro pensiero.(…)

(…)

(…)Il presente e il futuro per gli Azande non hanno lo stesso significato che hanno per noi. (…) La salute e la felicità future di un individuo dipendono dalle condizioni future che già esistono (…). Il futuro dipende dalla disposizione delle forze mistiche che possono essere affrontate qui e ora (…).

(Edward E. Evans-Pritchard, Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande)

Nessuno può scendere oltre la propria cantina, se non sa che esiste qualcosa oltre la propria cantina.

Nessuno crederebbe che sotto la propria cantina possa esistere un cimitero di bambini, a meno di non averlo visto con i propri occhi e accettare l’idea di aver edificato egli stesso un palazzetto su un mucchio di vittime.

Nessuno può passeggiare da solo senza rischi in un cimitero di bambini, ed essere costretto a scoprire di essere uno di quei bambini.

E  ho camminato così a lungo – quanto a lungo, quanto necessariamente a lungo? Tutto il necessario, mi rispondo, né più né meno di quanto non mi fosse necessario – sopra la cantina, a passo lieve su un impercettibile scricchiolìo d’ossa.

Sulle mie stesse ossa, così a lungo, senza mai vederle.

Ridendo e piangendo al ricomporle, finalmente – così piccole e minute – in un ossario.

Metodologia investigativa per la creazione di un futuro sostenibile

novembre 18, 2008

Sappiamo nominare con chiarezza ciò che abbiamo escluso da noi per diventare ciò che siamo?

E – riuscendoci – abbiamo la misura del peso di queste esclusioni, il senso del confine del vuoto che hanno creato e di dove lo abbiano creato, in quale parte?

Con cosa lo abbiamo – o non abbiamo – riempito?

E’ possibile reincludere e reincorporare ciò che abbiamo escluso, le possibilità non realizzate, le scelte relative e provvisorie, certi dolori, alcuni oggetti di desiderio?

Sto pensando a questo e ad altro.

Fatelo pure voi, fa bene alla pelle, alla linea, all’autostima.

Fa bene al presente e pure al futuro. Riduce gli effetti collaterali del passato.

How to be politically correct.

novembre 10, 2008

(Questa storia è per Hobbs, per i suoi ascensoristi, le donne coi capelli rossi, gli investigatori, i bambini che uccidono Babbo Natale, le sue giacche con le tasche, le suore coi tacchi da meretrice, gli enormi seni come conigli dai cappelli. Però ve la potete leggere pure un poco voi. Sempre se volete, eh!)

Pausa, pausa. Facciamo un momento di pausa. Dieci minuti e si ricomincia.

I truccatori sono sfiniti, il regista pure. Solo Mister Feldman Krupsky, della Feldman Krupsky Film and Entertainment, meglio conosciuta come FKFE – che alcuni leggono anche come Fuck Feldman, per le paghe miserande con cui ricatta tutti i dipendenti che restano comunque legati a lui perché ogni cosa che Mister Krupsky tocca si trasforma in un successo di fama planetaria – solo lui, dicevamo, è entusiasta.

Va avanti così da giorni.

Questa volta ha voluto seguire tutto personalmente, presidiare al casting, controllare passo passo i copioni, i costumi, le luci, i tempi.

Ma chi cazzo è, quella?, ha chiesto il primo giorno uno degli elettricisti, poco più che diciottenne, indicando la donna anziana che sedeva su una poltroncina imbottita come un trono, i capelli nero corvino e le labbra rifatte e gonfie come un canotto.

Ssshhh, è Snow White.

Chi cazzo è Snow White? Mia nonna è più figa, ve lo giuro. Ay Ay babushka, ay, canticchia.

E tutti a spiegargli che Snow White era l’Attrice, quella con la maiuscola, l’attrice di tutti i tempi, l’amichetta di Mr Krupsky, si dice in giro, ma senza troppa sicurezza. L’amichetta che avrebbe voluto, forse, ai tempi in cui la FKFE non esisteva. Una vecchia storia, ragazzo, quando l’America era tutta da disegnare, tutta da sognare, quando il cinema aveva un cuore.

Il ragazzo tace. Come sempre, quando incontra qualcosa più grande di lui. Qualcosa che gli ricorda il sogno di suo padre, di suo nonno, arrivati da lontano. Di sua nonna che ancora e religiosamente parla russo e la sera prega, in lunghe litanie incomprensibili che silenziosamente la fanno piangere.

