Archive for febbraio 2009

Piccola nota a margine di ciò che comunemente e banalmente definiamo vita.

febbraio 23, 2009

Ci sommerge. L’ordiniamo e frana.

Lo riordiniamo e franiamo anche noi.

Rilke, Ottava elegia duinese.

 

All’inizio il dolore non esiste.

E’ vuoto, buio, punto zero. E’ massa indifferenziata e poi spazio che si crea d’improvviso, tipo un furto con destrezza.

E’ solo dopo, nel racconto, nella parola che ci fa umani, che il dolore prende poi forma. E’ solo nella parola, che tutto prende forma e si sviluppa. Anche la gioia, la paura. Tutto. Tutto si snoda.

E’ solo grazie alla parola che tutto esiste e si fa nuovamente modificabile.

In principio era il Verbo. In principio era colui che è la parola. E’ questo, credo. La parola che si incarna e tutto fa possibile purché possa essere detto.

All’inizio dunque il dolore non esiste. Poi la parola lo crea, il dolore, gli dà corpo. La parola diventa garza, velo, benda. O masso, o intreccio di foglie a coprire la buca nel bosco: se sai dov’è non ci caschi, la eviti.

Se non conosci il luogo del dolore, se non hai saputo identificarlo e marcarlo di parola, finirai per sprofondarci. E’ sicuro.

C’è uno spazio e un tempo per il racconto.

Il dolore è un racconto che fatto a se stessi, in solitudine, è possibile solo nella distanza, nell’immagine che sbiadisce. Il dolore si racconta a se stessi solo quando l’evento è già lontano, di modo che il fatto, il fatto che lo ha originato, già non sia più tale, già sopravanzato da altro incedere, da immagini in sovrimpressione. Il dolore che non può essere raccontato nell’istante, deve incidersi in qualche luogo e farsi memoria del dolore. Non per ricordare, ma per sopravvivere.

Quest’attitudine specificamente umana – lo scrive un  signore di nome Candau – che consiste nel poter essere a strapiombo sul proprio passato, per inventariare non già il vissuto, ma ciò che ne resta.

Poi c’è il racconto reso all’altro, il solo che permetta immediatezza. E’ il racconto che scava un solco, crea uno spazio in cui ritrovarsi e insieme dare nuova forma alle cose. Una trincea in cui sopportare insieme la stessa guerra. E’ il racconto che costruisce il senso della perdita, il senso della ferita e insieme lo cura, lenisce. E’ il racconto che suggella l’alleanza dell’identico sentire.

Non c’è dolore senza racconto e non c’è tregua che possa nascere dal mancato racconto del dolore.

Perché il dolore non detto si cristallizza in urlo, diventa piaga. Nel tempo ci torce, ci infeltrisce.

Nel tempo ci cancella.

 

Sono sicura, sempre più sicura, che non sia possibile darsi un’immagine di sé senza racconto e senza ascoltatori. Questa una delle ragioni per cui pazientemente coltivo questo blog.

Qui un gran bell’articolo sulla scrittura, l’immaginazione, l’identità, il ricordo individuale, la memoria collettiva.

Qui la canzone che mi ha tenuto compagnia ultimamente.

Qui un vecchio racconto che mi è tornato spesso in mente in questi giorni.

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Un uomo con le spalle larghe, la fortuna non sa nemmeno che è.

febbraio 15, 2009

E’ che poi siamo stati un po’ qua, un po’ là, la scuola, la cena, il compleanno, i parenti, la piscina e io volevo scrivere un post per san Valentino e non ho avuto il tempo. Recupero per san Faustino, in extremis, su.

L’anno scorso io ci avevo provato a dirgli di lasciarmi stare, che già avevo troppe preoccupazioni.

Ma quello non ci sente, se ha deciso che deve operare, opera.

Quando meno te l’aspetti, plùffete, ti scontri con un tizio che ti sbarra il passo e non ti puoi ribellare. Impossibile.

Nel mio caso si è trattato dell’Uomo di Pasqua.

