Archive for gennaio 2009

Tutti pazzi per me(ry). Sottotitolo: narrativa, delirio di onnipotenza e dialettica servo/padrone. Vabbè, dai, sto esagerando.

gennaio 30, 2009

Insomma io gli avevo chiesto un alibi.

Un alibi, sì.

Sapete quei momenti in cui ammazzereste qualcuno e dite: “dammi un alibi, che lo faccio”?

Ecco, è andata così, ispettore.

Me ne ha dati due o tre. Sì, sì, lui, il tizio. Niccolai, si chiama. E’ un blogger.

Ma erano così belli questi alibi che m’è sembrato uno spreco usarli così, per me. Sa quando dietro la superficie un’intuizione ti dice che c’è qualcosa di meglio? Che non vale sporcarti le mani e fare il loro gioco? Allora gli ho detto: senti,  Niccolai, tienili tu ‘sti alibi e scrivimi una storia. Subito, ti do quattro giorni di tempo. Oppure trovatelo tu, un alibi.

E’ così che nascono le storie, ispetto’, è così che si cambia il destino del mondo: lei si immagini come sarebbe stato diverso se alle 15.00 di due giorni fa io mi fossi tenuta gli alibi e avessi fatto fuori il mio capo. Lei provi a immaginarsi il seguito della vicenda. Una storia banale, racconto di piccole vessazioni quotidiane prive di sviluppo e catarsi. Invece guardi tra le sue dita che gioiello, questi alibi.

Come vede non c’è nessun morto, è pura finzione letteraria. Non c’è stata copula, non ci sono impronte digitali da raccogliere. E’ una storia, ispettore. Un racconto di fantasia. Non esiste la Sarti, non esiste la Cirinnà, non esiste il Reboni. Adesso sono libera, ispettore? Posso andare?

Vada, signora Saccone, vada. Posso tenere una fotocopia del racconto?

Due giorni dopo il Niccolai fu trovato riverso in strada, in un bagno di sangue.

Coglione senza speranza,” glielo dici a qualcun altro, stronzo!, ripeté ecolalicamente il Codognotto durante l’interrogatorio, simulando di infliggergli ancora, caparbiamente, un colpo dietro l’altro. 

Trentasei coltellate correttamente fascicolate, nessun alibi.

Tutto il mondo è pa(l)ese. La gente mormora, anche su Facebook.

gennaio 28, 2009

(Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Ah, rinnega tuo padre!…Ricusa il tuo casato!…

Il tuo nome soltanto m’è nemico; ma tu saresti tu, sempre Romeo per me, quand’anche non fossi un Montecchi. Che è infatti Montecchi?…Non è una mano, né un piede, né un braccio, né una faccia, né nessun’altra parte che possa dirsi appartenere a un uomo. Ah, perché tu non porti un altro nome! Ma poi, che cos’è un nome?…Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome? Così s’anche Romeo non si dovesse più chiamar Romeo,chi può dire che non conserverebbe la cara perfezione ch’è la sua? Rinuncia dunque, Romeo, al tuo nome, che non è parte della tua persona, e in cambio prenditi tutta la mia.)

 

Mamma, ha detto mia figlia tornando a casa, ma tu stai su féshbuc?

Sì, ci sto.

Ci sta pure il fratello di Stefania e pure la sorella di Gambardella. Ci posso stare pure io?

No, si’ piccerella. Ci vogliono tredici anni.

Perché? Se no mi scrivono i maiali?

Sì.

Poi siamo andate all’Ikea, che dovevamo comprare le mensole mammut verdi, e mentre mangiavamo il salmone con l’aneto, è passato un signor Pinco, che non vedevo da un tot di anni e che però recentemente avevo ritrovato su FB.

Il signor Pinco stava con moglie e figlia piccolissima.

Ciao, ciao. Bacetto, bacetto. Che si dice?, Che si dice?

Il signor Pinco mi dice: senti, andiamo di fretta, ci vediamo su Facebook.

La novenne lo lascia allontanarsi e dice: mamma, questo è scemo.

Poi ci pensa un poco e aggiunge: ed è pure maleducato. E argomenta correttamente entrambe le proposizioni, come è nel suo stile.

E questo è il primo fatto di Féshbuc, che già lo sapevamo.

Il secondo fatto è che io adesso esco per la strada e incontro gente che in tutta la sua vita non mi aveva mai pensato o degnato di attenzione alcuna, né a scuola, né all’oratorio, né in milonga e nemmeno nel condominio di mammà o alla riunione di coordinamento regionale e che oggi si avvicina e dice: ma tu sei troppo, troppo simpatica. O anche: non sapevo niente, di com’eri.

E io faccio una faccia da ebete, assai perplessa. Una faccia che dice un sacco di cose, per esempio: e nientedimeno tu mo’ te ne sei accorta?

