Breve storia incompleta di Evelina Petteruti, femmina incerta e sirena (in)spiegata *

For you sing, touch me not, touch me not, come back tomorrow:
O my heart, o my heart shies from the sorrow.

In verità nessuno avrebbe saputo indicare le ragioni dell’accaduto, ma solo ricostruirne, seppur in modo del tutto parziale e frammentato, la dinamica.

E la dinamica era stata che la mattina del sei gennaio, in preda a un’incontenibile pressione alla vescica, dovuta all’essere andata a letto molto tardi dopo un’abbondantissima bevuta d’acqua protrattasi per il primo terzo della notte, Petteruti Evelina si era alzata rapidamente dal letto per cadere in terra incapace di reggersi all’impiedi.

Il che non era da attribuirsi, come molti potrebbero pensare, agli effetti tardivi di una sbronza, quanto piuttosto al fatto che il suo corpo, durante la notte, aveva subito un’impressionante metamorfosi che aveva trasformato la parte inferiore in corpo squamato monoblocco e coda di pesce, alias propriamente detto: sirena.

Petteruti Evelina non ricordava nulla, nessuna stranezza, nessun sogno rivelatore o premonitore, nessun indizio che permettesse in qualche modo di risalire all’orario della trasformazione e men che mai alle sue oscure cause.

Facendosi forza sulle braccia cercò ripetutamente di rimettersi a letto, aspettando l’alba e forse la fine del brutto sogno, ma non riuscendoci, chiamò gli anziani genitori e la sorella maggiore, chiedendo il loro intervento.

Madre di Dio, esclamò la madre, facendosi il segno della croce.

Il padre e la sorella restarono invece in silenzio. Poi la seconda si riscosse: chiamiamo un’ambulanza.

Ferme, tuonò il padre. Qua ci vuole Gigino il pescivendolo. Poi, se necessario, il medico e l’ambulanza. E soprattutto silenzio e discrezione nel palazzo, mi raccomando.

Gigino il pescivendolo, chiamato d’urgenza e richiesto di abbandonare il banco al mercatino previo compenso di euro ottanta, osservò la signorina Petteruti Evelina in lungo e in largo. Con perizia e maestria la toccò in più punti, poi scosse la testa e sentenziò: questo pesce non è cosa dei mari nostri.

E allora?

E allora non vi posso dire niente, don Gaeta’. Qua dobbiamo chiamare la Guardia Costiera o l’Acquario.

Lungamente interrogata dalla madre e dalla sorella, in particolar modo sulle faccende cosiddette intime, Petteruti Evelina ricostruì tutti i momenti della trascorsa felice serata col fidanzato Catello, senza nulla trascurare e senza che peraltro niente arrivasse a fornire utili indizi per la ricostruzione della vicenda, pur suscitando tuttavia l’interesse della sorella maggiore che a partire da quello stesso istante si ripromise di guardare al futuro cognato con maggiore interesse e senza lesinargli le attestazioni di stima per quanto testé tecnicamente appreso.

Non lo chiamate, per l’amor del cielo, sussurrò Evelina, che in queste condizioni non lo voglio proprio vedere né mi voglio mostrare.

Inutile precisare che a partire dalla visita di Gigino il pescivendolo, la notizia compì rapidamente il giro di tutti i mercatini e nel giro di tre giorni si diffuse all’intera città, con tutte le conseguenze del caso. Il fidanzato Catello,  informato personalmente dalla futura suocera, si affacciò nella stanza della Petteruti Evelina e dopo un lungo colloquio ne uscì raggiante, innamorato come non mai, lasciandosi alle spalle la fidanzata accasciata e in lacrime.

E perché piangi, a mamma tua? Non sei contenta che Catello non ci tiene, a questo fatto?

Macché contenta e contenta. Non tiene nerbo, mammà, non tiene carattere: gli andavo bene pure se mi ero trasformata in pecorella del presepe. Pure se rimanevo muta e sorda. Pure se gli dicevate che ero diventata maschio comm’a isso.

Figlia mia, questo si chiama amore.

Ma quale amore, di quale amore farneticate. Questo è uno smidollato, un cecato, uno che non tiene un’idea su niente e nessuno. Io non lo voglio più vedere. Fatemi la cortesia, se torna un’altra volta, ditegli che sto in piscina, nella vasca da bagno, all’Oceano, dove volete voi. Non lo voglio vedere. Non lo voglio vedere mai più.

Gaeta’, non voglio essere scocciante, cercò di perorare la madre,  ma qua ci vuole un luminare della scienza, il dottor Capasso nun po’ ffa’ niente. O se no, dobbiamo chiamare un bravo veterinario. Oppure un esorcista, Dio ce ne scampi e liberi.

Optarono per il veterinario,

Il veterinario visitò la ragazza, poi chiamò la famiglia a raccolta e si pronunciò: secondo me potrebbe essere un Jenny Haniver.

Un che, dotto’?