Ora diciamoci chiaramente: ci si può mai opporre a un disegno del destino e dire no, grazie, signor Destino, facciamo per un’altra volta che quest’anno non tengo fantasia per l’ammore figuratevi per uno che mi compare davanti bell’e buono il giorno di Pasqua e chissà che sorpresa contiene, magari un portachiavi o una rubrichetta da taschino?

Non si può fare.

Allora in questi casi non resta che dire: va bene, signor Destino, datemi l’Uomo di Pasqua, jamm’ bello, fondente, sì, era proprio come lo volevo io, date qua, date qua. Ve lo prendete e incrociate le dita sperando che non esca il portachiavi.

E così sono andati i fatti.

In Chiapas, tanti anni fa, ero entrata in un negozio di polverine magiche che servivano per ogni sorta di incantesimo, pure per uccidere qualcuno. Ne comprai non so quante, polvo del deseo, polvo del destierro, polvo para dominar a mì mujer (l’ho regalata ad amici che ne avevano bisogno assai), polvo para que mì amor no me se olvide manco cinc’ minuti, polvo para transformar tu jefe en un pandoro bauli o un pajaro tropical, e tutte cose così.

Tutte, le ho usate, tutte. In vari momenti della vita. Tutte. Seguendo precisissimamente le istruzioni.

Ce ne fosse stata una, una che avesse funzionato.

Alla fine l’unico risultato prodotto è stato che ci ho scritto un abbozzo di storiella e niente più.

A questo punto uno si deve arrendere e farsi una ragione del fatto che la volontà non sempre serve lo scopo. A volte sì, a volte invece proprio no.

Ma torniamo al fatto di san Valentino, che oggi il tema della volontà già mi ha dato troppi pensieri.

Allora un po’ di tempo fa io ho chiesto all’Uomo di Pasqua: ma tu sei mai stato l’amore di passaggio di qualcuno?

E’ chiaro che su questa terra siamo tutti di passaggio, ma io intendevo dire un “di passaggio” specifico: un chiodo scaccia chiodo, un metadone affettivo, una saccarina sentimentale. Insomma una cosa di assoluta e rapida transizione da un luogo affettivo importante a un altro di ancora maggiore importanza.

Non una scappatella, non una relazione extraconiugale.

No. Proprio un amore necessario a un guado.

E mentre chiacchieravamo e pensavo che lo ero stata anche io, all’improvviso mi è salita un’assurda tenerezza, come un sentimento di riconoscimento dell’ordine dell’universo. Come se il dispiacere personale passasse in secondo piano osservando il tutto da un’altura più elevata, si sfumasse in una logica molto più ampia.

Così ho pensato che quest’anno io avrei voluto dedicare il San Valentino a tutti gli amori di passaggio, a chi con la sua breve presenza ha permesso che un altro comprendesse meglio se stesso e fosse in grado di scegliere. A chi in qualche modo è stato sacrificato per qualcos’altro, suo malgrado. A chi ha permesso che un altro si riposasse un poco accanto a lui, un breve e rapido momento prima di riprendere le forze per andare in un luogo più adatto, più sentito.

Sarebbe bello poter dedicare un grazie come un fiore. O porgere le proprie scuse per aver calpestato i sentimenti altrui quando non era necessario e tuttavia nient’altro era possibile.

E’ una cosa che ci farebbe più belli, un piccolo gesto di umiltà.

Voi poi volevate sapere cos’era uscito dall’Uomo di Pasqua, vero?

No, no, nessun portachiavi. E nemmeno il ciondoletto smaltato. No.

Una cosa tipo il cubo di Rubik, ma molto più complicato e avvincente. Credo che ci impiegherò una vita, per capire perfettamente come si fa. Se mai la vita basterà.