Oppure: ma tu sei sicuro?

Oppure: ma se per tutta la vita sei andato dicendo che ero una troppo pesante e senza senso dell’umorismo!

Oppure: embè?

Allora ho approfondito un poco questo fatto della simpatia, e ho scoperto la questione, che vengo testé a riassumervi, assai stringatamente perché invero ci sarebbero un sacco di cose da dire.

Ho studiato gli utenti di facebook ed essi sono da ascrivere a due grandi tipologie: quelli che in rete c’erano già e quelli che non c’erano.

Quelli che in rete c’erano già, c’erano con un nick, un avatar e una lunga storia relazionale costruita giorno dopo giorno tra le pareti scorrevoli del virtuale, con incursioni nel reale e continue ricomposizioni e smembramenti. L’utente che già c’era in rete, e che ha compiuto il suo percorso di costruzione e ricostruzione della sua identità narrativa, un giorno ha ricucito lo spazio tra nick e name e si è presentato al mondo dicendo: eccomi, sto qua. Sono io.

Gli altri lo sapevano già, ma bisognava fare finta di niente. Facebook è il luogo in cui l’utente che era già in rete esce ufficialmente allo scoperto, senza che questo alteri o modifichi nulla. Egli arriva lì, dopo che si è fatto da solo, ma si è fatto in mezzo agli altri.

L’utente che già era in rete, nel corso degli anni ha compiuto un’operazione di svelamento/rivelamento, tanto a sé quanto al mondo. Ha avuto necessità di nascondersi e presentarsi al mondo come anima e poi ri-definire una corporeità da aggregare intorno a questi contenuti. In un discorso completamente speculare rispetto a quanto avveniva nel mondo da cui proveniva, in cui doveva invece servirsi della corporeità per veicolare i propri contenuti.

Una volta che l’ha fatto, sta a posto.

L’utente neofita, per converso, è come un ragazzino cui abbiano messo in mano contemporaneamente: un superalcolico, un sigaro avana, una svedese di diciott’anni, la casa vuota e il suo cibo preferito. Con in più l’aggiunta dei vicini di casa che ogni tot vengono a controllare che non stia succedendo nulla di irreparabile che poi riferiscono a mamma e papà.

Insomma, la questione nodale è quella della reputazione.

L’utente che già c’era la lega al nick e del nome se ne fotte, l’utente appena arrivato la lega al nome e a ciò che socialmente tutto questo comporta.

Io in questi anni sono diventata molto più Flounder che Brunella.

No, non è esatto.

Diciamo che ho ri/costruito un universo che da virtuale è diventato sempre più reale e ha fatto sì che le persone conosciute in rete e frequentate poi nel quotidiano mi abbiano conosciuto in modo più completo, più tondo, avendo di me sia la frequentazione ordinaria che la conoscenza del momento creativo, a differenza di altri che hanno conosciuto solo la mamma, l’impiegata, la compagna di classe, la sorella dell’amica.

In definitiva sono più seria pensandomi Flounder. Sono più sfaccettata e anche più integrata.

Su Facebook non ho reputazione in questo senso,  e il fatto di spendere il mio nome e cognome senza alcun ritegno rispetto alle scemità che scrivo o ai modi ipersalottieri che mi contraddistinguono in questa parte di rete qua o in ambiti privati non accessibili a tutti, lascia perplessi. Si accorgono che non sono più Brunella. Sono una Flounder sotto le spoglie di una Brunella. Che non è cosa da poco, come voi ben sapete.

Hai coraggio, m’ha detto un vecchio amico giorni fa. Un amico che prima di Facebook non esisteva in termini di pixel e byte.

A far che?

A esporti così.

Ho capito che ci stavamo affacciando da due finestre diverse. Sotto la sua c’era uno strapiombo.

Sotto la mia, la Rete.

La nostalgia è una mossa maligna del tempo (Avion Travel)

gennaio 26, 2009

Me l’avesse proposto qualcun altro avrei detto no. Ma alla Stee proprio non riesco a dire di no.

Speriamo non mi chieda mai soldi e neppure di sposarla.

“Questa catena è molto semplice.

FASE 1. Si rimembrano con commozione cinque cose delle quali si ha nostalgia e che non torneranno più, possibilmente legandole ai cinque sensi (perché? Perché? Perché i sensi sono i motori di tutte le rêverie, come pensava Proust mentre sbocconcellava la sua madeleine, altra merendina che non tornava più…). Si spiega anche brevemente perché fanno nostalgia, se no non c’è gusto!

FASE 2. Dopodiché si scrivono le cinque cose delle quali NON bisogna avere nostalgia e che sono fortunatamente scomparse per sempre, tipo i dinosauri o i socialdemocratici.