Un Jenny Haniver, un Garadiàbolo. Come vi devo spiegare? Tipo un mostro di Lochness, o una janara di mare.

Uh mammami’. Una fattura?

E chi può dirlo, signora mia. Anche una fattura, perché no. Una maldicenza, un incantesimo, una stregoneria, l’effetto di una cattiva digestione, un brutto pensiero, un colpo di freddo, un refolo di vento, una bevuta d’acqua calda, una mano smerza messa dove non ci doveva stare, un intrigo di palazzo, un’invidia, un brutto sogno, un telefilm a puntate, un cattivo acquisto, un ricordo di gioventù, un movimento storto, uno sguardo buttato là-do-ve-non-si-de-ve-guar-da-re. Tutto, può essere.

E che si può fare, adesso?

Una frittura…ehm…voglio dire, un intervento chirurgico. Un intervento difficilissimo, e si tratta di scegliere: o la facciamo tornare tutta femmina o tutta pesce. La signorina che dice, che pensa?

Dotto’, fate voi, a me mi è indifferente.

Ma come indifferente? Volete tornare signorina o volete essere pesce?

Non me ne importa, non lo so. Scegliete voi.

Il dottore prese in disparte la famiglia: la ragazza sta depressa, dobbiamo decidere noi per lei. Io ve lo dico subito, l’intervento è difficilissimo, come niente si può schiattare la vescica natatoria e la ragazza resta una cosa che non è carne né pesce…ehm..scusate…resta invalida per tutta la vita.

Dottore, ma voi siete proprio veterinario?

Signora mia, e lo volete mettere pure in dubbio? E che, non si vede?

 

* Questo racconto si ferma qua. Io la fine non la so trovare. Proprio non ce l’ho.

Sono come Evelina Petteruti, né più né meno. Entro in questo 2009 come un pesce fuor d’acqua, come una carne tremula, come un Giano Bifronte, come lo Yin e lo Yang, come un Filodosso e un Filosofo in aperto conflitto. Entro in quest’anno nuovo con il senso che ciò che è opposto unisce e ciò che diverge congiunge, e però vale pure il contrario, carica di paure e dolori e lieve al pensiero che ognuno ha la sua strada e anche io la mia e ognuno è responsabile solo della propria, per quanto possa far male.

Entro circondata di lutti, di amici fragili, di indecisioni, di insicurezze, di amori forti, di felicità estenuanti, di paure, speranze e disperazioni.

Entro perduta, spaccata in due come non lo sono mai stata e non lo credevo possibile. Lacerata su una cosa, su due cose, su tutte le cose che mi circondano, attratta da ciò che mi spaventa e spaventata da ciò che mi attrae. Sgretolata, aggrovigliata, con un bisogno enorme di urlare basta e un altro impellente di gridare ancora. E vorrei poter dire che tutto mi è indifferente, mentre invece, in realtà, di tutto mi importa. E vorrei dire: fate voi, purché mi renda felice. Da due notti sogno di morire prima di tutti coloro per i quali mi angustio e mi do pena, ed è un sogno grottesco, che parla e canta come una sirena. E se proprio dovessi morire, vorrei che prima mi facessi suonare A Evaristo Carriego e vorrei ballarla tutta, fino alla fine. In precario e felice equilibrio su questa coda di pesce e pelle d’orso. D’orso bianco.

—–

 

qui, il finale perverso (letterariamente) di Aitan

qui, le tre ipotesi scientifiche HangingRockiane

qui, il capolavoro di Giorgio Flavio Pintus

qua ci sta il finale mio. Che si sa, come vanno certe cose

qui, la signora Pispa, che ne fa un fatto di microclimi

qui, la triste fine de ilpithecantropo (cioè non la sua di lui, ilpithecantropo, ma di lei)

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41 Risposte to “Breve storia incompleta di Evelina Petteruti, femmina incerta e sirena (in)spiegata *”

  1. ilcavaliere Says:

    dopo un non natale, un non capodanno un non riposo, i motivi di dolore e di felicità si fronteggiano sul fronte notturno e ci si sente spiaggiati e difettosi rispetto all’indaffarato spingere le cose che infinite reclamano di essere spinte dalle sei e cinquanta di domattina, e tutto questo forse e semplicemente non è altro che certe volte la vita è talmente tanta che non vorremmo trovarci piazzatati proprio lì, nel pacchetto di mischia di questa particolare estenuante partita a ragby del cuore, dell’anima, del cervello, e anche del sistema osteoarticolare

  2. didolasplendida Says:

    la chiusa mi ha fatto molto piacere, comprendi ora che significa essere del segno dei gemelli!
    scherzo brù
    un bellissimo pezzo pieno di vita, inizi alla grande

  3. Flounder Says:

    la nemesi.
    m’ero scordata che stamattina mi dovevo occupare del Premio Sirena d’Oro 2009.
    spirito di contraddizione e ironia della sorte, questo è.

