Archive for dicembre 2008

La famiglia di Eulau finì i suoi giorni in un imprecisato 24 dicembre

dicembre 26, 2008

Abbiamo capito una cosa, ormai: che le feste – e segnatamente il Natale – tirano fuori il peggio delle persone, il peggio delle famiglie.

Sono anni che cerco di capire come e perché si inneschino certe dinamiche, e credo che la questione sia collocabile in più ambiti: quello delle great expectations, per esempio. Ma anche più banalmente il fatto che non siamo più abituati a vivere in modo corale e ravvicinato, ed è come se operasse una doppia pulsione, che spinge all’avvicinamento istigando, al tempo stesso, alla respingenza.

Poi ci sono altre cose, che operano in modo esplicito o più sotterraneo.

Mi pare che il modo in cui si vivano i rituali delle feste sia assolutamente rivelatore di tantissime cose, dalla propria scala di priorità affettive a tutto il gioco complesso di sensi del dovere e correlati pesi di colpa, ai giochi di potere e dominio legati alle scelte del luogo in cui avverrà la festa.

Chi ingloba chi, il modo in cui lo ingloba, ciò che viene lasciato fuori, ciò che si sposa mangiando uno spaghetto alle vongole cucinato non da mano familiare bensì da mano acquisita, ciò che si rifiuta, la disposizione dei posti a tavola, la gerarchia dei doni, il quantum di piacere o necessità presente in ciascuna di queste attività, dal momento della loro ideazione fino alla predisposizione.

Insomma, questo cenone del 24 e questo pranzone del 25 sono un’enciclopedia di fatti umani ed emotivi, una cartina di tornasole: presentami la tua famiglia il giorno di Natale e ti dirò chi sei.

In questa famiglia qua, la allargata famiglia Flounder, da tre o quattro anni si sta lavorando sul transito generazionale e sul concetto di output: più banalmente uno dei pranzi viene consumato in un ristorante e l’altro in una delle case dei giovani.

La guardo dall’esterno, questa allargata famiglia Flounder, e penso che siamo abbastanza bravi, noi della generazione di mezzo – io e i miei cugini – a mantenere un certo affetto per le tradizione, a non permettere che si disperda. E siamo pure bravi in cucina, e pure simpatici. E anche belli, via.

Eppure non basta.

C’è comunque un malcontento serpeggiante, qualcosa cui non sappiamo dare un nome, che sia la fatica dello stare insieme o la paura degli anziani di essere esautorati o il terrore della frattura inevitabilmente dovuta ai nuovi matrimoni, secondi matrimoni, nipotini che un anno stanno di qua e un anno con un’altra famiglia di là, fidanzati con figli altrove, fidanzate che non si capisce da che parte stanno, zii acquisiti che schifano il capitone, be’, fatto sta che occorre trovare una soluzione. O facciamo il cenone in un teatro tenda, con quelle cinque, seicento persone che ognuno raccatta tra i suoi acquisiti e affini, oppure ognuno sta a casa sua e si incontra di nascosto, come i carbonari.

Così oggi cercavamo di programmare i Natali a venire, più che altro per esercizio scaramantico.

Io che ero un poco triste ho proposto di fissare convenzionalmente una nuova data per il Natale, che so, dal 14 al 17 febbraio, e di agire conseguentemente, preparando albero, doni, struffoli, insalata di rinforzo e tutto, in modo da essere liberi al 25 dicembre e poter partire per le Bahamas senza dover dare conto a nessuno.

L’ala tecnologica della famiglia proponeva cenoni in webcam e auguri in videoconferenza, con un lunghissimo collegamento wi-fi, per essere insieme anche mentre si fa pipì. Ogni obiezione veniva ricondotta alla possibilità di creare gruppi di opinione su Facebook. Il più rilevante: Aboliamo il Lattante dal Mercante in Fiera. A seguire: No all’exaequo sull’ambo.