FASE 3. Infine si legano alla catena cinque (o più) reprobi obbligandoli a nostalgizzare a loro volta”.

 

FASE 1

NOSTALGIA DEL GUSTO

Era la gallina di Pasqua, il suo brodo. Ma soprattutto i tuorli piccoli piccoli, privi di guscio, che ritrovavi sventrandola, a fine cottura. Era un senso di abbondanza e anche di ringraziamento, non so dirlo in altro modo.

 

NOSTALGIA DEL TATTO

Erano le mani di mia nonna, dai palmi grandi e asciutti e le unghie rosa, convesse e curate, nonostante la fatica da uomo. Le ho fatto la manicure anche mentre era in coma. So che una delle ragioni per cui mi sono innamorata, adesso, è la percezione su di me di una mano assolutamente simile. L’ho riconosciuta a occhi chiusi. Sono convinta che possiamo amare solo le cose che in qualche modo ci risultano familiari.

 

NOSTALGIA DELL’UDITO

E’ la voce di mia madre che mi canta una canzoncina di cui a stento ricordo le parole e che tuttavia talvolta canto a mia figlia, per brevi sprazzi di frasi che a malapena affiorano alla memoria. Mia madre nega di averla mai cantata. Io stessa forse penso che abbia ragione, e che in realtà io l’abbia solo desiderato. Come tutte le parole mai dette.

 

NOSTALGIA DELL’ODORATO

Erano le brioche al piano terra della casa al Corso Garibaldi, le brioche con la palla. Il Secretario e Zaritmac, che hanno condiviso con me spazi e luoghi dell’infanzia (incredibile a credersi, siamo cresciuti nello stesso palazzo senza conoscerci, a volte il destino ha dell’incredibile), se lo ricorderanno. E’ confortevole sapere che qualcuno può condividere un ricordo sensoriale con te. Ti dà la certezza che fosse vero. Ehi, ve lo ricordate l’odore delle brioche?

 

NOSTALGIA DELLA VISTA

Questa è difficilissima. Forse non ho mai visto nulla. Proprio ieri, a bruciapelo, ho scoperto di essere nella mia terza vita. Alla prima sono morta totalmente cieca. Alla seconda sono morta con uno sguardo corto. Non riesco ad aver nostalgia di nulla, mi dispiace. O forse un poco sì, di tutte le cose che avrei visto se avessi potuto.

 

FASE 2

S-NOSTALGIA DEL GUSTO

Credo fosse una medicina per il sistema linfatico, qualcosa che conteneva una parte di olio di ricino. Un cucchiaio ogni giorno prima dei pasti, per combattere l’inappetenza. Ancora oggi lo sento nel retrogusto delle compresse di vitamina B e mi viene da vomitare.

 

S-NOSTALGIA DEL TATTO

I vibromassaggiatori a fascia per dimagrire, quelli che ti facevano tremare anche il cervello.

 

S-NOSTALGIA DELL’UDITO

La colonna sonora dello sceneggiato Pinocchio. Io mi nascondevo sotto il tavolo, per la paura. Oggi non mi fa paura, ma mi evoca ricordi sgradevolissimi.

 

S-NOSTALGIA DELL’ODORATO

I profumi Avon, quei campioncini puzzolenti. Ma pure i microrossetti, che sapevano di grasso rancido.

 

S-NOSTALGIA DELLA VISTA

Non sa/Non risponde

 

FASE 3

E’ lunedì e non riesco a essere così cattiva da coinvolgere qualcuno. Se ne avete voglia, proseguite qui sotto.

Sorvegliarsi e punirsi. Anatomia dettagliata del Personaggio Letterario.

gennaio 21, 2009

[Come ci si può perdere in un blog (ma anche altrove, anche altrove). Appunti in via di definizione.]

Io nomino spesso, chiacchierando con amici, il concetto di Personaggio Letterario, quale direttore artistico e primo attore della nostra personale messinscena nel mondo.

Si tratta di Personaggi Letterari e Caratteri scelti in epoche ormai superate dagli eventi e che tuttavia reclamano attenzione, come vecchie dive isteriche.

In parte è ciò che alcuni psichiatri definiscono un copione esistenziale, atto al perseguimento di determinati scopi, nonché all’esclusione di precise componenti dalla nostra esistenza. Per lo più si tratta di componenti temute e rifiutate, a volte ignote finanche alla coscienza vigile o emerse solo in piccola parte.

Che ognuno di noi scelga di avere un Personaggio Letterario a rappresentarci nel mondo non è cosa poi così grave: in fondo si tratta semplicemente dell’immagine che vogliamo veicolare all’esterno – il nostro abito migliore – o dell’orizzonte al quale tendere con piccoli e quotidiani sforzi di miglioramento.