  4. mrka Says:

    una cosa così non immaginavo proprio di leggerla oggi. entro così, nel 2009. come non mai tremante e viva. e certe volte, signora delle piccole manie, questi blog hanno ancora il potere di aprire la pancia e far vedere gli specchi.
    E poi, di premonizioni e notti nere, e frasi mezze e titubanze, non ne voglio più. E Flo, se mi va bene questa volta, non me le vado più a cercare.

  5. Flounder Says:

    io non mi immaginavo nemmeno di scriverla, una cosa così. non è colpa mia, lo giuro.
    forse ho mangiato troppo sushi.
    forse ho una lisca conficcata in gola.
    forse ho la ciguatera. è un’intossicazione terribile, che provoca tutto e anche il suo contrario, e altera le normali percezioni psicofisiche. può durare anche mesi, dicono.

  6. elsecretario71 Says:

    anche anni, può durare, altocché !

  7. Flounder Says:

    piuttosto mi taglio una branchia!

    e comunque qui, se non si trova un finale, il 2009 si ferma, si blocca, si impantana.
    non si va avanti.
    potrebbe nevicare o piovere per sempre.
    adesso lo sapete, non fate gli gnorri: prendetevi le vostre responsabilità e troviamo una soluzione narrativa (e non) adeguata.

  8. anonimo Says:

    io trovo che con la coda di pesce tu stia molto bene, invece.

    🙂

    lisa

  9. Flounder Says:

    Petteruti Evelina nel fiore degli anni, durante una vacanza studio a Cambridge.

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  10. anonimo Says:

    Ma è perfetto! Che te ne fai di un finale quando ci hai regalato un bel dubbio?

    gianni

  11. aitan Says:

    Io gliela farei fare l’operazione alla signorina Petterutti, ma sarei un po’ perverso (narrativamente parlando, si intende) e la farei venire fuori, a intervento chirurgico finito, carne sotto e pesce sopra. Intanto Catello, per amore, s’era fatto anche lui l’operazione, ma era venuto pesce sotto (con rispetto parlando) e carne sopra. Insomma questi due parevano destinati a non incontrarsi mai. E invece il vetrinaio ebbe un colpo di genio e ci fece fare il trapianto a tutti e due, di modo che a finale ci diede a Evelina la parte di sopra di Catello e a Catello la parte di sopra di Evelina. E così Evelina, tutta in carne, si tenne per tutta la vita il pesce Catello (sempre con rispetto parlando). E vissero felici e mangiarono pernici.
    Colorín colorado este cuento se ha acabado.

    Ve be’, io ci ho provato, però la storia tua cominciava bella assai, ma proprio assai assai; e finiva meglio col tuo corsivo, in verita’ propia.

  12. Flounder Says:

    mome’.
    ma Catello è pesce di cannuccia o pesce di boccaccio?(non nel senso di Decamerone, si intende)

    e poi: mentre Gianni stava qua, a seminarmi un ulteriore dubbio sul dubbio, io stavo da lui a leggermi il tossico che fa Babbo Natale e tra me e me mi chiedevo perché la precarietà dei personaggi altrui mi piaccia tanto e quella dei miei invece mi tocca i nervi.
    poi mi sono pure risposta. ma non vi riguarda. 😀

  13. Flounder Says:

    signori miei, qua stiamo pieni di arcani (maggiori e minori).
    richiamate dalla voce del mare, salgono a galla storie, ricordi, scarpe, scarponi e cose sparse.

    ma andiamo dapprima col materiale fotografico e poi domani, a seguire, il resto.

  14. Flounder Says:

    e dai mari del sud est-asiatico alle vostre tavole, amati lettori.

    perché Petteruti Evelina si nasce, tzé.

  15. HangingRock Says:

    tre ipotesi di fine:

    a) la petteruti accetta la sua nuova condizione comunicando la notizia su facebook. aggiorna la foto e imposta il profilo sentimentale in modalità “sirena disponibilissima”, mettendosi prontamente alla ricerca di un’animale gemello pari requisiti, nella certezza che, se non lo trova su facebook, non esiste.

    b) la petteruti decide di non pervenire ad una soluzione definitiva sulla propria natura ma di assecondare la sensibilità del momento. tappezza la sua casa di specchi a doppia altezza, a scomparsa telecomandata. quando si sente pesce nasconde gli specchi di sopra, quando si sente carne nasconde gli specchi di sotto.

    c) la petteruti scopre che la vita sta nel punto vita, nella capacità di tenersi in equilibrio sul filo ombelicale che separa e unisce le due metà di se stessa. decide di lasciare catello e di fidanzarsi con catello.

  16. HangingRock Says:

    ummamma, un animale con l’apostrofo… se mi vede aitan mi fa un culo così!!!

  17. Flounder Says:

    ovviamente voto per la c), non senza una certa angustia ombelicale.