Signora White – ricomincia il regista con una calma dal fondo isterico – ricominciamo da dove avevamo lasciato. E’ appena rientrata nel suo appartamento, è una mansion di lusso sulla Madison, quando sente bussare alla porta. Apre con decisione, pensando che si tratti del suo vicino, mentre invece è una banda di portoricani che la immobilizza, la lega, minacciandola con un coltello e inizia a frugare nei cassetti. Va bene?

Feeeeldman, grida l’anziana con voce querula, Feeeldmaaaan.

Il signor Krupsky corre trafelato. I suoi centotrentasette chili di tradizione slovacca apparentati con hamburger e salsa Worcester non gli sottraggono agilità.

Dimmi, baby.

Feldman, cos’è questa storia dei portoricani? Avevamo detto dei nani. Non portoricani. Na-ni.

Okay, baby, hai ragione. Ma non possiamo. Ho tutta la Dwarf Union addosso che se soltanto faccio interpretare a un disabile la parte del cattivo, questa volta non ce la caviamo. Tu non sai, non sai baby, quanto mi impegna politicamente questa storia. Il senatore Whimples modifica l’Immigration Act e io gli finanzio le prossime primarie. I portoricani diventano il male della Nazione e io buco gli schermi con una pellicola che li riabilita e gli fa conquistare gli Stati dell’Est  Cose noiose, sugar, robaccia da poveretti. Oh, sweetheart, lo so, non è ciò che sognavi per il tuo rientro in grande stile, ma è solo l’inizio. Immagina di nuovo il tuo nome, darling, il tuo nome su tutti i cartelloni: Snow White and the Big Apple. Immagina le luci, i giornalisti, le passerelle, gli autografi. Immagina Cannes, baby, Venezia. Ti porto in gondola, te l’ho giurato.

Feldman, basta chiacchere, sbotta la prima attrice inforcando gli occhiali. Leggi qui.

Il regista suda copiosamente.

Feldman legge la parte in corsivo e poi sbraita: che cosa? Che cosa? La vecchia viene finita con due coltellate e l’omicidio non suscita neppure l’attenzione della cronaca? Ma quando l’avete scritto, questo?

Mister Krupsky…, balbetta il regista. Si chiama Michael Espinosa e non è certo l’ultimo arrivato. Ne avevamo parlato, mi pare. Con lo sceneggiatore, pure.

Ne avevate parlato, Feldman?, chiede Snow White sdegnosa, ne avevate par-la-to-sen-za-in-for-mar-mi?

Ma no, baby, no. Espinosa, non ne abbiamo mai parlato!!

Espinosa ha un moto di dignità, davanti ai rumoristi, ai cameraman, ai tecnici: mister Krupsky – cresce di cinque centimetri – stiamo mettendo in scena l’indifferenza della metropoli, lo spregio della vita umana. Stiamo rappresentando – cresce di altri tre centimetri, anche il torace inizia a dilatarsi – la perdita delle certezze, l’insensatezza del vivere.

Cazzate, conclude Krupsky accorciandolo e sgonfiandolo con uno sguardo solo. Voglio tutto il genio della lotta contro il crimine sul caso Snow White.

Vorrei essere stuprata, chiede allora Snow White dalla sua poltroncina. E’ più calma, adesso. Conciliante. Sembra quasi che si stia limitando a chiedere un orangine. Voglio dire, continua,  è dall’inizio della mia carriera che mi trascino quest’incompiutezza, questa cosa che viene semplicemente accennata ma non trova uno sviluppo narrativo coerente. Lo so, Krupsky, lo so, il maccartismo prima, la Motion Picture poi. Ma adesso basta. Prima di essere uccisa voglio lo stupro. Se non è possibile con i nani, vada pure per i portoricani.

Espinosa è accasciato sulla sedia, lo sguardo nel vuoto.

Baby, per farti stuprare occorre una nuova modifica dell’Immigration Act, i portoricani no. Possiamo provare con gli ecuadoregni, ma dobbiamo prima sensibilizzare l’opinione pubblica sul pericolo che gli ecuadoregni possono costituire per la sicurezza delle donne.

Mister Krupsky, le ricordo che la mia famiglia è di origine ecuadoregna, sussurra Espinosa con un fondo di sdegno che cerca di imporsi come orgoglio ferito.

Vuole violentarla lei, Espinosa?

No, era per dire che…lasci perdere signor Krupsky, lasci perdere.

Il giovane elettricista osserva la scena da lontano.