Il ramo mediatico elaborava l’idea di un reality a sorpresa: piazzare telecamere e cimici in ogni nucleo familiare dall’Immacolata all’antivigilia, dopodichè montare il tutto e proiettarlo la notte del 24 su un maxischermo in salotto. Questa era una soluzione estrema, utilizzabile solo nel caso in cui non si vogliano davvero più trascorrere le feste con i parenti.

I religiosi chiedevano austerità, spiritualità, rigorosità. Ma alla domanda: e il baccalà?, facevano grandi cenni di assenso, con gli occhi rivolti al cielo. Che sia baccalà dunque, ma con ricetta della Santa Sede.

Gli emigrati – ogni famiglia ha i suoi emigrati, che siano a duecento, duemila o ventimila chilometri – non volevano sape’ niente: fiondati con le capuzzelle nei piatti, si scendevano ogni ben di Dio, con la scusa che i friarielli e la scarola ad Harvard non ci stanno e peroravano la causa per l’introduzione di una cena supplementare integrativa pure la sera del 25.

I giovani d’oggi chiedevano vacanze, villaggi turistici, animazione: tutta la settimana di Natale a Sharm el Sheikh, tuttinsiemeappassionatamente.

E ci sta la messa di mezzanotte?

No, ci sta la moschea.

E il capitone ci sta?

No, ci sta lo spezzatino di cammello.

E ci sta lo spumante?

No, ci sta il karkadè.

E allora che Natale si fa?

Non si fa il Natale, si fa la Tregua di Natale, come nel 1914. Ahhhhhh, che pazienza che ci vuole!

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Vi auguro un Natale "elettrico"

dicembre 23, 2008

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Pare che gli Omega 3 abbiano effetti benefici sulla depressione. Speriamo.

dicembre 19, 2008

Cerchiamo di metterci d’accordo, disse il signor Naso Brevirostris la notte dell’Immacolata Concezione. Perché io sono ragionevole e disposto a tutto, comprendo perfettamente la posizione dei miei colleghi che ogni anno fanno il turno del 24 dicembre, in particolar modo la signora Anguilla Anguilla e il signor Gadus Morhua, però, spogliandoci per un attimo dalle squame e dai nomi altisonanti, risulta evidente che io sono il pesce chirurgo, mentre voi siete una capitonessa e un baccalà, per cui non potete pretendere identità di ruoli, funzioni e destinazioni. Democrazia sì, ma fino a un certo punto, e che diamine! Da che mondo è mondo e cenone è cenone, non si è mai visto un pezzo di pesce chirurgo fritto in un piatto da portata. Oltretutto, al di là dei titoli di studio e della professionalità, capirete bene che io sono un pesce antropomorfo, e questa cosa non si presta alla circostanza. Le ragioni sono troppo complicate da spiegare, ma fidatevi: questa cosa non si può proprio fare. Quindi, per cortesia, prendetevi le vostre responsabilità, il 24 state al posto vostro, ossia nelle cucine e nei piatti, e poi, se proprio volete andare in ferie, se ne parla dopo la Befana.

Io per la verità quest’anno – sussurrò l’Anguilla timidamente – dopo tanti anni di onorato servizio, avevo pensato con mio marito e i bambini di passare le feste nel Pacifico, a trovare quei parenti che stanno in Giappone e non vediamo da tanti anni.

Signora cara, che vi posso dire? Ci andrete a Pasqua, quando c’è di turno l’agnello. Voi non è che vi potete prenotare le vacanze senza concordare i periodi con il Primario. E poi con la crisi che c’è quest’anno, è meglio che restate qua, fidatevi.

Il signor Gadus Morhua rimaneva senza dire nulla, un po’ rigido.

Signor Morhua, qualche obiezione?