  18. elsecretario71 Says:

    signora Hanging, mi dispiace, ma – tautologicamente – Catello e Catello sono la stessa persona !!!
    Non si può stare in equilibrio su un filo che non c’è e – banalmente, ahimè – la Petteruti deve scegliere se essere carne o pesce !

    O, forse, no…può pure decidere di restare sirena, carneppesce conetmporaneamente.

    A pensarci bene, quello, il fatto è che a Catello non gliene fotte niente…cioè, il problema non è suo, ma della Petteruti medesimastessa.
    Quello, Catello, è innammorato uguale, e non perchè gli va bene tutto, signori miei…l’esatto contrario: è che non gli va bene nient’altro che la Petteruti, carnopesce che sia !

    Cioè, a me mi pare evidente…no ?

  19. elsecretario71 Says:

    inzomma, non è che si può essere complesse e poi scocciarsi se qualcuno di questa complessità s’innamora al punto di dire: vabbuò, comm’ vuò tu !
    Perchè sennò smettete di essere kafkiane e diventate skizzophrenike (azz !)

  20. riccionascosto Says:

    Sarà il sonno del mattino, ma la fine della C) di Hanging l’avevo letta come “lascia catello e si fidanza col nasello”. Il che mi aveva lasciata un po’ perplessa, lo confesso.
    (Meno male che poi ho letto il secretario…)

  21. Flounder Says:

    è dunque Catello il nostro eroe?

    lo sapremo nel corso della mattinata, gentili e affezionati lettori.
    (per quanto l’ipotesi sostitutiva Catello/nasello non mi lasci letterariamente indifferente)

    in quanto a voi, Secretario: secondo me in questa storia vi state immedesimando assai 😀
    non è che siete il veterinario?

    e comunque mia figlia ieri sera mi ha accolta con un disegno di sirena, senza sapere niente dei pregressi.
    sto preoccupata.

  22. Zu Says:

    Catello già dal nome evoca nu cato e’ colla e come tale viene spietatamente dipinto, ma lo capisco perché le sirene mi sono sempre piaciute.

  23. Flounder Says:

    signori miei, vengo dunque a proporvi il seguito, la Vera storia completa di Evelina Petteruti, femmina incerta a sirena spiegata

    Per noi un autore d’eccezione, un signore che scrive poco perchè -dietro sua stessa ammissione – si sfastéria, ma quando scrive, scrive.

    A vous, Giorgio Flavio Pintus:

    “Comunque, visto che mi sembra di capire che non vi fidate troppo di quel che dico, chiamate pure un altro collega, se volete. L’importante è decidere qualcosa subito, prima che la trasformazione si stabilizzi. In quel caso, Evelina diventerà inoperabile e resterà per sempre ‘mmeza e ‘mmeza”, concluse piccato il veterinario, dando un’ultima occhiata alle squame iridescenti della ragazza.
    Scosse gravemente la testa. “Baldassarre Capolecase. Chiamate lui, se volete un consulto qualificato. E’ un ittiologo dell’università di Venezia, un esperto di fama mondiale, forse il più bravo di tutti. Quel che vi dovevo dire, ve l’ho detto” aggiunse mantenendo la sua aria offesa. Quindi infilò la porta e uscì.
    “Fa presto, lui, a dire” intervenne Gaetano. “Trecento euri si è preso, per la visita, dopo gli ottanta che bello bello si è messo dint’a sacca Gigino ‘o pescivennolo. Mo’ chissà quanti ne vorrà chisto Capo ‘e tutte ‘e cose, l’itteriziologo. Se continua di questo passo, Madonna benedetta, a Evelina dovremo venderla a tranci, per pagare tutte queste spese…” sospirò l’uomo, lasciando trapelare forse per la prima volta un filo di disperazione per l’incredibile accidente occorso alla sua secondogenita.
    “Tu queste cose dovresti vergognarti solo a pensarle” gli vomitò addosso la moglie. “Noi a questo Baldassarre lo chiamiamo, e anche subito, ché non ci sta tempo da perdere per salvare a Evelina nostra”.
    Dopo appena 26 ore e 40 minuti dalla telefonata di don Gaetano, il professor Capolecase si materializzò dentro l’appartamento di Toledo dei Petteruti. C’era qualcosa di incongruo, nella sua espressione: sembrava felice di essere lì, in mezzo a una famiglia dilaniata dal dolore. La sua visita fu così lunga e minuziosa – squama per squama, verrebbe da dire – da suscitare l’incondizionata ammirazione dell’intera famiglia. “Chist’è uno serio veramente” soffiò donna Concetta nell’orecchio del marito, “vulesse ‘o cielo che ce la salva, la creatura”.
    Soltanto Evelina sembrava insensibile alle auscultazioni e palpazioni di quell’ometto dalla capa rossa che emanava un vago sentore di ‘mpepata di cozze. Finito che ebbe, Capolecase si schiarì la voce e piantò il suo sguardo ceruleo dritto negli occhi vagamente ipertiroidei di Evelina:
    “Se lei non fosse qui davanti a me, affermerei senza esitazioni che lei non esiste” disse con bella voce baritonale, accompagnando le parole con un sorriso.
    “Del resto, la sua non esistenza ben si accorda con l’evidenza scientifica, che ha relegato da secoli le sirene nel recinto fantastico della mitologia. Ma i miti, per qualche ragione non del tutto conosciuta dalla ragione, sono spesso più potenti della realtà: è costretto ad ammetterlo anche chi, come me, fa professione di scienza, sia pure a modesti livelli. Dunque, cara signorina, direi che le cose stanno in questi termini: lei, in tutta evidenza, è una sirena. L’esame oggettivo, a partire dal piscimorfismo della sua estremità inferiore, non lascia dubbi al riguardo. Direi anche che lei è una gran bel pezzo di sirena, se mi è concessa la licenza. In quanto sirena, però, non può scientificamente e ragionevolmente esistere. Dunque lei non esiste, come le dicevo. D’altra parte, ho potuto constatare in lei la incontestabile presenza di funzioni vitali, che dell’esistere sono indubitabile e comprovata manifestazione. Ergo, lei esiste ma non esiste. Un’inconciliabile antinomia che possiamo spiegare solo ricorrendo alla mitopoiesi. Posso chiederle cosa sognava, per il suo futuro?”
    Evelina, per qualche ragione che non riusciva a comprendere, era rimasta colpita dall’astruso argomentare dell’ometto dai capelli color carota lessa. In quelle parole che non era certa di aver ben compreso, c’era qualcosa capace di scalfire la sua disperazione ormai scivolata nella più tetra abulia. La domanda di Baldassarre, poi, le era arrivata dritta al cervello, penetrante come l’odore dell’incenso che l’omonimo re mago portò in dono al Nazzareno appena nato. Si trovò a rispondere senza quasi accorgersene.
    “Oggesù, professore, io di sogno uno solo ne tenevo: diventare la più brava cantante neomelodica della città. Ho già cantato a molti matrimoni, sapete, anche a quello di Giggi Pedata, ‘o giocatore d’o Napoli, e ormai mi chiamavano quasi tutti i giorni a fare la trasmissione “Dicitencello in musica” a Telemergellina, per cantare le canzoni con la dedica chieste dagli ascoltatori. Ai Quartieri, un sacco di gente ormai mi chiede l’autografo, sapete? Perché, non faccio per vantarmi, ma tengo proprio una voce bellissima…”
    “È ‘overo, professo'” interloquirono all’unisono madre e sorella “Evelina canta come una…”
    Le due donne si irrigidirono, colpite dalla rivelazione, senza riuscire a terminare la frase. Fu Capolecase a farlo: “Come una sirena, appunto. La forza del sogno della signorina ha generato il mito, e il mito ha prodotto a sua volta la nuova realtà epifenomenica di Evelina, che è diventata esattamente quel che voleva essere, anche se francamente mi sfugge in che modo e per quali vie ciò sia stato possibile. Ma di questo, semmai e posto che abbiate la bontà di concedermelo, mi occuperò in seguito”.
    Tutti i componenti della famiglia Petteuti si guardarono allochiti, senza sapere né che fare né che dire, evento che in quella casa era raro quanto il passaggio della cometa di Halley. Fu Assunta, la sorella maggiore, a rompere il silenzio. “Mi viene a significare, professo’, che se Evelina mo’ è ‘nu miezo pesce è perché l’ha voluto lei?”
    “In un certo qual modo è proprio così” confermo serafico Capolecase.
    Assunta guardò la sorella, storcendo le labbra in una smorfia di disprezzo: “Strunza, sei sempre la solita fanatica”.
    Evelina Petteruti, nei giorni successivi alla visita dell’eminente ittiologo Baldassarre Capolecase, riconsiderò quanto le era accaduto con occhi diversi. La sua bella coda, affusolata come quella di una spigola, le sembrava in tutto e per tutto degna delle belle gambe di un tempo e sì, doveva riconoscerlo, si accordava meglio alla natura più intima e profonda che sentiva di possedere.
    Doveva abituarcisi, questo sì, ma per essere a sua agio tutto quel che le occorreva era una vasca da bagno, meglio se comoda e capace. Ciccillo o’ mastro già stava lavorando per installarne una in camera sua, al posto del letto.
    Ad aiutarla ad accettare la sua nuova condizione, in ogni caso, contribuì non poco il contratto che Teletoledo, emittente molto più prestigiosa di Telemergellina, le fece firmare in esclusiva come stella unica e assoluta della nuova trasmissione “Il Canto della Sirena”, in onda tutte le sere.
    Un’occasione come quella, Evelina lo sapeva, era la porta verso il successo, e quella porta lei l’avrebbe attraversata di gran carriera, ci scommetteva il cu…. no, la coda.
    La nuova disposizione d’animo le fece riconsiderare anche la dedizione di Catello, lo smidollato cecato senza nerbo.
    Aveva ragione sua madre: quel ragazzo forse non era un’aquila, ma l’amava davvero. E sarebbe stato un bravo padre per i suoi figli. Che – ne era certa – sarebbero stati sani come pesci.