E se fosse il tatto un’attitudine alla menzogna, come sostiene Aurelien Scholl?

febbraio 11, 2009

Leggevo qualche settimana fa un libro assai avvincente, Homunculus,  la cui sinossi recita: Nel senso comune viene dato per scontato che l’essere umano sia portatore al suo interno di un’essenza, di un homunculus, ovvero una sorta di “doppio” in miniatura che compie, in scala ridotta, ciò che viene manifestato attraverso i comportamenti (…). In questo volume l’identità viene invece presentata non in quanto sostanza, ma come il nome attribuito ad uno stato dell’essere, un artefatto narrativo socialmente determinato, la cui funzione principale è quella di fornire, sia soggettivamente che oggettivamente, un dispositivo di riconoscimento coerente e adatto alla propria cultura di appartenenza.

Già ‘sto saggio mi aveva in qualche modo turbato, ma in uno dei capitoli finali mi sono imbattuta in una citazione letterario/cinematografica che ha fatto il resto: l’Avversario, di Nicole Garcia, cui corrisponde l’omonimo romanzo di Emanuel Carrère.

Di Carrère se ne era già parlato qui, una volta in questo blog, a proposito del Grande Seduttore, che a mio parere non è del tutto avulso da questa riflessione, ma sulla quale adesso, per il momento, non ho voglia di soffermarmi ancora.

Spinta da una curiosità irriducibile, tra venerdì e domenica, non senza intoppi tecnici, siamo finalmente riusciti a vedere questo film con Daniel Auteil.

Un film caricato dall’angoscia di non riuscire mai, nemmeno per un momento, a offrire una spiegazione.

Un film che tende a dimostrare che il Male non è l’assenza di Bene, ma l’inevitabile conseguenza del Vuoto.

La sensazione che trasmette è di freddo biancore, c’è neve ovunque. Passi lievi, impronte, segni impercettibili.

Il protagonista indossa la cravatta sempre, anche a letto con l’amante.

Spazio vuoto e simulacri, credo che sia  riassumibile in questo.

E’ inutile raccontare quanto mi abbia scosso, quanto abbia risvegliato le più profonde paure, scuotendo la radice di tutto ciò di cui mi servo per avere conforto e coraggio. E’ come se avesse sollevato di colpo un  drappo, una coperta, mostrando un improvviso baratro sottostante, un vortice che può risucchiare con estrema facilità. Un pericolo di cui conosci quotidianamente l’esistenza e con il quale quotidianamente ti misuri, in un braccio di ferro di coraggio e indifferenza.

Scherzavo l’altro giorno con mia madre sul fatto che siamo donne di scienza e non di fede, tranquillizzate unicamente dalla conoscenza, quand’anche diventi portatrice di ulteriore dolore. Siamo quelle dell’enciclopedia medica, della verità brutale, della derisione verso la speranza.

Così sono andata a cercare e leggere qualcosa sulla storia vera da cui origina quest’Avversario, la storia del dottore Jean Claude Romand, stimato ricercatore dell’OMS, benestante e sensibile, delicato e accorto, che il 9 gennaio 1993 sterminò l’intera famiglia: genitori, moglie, cane, due figli.

Ho cercato di sapere qualcosa in più di quest’uomo, che in realtà non fu mai ricercatore, e nemmeno medico. Qualcosa in più della sua vita, della “sua” verità.

Figlio unico, gravato da enormi aspettative circa la sua riuscita, un modello tanto frequente quanto banale. Fu un bambino modello, educato, tranquillo, grande lettore. Il figlio che i genitori volevano che fosse.

Confessa a Carrère, che per anni lo ascolta, durante la stesura del romanzo documentario, che talvolta mentiva ai grandi, ma solo per non impensierirli. Per proteggerli.

Per dodici anni consecutivi si iscrisse ai corsi della facoltà di medicina e alle successive specializzazioni, senza mai sostenere un solo esame ma fingendo di averli superati tutti.

Acquistando libri, facendo fotocopie. Come tutti.

Alla fine del corso di studi annuncia a tutta la famiglia di essere diventato ricercatore all’OMS.

Si sposa, con una cugina lontana che lo aveva sistematicamente ignorato fino al giorno in cui lui le racconta del suo male, un linfoma, che lo consuma. In seguito la malattia altalenante e inesistente gli permetterà di eludere qualsiasi conversazione impegnativa, pena lo stress e l’insorgenza di atroci dolori e anche di giustificare improvvisi e fasulli vuoti di memoria.