E che dire? Col tempo che fa, con questo gelo, un altro anno nell’acqua fredda fino a raggiungere la giusta consistenza, senza alcun rispetto per l’età, i reumatismi. Chi dice fritto, chi dice col limone, chi dice a pastella…

Ah, se è per questo – aggiunse la signora Anguilla – sono le stesse storie che devo sentire pure io ogni anno e francamente di tutte queste indecisioni sono stufa. E mettiti qua, e mettiti là. Ma insomma!

E perchè, voi credete che noi veniamo prese in considerazione?, sbraitarono due Venerupis decussata e quattro o cinque Meretrix Meretrix con le valve semisocchiuse e ammiccanti in direzione del Primario, che manteneva contegno e indifferenza, nonostante tutti sapessero della sua tresca con la Vongoletta del secondo piano. L’unica cosa che sanno dire: con la pummarulella schiattata o in bianco? Come se non avessimo una nostra volontà e una professionalità antica quanto il mondo.

Il signor Naso Brevirostris si strinse nelle branchie: avete ragione, ma che posso fare? Purtroppo è la tradizione che lo richiede: l’ichthýs. Noi non possiamo che adeguarci. Magari, venisse a loro un bell’ictus mentre stanno a tavola, e noi potessimo tornare a sguazzare nei mari. Magari!

Dotto’, mammamia, e come siete brutto! Non le pensate proprio queste cose. Abbiamo capito: stiamo di turno pure quest’anno. Voi invece dove ve ne andate di bello?

Lasciate stare: io ho mia madre ricoverata nell’acquario, a Genova, e penso che ci facciamo tutte le feste là. Quest’anno niente Caraibi. Ci facciamo il cenone con il plancton importato, pensate che schifezza.

Eh, avete ragione. Tante volte uno giudica senza sapere, e invece ognuno tiene i guai suoi. Tanti auguri.

 

(reduce da una due giorni di riunione sul cenone di Natale, che ha visto fronteggiarsi i soliti schieramenti: onnivori, intermedi e vegani, tradizionalisti e progressisti, il tutto aggravato da sintomi irreversibili quali la vecchiaia, temporanei quali il giovanilismo più una serie di varie considerazioni e dispiaceri, posso assolutamente affermare che quest’anno il Natale è davvero una sofferenza, è una somma di nostalgie, contiene il senso di tutte le perdite passate, presenti e future. Quest’anno ci sarà un menù supertradizionale, abbiamo deciso che serve a contenere i sentimenti in un codice affettivo facilmente trasmissibile e comprensibile. Lo abbiamo deciso proprio noi che non ci credevamo, come un gesto propiziatorio contro le forze centrifughe dell’universo. La scarola con le olive nere e i capperi salverà il mondo.)

Il marketing della solidarietà 

dicembre 17, 2008

A me questa mattina è capitato di vedere una cosa assai strana. Stranissima.

Una cosa per la quale non dispongo di categorie interpretative. E a pensarci bene, in un flash improvviso, mi sono accorta che questa cosa l’avevo già osservata due giorni fa, in altro contesto, in una dimensione urbana più ampia, e che per questo stesso motivo, forse, non m’era balzata agli occhi.

Ma andiamo per ordine.

Argomento: immigrati africani.

Ora non so da voi, ma qui da noi, gli africani li si vede impegnati nelle seguenti attività: braccianti agricoli, venditori ambulanti abusivi di manufatti artigianali, piccola pelletteria, spacciatori ambulanti di materiale audiovisivo contraffatto, servizio di lavaggio parabrezza e vendita fazzolettini e varie ai semafori. Poi c’è una piccola fascia imprenditoriale che gestisce i punti di telefonia e gli Internet Point, nonché si occupa della vendita all’ingrosso dei suddetti manufatti (pseudo) artigianali.

Più o meno è questo.

Più o meno è questo il visibile, intendo.

Difficile da queste parti vedere africani che chiedano l’elemosina.