  24. Zu Says:

    Davvero da sorridenti applausi.

  25. elsecretario71 Says:

    La storiaufficiale di Catello….e quella vera !

  26. Flounder Says:

    Ma attenzione, ci troviamo di fronte a un colpo di scena, che personalizza assolutamente la vicenda e dimostra che mai – e dico MAI – le cose sono casuali, nemmeno la scelta dei nomi.

    Si apprende dunque che:
    Secondo alcuni il nome Catello deriva dall’ebraico. Probabilmente, il nome è collegato al culto dell’angelo Cahetel (tradotto “Dio Adorabile”). E’ l’Angelo delle Acque. Di conseguenza, può riuscire in tutte le professione legate all’acqua. Acqua minerale, acque potabili, navigazione marittima e fluviale, pesca, commercio di prodotti marittimi, bagnino, pescatore, istruttore di nuoto, ecc… Chaetel è anche l’Angelo del focolare, e favorisce tutto ciò che riguarda il focolare domestico, ed il suo miglioramento. Insieme agli altri serafini protegge i nati sotto il segno del Toro, e fanno in modo che la persona sia seria, credibile, responsabile, gradevole e meritevole di fiducia

    Evelina deriva dalla radice germanica awi (desiderare); anche in latino aveo significa desiderare.
    C’è poi un’altra origine, che attribuisce le origini del nome all’etimo ewa, con il significato di “legge, giustizia”

    no, per dire.
    qua i nomi si mettono mica così, tanto per.

  27. Flounder Says:

    (e comunque mi sto imbarcando anche io in una possibilità di finale, che non so proprio dove andrà a parare. scrivo, scrivo e non succede niente di definitivo. mi guardo la signorina Petteruti Evelina e le chiedo: ma tu, che vvuo’.
    essa mi guarda e tace, muta come un pesce.)

  28. Flounder Says:

    ah, che pacienza che ce vo’ co’ ‘ste sirene e ‘ste bloggheresse.
    jammo bello!