Il vero problema è quando sfugge al nostro controllo, quando il Personaggio Letterario (o il CyberAvatar o una qualsiasi rappresentazione personale più o meno istituzionalizzata) si anima di vita propria e si impone come realtà assoluta o quando non rappresenta più un orizzonte positivo e raggiungibile, ma qualcosa di totalmente diverso da ciò che siamo e possiamo essere.

E’ il momento in cui si cristallizza la Grande Finzione.

Il Personaggio Letterario diventa allora una bambola, un orsacchiotto. E’ la Bella Addormentata, è un Principe disanimato, è un prodotto sintetico sottoposto a numerose prove di laboratorio, validato attraverso una serie di reazioni e relazioni che in realtà sono simulazioni.

Per contro, qualunque forma di relazione che possa rappresentare un attentato al Personaggio Letterario e metterne a rischio la tenuta viene temuta e sistematicamente respinta, a vantaggio di ciò che invece – escludendo qualsiasi forma reale e reciproca di intimità – possa nutrire questo molosso psicologico.

Sicché il Personaggio Letterario diventa una protesi psichica, è Terminator che si autorigenera, anche quando sembra che sia stato sconfitto o voglia rinunciare a se stesso.

Questa dinamica è terribilmente presente nel modo di autorappresentarsi in un blog, ad esempio,  e in parte confligge con la possibilità, postulata invece da molti,  dell’uso del blog come della possibilità di una parola che guarisca e integri.

Qui c’è piuttosto una parola che invece ammala, in quanto disgrega ulteriormente le personalità plurali senza riuscire a ricompattarle.

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Il Personaggio Letterario non ha un centro di gravità reale che possa sentire e definire come  proprio senza scomporsi: si costruisce artificiosamente con vincoli e limiti, la cui funzione principale è – in teoria – quella di garantire un sistema stabile e coerente, non scalfibile né penetrabile da altro.

In pratica si tratta invece di un insieme di forze atte a contrastare la pressione dall’interno e pertanto quanto più la struttura del Personaggio Letterario appare forte, tanto più è minata dal suo contrario, con il risultato di produrre un sistema totalmente instabile e a rischio.

Più la pressione interna aumenta, più il Personaggio Letterario rafforza il suo copione, a volte apportando cambiamenti che lo spingono in una direzione diametralmente opposta. Tuttavia, trattandosi appunto di due estremi, il centro non viene mai sfiorato e il dubbio su di sé, che pure talvolta si insinuerebbe, viene sistematicamente privato del potere di generare angoscia e dunque di creare la frattura che consentirebbe il mutamento costruttivo.

Il risultato è una lucida follia permanente di cui non ci si accorge. Dove per follia non intendo la perdita di senno, ma l’imprecisa aderenza al reale che si traduce in uno svuotamento delle proprie possibilità.

Fino al giorno in cui potrebbe accadere che la forza interna erompa con violenza e sgretoli le pareti del Personaggio, conducendolo a una vera follia.

Per lo più non accade, e dunque ci si fossilizza in un perenne sdoppiamento che garantisce la sopravvivenza al prezzo del suicidio emotivo. Laddove c’era una forza interna a creare pressione, si cerca di generare un vuoto mediante la distruzione sistematica dei contenuti originari.

L’attrito tra la forza interna (fosse anche in forma di vuoto risucchiante) che spinge per rompere lo schema e la forza del Personaggio Letterario provoca talvolta rumori di fondo e un certo dolore. Qualcuno può confondere questo con una vera vita emotiva, ma in realtà non ha nulla ha a che vedere con la complessità delle emozioni miste al sentimento che, al contrario, svolgono una funzione unificatrice.

Nemmeno è insensibile, il Personaggio Letterario, no. Ma è imbevuto solo di quei sentimenti e quelle emozioni che è in grado di sopportare nella struttura del suo copione.

Tutto il resto è nello sgabuzzino delle scope.

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Ancora, nel definire l’etica o l’impegno come il corso d’azione derivante dall’aver sposato un determinato valore oppure come l’azione che traduce la libertà in responsabilità,  possiamo dedurre che il Personaggio Letterario è privo di etica, in quanto i suoi valori procedono da dettati dogmatici o non interiorizzati e raramente vengono messi alla prova su un terreno rischioso.

Non che il Personaggio Letterario sia necessariamente immorale, ma è che la sua moralità viene calata dall’alto e non negoziata dal basso, è comprata al supermercato come un precotto, piuttosto che una costruzione.

C’è dunque il paradosso di volersi produrre in un’esistenza umana con modalità che invece sono più pertinenti al divino (ma su questo ci devo ancora pensare bene).

La difficoltà di liberarsi dello schema consiste principalmente nel fatto che il Personaggio Letterario non ha necessariamente bisogno di un pubblico. Nemmeno nel blog o nel virtuale, paradossalmente. E’ infatti dotato della capacità di autorappresentarsi e farsi audience da solo, in una sorta di autoerotismo che tuttavia resta insoddisfacente.