Stamattina, in una delle rare mattine in cui sono uscita senza avere con me la macchina fotografica, ho incontrato un ragazzo nero che mi ha chiesto dei soldi. Era ben vestito, con una giacca beige impunturata, tipo Husky, un pantalone scuro e un berretto con visiera che reggeva in mano e in cui raccoglieva il denaro.

Svoltato l’angolo, un altro, vestito identico.

Ho realizzato che un terzo, vestito alla stessa maniera, lo avevo visto ieri mattina a Napoli, all’ingresso del Centro Direzionale e altri due o tre in pieno centro, andando lungo la strada dei Presepi.

Solo che lì per lì non avevo realizzato la similitudine di abbigliamento. Mi ero solo stupita di aver visto un’improvvisa impennata di mendicanti neri e – parallelamente – una riduzione delle bancarelle di cd, dvd e videogiochi falsi. Avevo messo in relazione le due cose, sapendo che nel contempo il Comune di Napoli (o, almeno, ciò che ne resta) è seriamente impegnato in un’attività di razionalizzazione delle aree mercatali, con ampio dispiegamento di forze dell’ordine sul territorio. Sicché mi sono detta che, ridotte le possibilità di spacciare materiale fasullo, ci si dava all’accattonaggio spontaneo.

Ma tutto questo non spiegava comunque la sussistenza di altri tipi di vendite illegittime, quali le borsette fintoguccifintofendifintoprada.

Stamattina, in un’area urbana molto ristretta, quella della piccola città di provincia, è subentrato il fattore abbigliamento.

Mi ci sono messa d’impegno, prima a piedi e poi in auto: ogni strada aveva il suo immigrato ben vestito in beige e berrettino, quasi una divisa. Un fenomeno numericamente impressionante, una presenza precisa e capillare sul territorio.

Sono priva di qualsiasi elemento che mi permetta di valutare la questione: ipotizzare un gruppo d’acquisto senegalese-nigeriano che ha comprato la giacchetta uguale per tutti? Immaginare la creazione di un sindacato accattoni che vuole rendersi visibile con una mise riconoscibile ed elegante a un tempo?

In verità ho pensato d’istinto ad altro: che si tratti di un sistema di identificazione e controllo mi pare evidente. Ho pensato a una regia dall’alto, allo sfruttamento del senso di colpa del consumatore abbiente debitamente incanalato in una raccolta di fondi organizzata da associazioni di stampo criminale che – a differenza della vendita di prodotti contraffatti – non è immediatamente perseguibile penalmente.

Mi piacerebbe che anche voi campani vi concentraste a osservare questa cosa.

Non so cosa avviene con gli africani nelle altre Regioni, da chi o come vengano gestiti. Ma se quello che vedo è vero, ha dell’incredibile.

Se proprio si deve fare Natale, facciamolo. Ma facciamolo poco poco. Pochissimissimo.

dicembre 15, 2008

Quest’anno il Natale sta prendendo una brutta piega. Umida. Sgraziata.

Già che non sembra Natale, e  questo io lo vado ripetendo da quando avevo otto anni. E dev’essere un fatto assodato, questo degli otto anni, perché mia figlia, che ne ha nove, quest’anno per la prima volta ha detto che Natale – quest’anno – non sembra Natale. In compenso non si sa cosa sembra.

Si è diluito attraverso i mesi, questo Natale.

Non so da voi, ma qui da noi è cominciato ad Halloween, che a sua volta era cominciato a ferragosto. Dal sei gennaio poi sarà Pasqua. Tutta questa fretta deve essere per il fatto della precessione degli equinozi. O un equivoco di fondo.

Si è diluito e pure un poco ammollato. Sta tutto spugnato, appeso. Ammappuciato.

Pare quasi che non gliene importa nemmeno a lui, di venire. Se ne sta sulle sue.

C’è la crisi, dice, e sbadiglia.

Piove.