    (…)
    Sì, sì, per carità. E’ che tante volte uno magari si impressiona. Ma non vi pigliate collera, stiamo passando un momento difficile, si scusò la madre. Tuttavia non so che dirvi, la decisione è impegnativa. Certo, a noi piacerebbe vederla tornare sulle sue gambe, poi però dipende. Che cosa è più difficile, dottore: l’operazione per trasformarla tutta in pesce o quell’altra là?
    Signora mia, ci sono ampi margini di rischio in entrambi i casi. L’opzione mari e monti sarebbe la più accettabile, ma mi rendo conto che non tutti i gusti sono uguali e dunque bisogna scegliere, in qualche modo. E come se non bastasse, abbinarci anche il giusto vino. Allora procediamo con l’anamnesi: la ragazza fuma?
    – No, che io sappia.
    – Si droga?
    – Ma no, dottore, che dite!
    – Signora, io devo sapere tutto. — Legge romanzi di appendice? Voglio dire: da piccola è stata operata di appendicite? E’ allergica al tuorlo d’uovo? E al pangrattato? E al prezzemolo? La carne la mangia al sangue o ben cotta? Si è mai travestita a Carnevale da funghetto trifolato?
    – No, no e no. Ma diteci qualcosa in più dell’intervento. Una volta che le avrete asportato la coda, se scegliessimo questa ipotesi, come pensate di restituirle le gambe?
    – Per prima cosa occorre desquamare il soggetto, e qui ci serviremo di un Fish Scaler a potenza variabile, in vendita sul nostro sito a soli 499,00 euro. Poi procederemo alla sfilettatura con coltello giapponese Maisazi in offerta speciale per voi, disponibili solo gli ultimissimi pezzi è-un-occa-sio-ne-da-non-per-de-re, e infine ci serviremo di un forno esclusivo, a cottura molecolare, in grado di preservare le caratteristiche organolettiche della pietanza…ehm…del paziente.
    – Gaeta’, io a questo lo vedo un poco strano. Ma sei sicuro che è veterinario?
    Insomma, per non tirarla troppo per le lunghe, si venne a sapere che il sig. Scannapiecoro aveva lungamente esercitato la professione di rappresentante di prodotti alimentari nonché televenditore per il canale ho.re.ca. ed essendo stato licenziato da mesi tre e giorni alcuni, si era trasferito presso lo studio del cugino Nicola, veterinario vero autentico, temporaneamente assente da casa per uno studio su certi pappagalli tropicali, al quale, per mantenere calda e affezionate la clientela, si sostituiva per piccole prestazioni domiciliari.
    Nel frattempo la Petteruti Evelina, colpevolmente addolorata per tanto trambusto creato a causa sua, continuava a ripetere che sì, andava bene così, che lei rimaneva così come stava, andava bene, basta che tutti stessero sereni. E che sì, sì, si sposava con Catello, non si preoccupassero, che se no dove lo trovava un altro che se la prendesse in queste condizioni? Non lo esprimeva questo pensiero, ma le sembrava di interpretare correttamente quanto pensava la famiglia: nelle disgrazie bisogna accontentarsi, benedire il Signore per i doni che ci offre.
    E più disgrazia di questa che ci poteva essere?
    Un poco alla volta si sarebbero abituati, avrebbero tutti riacquistato tranquillità. La passeggiata del sabato, il pomeriggio con le amiche, il mercatino al giovedì mattina. La vita è fatta di queste cose qua, di affetti, abitudini, piccoli riti. Di cose sempre uguali che assorbono quelle diseguali fino a che queste ultime non si stancano di opporre resistenza e decidono di assomigliare un poco a quelle che le circondano.
    Un poco come quando muore qualcuno: all’inizio c’è un buco enorme, poi poco a poco le cose si allargano, si dilatano, prendono il posto di ciò che manca, tessono una rete che diventa sempre più densa, sempre più fitta. Il vuoto non scompare, no. Però si vede di meno, ci si può anche camminare intorno, sopra. Si può fare finta di niente e scordarselo un poco.
    Fu questo il pensiero che la smosse.
    Se fosse sparita pure lei, con quel corpo improvvisamente ingombrante e tutte quelle improvvise e mortificanti richieste di accudimento, se ne sarebbero accorti subito. Poi però si sarebbero abituati all’assenza. Certo, la disperazione dei primi tempi non era cosa da sottovalutare. Chissà Catello, lui, come avrebbe pianto. Però poi, alla fine, pure Catello si sarebbe consolato, forse si sarebbe accorto degli sguardi della cognata, che si erano fatti sempre più insistenti negli ultimi tempi, degli abiti fasciati che sfoggiava in tutte le occasioni, perché quando una ha un culo invece di una coda, è bene che lo sottolinei, questo le sembrava di capire dall’ancheggiare zungt zangt tra il corridoio e la cucina.
    Dal canto suo, lei avrebbe potuto scivolare verso il mare con una certa indifferenza, magari approfittando di una passeggiata a Bacoli fuori stagione. Avrebbe detto a Catello: amore mio, tengo un poco di sete, non è che mi vuoi andare a prendere una coca-cola al chioschetto mentre io ti aspetto qua sul bagnasciuga?
    E Catello sarebbe andato, voltandosi ogni tanto per non perderla d’occhio. Ma in quel momento esatto in cui lui avrebbe tirato fuori il portafogli per tirare fuori le monetine, lei si sarebbe tuffata per sempre. Addio.
    A partire da quel momento si dedicò a congegnare tutto il piano. Tutto, tutto aveva previsto nei minimi dettagli, tutto. Tranne che Catello l’avrebbe accompagnata al mare con una borsa termica.
    Catello, quello stesso Catello che odiava i picnic, le posate di plastica, l’erba, la sabbia, il vento, il sole, il mare d’inverno, la cioccolata al latte, le carte francesi, i pantaloni di velluto, le camicie col colletto a pistagnina e il tressette col morto. Solo per dirne alcune.
    E che borsa termica: un baule termico quattro stagioni, a scomparti caldo/freddo che contenevano ogni ben di dio. E tu volevi la cola-cola al chioschetto? Frustillà. E tutto, tutto si era portato, pure il doposole, pure la pillola se chi sa le veniva mal di testa, anche il domino e la dama cinese. Tutto. Tutto quello che serviva a farla stare comoda, senza che lui dovesse allontanarsi nemmeno per un momento.
    Della riuscita del piano se ne fece un punto d’onore.
    E no, eh. Niente e nessun Catello al mondo potranno mai impedirmi di tornare al mare, questo è poco ma sicuro. Non sarà oggi, non sarà domani, ma prima o poi pure mi deve lasciare un momento da sola. Pure si deve distrarre un attimo, come succede a tutti gli esseri umani. Perché succede, altro che. E sapete quanti bambini si perdono sulla spiaggia e quanta gente s’affoga? Mo’ succede a loro e non può succedere a me?
    – Cate’…
    Era passata da poco l’ora del tramonto, come tutte le sere negli ultimi trent’anni.
    Che ci sia vento o sole o freddo o caldo o tempesta, da trent’anni, tutte le sere, Petteruti Evelina e Catello siedono sul bagnasciuga e guardano l’orizzonte. Ci fosse una sera, una sola sera in cui riuscissero a stare zitti, una. Mai, non succede mai. E’ tutto un ciuciuliare per ore e ore, come se fosse la prima volta che si incontrano.
    – Cate’, e me la prenderesti una cocacola al chioschetto?
    РE perch̩ al chioschetto, se la teniamo qua nella borsa termica?
    – Così, per lo sfizio di fare una cosa nuova.
    Catello si alza, va verso il chioschetto. Ogni tre passi volge di scatto la testa all’indietro, come un tic. Senza mai perderla di vista entra nel chioschetto, prende la bottiglia, si ferma davanti alla cassa per un numero enorme di secondi, per diversi minuti. Paga e torna indietro.
    РE perch̩ ci hai messo tutto questo tempo?
    РPerch̩ non tenevo spicci e manco loro. Stavi preoccupata?, chiede ridendo.
    – Sì. Per un momento ho pensato che non tornavi più.