Poi dice ai suoi colleghi: ne ho parlato con la nonna, sere fa. Lei se la ricorda, la storia. Ma non erano nani, erano cavalieri. Poi i ricordi della nonna sono confusi, si stanca presto, parla di voci. Non siamo riusciti a capire da dove vengano i nani.

Si avvicina all’anziana attrice e le sussurra una parola all’orecchio. La ripete, con voce suadente. E’ l’unica parola che conosce, l’ha imparata dalla babushka, da una poesia che parla di sirene e cavalieri.

Snow White sorride di rimando e gli dice una frase in russo, una frase che solo il ragazzo comprende.

Poi spariscono insieme nella notte, mano a mano.

Che cazzo si sono detti, Espinosa?, chiede Krupsky avvilito.

Mi è sembrato: ‘fanculo Feldman, signore. E anche: brutto frocio impotente, obeso e calvo. Ma sul calvo non ne sono certissimo. Forse era stempiato. Stempiato.

Le madri non sbagliano mai

novembre 6, 2008

Sono la mamma di John Mc Cain e vi dico subito, francamente, che questa storia non mi è affatto piaciuta.

Dopo essere andata tutto il pomeriggio avanti endré a preparare thermos di coca cola e hamburger cotti a puntino per i suoi amici mi sento dire pure che le cose sono andate come sono andate per colpa della mia cucina.

John ha detto che è tutta colpa mia, perché la nonna di Barack, per i suoi amichetti, aveva preparato un sacco di cose: le frittatine di maccheroni per l’elettorato di origine italiana, il riso al curry per gli indiani, i blinis per i russi, il pollo fritto all’ananas per gli hawaiani, il bami goreng e dio solo sa cos’altro.

Io non ci credo, quella lì non ha mai saputo cucinare. Avrà ordinato tutto alla rosticceria sotto casa.

Ora non è che voglia parlar male, per carità. Ma le avrete sentite pure voi queste storiacce che girano.

Una famiglia un poco strana, a voler essere buoni.

Io, per esempio, non mi sono mai messa nuda con gli stivali sadomaso, come faceva sua mamma.

E nemmeno gli ho mai detto mettiti la maglia di lana, come faceva quella là. O tutte quelle cose che dicono queste mamme del Sud.

Gli ha fatto venire un Edipo grande così, a ‘sto ragazzino, che poi cresci co’ ‘sta cosa che devi dimostrare a tutti che ce l’hai più lungo, che sei più intelligente, più bravo.

E che volete che vi dica, ‘sti figli non so’ mai contenti.

Il mio adesso se ne sta lì, mogio mogio, palliduccio e frigna. Dice che per colpa mia non lo inviteranno mai più alle festine di compleanno che organizza Silvio, che non può giocare più a soldatini con quell’altro, come si chiama, Dmitrij. Mammamia, quant’è dispettoso, quell’altro.

‘sti ragazzetti di oggi, sempre a fare questioni.

Tutta la notte al telefono ha passato, con quelle cose, come si chiamano, i giochi di ruolo: e quanti Stati abbiamo? E quanti ce ne mancano? E dammi una figurina che mi manca e io ti do due doppioni e tre biglie. E l’Illinois di chi è? E poi ci andiamo a fare il campo scuola nell’Ohio?

E poi a un certo punto l’ho sentito pure che litigava con la ragazzetta sua, Sarah.

Ma che t’ha fatto?, gli ho chiesto. Perché le dici le cose brutte, amore di mamma?

Tutta colpa sua, tutta colpa sua, m’ha risposto.

Mannaggia ‘sti uomini, quanto avrei voluto una figlia femmina che giocava alle bamboline. Mannaggia.

Passando poi gli ho fatto una carezza: eddài, John, state giocando, non fate cosi. Mica davvero si diventa il Presidente degli Stati Uniti!? E per una volta tanto fai vincere l’amichetto tuo, quello nero. Fai vedere che sei gentile, mamma che t’ha insegnato? E adesso lo vuoi fare un pisolino che mamma dopo ti prepara la merenda? E però prima ci andiamo a tagliare un poco i capelli? Te li faccio fare corti corti come Silvio? E mi vuoi bene, a me?

Chi ben comincia è a metàdell'opera

novembre 5, 2008

Questo racconto qua, un poco rimaneggiato per restare nelle battute,  è stato scelto per essere illustrato.

Tutto questo fatto mi piace moltissimo.