Piove come pioveva qui, senza sosta. O come su Brest, sans cesse, ce jour là. (Et tu marchais souriante Epanouie ravie ruisselante Sous la pluie, nun te scurda’)

E’ uno spreco vedere tutta quest’acqua scorrere. Così abbiamo deciso di raccoglierla e metterla in una  boule gigantesca in cui trascorrereremo tutte le feste, ovattate dai pallini di polistirolo che sono avanzati dal riempimento di una poltrona sacco.

Nella boule ci metteremo pure:

n. 1 Vesuvio innevato

n. 1 immaginetta di Lavezzi

n. 1 teglia di struffoli e cassate

n. 1 mazzo di carte napoletane

n. 1 panariello della tombola col doppio fondo

n. 42 cartelle della tombola e annessi fagioli (misto cannellini e borlotti)

n. 1 presepe antisismico con grotta abusiva

n. 1 pezzo di baccalà procapite (e guai a chi se ne piglia due, che gli cionco le mani)

più altre cose – poche – che non posso stare qui a dettagliare per mancanza di tempo.

Di tanto in tanto qualcuno arriverà, scuoterà la palla e noi ricadremo sorridenti, privi di gravità. Leggeri. Lontani dalle cose del mondo, dai pensieri brutti, dall’infelicità.

Ci baceremo, gnauleremo, ci accicceremo. Morbidi e azzeccosi.

In pieno centro di Napoli, ammassate tra bancarelle di presepi veri finti cinesi e mutande super sexy taglia cinquantadue, ho sentito due tizie che parlavano.

Una diceva all’altra: ma tu lo sai che in America ci sta una ditta che ti fa i vibratori sul modello originale? Tu vai co’ tuo marito, gli pigliano la misura e te lo fanno tale e quale. Sai che bel regalo, per Natale.

L’altra rispondeva: uh, mammamia. Una già ha passato un guaio al naturale, lo deve passare pure artificiale? Se proprio s’adda fa’, s’adda fa’ comme si deve!

A me questo Natale mi fa paura, mi fa.

Effetti personali, affetti personali. Un tentativo di messa in ordine. Per quel tanto che è possibile.

dicembre 11, 2008

C’è la questione delle forme, delle apparenze. Quelle per cui talvolta mi si rimprovera di essere superficiale, disattenta. Poco accorta. Di scambiare fischi per fiaschi, lucciole per lanterne. Di prendere giganteschi abbagli. Di esprimere giudizi sommari e valutazioni incomplete. Nel bene e nel male.

Non lo so, ma non credo. Cioè è anche vero, ma in un altro modo. Poi ne scrivo un’altra volta, ha a che fare con l’osservazione dilatata nel tempo. La famosa “variabile tempo” oggetto di chilometriche discussioni tra me e Hanging (a proposito: leggetevi il post sulla morte ai tempi di Facebook).

La cosa in cui credo invece è la corrispondenza tra forma e sostanza, tra contenitore e contenuto. La sostanziale identità che lega ciò che siamo al come appariamo.

Tutto quello che chiamiamo in campo a rappresentarci – dallo stile di abbigliamento all’eloquio, dalla plasticità del movimento nello spazio alle forme acquisite del nostro corpo, dai gusti letterari ai sapori che amiamo – è la sostanza stessa delle cose. La forma ci rivela e ci svela. Talvolta ci tradisce, come un indizio probante. Difficile che sia nascondiglio e paravento. O travestimento.

La forma non ha la capacità di mantenere nel tempo la tensione della finzione permanente. E’ semplicemente un insieme di dettagli che operano simultaneamente, impossibili da tenere tutti sotto controllo perché possano rispondere a un disegno diverso da ciò che spontaneamente rappresenterebbero. Se mutano i contenuti muta anch’essa.

E per quanto ci si possa violentemente opporre a questa visione, e dirsi e dirci diversi da come ci sembra e si sembra, l’unica cosa che se ne otterrà sarà una frattura interna.