Si procura carta intestata e tutto quanto rechi il logo del suo impiego, annuncia lunghi viaggi di lavoro che si arrestano alla soglia di un piccolo albergo nelle vicinanze dell’aeroporto, dove resta per giorni confinato in una stanza leggendo guide turistiche del paese in cui dovrebbe essere in missione, in modo da fornire il maggior numero possibile di dettagli al suo rientro.

Per mantenere un tenore di vita adeguato convince la famiglia che il suo status di funzionario internazionale gli consente agevolazioni bancarie in Svizzera: le somme che gli vengono conferite dai parenti non verranno mai restituite.

Romand trascorre le giornate rubando testi e riviste alla biblioteca dell’Oms e ascoltando la radio fermo per ore nelle piazzole degli autogrill o passeggiando nei boschi. Sembra un ottimo padre e un marito devoto.

C’è una menzogna originale, su cui fonda tutta la sua vita. E’ un tema che mi ossessiona, ne avevo scritto una storia, tempo fa, qui dentro. E’ più di un’ossessione, è il terrore. E’ quanto di peggio immagino che possa capitarmi al mondo: precipitare rovinosamente nel vuoto altrui, esserne risucchiata,  e accorgermi solo dopo di non essere mai riuscita nemmeno a scorgerlo.

Catherine Marchi, psicologa clinica dell’Università René Descartes di Parigi, esperta di stati borderline, sostiene che  esista una « gioia » particolare nella mitomania, consistente nel  lasciarsi credere che qualunque desiderio possa essere realizzato.

Non è dunque il bisogno di evitare una punizione, ma qualcosa di più profondo.

E’ una necessità esistenziale, e perciò stesso più difficile da sradicare e combattere.

Di tutta la vicenda ciò che più mi turba è il diploma di maturità di Romand.

Presentò una dissertazione scritta, in filosofia, dal titolo: Esiste la verità?, riportando un voto elevatissimo.

Forse la sua vita non fu che un tentativo di dimostrare il suo teorema.

Non si uccidono così anche i cavilli?

febbraio 6, 2009

Monsieur Dubeurre non era d’accordo e non lo sarebbe stato mai. Mai.

E avevano un bel dire, loro, i fautori delle moderne pratiche propugnate dal giovane Lepoivre, che i suoi metodi, quelli tradizionali, sperimentati da anni e anni, recavano in sé le stimmate della tortura, la condanna dell’efferatezza.

Non era vero.

O forse lo sarebbe stato, a patto di dimostrarlo.

Sicuramente gli studi raccontavano a tutt’oggi che un organismo di quel genere, condannato ineluttabilmente alla fine in brevissimo tempo, non possedeva la cognizione del dolore, e neppure la sua percezione.

Che la smettessero, dunque, di ostinarsi sulle loro idee malsane e preconcette.

Da che mondo è mondo le cose erano andate così. E adesso la prospettiva di privare quel corpo di vita, ancora prima del tempo, con mezzi del tutto innaturali e in nome di una qualche forma di buonismo travestito da necessità tecnica, gli era insostenibile. Un’ipocrisia che non poteva essere suffragata da nulla. Men che mai dal desiderio di acquisire una fama mondiale a scapito della purezza e della tradizione.

Avrebbe continuato per la sua strada, Monsieur Dubeurre, fregandosene dello scisma e di ciò che l’ammutinamento del suo secondo avrebbe comportato.

Facesse della sua vita e della sua carriera ciò che voleva.

Solo, in cuor suo, gli dispiaceva di averlo trattato da sempre come un figlio e di avergli trasmesso così tanta cura, e attenzione, e nozioni. Inutilmente.

Con tanto amore ne aveva fatto un freddo assassino.

Tragica ironia della passione.

Il giovane Lepoivre dal canto suo era stanco di tanto praticantato sotto l’ala protettiva del Maestro.