Essendo una maschera e non una persona, infatti, il plauso resta confinato alla superficie esterna e, per quanti successi raccolga, nel fondo sa che non hanno nulla di vero, riferendosi appunto a una sovrastruttura, a una contraffazione di sé o, nella migliore delle ipotesi, a una piccola parte di sé.

Ciò crea una sorta di frustrazione ineliminabile, che si può occultare solo a un prezzo elevatissimo: la totale soppressione di sé, della parte vitale che scalpita per emergere.

E’ qui, esattamente qui, che il blogger (ma non necessariamente un blogger) si ammala definitivamente.

Nel suo contraddittorio e infruttuoso tentativo di darsi (o non darsi) una struttura che lo renda libero (talvolta si affida a un caos che nel suo essere permanente gli garantisce stabilità a dispetto delle apparenze), il Personaggio Letterario non si accorge di fabbricarsi da solo il suo personale Panopticon, nel quale lavora sui suoi sentimenti secondo lo schema di Foucault: recinzione-addestramento-disgregazione-controllo.

Alla maniera descritta da Bentham, ignorando come e quando verrà effettuato il controllo, non abbassa mai la guardia. Nemmeno con se stesso.

Se il Personaggio Letterario riesce a rendersi conto di questo, è già a buon punto: potrebbe strapparsi la maschera e consentire ai sentimenti detenuti di organizzare la rivoluzione contro la sua stessa autorità carceraria.

Purtroppo ciò avviene di rado, in quanto la maschera viene prontamente sostituita con un’altra. Sicché molto più spesso dalle ceneri dell’auto da fè si sviluppa un nuovo Personaggio Letterario.

La libera uscita dei sentimenti ha le ore contate.

Pianificazioni strategiche (per amici, nemici e semplici conoscenti). Un post a scatole cinesi.

gennaio 16, 2009

Qui si comunica e annuncia un elaborato programma finesettimanale per campani e limitrofi.

Stasera: siamo gente di Salon Baires, a Napoli. Balliamo il tango e non guardiamo in faccia a nessuno (anche perché se no ci distraiamo e gli pestiamo i piedi)

Sabato mattina: siamo gente di mostra di Louise Bourgeois, al Museo di Capodimonte, Napoli. Questa signora Bourgeois qua io già lo so, me ne innamorerò e i suoi ragni, animali dai quali peraltro già sono ossessionata (e il signor Freud si facesse i fatti suoi), infileranno le loro zampette in tutto il mio immaginario simbolico. Qui una serie di pensieri di questa donna straordinaria. Tra tutte ne pesco una, ed è quella che secondo me risponde alla domanda: cos’è l’arte?

Dice la Bourgeois: Tutto quello che produco è ispirato ai primi anni di vita. Ogni giorno devi disfarti del tuo passato o accettarlo, e se non riesci ad accettarlo, diventi scultrice.

Ne deduco che l’arte è dunque una patologia, signori miei, che ci piaccia o meno.

Sabato pomeriggio: siamo gente di presentazione letteraria, a Caserta, ore 18.00, per Autoreverse, il romanzo di Francesco Forlani, in uno dei suoi spettacolari momenti di interazione col pubblico, insieme a Paolo Mastroianni (lo scrittore vero, per intenderci) e ai Ringe Ringe Raja, gruppo musicale specializzato nella presentazione di libri. Non ridete, è così.

Sabato sera: potremmo – se solo volessimo – essere gente da paranza, ci sarebbe il famoso rito del focarone di Sant’Antonio, un po’ dovunque.  Si consigliano quello di Cicciano, vicino Napoli e quello di Campagna, vicino Salerno, dove già fummo per la catartica Chiena.

Domenica: se non siamo ancora morti e il tempo ce lo consente, come ogni anno, perché la tradizione è tradizione e noi ci teniamo assai, siamo gente di festival musicale alla giornata conclusiva del Festival della Zampogna, sulla solita Maranola, nella solita provincia di Formia, con la solita polenta, le solite tammorre e il solito Concertone di chiusura nella Cattedrale.

Vi è stato detto tutto quello che dovevate sapere. Tanto vi dovevamo, mo’ organizzatevi.

Bottana industriale? No, digitale.

gennaio 15, 2009

– Secondo te se vado a letto contemporaneamente con uno dei miei commentatori, con un blogger di un’altra piattaforma, con un contatto di Facebook, con un utente Twitter, con un Tumblerista e il titolare di un account Flickr sono un po’ zoccola?

– Se l’IP è lo stesso, no.