Gli uomini danno forma ai propri contenuti avvalendosi di strutture inconsce.

(Questo vuol dire che si è sé stessi anche e soprattutto quando si cerca di essere altro, come il paraverbale che tradisce le bugie, ad esempio.)

Non sta a me scoprire o cercare queste strutture inconsce, non sta a me e nemmeno a voi individuarne le origini.

A me interessa il prodotto finito. Mi interessano le evidenze, il modo in cui ci si porta a spasso in questa vita. E’ solo tramite le forme che entrerò in contatto con la sostanza. E’ dai modi espressivi che imparerò i processi. Non esistono altre vie d’accesso, e se anche in qualche modo sembri possibile individuarne, non sarebbe altro che una forzosa interpretazione di ciò che è tenuto nascosto, un processo all’invisibile o una sua insensata celebrazione. Non va bene, no. Non ha senso.

Non è la scoperta di ciò che è in profondità, inconscio, a creare la possibilità di un legame con chi ci sta davanti, ma solo la comprensione del superficiale, la possibile e appagante interazione con il visibile.

Darsi a ciò che si immagina o si crede di intuire è arroganza. Darsi a ciò in cui non si crede è autodistruzione. Darsi a ciò che si è sicuri esista, ma resta indimostrabile a terzi, è follia o santità.

Ci si deve dare a ciò che si vede. Né più né meno.

Eppure c’è una possibilità di scarto tra contenente e contenuto, questo sì, la vedo.

Ma non è di tipo qualitativo.

E’ uno scarto quantitativo, come se esistessero un nucleo, una superficie e una distanza tra questi due. Uno spazio da colmare, in qualche modo: o si amplia il nucleo o si riduce la superficie.

Lo spazio vuoto è uno spazio inconsapevole, in cui si annidano costruzioni arzigogolate, continui rimandi a cose che restano sempre un poco inespresse, e che tuttavia continuano ad operare sulla forma, a imprimersi. Lo spazio vuoto è esattamente lo scollamento tra ciò che si è e ciò che si vuol credere di essere. E’ il buco che ingoia ossessivamente tutto quello che ha intorno, pur di sentirsi pieno e sparire a se stesso. Lo spazio vuoto media il trasporto di informazioni dalla sostanza alla forma e simula una diluizione, una serie di alternative possibili e – a un tempo – fittizie. Vorrei dirlo meglio di così, ma non riesco. Lo spazio vuoto è un inferno. E’ l’Inferno.

Mi immagino gli esseri umani disegnati come una cellula. Volevo scriverne da tempo, ma ultimamente non riesco a concentrarmi. Sto immagazzinando saperi e dati nuovi e non c’è molto spazio per altro. E’ un’immagine che vedo con chiarezza, tuttavia. E ciò che crea le differenze nella qualità e nel valore delle persone è la maggiore o minore distanza tra il nucleo e il perimetro esterno. Lo spazio vuoto, la terra di nessuno che non si ha il coraggio di attraversare. Più è estesa, questa distanza, e meno sei, meno ti appartieni, meno significhi a te stesso.

La vedo negli altri e dentro di me, questa distanza, nei giorni in cui non mi piaccio e so che alla mancanza di grazia dei miei comportamenti corrisponde un disagio interno, un ritrarsi, un volersi nascondere. E so che invece mi basta un gesto, una microtrasformazione dell’agire, per rendere nuovamente positiva l’alleanza di forma e sostanza, di sentimento e azione.

E’ da anni che ormai discuto con chi mi è vicino, con le persone alle quali voglio bene, sul fatto che se il sentimento genera il comportamento, non è altrettanto vero che per mutare un comportamento occorra modificare il sentimento che lo ha generato.

Anzi, a volerla dire tutta, questa cosa non funziona quasi mai, o richiede tempi di reazione lunghissimi.