Ne aveva visti, di casi. Non era una sciocca pretesa di bontà, la sua. Era modernità, era scienza, era rifiuto della cultura quando questa si dimostri inadeguata.

Del resto l’autopsia lo confermava: i corpi ai quali non venivano inflitte le tradizionali torture, anche dopo il trapasso restavano più morbidi, privi di contrazioni. Fibre lisce. Come se i tessuti connettivali riuscissero a trattenere fino all’ultimo uno stato di idratazione ottimale. La migliore delle condizioni possibili.

Certo, non poteva non essere grato a Monsieur Debeurre.

Tutto, doveva a quell’uomo di mano rapida e sapiente, capace di definire con un solo e rapido colpo d’occhio lo stato di salute, l’età, lo stato di conservazione, il migliore destino possibile.

Questo non lo avrebbe dimenticato mai, nemmeno decenni anni dopo, quando il dibattito sulla cottura delle aragoste si sarebbe ormai concluso e nessuno più avrebbe saputo dire se andassero gettate nell’acqua bollente o preventivamente stordite in ghiacciaia. Decenni dopo l’Apocalisse culinaria non avrebbe risparmiato nessuno.

Ho letto cose bellissime, in giro. In memoriam,  qui e anche qui. Cose toccanti su un tema al quale non so dare risposta e sul quale non so darmi pace. Nel post precedente c’è una frase che sintetizza tutto questo, e sicuramente c’è uno dei miei venticinque lettori, quello che più spesso gioca alla caccia al tesoro, che l’ha vista.

Non ho cuore per scriverne seriamente, non ho il sentimento giusto.

Posso solo giocarci, prenderne le distanze in questo modo.

Qui e qui la posizione di Monsier Dubeurre e di Monsier Lepoivre. Qui, un rinvio ad altre verità possibili.

Non è l’uomo che va curato, ma le immagini del suo ricordo (James Hillman)

febbraio 4, 2009

Pensavo a una cosa da scrivere, ieri, sotto la pioggia, senza ombrello, bagnata come un pulcino. A un racconto che poi mi è sfuggito.

Con i capelli zuppi e la faccia pure e le gocce che rotolavano sulle guance e sembravano lacrimoni. E lacrimoni lo erano, ma era facile dissimularli sotto tutta quell’acqua.

Erano un poco di commozione e un poco di dispiacere. Una parte residua, di rabbia.

Erano come quel giorno in cui ho capito che qualunque cosa io facessi, sarei rimasta sempre un poco invisibile e che nulla, nulla, nulla, avrebbe mai potuto restituirmi la rotondità di una completezza. Che mi restava il dono del racconto, come collante tra gli estremi.

Che sempre sarei rimasta divisa in due metà asimmetriche, dissimili. Che al sollevarmi e guardarmi in controluce anche oggi vedi le cicatrici, i solchi, le venature, il punto in cui combaciano. E segni di frammenti ricomposti, le due metà maldestramente vincolate insieme.

Il punto fragile. Dove anche senza una lama, senza troppa pressione, puoi infilare qualcosa a far leva e da lì far defluire il contenuto e i lacrimoni. Scollarmi.

L’asimmetria di questo stare al mondo. Come altro dirla? E’ una cosa che non si dice, al massimo puoi provare a raccontarla.

Così pensavo ieri, per strada, volendo raccontare di una mattina densa, di una di quelle mattine in cui la realtà si muove su vari piani e traccia disegni, muove possibilità, un poco scolla. E scrolla.

Da qualche parte c’è dentro di me  – ne sono più che certa che sia questo – un retaggio di cattiva trasmissione, l’interruzione del fluire, un certo intoppo che impedisce alle metà di svilupparsi insieme, gioiosamente, all’unisono.

Per quanti sforzi faccia – di cura, nutrimento ed attenzione – una delle due rifiorisce e ombreggia l’altra, le ruba la sostanza, la occulta, la tradisce.

La sminuisce, la rende invisibile. La consuma.

Sicché lo stesso atto del nutrire è in realtà qualcosa che assomiglia all’affamare.