  29. giorgioflavio Says:

    http://giorg[..] La singolare storia di Evelina Petteruti, femmina incerta e sirena (in)spiegata* Vol.I In verità nessuno avrebbe saputo indicare le ragioni dell’accaduto, ma solo ricostruirne, seppur in modo del tutto parziale e frammentato, la dinam [..]

  30. birambai Says:

    Grazie al Maestro Giorgioflà, passo, leggo e me la spasso. Complimenti assai, Madame.

  31. aitan Says:

    cacchio come sgambetta questa sirena, e quanti passi avanti ha fatto da ieri…

    però il tuo finale mi piace assaje,
    è top-po romântico!

  32. aitan Says:

    (E poi volevo dire ad hangin che le voglio troppo bene e sono disposto a perdonarle anche quell’apostrofo. E pure altro. Anzi, io, se vuole, glielo giustifico pure quell’apostrofo rosa tra le parole un e animale, che rende femmina la bestia gemella e conferisce alla storia una simpatica nuance lesbo.)

  33. ilcavaliere Says:

    non è una metafora, certo, ma qualcosa come una predisposizione, anzi, meglio, o meglio peggio, è una conseguenza.
    E’ la conseguenza dei dolori, delle perdite, di questo crescere, dopo essere stati giovani per più di venti e passa anni; è lo scoprire e scoprirsi a sostenere cose che venti anni prima neppure avresti immaginato di sostenere, è l’essere andati oltre le soglie dei dolorini sparsi dalle ginocchia alla cervicale e oltre le colonne d’ercole e vertebrali, è aver navigato tanto in quel mare in cui avevi appena salpato, da vedere l’orizzonte da sotto. Ma le sirene cantano sugli scogli di Miseno, anche se le cozze le han sequestrate i Nas, e non si potrà mai dare nessuna confusa spiegazione scientifica, che non son foche nè dugonghi le sirene sono belle, impossibili e incantatrici pesci femmina, mutanti mitologici che prima si sono confuse con gli uccelli nel cielo e dopo hanno sciolto i loro lunghi capelli sulle onde del mare.
    Devo dire il finale mi è piaciuto ancora di più del post incompiuto,
    la commozione mi ha provocato le stupidaggini di cui sopra
    pardonez moi

  34. pispa Says:

    ma vedi tu cosa può combinare un colpo di freddo? e con tutta ‘sta neve come siamo in pericolo al nord? che non ci sta manco il mare.

    allora la ragazza sirena si rassegnò al suo nuovo stato senza allegria.
    la accompagnarono in treno fino a Limone del Garda, e lì scese in acqua dolcemente da uno scivolo per le barche.
    clima mite, nuove amicizie, un bel posto, ricominciò un’altra vita e nessuno stupì per il fatto che in tre anni dimenticò il napoletano. parlava un perfetto veneto, òstrega 🙂

  35. Flounder Says:

    ..mmmm…
    lasciata a me stessa, io farei la sirena a manhattan.

  36. Flounder Says:

    ne approfitto per ricordarvi Rusalka, uno dei più bei racconti che abbia mai letto in vita mia.

    (…)mia madre non me l’ha detto, mi ha detto soltanto di vivere meglio che potevo, non me l’ha detto che il lago lo trasciniamo con noi, un’ombra che annega, colorata di verde. (…)

  37. ilpithecantropo Says:

    Lo so, sono in ritardo. Ma volevo dirla sta cosa.

    Rimasero finalmente soli.
    E Catello riuscì a trovare le parole che non le aveva mai detto, le parole che lei avrebbe sempre voluto sentirsi dire.
    Ma come sempre, in tutta la sua storia con la Evelina, sbagliò il tempo per dirle, chè ora la situazione era mutata assai.
    -T’àmo-, le disse.
    E come la tirò a sè, lei di questo ne morì.
    Che alla fine era anche un pesce.

  38. Flounder Says:

    qua non si è mai in ritardo.
    e poi nei meandri onirici è addirittura vietato, essere in ritardo.

    caro pitecantropo, lei ci scherza, ma certe cose accadono per davvero.

  39. Flounder Says:

    la bellezza è negli occhi di chi guarda: mamma, questa sei tu.

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  40. anonimo Says:

    l’ho riletta oggi, due volte, prima dell’intuizione: Evelina Petteruti sotto sotto (proprio lì) è sessuofoba

  41. Flounder Says:

    veramente?

    (e che, secondo te non ci avevo pensato pure io?)

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