Modificare un comportamento è molto più facile. Concentrarsi sulla reiterabilità di un’abitudine, scomporla e variare anche un solo elemento della sequenza, per ottenere una modifica complessiva dell’azione e un suo riflesso sul rispettivo sentimento generatore, è talmente più facile che non ci si pensa, a volte lo si crede addirittura svilente. Quasi una bassezza nel proprio sistema di adattamento al mondo.

Si crede più nobile ed efficace rimuovere le cause, con una grande azione di razionalizzazione, senza darsi conto che confidare nella propria capacità di rimozione intellettuale della causa è spesso il più grande alibi dell’esistenza, è il riconoscimento dell’enormità dell’ostacolo e al tempo stesso l’origine della creazione della sua inamovibilità.

C’è in questo una sfida enorme al sistema, già persa in partenza: una sorta di orgoglio circa le proprie, enormi,  potenzialità inespresse e mai realmente verificate che sfida e fronteggia l’incapacità, effettiva, di poter esercitare un autocontrollo. Il wishful thinking al posto del principio di realtà. La persistenza di un pensiero irrazionale con l’ambigua funzione di  dominare la paura del mondo e al tempo stesso fornire spiegazioni all’incapacità di farlo.

La questione è che il principio di causa ed effetto funziona meravigliosamente, ma davvero perfettamente, nella creazione di circoli viziosi.

I circoli virtuosi invece si costruiscono a partire dagli effetti. Se poi non sono speciali, è anche meglio.

 

(Ringrazio sentitamente filosofi e filosofesse inconsapevoli che involontariamente, inconsapevolmente e pure di striscio, mi hanno fornito inattesi spunti di riflessione. Non serviranno a molto, ma mi aiutano a rimettere ordine nel mio mondo interiore. Grazie al mio lettore affezionato, che conserva accuratamente i miei pezzettini e li protegge dalla furia del tasto delete. Grazie a Bateson, che mi aiuta a comprendere la posizione di mio padre e, più in generale, delle forme e degli stili di distruzione e autolesionismo. Non attutisce il dolore, ma gli trova una sua collocazione. Non mi rende impermeabile, ma mi aiuta a capire quando è il momento di lasciar perdere e alzare lo sguardo più in alto.)

Come una lettera d'amore. O un film francese, che fa lo stesso.

dicembre 8, 2008

Ho voglia di dirti cose banali, fesse. Tipo: passami il sale, per piacere. Oppure: chiudi la finestra, che l’aria mi fa freddo.

Sentirmi in risposta cose simili, ben intonate.

O anche che al posto del sale mi passi lo zucchero e io allora dico: ohi, sveglia, questo è zucchero, e tu rispondi: i vasetti sono dello stesso colore, scema.

Poi sorridi.

E allora io dico: no, quello del sale è appena appena più scuro.

Tu rimarchi: sì, ma di poco.

E io concludo: beh, è vero.

Insomma, una roba così.

Che tuttavia se uno spettatore osservasse la scena dall’esterno, vorrei che andasse via con l’idea di aver visto un film d’amore. Tornasse a casa pensando di aver visto un film francese, quelli dove nel non succedere niente poi succede tutto e nel non dirsi niente si son detti anche il resto.

Poi direbbe alla sua lei: passami il sale, per piacere.

E lei ribatterebbe: stronzo, prenditelo da solo.

Ma dove cazzo l’hai messo il sale grosso?

Ce l’hai davanti agli occhi, rincoglionito.

Sicché lo spettatore – pensieroso – si direbbe che certe cose accadono solo nei film. Nei film francesi, per esempio. E che la vita vera è questa. La sua.

Quell’altra solo una finzione, un nulla.

Una specie di prigione. Dorata, ma comunque una prigione.

E noi a guardarlo da qui, dall’altro lato del film, dalla nostra pellicola.

Lui chiuso nella sua, di prigione. Rassegnato e triste.

E io invece no. E tu nemmeno. Noi, no.