Ugo per tutti, tutti per Ugo

gennaio 13, 2009

E allora, cari e appassionati, nonché intellettualmente vivaci lettori, il tema della giornata nasce da un evento casuale, ovverossia l’aver ricevuto un invito su FaceBook a partecipare a un gruppo che si oppone al prequel di Amici Miei, operato da quei quattro sciagurati al seguito di De Sica.

Premesso che i gruppi – tutti i gruppi di FB – li schifo, ma mo’ non è questo il fatto, né il luogo, né il tempo per discuterne, né starò qui a ripetere le cose trite e ritrite che si leggono in giro sull’invasività di Facebook, il controllo totale, la dimensione da villaggio globale che se uno fa una scorreggiona o un ruttino lo vengono a sapere tutti in tempo reale, l’assenza di privacy.

No, no. Non ce ne importa. Poi un altro giorno ne diciamo, e magari ne diciamo anche cose un poco diverse.

Torniamo invece al filo del discorso, dove so già che mi attirerò una serie di critiche e punti di vista forti, esposti con veemenza.

Il gruppo in questione conta più di 20mila membri.

Ventimila persone che si oppongono al rifacimento di un film glorioso.

E perché mai?

Mi sono fatta un giro sui vari thread per capirne qualcosa e ne sono uscita assai insoddisfatta. Ho trovato motivazioni deboli.

Spiegatemelo voi, onesti ed esacerbati lettori.

No, no, per favore, non tiriamo fuori  l’argomento che è una pietra miliare del cinema italiano, e nemmeno che il tizio non è all’altezza. Non diciamo neppure che i mostri sacri non si toccano, che le opere d’arte sono sacre, che il ricordo non si infanga e che tutto deve essere lasciato nel tempo uguale a se stesso.

No, perché se cominciassimo a dire tutte queste cose poi dovremmo obiettare che tutte le modalità espressive, da che l’uomo ha iniziato a esprimersi, sono state delle continue rimodulazioni dell’esistente (si dice “rimediazioni”, è una parola odiosissima che ho imparato da poco, ma usarla fa assai snob, specie dal fruttivendolo: guarda, è inutile che tenti di vendermi le due albicocche fuori stagione a dieci euro, è una chiara rimediazione di contenuti estivi e io non ci casco, eheh, che ti credi), e non sempre c’è stata un’evoluzione positiva costante. E d’altronde se non si facesse così staremmo ancora all’età della pietra e ai graffiti nelle caverne.

Allora quale sarà il motivo? Mi pare un poco come quando i benpensanti si oppongono ai matrimoni misti o dicono che è inutile, i broccoli non sono più quelli di una volta. O quando obiettano dinanzi al fatto che altri vogliano acquisire una libertà d’azione e parola, nuovi diritti, e vivono tutto ciò come una minaccia all’ordine costituito.

O un certo purismo gratuito, dal sapore autoreferenziale.

E lo so, lo so che sono assai antipatica, a scrivere questa cosa, ma la scrivo in buona fede. Davvero non capisco il senso. E non lo capisco perché in questi ultimi anni si sta lavorando moltissimo, in ambiti di ricerca, a riabilitare la vecchia commedia all’italiana, non quella SordiMonicelliGassman & co, bensì quella BanfiGuidaVitali & soci. Il trash.

Insomma, i B-movie.

Da una serie di cose che leggevo prima dell’estate,  pare che addirittura si scopra oggi che abbiano rappresentato un momento importante nella cinematografia europea, un genere che non aveva eguali, giacché nel resto del mondo c’erano o il film propriamente erotico o la commedia. Solo in Francia, forse, un pochino, ma sempre grazie a personaggi quali Aldo Maccione o Lando Buzzanca.

Stiamo assistendo a una riabilitazione culturale del cinema di cattiva qualità degli anni ’70 in quanto testimone di un’epoca, di certi slanci, di certi desideri, in quanto espressione di un sacco di fatti che non sto a dirvi, ma con connotazioni sociopoliticoeconomiche non irrilevanti.

E forse che negli anni ‘70 qualcuno abbia strepitato per la realizzazione dell’Esorciccio? O di Frankenstein all’italiana? O nell’arco della storia del cinema per le decine di versioni di King Kong e Tarzan?

Nel 2003 gli americani hanno rifatto I soliti ignoti. Si chiama Welcome to Collinwood. Come si sono permessi, cattivoni, di poter solo pensare di riprodurre, anche solo lontanamente, un Totò, con la sua mimica e i suoi intercalari?

Qualcuno mi vuole spiegare perché questo qua, il De Sica, – che pure detesto assai – non possa compiere un’operazione del genere?

Lo giuro, sono in buona fede, perché magari una spiegazione soddisfacente esiste, e sono io talmente stupida da non saperla individuare.