Di tutti i paradossi è il più tremendo.

Avrei scritto di questo. Del giorno in cui mio padre, più di trent’anni fa,  ha tirato fuori la frase che da sempre mi impedisce di godere dei miei frutti, quella che pone un limite alla mia corretta percezione dell’agire, che situa in un momento non dato, futuro, in un altrove, la completezza del senso dell’azione, del sapere. Di tutto. Del perché racconto.

La ciarlataneria, questo è il terrore. L’inattingibilità del senso profondo delle cose, la parte che sfugge e che sempre va inseguita e conquistata per mettere a posto la coscienza, per dirsi un sì, un no. Per non temere il buio, per non bruciarsi al sole.

Nel racconto è sempre tutto ammesso, nessuno potrà mai muovermi un’accusa.

Pensavo pure ieri, ieri mattina, e poi il pomeriggio, la sera, fino a notte profonda, che una decisione, una presa di posizione non necessariamente esclude il suo contrario. Come dirlo?

Che per esempio se si decide di vivere, talvolta non si fa nulla per impedirsi di morire. Non sto parlando del pensarsi immortali, ma della giusta posizione dei gesti, delle azioni finalizzate all’una o all’altra cosa.

Che se si decide di amare ciò non comporta automaticamente la rinuncia al fuggire.

Che se si sceglie di non essere invisibili bisogna fare i conti con la vulnerabilità e ciò che ci vergogna e ci sospinge di nuovo all’invisibilità.

Che quando vuoi vedere chiaro nelle cose talvolta – apparentemente tuo malgrado – ti infliggi una cecità senza motivo.

Che a raccontarlo questo viene bene, ma a viverlo un po’ meno.

Ieri mattina mi sono seduta come una brava scolara, al di qua di una cattedra dove ho sostenuto il mio primo esame da matricola, dopo tanti anni.

Non mi sono mai sentita così impreparata in tutta la mia vita di studentessa, e al tempo stesso con la piena consapevolezza che quello fosse il livello massimo al quale poter arrivare, con un senso del limite che mi ha caricato di umiltà. Ho parlato a lungo di malattia e di morte, di istituzioni sanitarie, delle parole per raccontarsi nel dolore, ho trascinato alle labbra tutto quello che i miei occhi e le mie orecchie hanno raccolto sulle forme del dolore, ovunque nel mondo, cercando di restituire loro un senso complessivo, una cornice.

Ho parlato in modo scientifico di questo post, senza mai nominarlo ma tenendolo come linea guida, delle parti che sfuggono, dei diversi piani sui quali si articola la realtà, dell’elemento che sempre sfugge e che forse contiene l’essenziale, il trait d’union che può consentire ai due tronconi opposti di una scelta di pacificarsi, di unire i due piani del mondo – il visibile e l’invisibile – con uno sforzo sapiente. Di ciò che ci fa male nel dolore  e cui pure restiamo attaccati perché è il nostro riferimento nel mondo, la sola mappa conosciuta. Di cosa serve per fabbricarne un’altra, perché ci insegni ad orientarci. Di chi ci fidiamo e di chi no. Del perché.

Ho parlato di me, in fondo. In modo scientifico.

La mia metà affamata sussurra che è ciarlataneria, puro incanto della parola. Che nella vita faccio l’imbonitrice, nulla più di questo. L’ammazzerei, se non sapessi che grazie a lei vado oltre, alzo lo sguardo, aggiungo pezzi e mattoni.

Per il timore che mi scopra in difetto rafforzo le fondamenta, mi irrobustisco, vado oltre. Ignoro la crepa.

Per il timore che mi scopra in difetto mi affido al suo giudizio e non mi chiedo se davvero ci sia un oltre. Se non c’è ci sarà. Lo costruisco.

So che scrivo per trovare un senso, quale che sia. Fosse anche per distruggerlo subito dopo.

Dice Hillman che le storie accadono a chi sa raccontarle.

E a chi ben racconta il racconto che da sempre lo racconta al mondo, talvolta viene concesso il dono di cambiarlo.