Magari non vinciamo neanche l’Oscar. Neppure il premio della critica, niente di niente.

Va benissimo così.

J’ai ta main dans ma main.
Je joue avec tes doigts.
J’ai mes yeux dans tes yeux

Y despuès la noche enorme en el cristal

dicembre 1, 2008

Decisi che ci avrei messo tutto, lì: tutto il corpo, tutta l’anima, tutta la passione.

Se mia figlia non è nata a tempo di tango è davvero per pura combinazione. Ma ci è stata lì, dentro, dal suo concepimento fino a tre giorni prima della sua venuta al mondo.

La pancia non mi pesava, per quanto fosse ingombrante.

Ballavamo in tre, lei cullata da uno sciabordìo di acque.

Credo che sia per questo che – fin da piccina –  non ha mai pianto, che non ci sia un solo giorno della sua vita in cui non si sia svegliata sorridendo.

Ho avuto la bambina più facile del mondo.

Nel buio dei cinema scalciava come un’ossessa, ma la sera appoggiavo la cuffia intorno all’ombelico e le facevo ascoltare Gardel o Troilo.

La muovevo su Piazzolla.

Le ultime settimane gli uomini avevano una paura tremenda, mi maneggiavano con cautela, mi risparmiavano i ritmi accelerati, temevano per quelle figure con troppe torsioni e movimenti bruschi.

Un mese prima di partorire, su una pista umbra, avevo visto una coppia di tedeschi splendidi. Ballavano con un bambino di pochi mesi nel marsupio.

Il pubblico ci guardava e rideva: una gravida e una puerpera inimmaginabili.

Io non temevo niente. Ero folle e impavida, fatalista e sciocca. Stupida.

Come solo si può essere stupidi quando non si è ancora caduti e ci si pensa invincibili. Invulnerabili.

Poi caddi, inciampai.

Decisi allora che ci avrei messo tutto, lì, in quei movimenti attenti e nella cura.

Nell’educazione.

Nel miglioramento di me per esserci sempre, nei momenti difficili.

Che sono stati tanti, tantissimi. Per anni, tutti i giorni.

Momenti che sono stati il nostro pane quotidiano, un lungo esercizio di riconoscimento di passi falsi e correzioni di rotta.

Il risultato è che oggi non amo le improvvisazioni stupide. Strappano i muscoli e il cuore.

Perché un movimento sia fluido, va padroneggiato.

Perché un affetto sappia muoversi, raggiungere l’altro e sostenerlo, occorre la stessa disciplina.

Perché una figura riesca, perché una forma a due abbia un senso – e sia bella a vedersi, e non turbi le articolazioni o il flusso del sangue o i pensieri – occorre sapere quando partire e dove fermarsi. Occorre che i piedi, apparentemente sospesi, conoscano le asperità del suolo e vi si poggino con fermezza.

Sono una donna poco frivola.

Sono una donna poco frivola, non ha senso immaginarmi in altro modo.

Ci metto corpo, anima e passione. Studio e attenzione, moltissima attenzione. Dedizione. Concentrazione.

Solo così posso essere tutta intera e compatta.

Toglimi un pezzo, uno qualsiasi, toglimi i miei appigli e smarrirò ogni forma di grazia.

Può piacere o non piacere, ma a questo punto si è quel che si è. Non si è per far piacere.

Ancor meno per compiacere.

E non mi basta ancora. Voglio nuovi passi da imparare e un cuore enorme da seguire.

Voglio imparare a stare su un solo piede, ad occhi chiusi e a credere che non mi si farà cadere. A fidarmi.

Tutta questione di appoggi e leve. E intrecci, intrecci forti. Non so cos’altro. Non lo so.

..y tu fatiga de vivir
y mi deseo de luchar
.*

* Maxi Gluzman, l’uomo che mi ha tolto il mal di schiena. Che non è una metafora, attenzione