(la verità è che son giorni che ragiono sul senso dell’arte e le sue molteplici espressioni, ho idee confuse sui confini che stabiliscono dove comincia l’arte e dove finisce il resto e nutro dubbi sui valori restituiti o negati ex post dalla critica o dalle riletture. Ho come l’impressione che i valori artistici derivino talvolta da forzature, dal racconto del contenuto artistico piuttosto che dal contenuto stesso. Non so.)

Breve storia incompleta di Evelina Petteruti, femmina incerta e sirena (in)spiegata *

gennaio 6, 2009

For you sing, touch me not, touch me not, come back tomorrow:
O my heart, o my heart shies from the sorrow.

In verità nessuno avrebbe saputo indicare le ragioni dell’accaduto, ma solo ricostruirne, seppur in modo del tutto parziale e frammentato, la dinamica.

E la dinamica era stata che la mattina del sei gennaio, in preda a un’incontenibile pressione alla vescica, dovuta all’essere andata a letto molto tardi dopo un’abbondantissima bevuta d’acqua protrattasi per il primo terzo della notte, Petteruti Evelina si era alzata rapidamente dal letto per cadere in terra incapace di reggersi all’impiedi.

Il che non era da attribuirsi, come molti potrebbero pensare, agli effetti tardivi di una sbronza, quanto piuttosto al fatto che il suo corpo, durante la notte, aveva subito un’impressionante metamorfosi che aveva trasformato la parte inferiore in corpo squamato monoblocco e coda di pesce, alias propriamente detto: sirena.

Petteruti Evelina non ricordava nulla, nessuna stranezza, nessun sogno rivelatore o premonitore, nessun indizio che permettesse in qualche modo di risalire all’orario della trasformazione e men che mai alle sue oscure cause.

Facendosi forza sulle braccia cercò ripetutamente di rimettersi a letto, aspettando l’alba e forse la fine del brutto sogno, ma non riuscendoci, chiamò gli anziani genitori e la sorella maggiore, chiedendo il loro intervento.

Madre di Dio, esclamò la madre, facendosi il segno della croce.

Il padre e la sorella restarono invece in silenzio. Poi la seconda si riscosse: chiamiamo un’ambulanza.

Ferme, tuonò il padre. Qua ci vuole Gigino il pescivendolo. Poi, se necessario, il medico e l’ambulanza. E soprattutto silenzio e discrezione nel palazzo, mi raccomando.

Gigino il pescivendolo, chiamato d’urgenza e richiesto di abbandonare il banco al mercatino previo compenso di euro ottanta, osservò la signorina Petteruti Evelina in lungo e in largo. Con perizia e maestria la toccò in più punti, poi scosse la testa e sentenziò: questo pesce non è cosa dei mari nostri.

E allora?

E allora non vi posso dire niente, don Gaeta’. Qua dobbiamo chiamare la Guardia Costiera o l’Acquario.

Lungamente interrogata dalla madre e dalla sorella, in particolar modo sulle faccende cosiddette intime, Petteruti Evelina ricostruì tutti i momenti della trascorsa felice serata col fidanzato Catello, senza nulla trascurare e senza che peraltro niente arrivasse a fornire utili indizi per la ricostruzione della vicenda, pur suscitando tuttavia l’interesse della sorella maggiore che a partire da quello stesso istante si ripromise di guardare al futuro cognato con maggiore interesse e senza lesinargli le attestazioni di stima per quanto testé tecnicamente appreso.

Non lo chiamate, per l’amor del cielo, sussurrò Evelina, che in queste condizioni non lo voglio proprio vedere né mi voglio mostrare.

Inutile precisare che a partire dalla visita di Gigino il pescivendolo, la notizia compì rapidamente il giro di tutti i mercatini e nel giro di tre giorni si diffuse all’intera città, con tutte le conseguenze del caso. Il fidanzato Catello,  informato personalmente dalla futura suocera, si affacciò nella stanza della Petteruti Evelina e dopo un lungo colloquio ne uscì raggiante, innamorato come non mai, lasciandosi alle spalle la fidanzata accasciata e in lacrime.

E perché piangi, a mamma tua? Non sei contenta che Catello non ci tiene, a questo fatto?

Macché contenta e contenta. Non tiene nerbo, mammà, non tiene carattere: gli andavo bene pure se mi ero trasformata in pecorella del presepe. Pure se rimanevo muta e sorda. Pure se gli dicevate che ero diventata maschio comm’a isso.

Figlia mia, questo si chiama amore.

Ma quale amore, di quale amore farneticate. Questo è uno smidollato, un cecato, uno che non tiene un’idea su niente e nessuno. Io non lo voglio più vedere. Fatemi la cortesia, se torna un’altra volta, ditegli che sto in piscina, nella vasca da bagno, all’Oceano, dove volete voi. Non lo voglio vedere. Non lo voglio vedere mai più.

