Il marketing della solidarietà 

A me questa mattina è capitato di vedere una cosa assai strana. Stranissima.

Una cosa per la quale non dispongo di categorie interpretative. E a pensarci bene, in un flash improvviso, mi sono accorta che questa cosa l’avevo già osservata due giorni fa, in altro contesto, in una dimensione urbana più ampia, e che per questo stesso motivo, forse, non m’era balzata agli occhi.

Ma andiamo per ordine.

Argomento: immigrati africani.

Ora non so da voi, ma qui da noi, gli africani li si vede impegnati nelle seguenti attività: braccianti agricoli, venditori ambulanti abusivi di manufatti artigianali, piccola pelletteria, spacciatori ambulanti di materiale audiovisivo contraffatto, servizio di lavaggio parabrezza e vendita fazzolettini e varie ai semafori. Poi c’è una piccola fascia imprenditoriale che gestisce i punti di telefonia e gli Internet Point, nonché si occupa della vendita all’ingrosso dei suddetti manufatti (pseudo) artigianali.

Più o meno è questo.

Più o meno è questo il visibile, intendo.

Difficile da queste parti vedere africani che chiedano l’elemosina.

Stamattina, in una delle rare mattine in cui sono uscita senza avere con me la macchina fotografica, ho incontrato un ragazzo nero che mi ha chiesto dei soldi. Era ben vestito, con una giacca beige impunturata, tipo Husky, un pantalone scuro e un berretto con visiera che reggeva in mano e in cui raccoglieva il denaro.

Svoltato l’angolo, un altro, vestito identico.

Ho realizzato che un terzo, vestito alla stessa maniera, lo avevo visto ieri mattina a Napoli, all’ingresso del Centro Direzionale e altri due o tre in pieno centro, andando lungo la strada dei Presepi.

Solo che lì per lì non avevo realizzato la similitudine di abbigliamento. Mi ero solo stupita di aver visto un’improvvisa impennata di mendicanti neri e – parallelamente – una riduzione delle bancarelle di cd, dvd e videogiochi falsi. Avevo messo in relazione le due cose, sapendo che nel contempo il Comune di Napoli (o, almeno, ciò che ne resta) è seriamente impegnato in un’attività di razionalizzazione delle aree mercatali, con ampio dispiegamento di forze dell’ordine sul territorio. Sicché mi sono detta che, ridotte le possibilità di spacciare materiale fasullo, ci si dava all’accattonaggio spontaneo.

Ma tutto questo non spiegava comunque la sussistenza di altri tipi di vendite illegittime, quali le borsette fintoguccifintofendifintoprada.

Stamattina, in un’area urbana molto ristretta, quella della piccola città di provincia, è subentrato il fattore abbigliamento.

Mi ci sono messa d’impegno, prima a piedi e poi in auto: ogni strada aveva il suo immigrato ben vestito in beige e berrettino, quasi una divisa. Un fenomeno numericamente impressionante, una presenza precisa e capillare sul territorio.

Sono priva di qualsiasi elemento che mi permetta di valutare la questione: ipotizzare un gruppo d’acquisto senegalese-nigeriano che ha comprato la giacchetta uguale per tutti? Immaginare la creazione di un sindacato accattoni che vuole rendersi visibile con una mise riconoscibile ed elegante a un tempo?

In verità ho pensato d’istinto ad altro: che si tratti di un sistema di identificazione e controllo mi pare evidente. Ho pensato a una regia dall’alto, allo sfruttamento del senso di colpa del consumatore abbiente debitamente incanalato in una raccolta di fondi organizzata da associazioni di stampo criminale che – a differenza della vendita di prodotti contraffatti – non è immediatamente perseguibile penalmente.

Mi piacerebbe che anche voi campani vi concentraste a osservare questa cosa.

Non so cosa avviene con gli africani nelle altre Regioni, da chi o come vengano gestiti. Ma se quello che vedo è vero, ha dell’incredibile.

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5 Risposte to “Il marketing della solidarietà ”

  1. didolasplendida Says:

    a Napoli gli africani neri neri sono adibiti per lo più a chiedere l’elemosina, l’altra domenica in un piccolo spazio ne ho contati addirittura 3, loro postazione preferita è in prossimità dei tabaccai, e mi sono sempre chiesta perchè? i loro datori di lavoro li ritengono incapaci di qualsivoglia lavoro?
    ah dimenticavo hanno imparato a dire mamma
    “mamma dai qualcosa ho fame”

  2. Flounder Says:

    dido, qua a Caserta no. mai vista una cosa simile.
    qui sono tessuto produttivo, terziario avanzato.

  3. ilcavaliere Says:

    mi stupisce il tuo stupore, la cosa più organizzata in italia è la strada:
    i mendicanti sono la parte più apparscente ed è strano tu non abbia notato che rispettano regole ferree come nessuno:
    – i mediorientali puliscono vetri in orario di lavoro
    – i polacchi puliscono fari e solo fari in semafori non centrali
    – gli africani come dici tu
    – le zingare anziane leggono la mano
    – quelle giovani mendicano con bimbi in braccio in periferia
    – i bambini si avvicinano ai semafori dopo lenove di sera e nessuno ne ha fatto ancora scandalo, poi vengono le iene tra due anni e tutti si meravigliano

  4. Flounder Says:

    non mi stupisce l’organizzazione, o le regole ferree della divisione sociale del lavoro, che ho notato pure io, come a roma i cingalesi di guardia alle pompe di benzina notturne e così via.
    mi stupiscono due cose: la divisa non priva di una certa eleganza e la comparsa improvvisa sotto Natale.

    c’era stata una ricerca anni fa sull’estetica della mendicità, in base alla quale i passanti avevano dimostrato di non amare gli estremi: né quelli immobili, inginocchiati per terra come statue di sale, né mendicanti di buon umore accattivanti.
    così ho pensato che dietro una mise così neutra e dignitosa ci fosse un progetto analogo, qualcosa che miri a non urtare la suscettibilità del compratore compulsivo in alcun modo, né esasperando il suo senso di colpa, né procurandogli indifferenza.

    poi magari mi sto immaginando tutto, ve’.

  5. 8e49 Says:

    non so se ti stai immaginando tutto, eh, però li ho notati anch’io, ultimamente, tra piazza amedeo e via dei mille, tutti vestiti più o meno in modo uguale

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