Gaeta’, non voglio essere scocciante, cercò di perorare la madre,  ma qua ci vuole un luminare della scienza, il dottor Capasso nun po’ ffa’ niente. O se no, dobbiamo chiamare un bravo veterinario. Oppure un esorcista, Dio ce ne scampi e liberi.

Optarono per il veterinario,

Il veterinario visitò la ragazza, poi chiamò la famiglia a raccolta e si pronunciò: secondo me potrebbe essere un Jenny Haniver.

Un che, dotto’?

Un Jenny Haniver, un Garadiàbolo. Come vi devo spiegare? Tipo un mostro di Lochness, o una janara di mare.

Uh mammami’. Una fattura?

E chi può dirlo, signora mia. Anche una fattura, perché no. Una maldicenza, un incantesimo, una stregoneria, l’effetto di una cattiva digestione, un brutto pensiero, un colpo di freddo, un refolo di vento, una bevuta d’acqua calda, una mano smerza messa dove non ci doveva stare, un intrigo di palazzo, un’invidia, un brutto sogno, un telefilm a puntate, un cattivo acquisto, un ricordo di gioventù, un movimento storto, uno sguardo buttato là-do-ve-non-si-de-ve-guar-da-re. Tutto, può essere.

E che si può fare, adesso?

Una frittura…ehm…voglio dire, un intervento chirurgico. Un intervento difficilissimo, e si tratta di scegliere: o la facciamo tornare tutta femmina o tutta pesce. La signorina che dice, che pensa?

Dotto’, fate voi, a me mi è indifferente.

Ma come indifferente? Volete tornare signorina o volete essere pesce?

Non me ne importa, non lo so. Scegliete voi.

Il dottore prese in disparte la famiglia: la ragazza sta depressa, dobbiamo decidere noi per lei. Io ve lo dico subito, l’intervento è difficilissimo, come niente si può schiattare la vescica natatoria e la ragazza resta una cosa che non è carne né pesce…ehm..scusate…resta invalida per tutta la vita.

Dottore, ma voi siete proprio veterinario?

Signora mia, e lo volete mettere pure in dubbio? E che, non si vede?

 

* Questo racconto si ferma qua. Io la fine non la so trovare. Proprio non ce l’ho.

Sono come Evelina Petteruti, né più né meno. Entro in questo 2009 come un pesce fuor d’acqua, come una carne tremula, come un Giano Bifronte, come lo Yin e lo Yang, come un Filodosso e un Filosofo in aperto conflitto. Entro in quest’anno nuovo con il senso che ciò che è opposto unisce e ciò che diverge congiunge, e però vale pure il contrario, carica di paure e dolori e lieve al pensiero che ognuno ha la sua strada e anche io la mia e ognuno è responsabile solo della propria, per quanto possa far male.

Entro circondata di lutti, di amici fragili, di indecisioni, di insicurezze, di amori forti, di felicità estenuanti, di paure, speranze e disperazioni.

Entro perduta, spaccata in due come non lo sono mai stata e non lo credevo possibile. Lacerata su una cosa, su due cose, su tutte le cose che mi circondano, attratta da ciò che mi spaventa e spaventata da ciò che mi attrae. Sgretolata, aggrovigliata, con un bisogno enorme di urlare basta e un altro impellente di gridare ancora. E vorrei poter dire che tutto mi è indifferente, mentre invece, in realtà, di tutto mi importa. E vorrei dire: fate voi, purché mi renda felice. Da due notti sogno di morire prima di tutti coloro per i quali mi angustio e mi do pena, ed è un sogno grottesco, che parla e canta come una sirena. E se proprio dovessi morire, vorrei che prima mi facessi suonare A Evaristo Carriego e vorrei ballarla tutta, fino alla fine. In precario e felice equilibrio su questa coda di pesce e pelle d’orso. D’orso bianco.

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qui, il finale perverso (letterariamente) di Aitan

qui, le tre ipotesi scientifiche HangingRockiane

qui, il capolavoro di Giorgio Flavio Pintus

qua ci sta il finale mio. Che si sa, come vanno certe cose

qui, la signora Pispa, che ne fa un fatto di microclimi

qui, la triste fine de ilpithecantropo (cioè non la sua di lui, ilpithecantropo, ma di lei)

Oroscopo

gennaio 1, 2009

L’anno nuovo inizia facendoti sognare successi mai raggiunti. Ma non solo, c’e’ il rischio che i tuoi sogni diventino realta’ e tu possa prenderti quelle rivincite che ti meriti. In ambito affettivo, saprai dare il meglio di te stessa e vivrai momenti molto intensi carichi di erotismo e passionalità.

Non lo so se ce la faccio. Non sarà troppo?

Intanto a voi buon anno, eh. Io mi sarei accontentata pure di tenermi quello vecchio, ma dice che si deve cambia’…